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Banana Yoshimoto L'ultima amante di Hachiko "Di lì in avanti avrei trovato molto difficile pensare che ci sarebbero state cose assolutamente impossibili. I cambiamenti erano rapidissimi e anche lo sconvolgimento che comportavano si risolveva con grande velocità." Ancora una volta la morte incombe nelle pagine di Banana Yoshimoto. E lo fa in modo strano, particolare, in sintonia con un costume tutto orientale che fa del dramma un evento comune e della morte un momento da superare con estrema serenità. Ancora una volta la scrittura della Yoshimoto si vela di "schizofrenia", saltando da momenti di solare ottimismo ed estrema attualità, ad altri più cupi, più marcatamente tradizionali in cui non appare alcuna soluzione, alcun futuro né riscatto. E ancora, infine, la vita reale si intreccia con il romanzo, dove viene catapultato nelle vesti di un amico il traduttore italiano del romanzo, Alessandro Giovanni Gerevini. Si tratta di un romanzo di formazione in cui una quindicenne, Mao, vive una situazione familiare molto particolare, all'interno di una setta nata per volontà della nonna, una donna interessante e dotata di forte personalità. Lì, con la madre, una donna molto "difficile", Mao trascorre i suoi primi anni (che la scrittrice non descrive ma accenna solamente qua e là nello svolgersi del racconto); ma il suo animo è proiettato verso l'esterno e la sua volontà è quella di fuggire da una dimensione che non le appartiene. La fuga significa però arrivare a una nuova meta, a un nuovo equilibrio. Mao trova entrambi incontrando una giovane coppia che vive in modo libero e anticonformista. Mentre la donna diviene la sublimazione della madre (tanto che Mao non la chiama per nome ma Mamma) Hachiko invece, il ragazzo, è la figura dell'amante, che tale diventerà anche nella realtà quando la Mamma morirà in un incidente di moto. Dopo un periodo di convivenza molto serena, che costituirà l'educazione sentimentale di Mao, Hachiko sentirà l'esigenza di ritrovare le proprie radici che si espandono verso l'India, paese nel quale venne adottato da bambino da una coppia di giapponesi. Tutto proteso verso un misticismo che Mao conosce bene (avendolo da sempre respirato in famiglia) e del quale non subisce il fascino, Hachiko non può che partire, mentre lei rimarrà. E, come nella migliore tradizione giapponese, il romanzo si chiude su una sensazione, un attimo, perfetto come un paesaggio dipinto, come un ideogramma, come un'esistenza immaginaria. L'ultima amante di Hachiko di Banana Yoshimoto Titolo originale dell'opera: Hachiko no siago no koibito Traduzione dal giapponese di Alessandro Giovanni Gerevini 110 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n.1549) ISBN 88-07-81549-4 Le prime righe Non che odiassi particolarmente la vita, eppure la visuale che si rifletteva nei miei occhi era sempre lontana e sfumata come in un sogno. Percepivo le cose in modo innaturale, estremamente vicine o remote. In quel periodo, l'unica persona che nel mio mondo riuscisse a vedere a colori, l'unica che parlasse una lingua che le mie orecchie erano in grado di decifrare senza fatica, era Hachi. Pertanto, i momenti che trascorrevo in sua compagnia nell'arco della giornata erano anche gli unici in cui riuscivo a stare con me stessa. Si trattava di rendez-vous tristi e brevi, ma che erano anche germogli in cui si celava ogni cosa. Per crescere alla svelta, in un modo così libero da apparire voluttuoso, diretta verso la luce del sole. A casa di Hachi viveva una ragazza più grande di me. "Più grande" per modo di dire, perché in verità faceva l'ultimo anno delle superiori. Una tipa in gamba e senza pensieri. A starle vicino però ci si stancava, perché era sempre, sempre di corsa, patita com'era per le scorribande notturne in moto con gli amici, fra un tirata di solvente e una di speed. Ma nonostante fosse sempre fuori casa, diventava di cattivo umore quando rientrava e coglieva in flagrante me e Hachi - che so - sul tetto di casa intenti a guardare le stelle, mentre ci scambiavamo qualche bacino oppure immersi nella dolce atmosfera delle piccole intese. Senza che si fosse un motivo specifico, quando eravamo sole la chiamavo "Mamma". "Mamma, metti le uova a bollire!", "Mamma, prendi un tè?" eccetera. Lei invece mi chiamava per nome, "Mao", ed era molto carina con me. Esile, con i capelli castani e il modo di fare gentile da adulta, la Mamma morì appena prima che finisse la scuola, bruciando le tappe della vita alla stessa incredibile velocità con cui aveva vissuto le sue giornate. Accadde su un passo di montagna a Hakopne, in un incidente di moto, in sella all'ennesimo amico centauro. Spesso ancora adesso quando sento la parola "mamma" mi ritorna in mente il suo volto senza sopracciglia, piuttosto che quello della mia vera madre. © 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore L'autrice Banana Yoshimoto (Tokyo 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Tra i suoi libri: N.P., Sonno profondo, Tsugumi, Lucertola, Amrita, Sly. La traduzione italiana de L'ultima amante di Hachiko è la prima a uscire nel mondo. A cura di Grazia Casagrande |
23 luglio 1999