Patrick Redmond
L'allievo

"Quando si stabilisce un rapporto, si diventa vulnerabili. Si comincia ad averne bisogno. Il rapporto diventa il centro della tua vita, e il giorno in cui te lo tolgono, se ne va anche tutta la tua gioia di vivere."


Il romanzo non è propriamente un giallo, né un horror (anche se vi sono molti elementi che richiamano questo genere), piuttosto un quadro delle deformazioni della vita all'interno di una istituzione assoluta come il collegio e la descrizione della buona borghesia inglese degli anni Cinquanta. Su questo tema si inserisce una oscura e demoniaca vicenda di morti e di odi che trasformeranno un collegio elitario in un luogo dell'orrore.
La violenza dei rapporti, che domina tra gli alunni "anziani" e quelli arrivati da poco, richiama la vergognosa pratica del "nonnismo" all'interno delle caserme e come quello esprime lo spirito di sopraffazione di chi ha il solo merito di essere da più tempo all'interno di una istituzione e la volontà di abbattere la coscienza critica del neofita integrandolo in un universo in cui alcuni "valori" devono essere assolutamente condivisi. Collegio come caserma, anzi come deformazione dello spirito della caserma: aggressività, forza brutale e irrisione delle fragilità altrui, affermazione di sé ottenuta con la violenza.
Anche il perbenismo e la morale maschilista denunciati nel romanzo paiono elementi presenti in modo clamoroso negli anni Cinquanta, ma non certo oggi estinti. Una società sessuofoba che considera l'omosessualità una colpa e un peccato da espiare; l'apparente armonia della famiglia che nasconde patologie psicologiche e drammatici malesseri; il rapporto tra le generazioni dominato dall'autoritarismo più brutale; il successo professionale, la ricchezza, l'affermazione sociale come aspirazioni al cui raggiungimento si affida ogni energia e che portano poi al disprezzo di chi non ha pari ruolo. Per difendere la propria posizione nella scala sociale vengono compiuti delitti, nascono patti di omertà e di complicità criminale, si accettano abusi e malversazioni: insomma la morale è del tutto subordinata al potere, reale o supposto, di chi agisce.
Il romanzo, che ha suscitato polemiche ancora prima della sua pubblicazione, tocca anche altri temi scabrosi e di grande attualità. La pratica di rituali di magia nera, il facile plagio che gli elementi più fragili subiscono, il fascino malvagio del male e il successo di tutto ciò che è demoniaco, sono elementi entrati più volte nella cronaca, anche italiana, come causa di delitti, compiuti prevalentemente da giovani. Così nel romanzo un gruppo di adolescenti, un ragazzo in particolare, diventa completamente succube di un compagno, ricco, strano, solitario e carico di un odio indomabile. La morte sarà la grande vincitrice, l'odio si trasformerà in macchina per uccidere e anche il romanzo assume sempre più, procedendo nella narrazione, e in un tragico crescendo, i toni e le modalità espressive del romanzo gotico.
A tutto ciò si aggiunge il tema, che è pretesto e cornice esterna alla vicenda narrata, sul ruolo e la libertà dell'informazione giornalistica, sui limiti etici che il giornalista si deve porre, sull'influenza che la notizia può avere nei confronti dei lettori, dato che l'intera storia è narrata ad un giovane cronista da uno dei protagonisti sopravvissuto agli eventi, che si pone, una volta conosciuto il fatto, il problema etico di diffondere notizie così sconvolgenti che però gli permetterebbero di conquistare notorietà e ricchezza.


L'allievo di Patrick Redmond
Titolo originale: The Wishing Game

Traduzione di Piero Spinelli
Pag. 377, Lire 33.000 - Edizioni Mondadori (Omnibus)
ISBN 88-04-46381-3

le prime pagine
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LETTERA PUBBLICATA DAL "TIMES"
17 ottobre 1957


The Old Rectory
Havering, Kent

Sono da più di trent'anni un fedele lettore del suo giornale di cui ho sempre ammirato l'equilibrata visione del mondo. In effetti, ho finito per considerarlo un vecchio amico, a tal punto che un giorno trascorso senza la sua garbata compagnia mi sembrava incompleto.
Per questo motivo, ho letto con allarmata incredulità, sul numero di lunedì scorso, l'articolo di Colin Hammond Prigionieri del privilegio.
Ancora oggi, dopo dieci giorni, non riesco a capire come lei possa avere pubblicato un articolo del genere. Chiaramente Mr. Hammond è uno di quei "giovani arrabbiati" di cui si legge oggigiorno; uno sciocco arrogante la cui sola possibilità di distinguersi sta nel denigrare tutte le istituzioni care al Paese. Come ha potuto offrirgli una ribalta da cui rendere pubbliche le sue sciagurate opinioni?
L'articolo di Mr. Hammond è uno dei più deteriori esempi di giornalismo in cui mi sia imbattuto. Dopo averlo letto, posso solo concludere che Mr. Hammond non sia sano di mente, oppure che il suo desiderio di notorietà sia così grande da spingerlo a dissacrare impunemente ogni cosa pur di affermarsi.
Come può sostenere che i terribili eventi occorsi a Kirkston Abbey siano da imputare al sistema delle public schools? Come ex allievo di una di tali scuole (Ferrers College, 1919-1924) devo protestare contro questo insulto recato a un'istituzione per la quale ho sempre nutrito il massimo rispetto. La mia scuola, come altre dello stesso tipo, era un posto decoroso e felice, non la prigione brutale e piena di paura che Mr. Hammond vorrebbe farle credere.
I ragazzi al centro di tutto il sordido affare di Kirkston Abbey, non furono "corrotti dal sistema" né "vittime del loro ambiente". Descriverli in questi termini è un errore gravissimo.
Nulla può giustificare l'incontestabile orrore di ciò che essi hanno fatto. Non esistono scuse per un simile comportamento. Nulla - né la giovane età, né la solitudine, né la separazione dalla famiglia - può redimerli nemmeno in parte. Ciò che hanno fatto non è l'opera di ragazzi fuorviati, ma di autentici mostri.
È già abbastanza grave che Mr. Hammond cerchi di difenderli. Il fatto che si spinga oltre e tenti di attribuire la colpa a una stimata istituzione di questo paese, è un atto spregevole che coprirebbe di vergogna qualsiasi persona rispettabile.
Non leggerò più il suo giornale. Non intendo abbonarmi a un organo di stampa che pubblica siffatte deformazioni della verità.
Distinti saluti

Charles Malverton

PROLOGO
Londra, gennaio 1999


Un vento pungente sibilava fuori dalla finestra, ma il riverbero della fiamma faceva sembrare confortevole la stanza. Il giovane seduto in poltrona fissò l'orologio sulla mensola. Le sue guance erano colorite per il calore del fuoco.
Le dodici e dieci minuti. L'ospite non arrivava.
No! Verrà. Deve venire. È in ballo la mia vita!
Si alzò in piedi e si aggirò per la stanza, controllando per l'ennesima volta che tutto fosse come doveva essere.
Era una bella camera: soffice tappeto rosso, pareti azzurro pallido, soffitto alto e grandi finestre da cui si vedevano i marciapiedi e i passanti che camminavano frettolosi, avvolti nel cappotto, chinati controvento. Gli arredi della stanza erano costose riproduzioni di mobili Luigi XV; alle pareti erano appesi acquerelli di navi sul mare.
Su ciascun lato del caminetto c'era una poltrona e, accanto a una di esse, un tavolino su cui erano posati due libri rilegati e un fascio di fotocopie di articoli di giornale.
L'acqua nel bollitore era calda, le tazze e i piattini erano sul vassoio, i biscotti su un piatto di portata. Tutto era pronto. C'era tutto.
Mancava soltanto l'ospite.
Le dodici e un quarto.
Mise un altro ceppo sul fuoco. Sentiva il calore come due mani ardenti posate sul viso. Fissò le fiamme e le guardò danzare davanti a sé. Aveva la gola arida e calda.


© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

biografia dell'autore
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Patrick Redmond (1966) ha studiato legge alla Leicester University e alla University of British Columbia di Vancouver. Specializzato in diritto internazionale, ha lavorato per una decina d'anni come avvocato in vari studi legali della City di Londra. Questo, che è il suo primo romanzo, già in fase di manoscritto ha suscitato in tutto il mondo un clamore straordinario.


A cura di Grazia Casagrande


3 settembre 1999