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Marco
Revelli
Fuori
Luogo
Cronaca da un campo rom
"Arretro.
E taccio. Ma un dubbio mi rimane. E se la catastrofe si celasse proprio
in questa riduzione ossessiva e totale di ogni aspetto della nostra esistenza
all'amministrazione e all'economia?"
Non è facile poter avere la testimonianza "sul campo" di chi,
raffinato intellettuale, docente universitario, avanguardia culturale e
politica, decide di condividere per un certo periodo, nei disagi e nella
sofferenza, la vita e i tormenti degli ultimi tra gli ultimi. Abituati
al dibattito attraverso i giornali o al salotto televisivo, assuefatti
alla denuncia che alcuni (pochi) politici, più sensibili degli altri,
fanno (anche se sempre più raramente), delle condizioni di vita
di molti immigrati, si è duramente colpiti da questo Fuori
luogo, e dall'esperienza che lo ha prodotto.
Marco Revelli ha condiviso nell'inverno 1998-99 il travaglio di un
gruppo di rom che, fuggiti dalla Romania (terra in cui erano riusciti a
trovare possibilità di alloggio, di lavoro e di vita decente, ma
che negli ultimi anni aveva perpetrato nei confronti di quel popolo una
vera e documentata persecuzione), si erano rifugiati nei dintorni di Torino,
precisamente su un terreno abbandonato vicino a una discarica e non lontano
dallo stadio, in un paesaggio metropolitano disperante.
Torino è ben felice di poter scaricare su Venaria Reale il problema,
in quanto la zona occupata è ufficialmente, anche se per pochi metri,
di pertinenza di quel comune. Il sindaco di Venaria, eletto da una coalizione
fortemente sbilanciata a sinistra, si sente assediato dall'opinione pubblica
del suo paese ostile all'insediamento zingaro, e nega ogni forma di solidarietà
a questo gruppo di uomini, donne e bambini. Da Torino si muovono solo alcuni
gruppi di volontariato, i centri sociali e poche personalità del
mondo politico: nessuno che ha davvero potere vuole prendersi la responsabilità
di infastidire con quella presenza disturbante, i democratici cittadini
della civilissima Torino. Così quel popolo doloroso e rassegnato
si trova costretto a vivere in condizioni disumane, senza acqua (terribili
le pagine in cui Revelli descrive la beffa dell'acqua prima data, poi negata),
senza luce e senza riscaldamento (anch'esso in parte dato e poi subito
dopo tolto). Ma l'amarezza e la rabbia maggiore sono suscitate dalle
giustificazioni, politicamente corrette, di tali comportamenti delle autorità:
è davvero facile oggi mettersi a posto la coscienza, sentirsi democratici
e progressisti. Vengono tentati tutti i passi ufficiali per ottenere una accoglienza
dignitosa per questi esseri umani, si cercano le vie legalmente lecite,
si chiede, non si lascia nulla di intentato, ma tutto è inutile:
non viene dato asilo politico, non viene dato un luogo attrezzato, vengono
tolti (per il loro bene) i bambini alle madri, viene rifiutato ogni sostegno.
Questo libro, cronaca di un inverno di sconfitta per l'umanità,
è estremamente inquietante perché dà il segno dell'ipocrisia,
della malafede non tanto di chi si dichiara apertamente razzista e
ostile agli immigrati (e che quindi rende prevedibili le reazioni xenofobe),
quanto di chi si dichiara pubblicamente favorevole ad una società
multietnica e multirazziale.
Fuori luogo provoca anche, come raramente accade, una gran voglia
di agire, di fare qualcosa, di rompere questo muro aberrante di perbenismo
e di populismo, di accettazione delle discriminazioni e degli abusi mimetizzati
sotto l'alibi della legalità e della democrazia. E rimane l'angoscia
che questo termine, oggi, abbia perso quasi tutto il suo significato e
i suoi valori.
Fuori luogo. Cronaca da un campo rom di Marco Revelli
Pag. 113, Lire 18.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)
ISBN 88-339-1173-X
Le prime righe
Art. 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità
e dirittti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza
e devo- no agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948
Visto da questa estrema periferia del mondo, tutto è più
chiaro. Là, a non più di un chilometro di distanza, sotto
i grandi tiranti d'acciaio dello Stadio, irto di torri e tralicci come
un maniero medievale, si esibiscono con stanca regolarità ogni domenica
uomini "quotati" ormai nell'ordine dei 50, 60, talvolta 70 miliardi di
lire... Qui, in questa terra di nessuno brulla, spoglia, morta, al di qua
dell'immensa spianata grigio-cemento dei posteggi, dei magazzini e dei
capannoni industriali, abitano uomini il cui valore monetario s'avvicina
allo zero assoluto. Quelli per cui non si paga l'acquisto, ma l'espulsione.
Il "campo" si estende per un centinaio di metri proprio ai piedi della
massicciata della tangenziale, dove lo svincolo impone una leggera curvatura
al percorso. Di sopra, inconsapevole, corre veloce la città in
movimento: il flusso denso al mattino verso il lavoro; quello più
frammentato e stanco della sera; e il ronzare continuo dei tir con i semilavorati
per le fabbriche della cintura industriale e le merci finite per i mercati
del resto del mondo. Davanti, lontano, s'intravede la città ferma:
i casermoni della periferia, e oltre - più un bagliore che una forma
- il centro opulento. In mezzo, un vuoto piatto, lattiginoso e sporco fatto
di piazzali, depositi, e strade che hanno ormai perduto il senso della
propria direzione qui dove la città finisce e indugia, accumulando
disordinatamente i propri rifiuti. Qualche centinaio di metri a nord, l'immensa
discarica delle Basse di Stura distilla il proprio fetore, tra nugoli di
gabbiani sporchi. A meno di due chilometri, verso sud, oltre la barriera
metallica del supercarcere, l'ex quartiere dormitorio delle Vallette custodisce
dietro i muri rossastri di mattoni a vista le sue scandalose percentuali
di disoccupazione (33 per cento per gli adulti, 46 per cento per i giovani),
e il suo precoce invecchiamento.
Qui erano ricaduti, nella tarda primavera, dopo aver sbattuto contro
i tanti muri di Schengen, i primi rom rumeni, poche decine, in attesa di
ritentare la via della Francia.
© 1999, Bollati Boringhieri editore s.r.l.
L'autore
Marco Revelli, professore all'università di Torino, è
autore tra l'altro di Lavorare in Fiat, Le due destre, La sinistra sociale.
È consigliere comunale a Torino. |