Jean-Claude Carrière, Jean Delumeau, Umberto Eco, Stephen Jay Gould
Pensieri sulla fine dei tempi

"La nostra temporalità è data dalla durata delle nostre vite, di quelle dei nostri genitori e dei nostri figli... Cos'è un millennio? Per un geologo è un batter d'occhi, ma per l'esperienza umana è un pericolo gigantesco, quasi inconcepibile."


Quattro interviste ad altrettanti nomi illustri della cultura, quattro analisi che, partendo dall'imminente fine del millennio, si interrogano sulla vita nel suo evolversi, sul concetto di tempo e di durata, sulle paure e le angosce dell'uomo contemporaneo.
Ognuno dei quattro intervistati trae quindi le conclusioni generali del proprio intervento dandoci una piccola sintesi della sua riflessione, alla luce della lettura delle altre interviste: una particolare forma di dibattito a distanza tra le più interessanti intellettualità contemporanee.
Il tempo, la fine dei tempi, l'origine della concezione stessa di uno scorrere storico, le paure degli uomini, reali e indotte, infine le riflessioni che toccano l'aspetto etico della vita e il rapporto tra gli uomini: tutto ciò in queste pagine che aprono ad una riflessione filosofica, sia che a parlare sia lo scienziato che lo storico o il semiologo.
"Sì, l'umanità è in pericolo", dichiara Delumeau, ma il pericolo nasce non da un eventuale fine del mondo alle soglie del terzo millennio, quanto dai comportamenti stessi dell'umanità. Allora la salvezza può esserci solo dalla nascita di "un'etica planetaria" che affidi agli uomini il compito di tutela di tutti e di tutto ciò che fa parte dal pianeta.
La paura che oggi i media attribuiscono alla massa, e che a detta di molti dei nostri interlocutori è solo una finzione mediatica, apre ad altre problematiche. Quale è la comunicazione tra gli uomini? Quale ruolo ha l'informazione? E la scienza? "Poiché siamo capaci di comunicare molto più il male del bene non sarebbe meglio impedirci di comunicare?": questa è la pessimistica conclusione di Carrière, il cui ricchissimo intervento è uno dei più interessanti del volume. E ancora: "Questa scienza resa modesta dal suo stesso progresso, riconosce anche le sue zone di silenzio e tace davanti ad esse". Il silenzio quindi come necessità di riflessione sui limiti, e non come testimonianza di angoscia.
L'osservazione della scomparsa, o della decadenza, di alcuni tempi verbali permette un'altra interessante riflessione sulla concezione del tempo, della sua durata, della percezione che gli uomini ne hanno. La lingua ebraica non possiede il presente, quella inglese ignora il passato remoto e l'imperfetto, cioè il tempo che indica una "durata". Ma curioso è che alcuni tempi siano andati gradualmente scomparendo: il passato remoto è puramente regionale, il futuro anteriore è ben poco usato (l'analisi che Carrière fa sulla lingua francese, corrisponde anche a quella possibile sull'italiano). Eco poi sottolinea come, in italiano e in francese, si stia assistendo alla "morte del congiuntivo", e questo indica una distorsione possibile tra visione della realtà e virtualità: "solo il congiuntivo esprime il tempo ipotetico, del possibile, del non-reale".
Oggi all'uomo restano, a detta di Umberto Eco, quattro possibilità di scelta: adottare una posizione filosofica (scelta aristocratica); preferire la religione ufficiale; entrare in una setta; far parte infine di una setta non repressiva come il New Age, religione sincretica e adattabile a ogni esigenza individuale, "una religione do-it-yourself", dichiara con ironia.
Il tema del tempo induce a ragionare anche su memoria e oblio, ma la conoscenza oggi deve avere altri criteri di analisi, rispetto alla tradizione. E la consapevolezza che "l'oblio è favorito dall'eccesso di informazioni", porta alla paura maggiore, non indotta, di perdita di identità, cioè di perdita della memoria collettiva, proprio nell'epoca di Internet.
Credo infine che sia opportuno assumere, davanti all'epocale data del 2000, "l'ottimismo tragico" di cui si dichiara portatore Eco, consapevoli che il mondo non finirà se sarà l'uomo soltanto a scomparire, coscienti di ciò che possiamo (o non possiamo) provocare o evitare.


Pensieri sulla fine dei tempi di Jean-Claude Carrière, Jean Delumeau, Umberto Eco, Stephen Jay Gould, a cura di Catherine David, Frédéric Lenoir e Jean Philippe de Tonnac
Titolo originale: Entretiens sur la fin des temps
Traduzione di Anna Maria Lorusso
Pag. 268, Lire 29.000 - Edizioni Bompiani (Overlook)
ISBN 88-452-4071-1



Le prime righe

PREMESSA


Quando sopraggiungerà il 2000, i produttori di Hollywood di sicuro ci avranno già proposto di tutto sulla fine del mondo. Dopo il ritorno dei dinosauri, l'arrivo degli extraterrestri e la caduta delle meteoriti, adesso aspettiamo con impazienza l'apocalisse nucleare, i terremoti e i maremoti devastatori...
Eppure, la maggior parte degli spettatori che si affolla nel buio dei cinema, per rabbrividire all'avvicinarsi del diluvio di fuoco, si prepara a festeggiare con allegria la fine del millennio, nei migliori ristoranti del pianeta. Tranne le cronache allarmistiche, gli esaltati e gli adepti delle sette apocalittiche, infatti nessuno si aspetta seriamente la fine dei tempi per il 31 dicembre 1999. Molti hanno perfino dimenticato il significato di questa data e celebreranno più l'avvento del triplo zero che il duemillesimo anniversario della nascita di Cristo. Proprio di - e solo di questo - invece si tratta, anche se gli esperti di aneddotica sono d'accordo nel dire che, visto che Gesù è nato cinque o sei anni prima della data che segna l'inizio ufficiale dell'era cristiana, saremmo già entrati da qualche anno nel terzo millennio!
La data del 2000 che tanto colpisce l'immaginazione, serve, dunque, più che altro come pretesto per uno straordinario marketing dell'apocalisse. E tuttavia - più seriamente - non potrebbe diventare anche l'occasione per meditare sulla nozione di "fine dei tempi" e, oltre a questo, sul significato filosofico del tempo? Non è forse venuto il momento di tracciare un bilancio di duemila anni di civiltà cristiana e di riflettere sugli obiettivi di una società in pieno mutamento?
Per riflettere su questi argomenti, da giornalisti, abbiamo pensato di interpellare quattro interlocutori di eccezionale levatura intellettuale, appartenenti a campi diversi: lo scienziato americano Stephen Jay Gould, lo storico francese Jean Delumeau, lo sceneggiatore e scrittore francese Jean-Claude Carrière, il semiologo e romanziere italiano Umberto Eco. Questo libro è nato così.

© 1999, RCS Libri S.p.A.





Rosa Montero
La figlia del cannibale

"Ma io sono convinta che l'arte primordiale è quella narrativa perché, per poter essere, gli esseri umani devono previamente saper raccontare. L'identità non è altro che il racconto di noi stessi."


L'arte del narrare non è di molti, eppure la vita è piena di storie, più o meno affascinanti o complesse, ma in ogni caso interessanti. Rosa Montero, in questo romanzo ci mostra come sia possibile riempire una vita qualsiasi, banale e ripetitiva, di una serie di eventi assolutamente emozionanti, di un fuoco d'artificio di situazioni a partire da un unico fatto imprevedibile. La protagonista di questo romanzo, che è in testa alle classifiche spagnole da più di due anni, è una donna di mezza età, graziosa, ma già appassita, scrittrice di libri per bambini, non proprio famosa. Da più di dieci anni è sposata con Ramón con cui conduce una vita coniugale priva di passioni e di turbamenti, insomma piuttosto noiosa. Tutto cambia quando, avendo deciso di passare l'ultimo dell'anno a Vienna, all'aeroporto, senza alcuna apparente ragione Ramón viene misteriosamente rapito. Lucía, la moglie, si trova così sbalzata dalla quotidianità più grigia e insapore, in un'avventura che la turba, la tormenta, ma nello stesso tempo le permette di riaccendere tutta la vitalità che possiede ma che ha troppo a lungo represso. Sola e un po' sperduta, la donna trova quasi magicamente un alleato, il vecchio Félix, un anarchico ottantenne la cui storia di vita, avventurosa e appassionante, si interseca nella narrazione con la vicenda del rapimento. Oltre che dal vecchio anarchico Lucía è sostenuta da un giovane irrequieto e affascinante, Adrián, che le farà riprovare emozioni ormai sopite e quasi dimenticate, unendo in sé la figura dell'amante e del figlio mai avuto. L'evoluzione della vicenda è vorticosa, una vera prova di abilità della scrittrice che riesce a offrire e a intrecciare pagine drammatiche con altre divertenti e ironiche, personaggi crudeli e spietati con figure teneramente ingenue. La figura, la cui assenza/presenza, accompagna tutto il libro è quella del padre di Lucía, il Cannibale del titolo, un vecchio attore, molto istrione e molto simpatico, che ha sicuramente segnato la vita della figlia, ma senza grandi tragedie, se non un perenne senso di inadeguatezza che viene risolto dalla donna con la conquista di una rassegnata (tutto ciò però dichiarato con molta ironia) maturità.


La figlia del cannibale di Rosa Montero
Titolo originale: La Hija del Caníbal

Traduzione di Silvia Meucci
Pag. 343, Lire 28.000 - Edizioni Frassinelli (Noche oscura narrativa)
ISBN 88-7684-569-0


Le prime righe



La più grande rivelazione della mia vita è cominciata guardando i battenti della porta di un bagno. In generale ho capito che la realtà tende a manifestarsi proprio così, in modo insensato, inconcepibile e paradossale, per cui spesso dal volgare nasce il sublime, dall'orrore la bellezza, e dal trascendentale l'idiozia più completa. E quando quel giorno la mia vita cambiò per sempre io non stavo studiando l'Analitica trascendentale di Kant, e non mi trovavo neppure in un laboratorio alle prese con la scoperta del vaccino contro l'AIDS, né stavo chiudendo una colossale operazione finanziaria alla Borsa di Tokyo, ma stavo guardando distratta la porta color crema di un volgare bagno per uomini, all'aeroporto di Barajas, a Madrid.
All'inizio non mi sono assolutamente resa conto che stava succedendo qualcosa di strano. Era il 28 dicembre: Ramón e io volevamo passare il capodanno a Vienna. Ramón era mio marito: eravamo sposati da un anno e vivevamo insieme da nove. Avevamo già superato il controllo passaporti e ci trovavamo nella sala d'imbarco aspettando che chiamassero il volo, quando a Ramón venne in mente di andare in bagno. Devo avere qualche antenato pastore nel mio occulto albero genealogico di plebea perché non sopporto che la gente che sta con me si disperda e, proprio come la mia Cagna-Palla, detta Papalla, che si dà un gran da fare a tenere uniti i suoi cuccioli, anch'io quando esco con gli amici mi trasformo in cane pastore. Sono una di quelle persone che conta e riconta con frequenza la gente del suo gruppo, che ordina a chi resta indietro di accelerare il passo e a chi sta davanti di rallentare e, quando entra in compagnia in un bar pieno di gente, non si dà pace finché non ha radunato tutti gli amici insieme in un angolo raccolto.

© 1999, Edizioni Frassinelli


L'autrice
Rosa Montero è nata a Madrid nel 1951. Laureata in psicologia, ha collaborato come giornalista a numerose testate. Dal 1976 scrive in esclusiva per El País. Opinionista apprezzatissima nei Paesi di lingua spagnola, ha pubblicato con successo numerosi reportage e saggi per i quali ha ricevuto nel 1980 il Premio Nacional de Periodismo. È altresì autrice di biografie, libri per l'infanzia, romanzi. La figlia del Cannibale, in vetta alle classifiche spagnole da quasi due anni, ha vinto nel 1997 il Premio Primavera de Novela.



André Morellet
L'arte di conversare
Jonathan Swift
Note per un saggio sulla conversazione


"La conversazione è la grande scuola dello spirito, non solo perché lo arricchisce di conoscenze che difficilmente si sarebbero potute attingere da altre fonti, ma lo rende altresì più vigoroso, più giusto, più penetrante, più profondo."


Un piccolo gioiello, un particolare manuale tutto di sapore settecentesco che mostra, con spirito illuministico, quanto la conversazione sia un prezioso strumento di conoscenza. L'abate Morellet offre un vero decalogo, regole sicure per non perdere l'occasione di sfruttare appieno il bene che dal conversare deriva. Se l'uomo, naturalmente, è spinto verso la barbarie, la cultura e l'apprendimento possono ingentilirlo. Allora se si conoscono i vizi che corrompono il civile conversare, li si possono agevolmente evitare: conoscere quindi, così come il Secolo dei Lumi ha insegnato, è il miglior antidoto contro il male e l'inciviltà. Ma quali sono questi vizi? Prima di tutto la disattenzione. In effetti un interlocutore distratto è piuttosto frustrante, così come lo è l'essere perennemente interrotti. Ma tra i tanti vizi uno in particolare è odioso: l'egoismo. Parlare di se stessi, mettersi al centro del mondo rappresenta purtroppo un rischio che tutti corriamo, un "terreno scivoloso" dice l'autore, per questo è indispensabile essere molto vigili e controllati, e soprattutto se si cade qualche volta in questo peccato è opportuno subito dopo mostrare disponibilità all'ascolto. La lettura di questo breve saggio può apparire un puro gioco intellettuale, in realtà molte, se non tutte, le notazioni dell'abate Morellet, collaboratore dell'Encyclopedie, amico di Diderot, filosofo e economista, appaiono di assoluta attualità. Sarà la particolare simpatia per la cultura illuministica, sarà la difficoltà di svolgere brillanti conversazioni con interlocutori che non usino il parlare come esibizione della propria superiorità o come un duello, ma si è tentati di considerare il volumetto un vero manuale d'uso da donare ad amici e conoscenti con finalità educative.
In appendice è possibile leggere il brevissimo saggio di un maestro, Jonathan Swift, dal titolo Note per un saggio sulla conversazione. Proprio l'umorismo sottile e pungente dell'autore permette di vedere la grossolanità di tanti. "Nulla è più distruttivo della follia del parlar troppo": un invito alla moderazione e, per alcuni, al silenzio.


L'arte di conversare di André Morellet
Titolo originale: De la Conversation

Traduzione di Valeria Gianolio
Pag. 84, Lire 16.000 - Edizioni il melangolo (Lecturae)
ISBN 88-7018-331-9


Le prime righe

L'arte di conversare

Nelle Opere di Swift è contenuto un breve scritto che reca questo stesso titolo, il cui oggetto è quello di perfezionare l'arte della conversazione: questa via al piacere e all'appagamento, afferma lo scrittore inglese, così utile, così innocente, così accessibile a tutti gli uomini, e così adatta a ogni età e a tutte le condizioni di vita, che trascuriamo, o di cui abusiamo con tanta leggerezza.
Non possiamo invocare autorità più grande, né scegliere guida migliore di un uomo che ha passato la vita in compagnia di Pope, Addison, Prior, Bolingroke, ecc., e la cui conversazione fu costantemente ricercata da tali celebrità.
Mi incamminerò sulle sue tracce portando a termine a mio modo il progetto che egli si è limitato a sbozzare, utilizzando tra le sue osservazioni quelle che integreranno spontaneamente le mie.
Comincerò innanzitutto, al pari di Swift, fissando l'importanza dell'argomento che intendo trattare.
"Benché l'oggetto attorno al quale mi ripropongo di riunire alcune riflessioni - afferma -, si presenti allo spirito in modo assai spontaneo, trovo che non sia stato trattato se non di rado, o quanto meno superficialmente, eppure ne conosco ben pochi altrettanto importanti da approfondire e su cui sci siano tante cose da dire".
Tale importanza sarà avvertita da ogni uomo disposto ad ammettere la verità dalla seguente osservazione: la maggior parte degli uomini, anche quelli che più hanno nutrito il loro spirito di cultura, traggono gran parte delle loro conoscenze dalla conversazione.
S'intende che non pretendo in questa sede riferirmi alle prime idee o nozioni morali, sociali, letterarie, ecc., trasmesse dall'educazione prima che l'uomo cominci a far uso della conversazione, quantunque forse non ci si inganni affermando che sovente esse non sono che un'accozzaglia di parole e di frasi, a cui non è legata alcuna idea precisa, fino a quando non le si sia dibattute e sottoposte al vaglio della conversazione.

© 1999, il nuovo melangolo s.r.l.


L'autore
Scrittore e filosofo, l'abate André Morellet (1727-1819) dopo aver compiuto studi di teologia entrò nei brillanti ambienti della società parigina, legandosi d'amicizia con Diderot e d'Olbach; frequentatore del salotto di M.me Geoffrin, collaborò con diversi articoli all'Encyclopédie e scrisse vivaci pamphlet in difesa dei "philosophes". Esperto economista e traduttore del trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, Morellet contribuì in modo decisivo alla divulgazione delle idee del suo tempo. Sostenitore della Rivoluzione, ne condannò in seguito gli eccessi. Nel 1785 fu eletto accademico di Francia. È autore, tra l'altro, dei Mélanges de littérature et de philosophie au XVIII siècle e dei Mémoires sur le XVIII siècle et la Révolution.



Fernando Vallejo
La vergine dei sicari

"A dodici anni un bambino di una comuna è come un vecchio: gli resta così poco da vivere... avrà già ammazzato qualcuno e poi qualcuno ucciderà lui. Fra poco il ragazzino di dodici anni sarà rimpiazzato da uno di dieci. È questa la grande speranza della Colombia."


Un libro estremo e spietato che descrive la realtà drammatica della Colombia, una terra in cui la principale scommessa è rimanere vivi fino al giorno dopo. La morte violenta è la prima causa dei decessi, gli assassini sono giovani, giovanissimi sicari che non provano alcun turbamento davanti ai cadaveri di chi hanno eliminato. I luoghi in cui questa delinquenza si sviluppa sono le comunas, luoghi in cui è evidente l'assenza di Dio e delle leggi, in cui i bambini sono armati, e la miseria si unisce all'indifferenza. Il protagonista del libro, e narratore, è un professore che, dopo anni di assenza, torna a Medellín, sua città natale da cui si era allontanato prima che questa si trasformasse nella capitale del crimine organizzato. Il suo disincanto, che spesso rasenta il cinismo, è incrinato dalla presenza di un ragazzo, Alexis, che con la sua fresca bellezza gli fa intuire una possibilità di amore. Alexis è un sicario, molte le persone che, durante la relazione col professore, uccide. Ma in lui non c'è l'apparente presenza della crudeltà e della violenza, la sua pelle è morbida e vellutata, la sua anima ingenua. Il professore guarda il ragazzo e osserva anche la realtà che lo circonda. Ride di sociologi e di giornalisti: "Nell'agonia di questa società i giornalisti sono gli araldi dei becchini", e i sociologi parlano di ciò che non hanno mai vissuto direttamente sulla loro pelle. Non ci sono speranze di riscatto e di redenzione, la morte di Alexis, per mano di un altro sicario lo testimonia. Il titolo del libro è l'esempio della totale distorsione etica di un popolo: esiste una chiesa e una Madonna di cui sono fedeli i sicari e le intercessioni celesti che vengono richieste riguardano la buona mira nel colpire la vittima e il ricco guadagno da ricevere da parte del mandante dell'assassinio. Se l'unica morale perseguita è la possibilità di sopravvivere, allora non resta proprio più nessuna speranza e questo volume mostra tutta la disperazione di un popolo.


La vergine dei sicari di Fernando Vallejo
Titolo originale dell'opera: La Virgen de los Sicarios

Traduzione di Elena Dallorso
124 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Guanda (Prosa contemporanea)
ISBN 88-8246-061-4


Le prime righe



C'era nei dintorni di Medellín, un villaggio silenzioso e tranquillo che si chiamava Sabaneta. Lo conoscevo bene, perché lì vicino, a metà strada tra Sabaneta ed Envigado, un altro villaggio sulla sinistra, c'è il podere Santa Anita dei miei nonni dove trascorsi l'infanzia. Lo conoscevo eccome. Era lla fine di quella strada, alla fine del mondo. Oltre non c'era niente, là il mondo cominciava a scendere, ad arrotondarsi, a girare. E questo lo constatai la sera che facemmo decollare il pallone più grande che avessero visto i cieli di Antioquia, un rombo di centoventi fogli, immenso, rosso, rosso, rossissimo perché risaltasse contro il cielo azzurro. Non potreste credere quanto fosse grande. Ma che ne sapete di palloni! Sapete cosa sono? Sono rombi o croci o sfere fatte di carta di riso friabile, e dentro hanno una lucernetta accesa che li riempie di fumo perché possano alzarsi. Il fumo è, per così dire, l'anima, la lucernetta il cuore. Quando si riempiono di fumo cominciano a prendere il via e quelli che li tengono li sciolgono, li sciogliamo, e il pallone sale, sale al cielo con il cuore acceso, palpitante, come il cuore di Gesù. Sapete chi è? Noi ne avevamo uno in sala; nella sala della casa di calle del Perù, nella città di Medellín, capitale dello stato di Antioquia. Si trovava nella casa dove ero nato, incoronato, cioà (perché so che non lo capireste) benedetto un giorno dal prete. È a lui che è consacrata la Colombia, la mia patria. Lui è Gesù e si segna il petto con un dito, e nel petto squarciato c'è il cuore sanguinante: goccioline di sangue rosso vivo, acceso, come la lucernetta del pallone. È il sangue che verserà la Colombia, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
Ma che cosa dicevo a proposito del pallone di Sabaneta? Ah, sì! Il pallone salì e salì spinto dal vento lasciandosi indietro, a terra, i gallinazos e si diresse verso Sabaneta. Noi corremmo verso la macchina e via, partimmo e lo seguimmo lungo la strada con la Hudson del nonnino. Ah, no, non era la Hudson del nonno, era la carriola di papà. O no, era la Hudson. Non lo so più, è passato tanto tempo, non ricordo...

© 1999, Ugo Guanda editore


L'autore
Fernando Vallejo è nato a Medellín nel 1942 e ha studiato a Bogotá. Ora vive a Città del Messico. Tra i romanzi: Los días azules, El fuego segreto, Los camminos a Roma, Años de indulgencia e Entre fantasmas. Oltre che narratore è anche regista cinematografico.



Banana Yoshimoto
L'ultima amante di Hachiko

"Di lì in avanti avrei trovato molto difficile pensare che ci sarebbero state cose assolutamente impossibili. I cambiamenti erano rapidissimi e anche lo sconvolgimento che comportavano si risolveva con grande velocità."


Ancora una volta la morte incombe nelle pagine di Banana Yoshimoto. E lo fa in modo strano, particolare, in sintonia con un costume tutto orientale che fa del dramma un evento comune e della morte un momento da superare con estrema serenità. Ancora una volta la scrittura della Yoshimoto si vela di "schizofrenia", saltando da momenti di solare ottimismo ed estrema attualità, ad altri più cupi, più marcatamente tradizionali in cui non appare alcuna soluzione, alcun futuro né riscatto. E ancora, infine, la vita reale si intreccia con il romanzo, dove viene catapultato nelle vesti di un amico il traduttore italiano del romanzo, Alessandro Giovanni Gerevini.
Si tratta di un romanzo di formazione in cui una quindicenne, Mao, vive una situazione familiare molto particolare, all'interno di una setta nata per volontà della nonna, una donna interessante e dotata di forte personalità. Lì, con la madre, una donna molto "difficile", Mao trascorre i suoi primi anni (che la scrittrice non descrive ma accenna solamente qua e là nello svolgersi del racconto); ma il suo animo è proiettato verso l'esterno e la sua volontà è quella di fuggire da una dimensione che non le appartiene. La fuga significa però arrivare a una nuova meta, a un nuovo equilibrio. Mao trova entrambi incontrando una giovane coppia che vive in modo libero e anticonformista. Mentre la donna diviene la sublimazione della madre (tanto che Mao non la chiama per nome ma Mamma) Hachiko invece, il ragazzo, è la figura dell'amante, che tale diventerà anche nella realtà quando la Mamma morirà in un incidente di moto. Dopo un periodo di convivenza molto serena, che costituirà l'educazione sentimentale di Mao, Hachiko sentirà l'esigenza di ritrovare le proprie radici che si espandono verso l'India, paese nel quale venne adottato da bambino da una coppia di giapponesi. Tutto proteso verso un misticismo che Mao conosce bene (avendolo da sempre respirato in famiglia) e del quale non subisce il fascino, Hachiko non può che partire, mentre lei rimarrà. E, come nella migliore tradizione giapponese, il romanzo si chiude su una sensazione, un attimo, perfetto come un paesaggio dipinto, come un ideogramma, come un'esistenza immaginaria.


L'ultima amante di Hachiko di Banana Yoshimoto
Titolo originale dell'opera: Hachiko no siago no koibito

Traduzione dal giapponese di Alessandro Giovanni Gerevini
110 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n.1549)
ISBN 88-07-81549-4


Le prime righe

Hachi

Non che odiassi particolarmente la vita, eppure la visuale che si rifletteva nei miei occhi era sempre lontana e sfumata come in un sogno. Percepivo le cose in modo innaturale, estremamente vicine o remote.
In quel periodo, l'unica persona che nel mio mondo riuscisse a vedere a colori, l'unica che parlasse una lingua che le mie orecchie erano in grado di decifrare senza fatica, era Hachi.
Pertanto, i momenti che trascorrevo in sua compagnia nell'arco della giornata erano anche gli unici in cui riuscivo a stare con me stessa.
Si trattava di rendez-vous tristi e brevi, ma che erano anche germogli in cui si celava ogni cosa.
Per crescere alla svelta, in un modo così libero da apparire voluttuoso, diretta verso la luce del sole.

A casa di Hachi viveva una ragazza più grande di me. "Più grande" per modo di dire, perché in verità faceva l'ultimo anno delle superiori.
Una tipa in gamba e senza pensieri. A starle vicino però ci si stancava, perché era sempre, sempre di corsa, patita com'era per le scorribande notturne in moto con gli amici, fra un tirata di solvente e una di speed.
Ma nonostante fosse sempre fuori casa, diventava di cattivo umore quando rientrava e coglieva in flagrante me e Hachi - che so - sul tetto di casa intenti a guardare le stelle, mentre ci scambiavamo qualche bacino oppure immersi nella dolce atmosfera delle piccole intese.
Senza che si fosse un motivo specifico, quando eravamo sole la chiamavo "Mamma". "Mamma, metti le uova a bollire!", "Mamma, prendi un tè?" eccetera. Lei invece mi chiamava per nome, "Mao", ed era molto carina con me.
Esile, con i capelli castani e il modo di fare gentile da adulta, la Mamma morì appena prima che finisse la scuola, bruciando le tappe della vita alla stessa incredibile velocità con cui aveva vissuto le sue giornate. Accadde su un passo di montagna a Hakopne, in un incidente di moto, in sella all'ennesimo amico centauro.
Spesso ancora adesso quando sento la parola "mamma" mi ritorna in mente il suo volto senza sopracciglia, piuttosto che quello della mia vera madre.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autrice
Banana Yoshimoto (Tokyo 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Tra i suoi libri: N.P., Sonno profondo, Tsugumi, Lucertola, Amrita, Sly. La traduzione italiana de L'ultima amante di Hachiko è la prima a uscire nel mondo.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




23 luglio 1999