Zygmunt Bauman
La società dell'incertezza

"Ogni società pone dei limiti alle strategie di vita che possono essere immaginate, e certamente a quelle che possono essere praticate. Anche il tipo di società in cui viviamo proibisce le strategie, che potrebbero in modo critico e militante mettere in questione i suoi principi e di conseguenza aprire la porta a nuove strategie..."


Quale è il tipo umano dell'epoca postmoderna? Quali i suoi stili di vita, quale la sua etica e il suo modo di relazionare? L'interessante saggio di Bauman ci offre delle chiavi di lettura della contemporaneità, del suo disagio profondo e della sua faticosa corsa al piacere.
Quattro tipologie rientrano a vario titolo nella postmodernità: il flâneur, il vagabondo, il turista e il giocatore. Le loro caratteristiche possono apparire poco conciliabili, in realtà l'uomo di oggi ne ha operato una sintesi che si tramuta poi in atteggiamento morale (sempre che questo termine possa essere utilizzato) o meglio, in un certo senso, estetico. La volontà di non avere legami, obblighi, responsabilità, l'aspirazione al cambiamento di situazione, di luoghi e di relazioni, il non avere passato né futuro, ma essere continuamente nell'oggi e il voler non mettere radici, né cercare motivazioni definitive che guidino il comportamento: tutto ciò rende l'uomo postmoderno profondamente diverso da quello della generazione precedente. La libertà individuale è l'unico centro su cui ruota ogni evento personale e collettivo, anche se per averne una piena consapevolezza sarebbe indispensabile coniugare tale libertà con la solidarietà, in quanto il malessere di chi "non ha" procura disagio a colui che "ha".
"Tutte le società producono stranieri", se si intende per straniero chi è in grado di sconvolgere le regole conosciute e i confini dati, quindi producono incertezza. Ma oggi "l'incertezza non è più vista come un semplice fastidio temporaneo", anzi "il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile". Oggi, come Marcus Doel e David Clarke indicano, viviamo in un clima di assedio della paura.
Il nuovo disordine mondiale, la deregulation universale, la perdita di reti di protezione, quali i rapporti di vicinato o familiari, l'immagine di sé frantumata in "una raccolta di istantanee" e ridotta a "una identità a palinsesto": tutto ciò non può che produrre incertezza e paura. Nasce ineludibile così il bisogno della presenza dello straniero, unica via d'uscita dalla monotonia e dalla omologazione.
La riflessione sulla nostra epoca, sul significato emblematico della città, come luogo in cui tutto si condensa e si espande, deve prevedere sia la consapevolezza delle paure che attanagliano (dietro ai grandi centri commerciali o ai luoghi preposti al divertimento) noi, consumatori globali, uomini senza storia e senza radici, ma anche quali strategie siano possibili attuare perché altre culture e altri sguardi possano convivere con noi, offrendoci magari qualche spiraglio di fuga.


La società dell'incertezza di Zygmunt Bauman
Pag. 149, Lire 18.000 - Edizioni Il Mulino (Intersezioni, n. 193)
ISBN 88-15-07100-8



Le prime righe

Introduzione


Il disagio della postmodernità

Nel 1929 comparve a Vienna Das Unbehagen in der Kultur, un saggio che inizialmente doveva essere intitolato Das Unglück in der Kultur. Il suo autore era Sigmund Freud. In italiano l'opera è nota come Il disagio della civiltà (Torino, Boringhieri, 1978). La stimolante e provocante lettura freudiana delle pratiche della modernità entrò nella coscienza collettiva e finì per strutturare profondamente il modo di valutare le conseguenze (intenzionali e non) dell'avventura moderna. (Anche se Freud aveva preferito parlare di Kultur o di "civiltà", sappiamo ora che il libro riguarda la storia della modernità; solo la società moderna era in grado di pensare se stessa come fermento "culturale" o "civilizzatore" e di agire sulla base di questa autocomprensione producendo gli esiti che Freud si proponeva di indagare; per questo motivo, l'espressione "civiltà moderna" è pleonastica.)
Nello scambio, qualcosa si guadagna e qualcosa va irrimediabilmente perduto: questo era il messaggio di Freud. Come "cultura" o "civiltà", la modernità ha a che fare con la bellezza ("questa cosa inutile che ci aspettiamo la civiltà stimi"), la pulizia ("ogni genere di sporcizia ci sembra incompatibile con la civiltà") e l'ordine ("ordine è una specie di coazione a ripetere che decide, grazie ad una norma stabilita una volta per tutte, quando, dove e come una cosa debba essere fatta, in modo da evitare esitazione e indugio in tutti i casi simili tra loro"). La bellezza (cioè tutto ciò che produce il piacere sublime dell'armonia e la perfezione della forma), la pulizia e l'ordine sono acquisizioni non trascurabili a cui certamente non si rinuncia senza dispiacere, dolore, o rimorso. Ma neppure si possono ottenere senza pagare un prezzo elevato. Gli esseri umani non hanno alcuna predisposizione "naturale" a ricercare e preservare la bellezza, a fare le pulizie e ad osservare la routine dell'ordine. (Anche se in qualche occasione sembrano mostrare un tale "impulso", si tratta sempre di una inclinazione inventata, acquisita e coltivata, il segno più evidente di un processo di incivilimento in atto.)

© 1999, Società Editrice il Mulino


L'autore
Zygmunt Bauman insegna Sociologia nell'Università di Leeds. Tra le sue opere tradotte in italiano: La decadenza degli intellettuali: da legislatori a interpreti; Modernità e Olocausto; Il teatro dell'immortalità; Le sfide dell'etica.



Furio Colombo
La vita imperfetta
Cronache di un cambiamento

"L'involucro della comunicazione si fa immenso. Eppure non passa nulla. Non una premonizione, non un messaggio."


Scritto con la semplice e intensa prosa di Furio Colombo, il volume scorre descrivendoci o raccontando, attraverso esperienze e ricordi personali dell'autore, il nostro presente. È una contemporaneità che ha fatto della comunicazione un vero mito, sostitutivo di ogni altra forma di cultura. Particolare spesso ignorato: oggi attraverso i cellulari, i computer, Internet, l'umanità non ha più interesse a ciò che vuole comunicare, ai contenuti di tali messaggi, quanto al fatto stesso di poterlo fare, rompendo vincoli di tempo e di spazio. "La comunicazione è una forma di cultura che non ama la riflessione su di sé, dice Colombo, ma esige altra comunicazione". Invece di unire, isola perché "tu sei il punto di partenza e il terminale, il creatore e l'utente" e quindi è sempre autoreferenziale.
In questo mondo in cui nulla si conclude e assume valore storico, mancano certezze sostanziali, per questo si può dire che non esiste più l'"attualità": in Italia i grandi drammi recenti, le stragi, gli assassini politici sono diventati romanzi o film, non hanno verità. Ciò appare inevitabile, dato che non sono state date risposte ai mille quesiti che questi eventi hanno posto e nessuna inchiesta, nessun processo è da considerarsi davvero concluso.
All'oggi, l'autore contrappone il ricordo, i propri personali ricordi di ragazzo cresciuto in una famiglia che gli ha trasmesso valori di libertà e di tolleranza, pur vittima con milioni di altre persone, delle persecuzioni razziali e della follia della Seconda guerra mondiale. Ma non appare insensato leggere queste pagine, né fuori tema: se non ci si sente dentro la Storia, se non ci si sente la responsabilità del passato, è difficile valutare il presente e tentare di agire per migliorarlo.
In questo modo non è senza logica che Furio Colombo tratti dell'attuale "guerra del caffè" negli Stati Uniti. Giudicato una droga come la cocaina, ha diviso in fazioni opposte l'America, è nata una vera "decafeinizzazione" della società, che per noi, ironici europei, sfiora il ridicolo. Tutto ciò nasce dall'eccesso, dalla mancanza di buon senso, di misura nel giudizio e nell'azione. E questa appare un male proprio di questa era che rassicura senza informare e proprio in questo crea maggiore sgomento.
Se Colombo avesse, prima di terminare il volume, visto la campagna pubblicitaria del Comune di Milano, che ha tappezzato le strade di manifesti che dichiarano "Milano fa bene", avrebbe avuto una ulteriore prova di questo uso pubblicitario e disorientante della propaganda politica.
Forse tutto ciò, direbbe l'autore, dipende anche dal fatto che "la qualità non esiste più nel mondo" e quindi non è nemmeno più da richiedere a nessuno. Ma c'è, anche oggi, chi non accetta, chi non sa convivere con tutto ciò, che con rabbia e dolore, creando intorno a sé paura e separatezza, e lo dichiara rumorosamente. Torino e gli squatter, la vicenda di morte e rabbia che ha attraversato quella severa città lo dimostrano. Colombo ha vissuto con un diretto coinvolgimento quei fatti, ha parlato con una delle vittime/protagoniste di quei giorni. Forte è il senso di sconsolata impotenza che emerge dal capitolo, unica l'indicazione che viene data: il dolore è autentico, la solitudine incolmabile, è necessaria sempre e comunque la pietà e l'ascolto. Ma tante sono le paure sottese al nostro ricco presente, difficile il rapporto con la morte, avendo perso la coscienza della naturalezza del vivere. Il caso delle polemiche sorte intorno alla nuova legge sui trapianti lo dimostra. Sono sorte leggende metropolitane che ci vedono minacciati da furbi medici pronti ad espiantarci gli organi e tutto ciò perché manca un rapporto di fiducia con le istituzioni.
La violenza dilaga, la cronaca ci propone episodi gravissimi che vedono protagonisti i giovanissimi, in particolare negli Stati Uniti, paese modello per bambini e adulti in tutto l'Occidente. Alla violenza si accompagna nei ragazzi l'indifferenza. Tutto ciò trova una spiegazione nell'avere unico mito e modello di successo Bill Gates, il suo pragmatico rifiuto della cultura, bene inutile e ozioso?
È pertanto facile considerare "esistenza cancellabile", non solo quella di chi è recluso in un carcere, ma anche quella di chi non è perfettamente a suo agio in questa società.
Il saggio/racconto di Furio Colombo si chiude con la considerazione che "niente accade" davvero, tutto appare fumoso e impreciso. Non così il messaggio che l'autore ci trasmette e la sua vita ci testimonia: è necessario mettersi in gioco, è necessario esercitare il proprio spirito critico e quel poco di umanità che ci resta, vivere, in modo forse imperfetto, ma non arreso.


La vita imperfetta. Cronache di un cambiamento di Furio Colombo
Pag. 258, Lire 30.000 - Edizioni Rai-Eri Rizzoli
ISBN 88-17-86033-6


Le prime righe

1
MESSAGGI


QUALCOSA CAMBIA, ma cosa? È la troppa velocità o la troppa lentezza del cambiamento che ci stordisce? Che senso ha una giornata, la durata di una giornata, la scansione di una giornata, di un minuto, di un'ora, o la sequenza degli anni? Il calcolatore non vede il 2000 e tutti i computer del mondo dovranno essere riprogrammati a un costo immenso, altrimenti rifiutano di entrare nel nuovo millennio. Non sarà un segnale? E se tutti fossimo intenti a guardare dalla parte sbagliata? Se il lavoro fosse venuto improvvisamente a mancare come manca il latte alla madre quando non è più necessario per sopravvivere?
Siamo sicuri di dovere essere pagati per un lavoro - probabilmente sempre lo stesso - che deve durare fino a che siamo stanchi e andiamo "in pensione"? Non sono strani gli annunci che si susseguono: Non si va in pensione alla tale età, si va alla talaltra, come se fosse l'ora per andare a dormire, dentro una istituzione? Se la vita sociale avesse cominciato a darci segnali che non comprendiamo, come hanno fatto invano per millenni lo sguardo degli animali, l'incupirsi dei cieli, l'alzarsi e l'abbassarsi dei mari, gli umori della natura?
Che senso ha una giornata quando comincia? Serve a muovere altri passi di un lungo cammino? quale? per andare dove? È ragionevole sospettare che lo scopo di quella giornata (andare, tornare, trovare, incontrare, imparare, dire, sapere, comunicare) non sia che un falso scopo, perché ciascuno riceve una busta chiusa da aprire in volo, secondo la disciplina imposta ai piloti dei B 52 durante la guerra fredda, in modo che nessuno possa dire prima del tempo quale è il vero obiettivo? Mi stanno mandando messaggi? Chi?
Gli schizofrenici sostengono di riceverne, i mistici sentono voci: entrambi sacrificano la propria vita e quella degli altri per rispondere alle voci. Noi (molti di noi) li consideriamo pazzi. Lo sono davvero o hanno terminali più affinati dei nostri e sentono ciò che noi non sentiamo? O facciamo finta di non sentire?

© 1999, RCS Libri


L'autore
Furio Colombo ha 67 anni, è stato eletto il 21 aprile 1996 come deputato nella coalizione dell'Ulivo. Veniva da venti anni passati negli Stati Uniti, dov'è stato, dal 1888 al 1994, presidente della Fiat USA e, dal 1991 al 1994 direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di New York. Ha insegnato Giornalismo alla Columbia University e Cultura Italiana a Berkeley, è stato "visiting professor" alle università di Yale, New York e Stanford. Dal 1996 Furio Colombo, con la moglie, la scrittrice Alice Oxman, è tornato in Italia, dove vive a Torino e a Roma.



Rasupuram Krishnaswami Narayan
Il Chiacchierone

"Quando giunse davanti alla mia porta con la sua pesante valigia, un sacco a pelo elegantemente arrotolato e vari altri oggetti, l'intera Kabir Street era in preda all'orgasmo. La gente s'affacciava all'uscio per osservare il nuovo arrivato."


Finalmente l'editoria italiana ha espresso sensibilità e attenzione verso gli autori di quei paesi che tradizionalmente sono stati sottovalutati per decenni e che invece hanno prodotto opere contemporanee di grande interesse. Dall'Africa e dall'Asia arrivano romanzi densi, affascinanti, pervasi di quel realismo magico che connota da sempre queste letterature. Tempi e situazioni a cui l'uomo occidentale non è più abituato, riflessioni che non abbiamo più il tempo di fare e un'apertura verso il prossimo umile, sincera e concreta. E poi il mistero, che non è sempre necessario "spiegare", cui non deve per forza essere dato un senso. Non a tutto c'è risposta e non su tutto dobbiamo porre domande.
Alcuni romanzi di Narayan sono già stati tradotti in Italia. Ora arriva quest'opera del 1986, in cui un giornalista raffazzonato ma brillante, gran comunicatore, svolge il ruolo di protagonista e di narratore. Curioso per sua natura e sempre alla ricerca di una storia interessante da raccontare ai lettori, il Chiacchierone (così è soprannominato il giornalista) è immediatamente attratto da un viaggiatore che arriva a Malgudi, fermandosi a soggiornare nella trascurata sala d'aspetto della stazione, piena di cimici e zanzare. "Devo compiere una ricerca sul campo - spiega lo sconosciuto - raccogliere e organizzare i dati e scrivere la relazione". Ma dati su cosa? A quale scopo? E chi è poi veramente quest'uomo vestito di blu?
Malgudi è il tranquillo, semplice paese in cui spesso sono ambientate le storie raccontate da Narayan. Gli abitanti, ingenui e solitamente piuttosto pigri e abulici, vengono questa volta coinvolti più o meno consapevolmente nell'indagine. Dopo una lunga peregrinazione alla ricerca di un luogo più consono ove abitare, lo sconosciuto (che si chiama Rann e pare venire da Timbuctù) viene ospitato dal Chiacchierone, che, senza por tempo in mezzo, scrive immediatamente un articolo incentrato sulla sua misteriosa figura. Un ricercatore? Un rubacuori impenitente che fugge da una donna tentando di camuffarsi? La storia prende curiose e inaspettate direzioni nel suo procedere.
Ha scritto Claudio Gorlier su Tuttolibri: "La chiave di lettura rifiuta ogni etichetta sovrapposta e ci riconduce a una matrice quasi millenaria, pur nella sua naturale contemporaneità". Ed è questo il fascino dell'opera di Narayan, destinata ad "aprirci gli occhi" sullo spirito dell'India dei nostri giorni lasciando sempre e comunque un posto non piccolo al mistero, al surreale, alla magia di cui le altre civiltà, non del tutto fagocitate dall'Occidente, sono ancora fortunatamente intrise.


Il Chiacchierone di R.K. Narayan
Titolo originale dell'opera: Talkative Man

Traduzione di Federica Oddera
138 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Ugo Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-7746-942-0


Le prime righe



Il chiacchierone: così mi chiamano. Alcuni lo abbreviano affettuosamente in I.C.: mi sono guadagnato questo titolo, suppongo, perché non so trattenermi. L'impulso di condividere con qualcuno un'esperienza è irresistibile per me, e ridano pure alle mie spalle, gli altri. Non m'importa. Soffocherei se non parlassi, come il saggio Narada delle nostre leggende, forse, che a dispetto di tutto il suo acume e di tante qualità, si portava addosso la maledizione di dover spargere ogni giorno nuove chiacchiere perché non gli scoppiasse il cranio. Io mi sforzo semplicemente di interessare chi mi ascolta, si tratti di uno o di parecchi, e specialmente l'amico Varma, il proprietario dell'Hotel Senzainsegna. (Una persona piena di premure, tiene una sedia girata al contrario in un angolo per me, in modo che nessuno la occupi, anche se in affari non mi valuta più della tazza di caffè che mi offre ogniqualvolta mi fermo da lui.)
La mia sedia è davanti a un calendario con la figura di quel demone impossibile, Mahishasura: i serpenti attorciliati intorno al collo e alle braccia, la fronte chiazzata di cenere sacra, gli occhi strabuzzati tra le enormi basette, una scimitarra levata in alto, pronta a colpire. Non mi è mai piaciuta la sua immagine: troppo sconvolgente. Il calendario era vecchio di sette anni, maturo per la pattumiera, ormai, ma Varma non ne voleva sentir parlare. "Non butto via un calendario da trent'anni" si vantava. "Decorano le pareti di casa mia, anche quattro alla volta su un chiodo, uno sotto l'altro. Ci sono tutti i nostri dèi là sopra. Si può forse gettar via Dio?"
Non serviva a niente discutere con Varma; un uomo venuto su dal nulla, che aveva lasciato un lavoro assai umile per innalzarsi all'attuale condizione di proprietario del Senzainsegna, il che dimostrava, secondo lui, com'egli sapesse bene il fatto suo e non potesse mai sbagliarsi. Io non provai neppure a fargli cambiare idea: invece ascoltavo, talora addirittura apprezzavo, gli sprazzi delle sue reminiscenze. Per fortuna non era un gran parlatore, ma un ascoltatore nato, l'obiettivo ideale per un logorroico: persino contando i soldi continuava ad ascoltare, senza perdere una parola, mentre io gli sedevo accanto, vicino alla scrivania e raccontavo la mia storia.

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Rasupuram Krishnaswami Narayan, nato a Madras nel 1906, è uno dei maggiori scrittori indiani. Fra i suoi libri, ricordiamo: Swami e i suoi amici, Aspettando il Mahatma, Il mondo di Nagaraj, Il pittore di insegne, Raju della ferrovia, La stanza di Savitri, Una tigre per Malgudi. Da ricordare le sue versioni in prosa moderna dei grandi poemi epici indiani: Il Mahabharata e Il Ramayana.



Giuseppe Neri
Bolero

"Avvezzo a trafficare con le parole, a guardare nel cuore degli uomini e a rendere verosimile la psicologia dei personaggi, Bruzio sapeva che sono lo smacco, la sconfitta, più del successo o del colpo di fortuna, a disvelare l'umanità di un individuo, a misurarne la sua nobiltà o piccineria."


Una musica accompagna, come una colonna sonora, questo romanzo: è il Bolero di Ravel, la sua ritmica ossessiva, suoni che penetrano martellanti e inebrianti, così come martellanti e inebrianti possono essere i pensieri. Un tormento infatti non lascia mai la mente di Ettore Bruzio, il protagonista del romanzo, è la sua crisi creativa, l'incapacità di scrivere dopo essere stato considerato dalla critica e dai lettori un importante scrittore. La sua vita è condizionata da questa mancanza di ispirazione letteraria, pertanto (e nello stile e nel linguaggio Giuseppe Neri lo mette in evidenza) tutto il suo vivere si trasforma in letteratura. I rapporti con gli amici non sono mai istintivi e spontanei, ma riletti nella mente come una pagina scritta, il proprio ruolo nella società, condizionato da una fama ormai consolidata, ma non più giustificata, appare falso, letterario appunto. Manca in lui una particolare forza vitale, quella speciale curiosità che alimenta la vena di uno scrittore. Tutto ciò era già accaduto, ma di certo la malattia e la morte della moglie amata, non avevano aiutato l'anima stanca di Ettore. Improvvisamente però un incontro in casa di amici (con acutezza Neri descrive la superficialità e l'inutilità di tante sere tra "amici"), una donna, Elisa, risveglia la speranza di sensazioni e impulsi ormai da tempo dimenticati. Attimi magici, quasi da adolescenti, li uniscono, è forse un amore quello che nasce tra i due, che ha i suoi momenti di abbandono o di gioco, di allegria infantile e di complice silenzio: allora, pensa Ettore, c'è ancora speranza. Ma all'improvviso, la donna sparisce e, letterariamente, diventa una fuggitiva. Tutto allora rientra nel mondo della pagina scritta, del ricordo, dell'aridità e della finzione. Ma l'uomo, ogni uomo, ha bisogno anche di verità e di vita, di quella reale con le sue pulsioni e i suoi errori, con le gioie di un pranzo appetitoso e di una gita in campagna e così qualcosa si spezza nella testa di Ettore, una malattia che chiuderà in un buio assoluto la vita di questo ex scrittore. Il romanzo, molto letterario, talvolta anche un po' lento e forse barocco, ha però il merito di mettere sulla scena un tema estremamente interessante: la crisi della creatività, il silenzio dell'ispirazione. Molto intensa è anche la figura del protagonista, così come le sue divagazioni interiori, tutte dense di letterarietà e di quasi inconsapevoli citazioni.


Bolero di Giuseppe Neri
Pag. 110, Lire 22.000 - Edizioni Marsilio (Romanzi e racconti)
ISBN 88-317-7246-5


Le prime righe

1.

Non le dette neppure il tempo di rispondere alla domanda - le piace il Bolero? - che già dal giradischi, occultato nel lucido ventre di un antico, monumentale mobile, guarnito di scure modanature e rivestito di screziate impiallacciature, presero a frusciare gli ansiti dei tamburi, i colpi secchi e ravvicinati delle percussioni sui quali subito s'impose il canto del flauto che, con sinuosa eleganza, incominciò a scandire le note del tema do si do re do si la do do la do legandole con brevi arcate, con mobili e aeree volute.
Sorpresa dal repentino flusso sonoro che si dilatava nello studio in fuggevoli cerchi concentrici, la donna si era come irrigidita nella poltrona, quasi che l'apparente staticità le permettesse di entrare in sintonia con quella musica che, nella cadenza iterativa delle note e nella martellante, ininterrotta scansione dei tamburi, andava svelando la sua trama ossessiva.
L'uomo dal suo angolo, un po' defilato, tentava di mettere a fuoco qualche dettaglio della sua figura, di carpirne qualche tratto rivelatore, capace poi, ritrovandolo nella memoria, di restituirgli, intera, la sua immagine.
Fu con sorpresa che notò, in questo giro perlustratore dello sguardo, la brina dei primi capelli bianchi sulle tempie che stranamente però, anziché suggerire l'imminente sfiorire della giovinezza, accentuava il fulgore della sopraveniente maturità, anche perché essa veniva esibita esibita con noncuranza, quasi con spavalda civetteria.
L'oboe d'amore, subentrato al flauto, con il suo timbro barocco, insinuante, che evoca la frusciante morbidezza dei velluti, si produceva nell'assolo. Le note, liquide, soffici, trascorrevano dai toni bassi e ombrosi ai vertici aguzzi e vibranti, in un rapido e flessuoso saliscendi. C'era una calma esplosione di energia vitale in quel singultante fluire, un ambiguo seppur marcato sentore erotico in quel procedere serpeggiante e ripetitivo, ma lui vi indovinava - e vi privilegiava - una segreta invocazione di morte.

© 1999, Marsilio Editori


L'autore
Giuseppe Neri, nato a S. Apollinare (Fr), vive a Roma. Ha collaborato al "Mondo" di Pannunzio, a "Tempo presente", a "Nord e Sud" e a "Il Messaggero". Lavora alla Rai, dove per quindici anni ha condotto il rotocalco quotidiano Il Paginone e attualmente è il responsabile della cultura delle tre reti radiofoniche. Ha pubblicato L'uccello di Chagall, Verso il terzo millennio, e la raccolta di racconti L'ultima dogana.



Frédéric Richaud
Il signor giardiniere

"Il giardino straripava ora di colori e di linfe nuovi, s'impennacchiava in superficie di foglie dentellate o tonde, di corolle, di serpentine, di fiori, mentre nelle oscure e molli profondità del suolo e dei rami ogni ortaggio, ogni frutto finiva di perfezionare le sue forme prima di mostrarsi alla luce degli uomini."


Si può ricostruire la storia attraverso la narrazione di eventi minori, tratteggiando le vicende di semplici "comparse"? Moltissimi scrittori e storici hanno già ampiamente dimostrato che non solo è possibile, ma che anzi è il miglior modo per conoscere davvero un mondo così lontano nel tempo, con usi e costumi, tradizioni e curiosità talvolta impensabili. Un nuovo tassello in questo mosaico lo offre Richaud con questo romanzo, supportato da molti riferimenti storici corretti. Attraverso la storia privata di un giardiniere di Versailles veramente esistito, Jean-Baptiste de La Quintinie, e dei suoi rapporti con Luigi XIV e con la corte, l'autore ricostruisce un periodo cruciale della storia di Francia. Turenne e Condé sono impegnati nel conflitto con l'Olanda, tra la gente comune comincia a divenire palpabile il malumore per le eccessive spese di guerra, per i fasti esagerati della corte e le imposte e i sacrifici che ne derivano. La società francese dunque è in fermento. Ma per un giardiniere, attento solo al benessere di fiori, ortaggi e alberi da frutto, tutto sembra scorrere con serena calma, seguendo il corso delle stagioni, sebbene l'arte del giardinaggio sia non facile mestiere, specie se svolto per un committente così impegnativo ed esigente. "Il minimo atto poteva avere conseguenze fauste o disastrose", come ben sa chi ha anche una modesta esperienza di coltivazione. Un errore di valutazione può pregiudicare il lavoro di mesi se non di anni; una distrazione può anche causare la morte di essenze rare, preziose, danneggiare la bellezza dell'insieme, l'armonia di forme e colori. E se improvvisamente il Re richiedesse frutti e ortaggi per organizzare un banchetto per mille persone? Gli eventi importanti, quelli che creano la storia, possono incidere anche sulla vita dei singoli: una vittoria di Condé, da festeggiare, aveva ricadute inaspettate sulla gestione del frutteto e dell'orto di Versailles, con la richiesta di un'improvvisa superproduzione per far fronte alle necessità della cucina. Seppure così impegnato nella gestione dei terreni, anche un giardiniere del Re, non poteva tuttavia rimanere a lungo estraneo alle vicende che la Storia, quella ufficiale, stava costruendo attorno a lui. La Quintinie, col procedere della narrazione, aprirà gli occhi sulla realtà, sulla miseria circostante, sulla carestia che incombe sulla Francia, sull'indifferenza del Re e dei nobili, interessati esclusivamente ad esaltare in ogni modo il proprio potere e la propria forza, anche attraverso faraoniche costruzioni come la Reggia di Versailles, il suo immenso parco, le sue fantasmagoriche aiuole, le grandiose serre... Scandita dai tempi della natura, immutabili, si avvia al termine la sua vita, nello sconforto dato dalla consapevolezza di essere una creatura impotente di fronte all'ingiustizia e alla prevaricazione. Unica salvezza un legame eterno con la terra e le piante da cui tanto ha ricevuto e a cui ha dedicato l'esistenza.


Il signor giardiniere di Frédéric Richaud
Titolo originale dell'opera: Monsieur le jardinier

Traduzione dal francese di Francesco Bruno
156 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN 88-7928-470-3


Le prime righe

I

In quell'agosto 1674, Versailles parlava soltanto della guerra. Dopo la folgorante vittoria del Re contro un'Olanda ritenuta troppo ambiziosa, i due migliori generali del regno, un tempo nemici, univano le loro forze nel tentativo di stroncare la coalizione europea che aveva forzato i confini settentrionali. Dalla parte di Seneffe, Condé, il frondista pentito, conteneva gli assalti di Guglielmo d'Orange. La campagna batava andava a fuoco, risuonava di rulli di tamburi, cannonate e grida; i morti si contavano a migliaia, tanto in un campo quanto nell'altro.
Sulla frontiera lorenese, i contadini del Palatinato avevano ucciso e continuavano a uccidere senza pietà i rappresentanti dell'ordine monarchico. I racconti che arrivavano a Versailles erano terrificanti: i contadini, armati di forconi e di coltelli lunghi un braccio, spuntavano fuori nelle notti illuni, sgozzavano i soldati francesi e sparivano silenziosi nelle profondità dei boschi per rispuntare l'indomani altrove, da nessuna parte, dappertutto. Grazie a Dio Onnipotente, Turenne, il salvatore dell'Alsazia, aveva avviato l'opera di repressione con una brutalità tale da far sperare che avrebbe domato in men che non si dica i demoni palatini. I borghi venivano incendiati, la popolazione massacrata.
Giorno dopo giorno, nei corridoi e nei giardini di Versailles echeggiava il frastuono delle battaglie o l'ancor più raccapricciante strofinio delle pietre focaie sulle lame dei contadini tedeschi. Le grandi feste, la bellezza di Athénaïs de Rochechouart, il mormorio delle fontane, la musica del divino Lully chetavano gli animi per il tempo di una giornata. L'indomani ricominciavano le inquietudini e le domande: di quant'erano avanzati i soldati? quanti erano i prigionieri? quante le bandiere strappate al nemico? Disgraziatamente, nei resoconti quotidiani, il Re e Colbert erano per lo più laconici: "Condé e Turenne - la corte si rassicuri - sono in procinto di vincere". Naturalmente, si voleva saperne di più; si passavano ore a spiare gli emissari stremati che venivano a dar conto delle manovre ai loro capi. Erano incorruttibili. Non trapelava niente.

© 1999, Ponte alle Grazie


L'autore
Frédéric Richaud è nato nel 1966. Questo è il suo primo romanzo ed è stato pubblicato in Francia dalle Éditions Grasset & Fasquelle.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




10 settembre 1999