Alberto Asor Rosa
Un altro Novecento

"La mia opinione, del resto già più volte espressa in passato, è che alla genesi del Novecento presiedano mutamenti strutturali nelle condizioni dell'operare letterario, che vanno dal campo epistemologico a quello della sociologia del lavoro intellettuale (sono i fenomeni studiati nei saggi che costituiscono la sezione Fondamenti)."


Il titolo che Asor Rosa ha assegnato a questa sua ultima raccolta di saggi, vuole indicare come parte della produzione intellettuale e letteraria di questo secolo sia rimasta spesso sotterranea, inesplorata e quasi ignorata, rispetto ad alcuni autori e movimenti che rimangono nel comune sentire, e non solo, come emblemi di questo travagliato secolo.
I saggi che compongono l'opera erano già stati pubblicati in varie sedi, inedita è invece l'Introduzione in cui l'autore indica le linee di lettura dell'opera e guida all'analisi del volume attraverso alcuni criteri. Nella prima sezione, Fondamenti (il cui primo lungo saggio, Intellettuali, traccia un esame interessante e sempre attuale del significato e del ruolo del lavoro intellettuale individuandone le radici storiche), indica i "mutamenti strutturali" nell'operare letterario che si sono verificati in questo secolo, sia da un punto di vista epistemologico che sociologico. La seconda sezione del volume, Questioni, approfondisce un altro ordine di problemi che dalla prima derivano, cioè evidenzia le contaminazioni su cui questo secolo ha prodotto la propria letteratura, una volta attuata la "rottura con la tradizione". Materiali e linguaggi nuovi, spazio e tempo concepiti in modo rivoluzionario, nuovi conflitti e nuovi dinamismi che vedono un diverso ruolo della critica e la possibilità di comunicazione attraverso strumenti inediti. La lingua "di massa" pone prospettive di lavoro impensabili, il cinema è un'arte che riceve e offre elementi di contaminazione con la letteratura e forme di narrazione finora inesplorate. La terza parte del volume, Figure, esamina alcuni intellettuali, poeti e narratori, che non sono stati dalla critica (che per Asor Rosa ha spesso assunto uno funzione di sostituzione e di allontanamento dai testi) valorizzati adeguatamente, se non del tutto ignorati. È questo Novecento che per l'autore sa dire parole nuove ed efficaci e che è necessario recuperare e rileggere con attenzione, nelle sue vene satiriche o drammatiche, nella solitudine o nella confusione che denuncia.
In conclusione l'attenzione che la stampa specializzata ha prestato a questo ricco saggio di critica letteraria dimostra come alcuni "maestri", tra i quali si deve porre Asor Rosa, al di là dell'umore dei tempi, sappiano dare indicazioni di metodo utili e illuminanti. Critico militante, in epoca di caduta delle ideologie, sinceramente convinto del ruolo sociale dell'intellettuale e, gramscianamente, dell'importanza che il lavoro intellettuale ha nell'evoluzione democratica della società, ci si augura che il messaggio che questo coerente studioso comunica possa uscire dall'orticello della letteratura.


Un altro Novecento di Alberto Asor Rosa
Pag. 399, Lire 42.000 - Edizioni La Nuova Italia (Biblioteca di cultura, 227)
ISBN 88-221-2846-X



Le prime righe

INTELLETTUALI


1. LAVORO INTELLETTUALE E LAVORO MANUALE

L'uso del termine "intellettuale" è piuttosto recente; non sembra si possa risalire al di là della seconda metà del secolo XIX, quando si diffonde e s'impone nelle lingue europee dapprima la parola russa intelligencija (Boborykin, Turgenev), poi il termine "intellettuali" per indicare uomini di cultura che si attribuiscono particolari compiti e doveri nella società politica. Tuttavia, nessuno potrebbe affermare che non esistano funzioni specificamente intellettuali all'interno della divisione sociale del lavoro anche prima che la funzione venga riconosciuta in questa forma specifica e altamente settoriale. Una spiegazione possibile di questo ritardo nella formazione del concetto è che, come sovente accade in tutto ciò che riguarda le forme lavorative umane, esistono dei lati permanenti, come quello rappresentato dalla separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che il processo di produzione capitalistica riprende e trasforma al tempo stesso in modo radicale. Così, se la funzione intellettuale è sempre esistita in varie forme, la coscienza e la funzione di ceto, che sono legate alla particolare collocazione sociale degli intellettuali nel mondo creato dalla rivoluzione industriale (postsettecentesco, dunque), si danno per la prima volta soltanto nel corso della storia del capitalismo moderno, e in stretta relazione con quella profonda modificazione dei ruoli e della divisione sociale del lavoro, che sono conseguenti alla rivoluzione capitalistica.
Non è un caso che le prime sistematiche riflessioni sul ruolo e sulla funzione del lavoro intellettuale siano contenute precisamente nel corso di analisi che mettono a fuoco l'insieme dei problemi sollevati dalle trasformazioni dell'economia e della produzione. Se oggi non si sarebbe più disposti ad attribuire un valore assoluto all'affermazione di Marx, secondo cui "la divisione materiale del lavoro è il presupposto della divisione del lavoro intellettuale", è innegabile che esista un'interrelazione molto precisa tra le diverse forme di organizzazione del lavoro e quelle, più specifiche, che si definiscono intellettuali.

© 1999, La Nuova Italia Editrice


L'autore
Alberto Asor Rosa (Roma 1933), insegna letteratura italiana alla "Sapienza" di Roma. Si è occupato pressoché dell'intero arco storico della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri. Fra i molti volumi pubblicati si ricordano: Scrittori e popolo; Intellettuali e classe operaia; La cultura della Controriforma; La cultura del Novecento; Genus italicum. Ha dato prova anche di scrittura saggistico-creativa con L'ultimo paradosso e con Fuori dall'Occidente. Ha diretto la Letteratura italiana Einaudi.



Jorge Ibargüengoitia
Due delitti

"Non scorderò mai il mio arrivo a Muérdago. Rimasi fermo all'angolo dei portici guardando la gente che girava per la Plaza de Armas e, intanto, ascoltava l'orchestrina. Mi sarebbe piaciuto fare il cambio con chiunque di loro."


Un giallo davvero originale nel panorama editoriale italiano per i contenuti, per l'ambientazione, per il linguaggio. L'autore è un romanziere messicano che arricchisce le sue pagine di riferimenti politici, culturali, sociali legati al suo paese. E così la storia prende direzioni diverse da quelle prevedibili e consuete. Il protagonista, Marcos González, frequenta ambienti politici avversi al regime che lo portano a scontrarsi con il potere, fino a dover fuggire da Città del Messico, separandosi anche dalla compagna, Chamuca, una bella ragazza molto intelligente. Trovare una nuova sistemazione non sembra difficile: destinazione Muérdago, dove vive un vecchio e ricchissimo zio, Ramón Tarragona, per proporgli un "affare" e ricavare i soldi sufficienti a riprendere la fuga in compagnia di Chamuca. Senza por tempo in mezzo, Marcos suggerisce allo zio, che si rivela subito interessato, di rilevare una vecchia miniera di creolite abbandonata che, a suo dire, frutterebbe svariati milioni di pesos. Prima saranno necessari alcuni prelievi di materiale e accurate ricerche sul posto che Ramón, ovviamente, dovrebbe sovvenzionare. Il piano di Marcos prevede una rapida fuga appena entrato in possesso dei quarantamila pesos necessari per i primi lavori alla miniera. Ma la casa dello zio, abitata e frequentata da tutti i parenti più stretti (compresi alcuni nipoti decisamente interessati), si rivela una specie di trappola da cui scappare è difficile, e la vicenda lentamente si colora di giallo, con tanto di delitto (anzi due), veleno, indagini. E non manca la componente di erotismo e sensualità scatenata dalle donne della casa.
Atmosfere calde, lente, afose, la luce delle terre messicane, il sole e l'aria di un paese di cui ci si sente circondati, avvolti. La capacità di Jorge Ibargüengoitia di descrivere la sua terra e di far partecipare il lettore dei modi di vita, dei pensieri e delle abitudini dei suoi abitanti, è davvero notevole.


Due delitti di Jorge Ibargüengoitia
Titolo originale dell'opera: Dos crímenes

Traduzione di Angelo Morino
239 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n.439)
ISBN 88-389-1494-X


Le prime righe

I


La storia che sto per raccontare inizia una notte in cui la polizia violò la Costituzione. Fu anche la notte in cui la Chamuca e io organizzammo una festa per celebrare il nostro quinto anniversario, non di nozze, perché non siamo sposati, ma della sera in cui lei "mi si concesse" su uno dei tavoli da disegno del laboratorio del Dipartimento di Progettazione. C'era un'aria carica di smog che non lasciava vedere neppure il monumento alla Rivoluzione che dista due isolati, io facevo il disegnatore, la Chamuca aveva studiato sociologia, ma aveva un posto da dattilografa, entrambi facevamo gli straordinari, non c'era nessuno nel laboratorio. Alla festa per l'anniversario avevamo invitato sei fra i nostri migliori amici, cinque dei quali arrivarono alle otto carichi di regali; il Manotas col libro di Lukács, i Pereira col jorongo di Santa Marta, Lidia Reynoso con certi piatti di Tzinzunzan e Manuel Rodríguez con due bottiglie di ottima vodka che si era procurato tramite un amico suo che lavorava all'ambasciata sovietica.
Non mi sono mai trovato in un gruppo affiatato come all'inizio di quella festa, parlammo, bevemmo, ridemmo e cantammo come se fossimo stati fratelli. Il Manotas era di ritorno dalle vacanze al mare. Descrisse un luogo appartato, senza turisti, con una spiaggia di sabbia fine, un'insenatura dall'acqua cristallina e telline appena tirate fuori dal mare. Volli avere maggiori ragguagli e lui scrisse sulla mia agenda: "dal porto di Ticomán prendere la lancia che va alla Spiaggia della Mezzaluna (Hotel Aurora)". Non immaginai il significato che quell'appunto avrebbe avuto per me.
Alle undici la Chamuca servì il tamal de cazuela. Stavamo mangiandolo quando arrivò Ifigenia Trejo, la sesta invitata, con uno sconosciuto. Appena questi ebbe varcato la soglia la festa si raggelò come se fosse caduto un acquazzone. Ifigenia lo presentò come "Pancho" e noi come "degli amici".
Fin dal primo momento Pancho mi fece una brutta impressione: aveva un dente d'oro, la pappagorgia, vestito completo, cravatta e camicia. La prima cosa che fece dopo averci stretto la mano fu chiedere il permesso per andare in bagno. Appena fu uscito dal salotto domandai a Ifigenia che stava accomodandosi su una delle seggiole di vimini:
- Chi è?
- Lavora alla Questura.
- Perché l'hai portato? - Perché voleva conoscervi.

© 1999, Sellerio editore


L'autore
Jorge Ibargüengoitia (Guanajuato 1922 - Madrid 1983) è autore di numerosi romanzi molto apprezzati in Messico, fra cui Le folgori di agosto, Il caso delle donne morte e Ammazzate il leone.



Nella Larsen
Sabbie mobili

"La sua mente era confusa, agitata, girava vorticosamente. Nel suo corpo emaciato infuriava la disillusione. Un caotico tumulto. Dopo che il sipario ottenebrante della religione venne strappato via, fu in grado di guardarsi attorno e osservare con occhio sbigottito quello che aveva fatto a se stessa."


Helga Crane è una figura femminile che resta scolpita nell'immaginario del lettore, una ragazza ribelle e apparentemente indomabile, con la coscienza della propria insoddisfazione e la frustrazione di non trovare una propria collocazione né nel mondo dei bianchi, né in quello dei neri. Le sue origini, così dolorosamente rinfacciate alla ragazza dalla società che la circonda, resteranno in lei come una colpa inconfessabile: la madre, una giovane donna danese, abbandonata dal marito, nero, quando la figlia era ancora piccola, aveva pagato il suo tentativo di rompere la impietosa legge della separazione delle razze. Aveva tentato di ricostruirsi una vita con un altro uomo, ma quella figlia "nera" era una colpa da cui non poteva liberarsi. Così era precipitata nell'alcolismo e nella disperazione e la sua morte era stata la definitiva dichiarazione di solitudine per la piccola Helga. Uno zio le aveva dato la possibilità di studiare e il romanzo si apre con la visione della ragazza, insegnante in una scuola abbastanza elitaria, esclusivamente per ragazzi neri, da cui però medita di allontanarsi. Perché rifiuta una situazione apparentemente di privilegio e un matrimonio imminente? Quella scuola educa i ragazzi all'imitazione della razza bianca e al desiderio di nascondere le proprie peculiarità razziali in un perdente e frustrante mimetismo. Nessun abito colorato, nessuna esuberanza è concessa: Helga sente di non poter più accettare questa complicità, né il matrimonio con un collega perfettamente inserito nell'ambiente. Se ne va all'improvviso, dopo un colloquio col giovane preside che le provoca un forte turbamento. Raggiunge New York, trova lavoro, trova altri amori, ma in fondo alla mente riemerge ogni tanto l'immagine di quel giovane preside, così intellettualmente onesto e puro. Un fortuito caso la porta a rivederlo, ma la ragazza sfugge, quasi spaventata, alle attenzioni che lui le dimostra. Continua il peregrinare di Helga, bella, forte, coraggiosa ragazza nera alla ricerca di se stessa. Ma un evento, imprevedibile, le cambia davvero la vita e... la spegnerà. Una conversione improvvisa, la fede come salvezza, un uomo di Dio come compagno: questo sembra a Helga il destino che le darà pace. Ma la Larsen ci offre invece l'immagine della graduale distruzione di questa donna inquieta e un quadro della condizione femminile, soprattutto delle donne di colore, nel primo Novecento. Gravidanze non desiderate e ravvicinatissime le distruggono il corpo e le tolgono ogni energia, il marito, un rispettato pastore, le provoca disgusto, le rimane ancora un briciolo di energia per pensare a un ultimo atto di ribellione e di fuga, ma ormai, tutto si rivela inutile, tutto è perso, la sua condanna a rivivere ruoli e funzioni che rifiuta, ma che la società le impone, è definitiva.


Sabbie mobili di Nella Larsen, a cura di M. Giulia Fabi
Titolo originale: Quicksand

Traduzione di Francesca Biondi
Pag. 187, Lire 25.000, Edizioni Le Lettere (Pan narrativa)
ISBN 88-7166-450-7


Le prime righe

Uno

Helga Crane sedeva sola nella sua stanza, che a quell'ora, le otto della sera, era immersa in una dolce penombra. Un'unica lampada da tavolo, schermata da un ampio paralume rosso e nero, proiettava un cerchio di luce sul tappeto cinese di colore blu, sulle copertine lucide dei libri che aveva levato dai lunghi scaffali, sulle pagine bianche aperte del volume prescelto, sullo scintillante ottone del vaso posto sul tavolino accanto a lei e abbellito da nasturzi di vari colori, e sulla seta orientale dello sgabello su cui aveva posato i piedi sottili. Era una stanza confortevole, arredata con un gusto insolito e intensamente personale, inondata dal sole del Sud durante il giorno, ma in quel momento raccolta nell'ombra, con le tende tirate e illuminata da un'unica lampada. Una stanza spaziosa, anche. Così ampia che l'angolo in cui Helga era seduta pareva una piccola oasi in un oceano di tenebra. E stranamente silenziosa. Ma a lei piaceva così, dopo una faticosa giornata di lavoro, dopo le difficili lezioni in cui dava volentieri il meglio di sé senza risparmiarsi e senza vederne, a prima vista, nessun riscontro. Amava immergersi in questa tranquillità, in questa calma, dopo l'irritazione e lo sforzo delle lunghe ore trascorse insieme a noncuranti colleghi scortesi e pettegoli, dopo la severa rigidità di comportamento richiesta in quell'enorme comunità di insegnanti di cui lei era una parte insignificante. Questo era il suo riposo: questo voluto, breve isolamento della sera, questo piccolo periodo di solitudine nella sua stanza elegante, insieme ai suoi libri. A quell'ora, al bussare degli altri insegnanti venuti a raccontare di nuovi pettegolezzi, oppure in cerca di informazioni o di altri favori più concreti, o semplicemente passati per chiacchierare un poco, Helga Crane non apriva mai la porta.
A chi l'avesse osservata sarebbe apparsa particolarmente adatta a quella cornice di luce e ombra. Una ragazza snella di ventidue anni, dalle spalle strette e leggermente spioventi, con braccia e gambe sottili ma armoniose, che emanava, nonostante tutto, un'aria di raggiante e spensierata salute.

© 1999, Casa Editrice Le Lettere


L'autrice
Nella Larsen nacque a Chicago nel 1891 da madre danese e padre originario delle Indie Occidentali. Trascorse gran parte della sua vita a New York, dove morì nel 1964.
Raggiunse la fama come scrittrice alla fine degli anni Venti, durante il "Rinascimento di Harlem", un euforico periodo di grande produttività e visibilità artistica afroamericana. La Larsen pubblicò due romanzi: Sabbie mobili, nel 1928, e l'anno successivo Passing. Un suo racconto, Libertà, è apparso nell'antologia Volo di ritorno.



Stewart O'Nan
Mi chiamavano Speed Queen

"Era questo il mio soprannome sui giornali - mi chiamavano Speed Queen. Mi sono sempre mossa un po' più veloce del resto del mondo. Per questo ora sono qui, immagino."


"Perché li ho uccisi? Io non li ho uccisi." Così inizia a raccontare la sua storia Speed Queen (gioco di parole tra velocità e anfetamina), Marjorie Standiford, la voce narrante di questo romanzo. Una ragazza fatta per la velocità, cui il mondo è "sempre parso un po' lento". Una ragazza nata in campagna che trasforma piano piano la propria esistenza tranquilla, tradizionale, in un incubo. Lo spunto per la narrazione è interessante, originale. Il celebre Stephen King ha mandato un questionario con tantissime domande a Marjorie, ormai rinchiusa nel braccio della morte di un carcere americano in attesa dell'imminente esecuzione, per realizzare un romanzo dalla sua storia, naturalmente offrendole un adeguato compenso. Lei accetta di rispondere, anche perché desidera chiarire meglio gli eventi che hanno portato la sua vita verso questo baratro, in un'inarrestabile corsa incontro alla propria fine, trascinando con sé (e con il marito Lamont e l'amante di entrambi Natalie) le proprie vittime. Sullo sfondo di strade americane tutte uguali fra loro, di catene di drugstore, dell'odore dell'olio usato per friggere le patatine, della droga e dell'alcol, si svolgono gli omicidi efferati della piccola "banda", raccontati da Marjorie come "visti dall'esterno" da spettatore e non da partecipante, come in un sogno-incubo nemmeno tanto intenso. Ricostruzioni dettagliate e fredde di momenti drammatici, che non possono portare che a un epilogo tragico: un marito morto, un figlio allontanato, un'amica-amante ferita che racconterà la storia a modo suo, una condanna senza appello.
"Nei film una scena di morte è sempre un gran bel finale a effetto, perciò potresti descrivere l'esecuzione - scrive con cinismo e senza il minimo autocompiacimento Marjorie, rivolgendosi a Stephen King - nella realtà le cose non sono mai così drammatiche, ma non fa niente. Tanto la gente non vuole la realtà, la trova noiosa".


Mi chiamavano Speed Queen di Stewart O'Nan
Titolo originale dell'opera: The Speed Queen

Traduzione dall'inglese di Raul Montanari
212 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70113-8


Le prime righe

1,2,3, PROVA

Spero che non ti dispiaccia, ma questa prima parte ho preferito scriverla, così adesso mi basterà leggerla e sarà cosa fatta. L'avvocato Jefferies mi ha dato una mano. Spero che vada bene.
Okay, ora la leggo.
Prima di cominciare vorrei dire che cercherò di ricordare tutto quanto meglio che posso, anche se qua e là so che sbaglierò. Le cose che vuoi sapere sono successe otto anni fa, prima che io incontrassi il Signore. Allora ero una persona diversa, una persona che adesso non riesco nemmeno a capire del tutto. Questa non è una scusa, né lo è la droga. Mi assumo piena responsabilità per le cose che ho fatto - niente di più, niente di meno. Mi dichiaro innocente e considero ingiusta la mia condanna. Credo sia anche importante che il pubblico sappia che mi oppongo legalmente a qualunque genere di pena capitale, non solo nel mio caso personale.
Va bene così? Naturalmente non sei obbligato a utilizzare queste parole, se non vuoi. L'avvocato Jefferies ha detto che potremmo metterlo proprio all'inizio del libro. Ha detto che l'idea potrebbe andarti a genio perché così fa sembrare tutto più reale - tipo "basato su una storia vera". Io non so niente su come si scrive un libro, perciò questo genere di cose spetta a te. Mr Jefferies ha detto che dovevo semplicemente farlo per evitare problemi legali.
È un romanzo, giusto? Perciò uno s'immagina che sia tutta roba inventata. All'inizio dovrebbe esserci scritto quello che mettono alla fine dei film - ogni riferimento a persone vive o morte è puramente casuale - anche se poi tutti sanno che non è vero. Scommetto che tutti ti chiedono del personaggio di Jack in Shining, se sei davvero tu. E tu rispondi di no, ci scommetto, o magari dici che lui è solo una piccola parte di te. Questo invece sarà piuttosto come Dolores Claiborne incrociato con Il miglio verde, comunque. Finché dici che è fiction e ci metti dentro quella frase sei a posto, non sei veramente obbligato a rispondere. Ma l'avvocato Jefferies ha detto che il fatto di metterci "basato su una storia vera" è una furbata, e allora io gli ho detto, bene, mettiamocelo.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli editore


L'autore
Stewart O'Nan è nato nel 1961 a Pittsburgh e ha pubblicato il suo primo romanzo, Snow Angels, nel 1993. Da allora sono apparsi altri tre romanzi e una raccolta di racconti. Nel 1996 è stato selezionato da Granta come uno dei migliori giovani romanzieri americani.



Jeremy Seal
Viaggio nelle terre dei serpenti

"Noi scaviamo fossati nella nostra mente per tenere lontani i serpenti. Sir Henry ... faceva di meglio e ne scavava uno lungo il contorno della sua proprietà."


Uno degli animali più affascinanti della terra è indubbiamente il serpente. Suscita amore o odio, c'è chi lo detesta e lo evita e chi ne è attratto, incantato. Difficilmente, comunque, il serpente lascia indifferenti gli esseri umani. Specie poi se oltre che essere serpente è anche velenoso e, ancor più, mortale. La modesta vipera nostrana molto raramente porta alla morte con un suo morso, ma molte varietà esotiche uccidono nel giro di pochi istanti. La sfida uomo-serpente diventa allora metafora della lotta per l'esistenza e segno della forza e del coraggio di chi osa affrontare un simile nemico, e vincerlo. Su queste vittorie è basato il lungo racconto (fatto di tanti singoli episodi) che l'autore propone come Viaggio nelle terre dei serpenti. Uomini morsi da rettili velenosi, condannati apparentemente a morte certa, ma che sono riusciti a sopravvivere. Uomini che con questi animali convivono quotidianamente, per amore o per forza, per lavoro o per passione. Dal sacro cobra venerato dagli indù, ai terrificanti serpenti australiani come il taipan e il serpente bruno reale, assassini velocissimi e insidiosi per i coloni dell'immenso deserto del continente. Dalle tante varietà di crotali americani, maneggiati da Ken, un omone con la barba (per creare antidoti), al mamba africano, ricercato da Francis, cacciatore di serpenti per necessità di sopravvivenza. Dai rettili mitici delle leggende, creati sulla base di esemplari realmente esistiti, ma trasfigurati nella fantasia e nel racconto sino ad assumere tutti i toni dell'arcobaleno (creste piumate, denti terrificanti, la potenza e la forza che nessun essere vivente sulla terra possiede...), ai serpenti reali quelli che, anche piccoli, modesti, poco colorati e poco coraggiosi, colpiscono all'improvviso e annientano la vittima.
Seal ha ricercato nel mondo i pochi, pochissimi eletti che sono sopravvissuti al morso di un serpente mortale, ha tentato di ricostruire le loro storie, il terrore successivo al morso, la certezza di essere finito, la speranza di farcela. "Storie di persone, verosimili, vere, inventate o scoperte in archivio non importa, in fondo - scrive Dario Voltolini su Tuttolibri - Prendiamole per vere, è questo il gioco a cui siamo chiamati." Un gioco che ha avuto origine nella paura incondizionata dello stesso autore e che finisce nell'esorcizzare le paure, più o meno confessate, di tutti.


Viaggio nelle terre dei serpenti di Jeremy Seal
Titolo originale dell'opera: The Snakebite Survivors' Club

Traduzione dall'inglese di Pietro Ferrari
389 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4324-6


Le prime righe

PROLOGO

Fermo sulla porta, rinviavo il momento di entrare con una nervosa sigaretta. Uno dei gorilla dall'altra parte mi restituì lo sguardo attraverso le sbarre della gabbia. Restammo a fissarci per un poco. Gli occhi della scimmia erano tristi e insondabili. Quelli dell'umano, immaginai, ansiosi e inquieti.
Il gorilla si grattò, sbadigliò e si lasciò ricadere sulla paglia. Mi voltai verso l'edificio alle spalle. Era un palazzo squadrato, in stile neoclassico. Un fregio decorativo correva intorno ai portali dov'erano incisi rilievi di iguana, lumache, salamandre, rane, alligatori, pitoni e, al posto d'onore, sulla chiave di volta, tre cobra dal cappuccio, imberrettati da un bitume nero sgocciolato dal tetto nel caldo di una precedente estate londinese. Si avvicinò un gruppo di scolaretti. "Oh no, Priscilla!" gridò un ragazzino, rendendosi conto di ciò che aveva in serbo l'edificio. "Questo è quello che fa paura!"
Anni prima, da bambino, mi ero fermato sulla stessa porta. Ricordo come avessi immaginato, all'interno, una fossa senza fondo traboccante di serpenti, trecce di serpenti che si rovesciavano sul pavimento scintillante prima di sciogliersi e scivolare a schiera per i lunghi corridoi, finché le immagini avevano fermato i miei passi. Le palme avevano incominciato a prudermi per il sudore e mi erano venute le lacrime agli occhi: trent'anni dopo, la situazione non pareva molto diversa.
Naturalmente, non ero solo nel mio timore dei serpenti. Fin da quando il primo serpentarium o reptilium aprì i battenti allo zoo di Londra nel giugno 1849, nell'edificio simile a uno chalet svizzero che aveva fino allora ospitato i carnivori, i bambini hanno pianto fra i portali e gli adulti hanno distolto lo sguardo, pallidi in viso. Beatrice Thompson, che visitò di frequente lo zoo alla fine del secolo scorso, asseriva di sapere con certezza che "molte donne delle classi colte si rifiutavano con fermezza di mettere piede nel Rettilario".

© 1999, Edizioni Piemme


L'autore
Jeremy Seal ha lavorato per varie case editrici inglesi e insegnato in Turchia. Oggi vive a Bath e scrive articoli di viaggio per il Daily Telegraph, il Times e il Sunday Times. Ha pubblicato un libro sull'impero ottomano, A Fez of the Heart.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




3 settembre 1999