Maurizio Chierici
Lungo viaggio d'addio
Un giornalista alla fine del mondo

"Fare il giornalista in America Latina è un mestiere con qualche rischio. Non solo per chi insegue eserciti e guerriglie. Duecentotré cronisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni. Sempre storie diverse, ma il motivo non cambia: chi vuole silenzio non sopporta la verità."


Questo Lungo viaggio d'addio è una serie di reportage giornalistici o un lungo romanzo sul ruolo e la funzione del giornalista oggi? Entrambe le cose, si potrebbe dire. Chierici infatti, attraverso storie di uomini e donne incontrati nelle più diverse parti del mondo, indica quale può (anzi deve) essere la funzione di un giornalista veramente libero.
In una parte di questo nostro mondo che viene definito "Occidente" o "Nord", a seconda del punto di vista, la libertà e la democrazia vengono quotidianamente sbandierate come conquiste e raffrontate con l'oppressione e l'indottrinamento ideologico dell'altra parte. Ma, si chiede l'autore, è davvero così? Non esiste un significativo condizionamento in quasi tutta l'informazione, anche in quella cosiddetta libera? Le pagine introduttive al volume fanno pensare che sia appunto così e che i "buoni sentimenti" da cui, soprattutto in questo ultimo periodo, siamo circondati, rappresentino solo una forma mascherata di manipolazione delle coscienze, di falsificazione e di mimetizzazione delle gravi colpe che il mondo "libero" ha nei confronti dell'umanità intera. Ma essere giornalista e rispettarne l'etica è davvero difficile e in certi luoghi lo è in modo particolare. Nell'America Latina ad esempio essere un giornalista moralmente retto è come condannarsi a morte. La bellissima storia di Gustavo Gorriti, padre basco e madre ebrea, che vive ed esercita la sua professione in Perù rischiando quotidianamente la vita e vivendo un lungo periodo chiuso nella redazione del giornale per eludere i killer mandati ad ucciderlo, ce lo dimostra.
Essere giornalisti significa infatti opporsi al silenzio generalizzato, dovuto a paura o a interesse, rifiutare la brutalità del potere. Gabriel García Márquez, grande e noto scrittore, ancora oggi svolge impavidamente questo compito e, nelle pagine che Chierici gli dedica, non manca un chiaro sentimento di ammirazione e di rispetto per un personaggio che utilizza la sua notorietà e il suo ruolo non per ottenere vantaggi personali, ma per rendere più incisiva e forte la sua opera di ribellione alla violenza legalizzata. Altrettanto "esemplare" è la bella figura di Martha Gelhorn, anziana signora dalla lunga gonna fiorita, come quella delle ragazze degli anni Settanta. Il suo passato, la guerra di Spagna, l'unione con Hemingway, ma anche il suo presente, il suo spregiudicato coraggio nei luoghi caldi del mondo, in quel Salvador violento e crudele con le sue squadre della morte finanziate dagli Stati Uniti, la rendono straordinaria. Di lei e del suo ultimo libro uscito in Italia, A occhi aperti, dice Chierici: "Ogni giornalista con la voglia di fare il giornalista e non l'imbianchino dei giornali, doveva terne conto".
Questo libro ha tutte le carte in regola per un grande successo e una vasta diffusione, sia per lo stile brillante e trascinante della narrazione che per la capacità di aprire al lettore nuovi orizzonti interpretativi della realtà. Eppure non mi sembra che se ne parli molto: rimane il ragionevole dubbio che Chierici sia un giornalista, uno scrittore, un po' scomodo.


Lungo viaggio d'addio. Un giornalista alla fine del mondo di Maurizio Chierici
Pag. 235, Lire26.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (Romanzi e Racconti n.166)
ISBN 88-8089-696-2



Le prime righe

L'Altra America/1

Quei giornalisti


Cronaca di una sentenza annunciata

Fare il giornalista vuol dire guardar sotto le carte ufficiali per capire se mani segrete confondono la realtà. Almeno, una volta era così. I tempi cambiano per far concorrenza alla Tv, e il piacere del pettegolezzo soffoca l'inchiesta vecchia maniera. Una volta, a Cartagena, ho consolato la nostalgia. La nostalgia non è il sentimento scivoloso che l'aristocrazia di Tocqueville disprezza. Può diventare la memoria di quando si imparava un lavoro che il tempo, come ogni cosa, trasforma. Forse la cornice barocca della colonia dove García Márquez tormenta i suoi personaggi; forse la presenza di Gabo che anima la cronaca di una gazzetta immaginaria, laboratorio per giovani giornalisti colombiani; insomma, quella volta, a Cartagena il tempo si è fermato mentre lo scrittore ricominciava da dov'era partito. Ha rimesso le scarpe del cronista che non si arrende al sorriso delle autorità e raccoglie voci di testimoni conosciuti, e di altri che bisogna trovare. Le confronta per capire chi ha ragione. Nient'altro che il mestiere. "Rashomon..." sospira nel ricordo di quando studiava cinema nella Roma di Zavattini, e Akira Kurosawa ricomponeva le facce di un antico delitto giapponese. Per una settimana Gabo diventa un sergente di ferro: lavora assieme ai cronisti dal mattino alla sera. Riunioni due volte al giorno per fare il punto dello scavo. E poi fuori, a parlare con chi era lì quando è successo.
È successo che Giacomo Turra, studente di Padova, a Cartagena per ricerche culturali e pene d'amore, nutra il suo diario con i versi che scrive in solitudine, malinconia di chi a ventiquattro anni "deve ricominciare la vita". Ma una sera arriva morto all'ospedale. Botte che lo hanno sfigurato. La polizia alza le spalle: drogato. Il padre di Giacomo impazzisce: non è vero. Il professor Sisto Turra lascia Padova e l'università per cercare da solo. Resuscita ombre che gli uomini in divisa volevano cancellare. Gabo mi racconta d'essersi commosso davanti alla passione di un genitore disposto a rinunciare alle ambizioni di un chirurgo celebrato per scoprire gli assassini del figlio. Il vecchio amore per il labirinto eccita in Gabo la stessa curiosità. Chissà cosa è successo quella sera. Impegna la scuola di giornalismo a trovare la risposta.

© 1999, Baldini&Castoldi s.r.l.


L'autore
Maurizio Chierici da venticinque anni viaggia per il Corriere della Sera: America Latina, Medio Oriente, l'Africa e l'Asia delle vie della seta e del Vietnam. Ha "partecipato" a tutte le guerre, dal 1967 a oggi. Ha vinto con i suoi reportage numerosi premi, dal Campione all'Unicef. Ha scritto anche due romanzi-verità: Malgrado le amorevoli cure (Einaudi) e Quel delitto in casa Verdi (Baldini & Castoldi). Sempre per Baldini & Castoldi ha pubblicato anche Tropico del cuore.



Marco Denevi
Assassini dei giorni di festa

"Trasformare la morte di un povero diavolo in una catastrofe pubblica è pericoloso e francamente sovversivo."


Un funerale, quello della ancor giovane Betseba. Nessuno piange. Nessuno si dispera. Regna una sorta di fredda mestizia, un sentimento quasi di facciata. L'aridità e l'indifferenza regnano sovrane tra amici, parenti e conoscenti della defunta. A questa situazione assistono fratelli e sorelle perfettamente omologati al clima generale. Ma improvvisamente, inaspettatamente, compare un donna in gramaglie che, avvicinandosi con decisione alla bara, inizia a piangere e disperarsi. Come la figura catartica di una tragedia greca la donna apre la strada allo sfogo collettivo, alle cataratte del pianto. E, involontariamente, a una sorta di gioco che prende il via proprio in quel momento. Perché non intervenire in modo analogo ad altri funerali, si domandano i sei fratelli di Betseba? Perché non essere a nostra volta tramite di uno sfogo collettivo represso viceversa dai formalismi di una cerimonia tradizionale? Consultando i quotidiani è possibile conoscere luogo e momento di un funerale e tranquillamente mascherarsi tra i conoscenti del morto, per inscenare, al momento opportuno, una tragedia che è contemporaneamente commedia. Ma, sebbene svolta con tutti i crismi, la sceneggiata non ha sugli altri il medesimo effetto che quella della donna aveva avuto su di loro: una delusione. Come ovviare alla mancanza di sentimenti e sentimentalismo degli astanti? Trasformando le visite ai funerali per scopi umanitari in visite per scopi personali, selezionando solo funerali "di lusso" in case signorili e impossessandosi di vari oggetti di valore esposti in bella vista. E il gioco cambia e si trasforma, cambiano le regole, si specializzano i partecipanti. Fino al momento in cui i protagonisti diventano vittime, e le regole del gioco sfuggono loro di mano.


Assassini dei giorni di festa di Marco Denevi
A cura di Angelo Morino
176 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n.441)
ISBN 88-389-1526-1


Le prime righe

1


Tre giorni or sono ci fu per noi quel che si può chiamare una rivelazione. Accadde durante la veglia funebre di Betseba.
La poveretta ci morì di colpo e senza un ahi, non sapremo mai bene di cosa. "Di indifferenza", scrisse quel fesso del medico sul certificato di morte, bella scemenza, per non confessare che neppure lui lo sapeva. Noi sospettammo che semmai fosse morta di spiritualità. Betseba sosteneva che l'anima può prescindere dal corpo: questa teoria deve averla portata nella tomba. Il fatto è che adesso era lì, morta nel fiore della giovinezza, ridotta proprio a quel che aveva sempre disprezzato. La piangemmo debitamente e poi ci distrasse il prosaico compito di organizzare la sua veglia.
Già l'indifferenza professionale dell'impiegato delle pompe funebri ci urtò. Un uomo, per di più giovane, che offre bare di svariati prezzi come chi offre casseruole e si muove intorno al defunto esaminandolo con gli occhi calcolatori di un sarto in presenza del cliente, toglie a chiunque la voglia di drammatizzare. Davanti a quell'orribile individuo sentimmo che la nostra disgrazia perdeva momentaneamente ogni patetismo, sicché ci mettemmo a contrattare con ferocia il prezzo dei servizi funebri.
Ci saremmo risarciti la sera, quando una veglia è davvero una veglia. Perché ve ne sarete accorti: di giorno assume un aspetto irreale e quasi ridicolo, da prova generale fuori luogo o da sala da ballo alle nove del mattino. Invece la sera riacquista la sua solennità, la sua tragica bellezza e tutto il suo mistero. La sera sarebbero venuti i nostri parenti e amici e fra tutti avremmo celebrato il segreto rituale della veglia, organizzata, per essere franchi, in omaggio non tanto di Betseba quanto del nostro stesso dolore. E forse per farci prendere atto di questo sbaglio in quel medesimo istante Dio mosse un dito e la donna in gramaglie si alzò, aprì una porta e prese a camminare.

© 1999, Sellerio editore


L'autore
Marco Denevi (Sáenz Peña, Buenos Aires, 1922-1998) è scrittore di intrecci tra il mistero e il poliziesco. Il suo romanzo più noto è Rosaura alle dieci (1955). Ha scritto anche Cerimonia segreta (da cui il regista Joseph Losey ha tratto un film), Musica di amor perduto e Redenzione della donna cannibale.



Michel Houellebecq
Le particelle elementari

"Era la fine degli anni Settanta; lui e Bruno avevano vent'anni e si sentivano già vecchi. Era una sensazione destinata a continuare: si sarebbero sentiti sempre più vecchi, e ne avrebbero provato vergogna. Ben presto la loro epoca sarebbe riuscita a escogitare la seguente inedita trasformazione: annegare il sentimento tragico della morte nella sensazione più generale e apatica dell'invecchiamento."


Iniziare a leggere il romanzo di Houellebecq e aspettarsi un romanzo erotico (addirittura pornografico, si è detto) è davvero un errore. Testo complesso, ricchissimo, doloroso e denso di stimoli intellettuali, appare davvero la rappresentazione tragica del nostro tempo: una "commedia umana" della dissoluzione e della disperazione. Due fratelli, con alle spalle un'infanzia separata, per entrambi priva di affetti parentali (unica presenza affettiva una vecchia nonna), diventati uomini, ricuciono tra loro un rapporto che non si può considerare davvero fraterno, almeno per quanto riguarda i sentimenti, ma almeno di confidenza saltuaria. Sono due persone estremamente diverse. Il fratello maggiore, Bruno, è succube del sesso in modo patologico fin dalla prima adolescenza. Il passare degli anni accentua le perversioni da cui è dominato fino a ridurlo totalmente incapace di condurre una vita normale, almeno in apparenza, e a costringerlo alla reclusione in un ospedale. Le pagine del romanzo che parlano di lui, e delle sue esperienze in questo campo, sono quelle che hanno suscitato maggiore scandalo e che hanno procurato a Le particelle elementari la fama di romanzo pornografico. Ma niente è più lontano dalla pornografia o dall'erotismo di queste pagine così fredde e quasi cinicamente prive di emotività. I luoghi in cui Bruno sperimenta la sua inappagata e inappagabile sessualità sono quelli che in genere non trovano spazio in letteratura: i privés, certi campeggi destinati al sesso libero, gli ambienti frequentati da scambisti e quelli delle orge borghesi. Un quadro devastante della contemporaneità di quella generazione di quarantenni che, dotati di un certo benessere economico, di una buona cultura, quasi sempre con un passato di sinistra e una diretta discendenza dal Sessantotto, mostrano tutto il vuoto esistenziale, la solitudine e la falsità delle giustificazioni filosofico-intellettuali che danno al loro agire. Corpi che offrono alla vista la decadenza e il disfacimento delle carni, orgasmi meccanici cercati per dare un senso all'esistere e non certo per energia vitale, incomunicabilità totale e rimozione del senso di morte che incombe su tutti. Questo è Bruno e la sua infame malattia. E poi c'è Michel, il fratello di poco più giovane, ma totalmente diverso da Bruno se non per la assoluta disperazione.
Il pensiero di Michel è possibile racchiuderlo in questa frase: "la competizione sessuale, metafora, tramite la procreazione, del dominio del tempo, non ha più ragione di esistere in una società dove la procreazione sia perfettamente organizzata". A che cosa quindi è possibile aspirare, quale via di scampo può esistere per questa disastrata umanità? Lo scienziato, e Michel è un ottimo scienziato, deve operare perché gli esseri umani si riescano a liberare dal tormento che le passioni suscitano, sia che si parli di sesso che di denaro. Oggi invece si vive in un mondo in cui "il sesso, una volta dissociato dalla procreazione, sussiste meno come principio di piacere che come principio di differenziazione narcisistica; lo stesso dicasi per il desiderio di ricchezza". La riproduzione va quindi ottenuta attraverso processi che prescindano totalmente dalla sessualità, gli uomini possono essere clonati in modo che abbandonino totalmente le debolezze, le fragilità che in tanta parte dipendono dal potere che il sesso esercita sull'individuo. Michel conduce una vita ascetica, nessun sentimento è contemplato nella sua vita che fin dai vent'anni è dominata dal senso ineluttabile della vecchiaia. Solo una ragazza si lega a lui fin dall'infanzia, è bellissima e infelice, otterrà da lui un distaccato affetto, perché nulla mai riuscirà a rompere lo schermo che separa Michel dalle emozioni.
Al libro, ricchissimo di spunti filosofici e di riferimenti alle analisi dei più significativi filosofi della scienza, non mancano cenni di sociologia o di economia tanto che, sia nei contenuti che nello stile, il volume rappresenta quasi un nuovo genere letterario che fonde saggistica e narrativa, testimonianza anche della capacità dell'autore di costruire una vicenda di ampio respiro, parabola dolorosa di una umanità disgregata che può sperare solo nella clonazione in una specie "perfezionata" per uscire dalla disperazione.


Le particelle elementari di Michel Houellebecq
Titolo originale: Les particules elementaires

Traduzione e note di Sergio Claudio Perroni
Pag. 316, Lire 30.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-4098-3


Le prime righe



Questo libro è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale, nella seconda metà del Ventesimo Secolo. Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia saltuari rapporti con altri uomini. Visse in un'epoca infelice e travagliata. La nazione che gli aveva dato i natali scivolava lentamente ma inesorabilmente verso la fascia economica delle nazioni di media povertà; sovente incalzati dalla miseria, gli uomini della sua generazione pativano comunque un'esistenza solitaria e astiosa. I sentimenti d'amore, di tenerezza e di umana fratellanza erano in gran parte scomparsi; nei loro mutui rapporti, i suoi contemporanei davano assai spesso prova di indifferenza e di crudeltà.
Al momento della sua scomparsa, Michel Djerzinski era unanimamente considerato un biologo di altissima levatura, e lo si riteneva un valido candidato al Nobel; ma l'effettiva portata della sua opera si sarebbe rivelata solo in seguito.
All'epoca di Djerzinski, la filosofia era spesso considerata priva di qualsiasi rilevanza di ordine pratico, ovvero di scopo. Eppure la visione del mondo più comunemente adottata in un dato periodo dai componenti di una data società è determinante tanto per l'economia quanto per la politica e per il costume di quella società.
Nella storia dell'umanità, le mutazioni metafisiche - ossia le trasformazioni radicali e globali della visione del mondo adottata dalla maggioranza - sono assai rare. L'avvento del cristianesimo ne è un valido esempio.
Appena prodottasi, la mutazione metafisica si sviluppa fino alle proprie estreme conseguenze, senza mai incontrare resistenza. Imperturbabile, essa travolge sistemi economici e politici, giudizi estetici, gerarchie sociali. Non esistono forze in grado di interromperne il corso - né umane né d'altro genere, a parte l'avvento di una nuova mutazione metafisica.
Non è del tutto esatto affermare che le mutazioni metafisiche investono unicamente società deboli, già sulla via del declino. All'avvento del cristianesimo, l'Impero romano era al culmine della propria potenza; perfettamente organizzato, esso dominava l'universo conosciuto; la sua superiorità tecnica e militare era senza eguali. Eppure, non aveva speranze. All'avvento della scienza moderna, il cristianesimo medievale costituiva un sistema completo di comprensione dell'uomo e dell'universo; serviva da base al governo dei popoli, produceva conoscenza e opere, decideva tanto la pace quanto la guerra, organizzava la produzione e la ripartizione delle ricchezze. Tutto ciò non riuscì a impedirne il tracollo.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Michel Houellebecq è nato nel 1958 e ha alle spalle una formazione scientifica. Negli ultimi anni si è affermato nel panorama letterario francese. Ha pubblicato nel 1991 due scritti teorici, H.P. Lovecraft. Contre le monde, contre la vie e Rester vivant, nel 1994 un primo romanzo, Extension du domaine de la lutte, nel 1992 e nel 1998 due opere di poesia, La poursuite du bonheur e Le sens du combat, e nel 1998 una raccolta di saggi, Interventions. Il primo testo di Houellebecq apparso in Italia è la poesia La fessura, in Panta n.18 Amore in Versi.



Ismail Kadaré
Tre canti funebri per il Kosovo

"Il tempo disperato trascorre assai più lento di quello abitato dalla speranza."


La nota collana Longanesi La Gaja scienza è giunta al suo seicentesimo volume: considerevole traguardo segnato, per di più, lungo il cammino, da moltissimi titoli importanti. Con questo fatidico numero esce l'ultima opera di Kadaré, scrittore sempre più conosciuto in Italia anche a causa dei tragici eventi che sconvolgono la sua terra natìa, l'Albania. Il libro raccoglie tre racconti: La vecchia guerra, Una gran dama, Preghiera regale. Sono, com'è abituale per Kadaré, racconti storici che riflettono però un'ombra diretta e precisa sull'attualità. Sono un modo per denunciare violenze e soprusi, rivalità e gretti interessi che tuttora insidiano (e sappiamo bene quanto) la pacifica convivenza dei popoli balcanici.
La fatidica data 28 giugno 1389 è protagonista della tragedia in tutti i racconti: è il giorno in cui si svolse una battaglia terribile e sanguinaria tra la coalizione balcanica composta da serbi, bosniaci, albanesi e rumeni e l'esercito ottomano. L'assenza di radici comuni, di un sentimento di unione all'interno di quella coalizione viene da Kadaré stigmatizzata in una considerazione fatta dai combattenti prima della battaglia: "E si rendevano conto, adesso, che, essendo sempre stati divisi, non avevano mai dato un nome alla loro penisola. Sì, qualcuno l'aveva chiamata "Illyricum", altri si erano proposti di darle nome "Nuova Bisanzio", c'era chi, in seguito, aveva voluto battezzarla "Alpania", dal nome delle alpi albanesi, o "Gran Slavonia", in riferimento agli slavi, e via discorrendo. Ma adesso era troppo tardi per pensarci, e così com'erano, senza denominazione comune, ovvero con l'appellativo imposto loro dal nemico, sarebbero andati incontro alla guerra e alla loro rovina."
Emerge dalle pagine di Kadaré non solo la sofferenza di slavi e albanesi, ma anche quella dei turchi, particolarmente forte nelle parole dell'ultimo racconto, pronunciate in prima persona dal sultano turco Murad, morto in battaglia. Egli maledice i popoli balcanici ("Siate maledetti, popoli dei Balcani che alla mia veneranda età mi avete costretto a mettermi in marcia verso questa pianura per lasciarci la vita") ma comprende che l'inizio delle sofferenze di queste terre non sta nella lotta con gli ottomani, né nella sconfitta del Kosovo del 28 giugno 1389, ma nella inguaribile rivalità tra popoli, che non vogliono e forse non possono vivere in pace.


Tre canti funebri per il Kosovo di Ismail Kadaré
Titolo originale dell'opera: Trois chants funèbres pour le Kosovo

Traduzione dal francese di Francesco Bruno 108 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Longanesi & C. (La Gaja Scienza n.600)
ISBN 88-304-1780-7


Le prime righe

I

Non era mai successo che degli annunci di guerra fossero seguiti da un consolidamento della pace. Che dopo speranze di pace scoppiassero d'improvviso le ostilità era, al contrario, fatto pressoché normale nella grande penisola.
A volte si aveva l'impressione che la penisola fosse davvero vasta, che ci fosse posto per tutti: per lingue e religioni diverse, per una dozzina di popoli e di Stati, di regni e di principati, perfino per tre imperi, due dei quali, quello serbo e quello bulgaro, erano annientati, mentre il terzo, il bizantino, a disdoro suo e dell'intera cristianità, si era dichiarato vassallo dei turchi.
Ma il tempo passava; i pareri cambiavano e sembrava che il Paese si restringesse. Più che dall'attrito dei territori e delle lingue di tanti popoli, quel senso di angustia era alimentato da vecchie reminiscenze. Erano angosce che i popoli in questione covavano in solitudine fino al giorno in cui il loro peso si faceva insostenibile.
Succedeva di solito in primavera, quando, assieme agli annunci di guerra o di pace, si percepiva ovunque il diffondersi di un'agitazione inspiegabile. Invero, dei pronostici, ottimistici o pessimistici, continuavano a scaturire nelle terre basse, soprattutto nelle città. Ma tendevano ad amplificarsi quando a essi si sovrapponeva quella specie di angoscia che coglieva allora i montanari. Succedeva in primavera, subito dopo le prime avvisaglie di scioglimento della neve. La spiegazione era semplice: quantunque le previsioni dei cittadini fossero basate su informazioni e dicerie diffuse un po' dappertutto da gente diversissima, venditori ambulanti, cocchieri di consoli, spie, epilettici, prostitute dei porti, oltre che sul corso del ducato veneziano nei Banchi di Durazzo; in altre parole, quantunque le loro fonti fossero degne di fede, a quelle predizioni, per assurgere allo stato di vere e proprie dicerie, occorreva una dimensione supplementare: inafferrabile e misteriosa, ovvero contraria alla ragione. E questa era garantita dalla gente delle terre alte.
Per quest'ultima, dalle Cime Maledette di Albania al Montenegro, all'antico Olimpo e fino ai Carpazi, tutto era legato alla neve. Così come i cittadini tendevano a rappresentarsi un mondo generalmente piatto, i montanari commettevano l'errore inverso: credevano al potere dell'altitudine. E loro, anche se c'era chi giurava e spergiurava di aver visto, visto con i propri occhi, uomini in armi partire per la guerra, volgevano lo sguardo alle cime innevate e scuotevano la testa in segni di diniego. Finché quella buona vecchia neve se ne stava lì, era impossibile che un esercito si mettesse in marcia o che una guerra prendesse avvio.

© 1999, Longanesi & C.


L'autore
Ismail Kadaré è nato ad Agiocastro (Albania) nel 1936. Giornalista, saggista, poeta ma soprattutto narratore, dal 1990 risiede in Francia ed è considerato il massimo portavoce della cultura albanese nel mondo. Tra le sue opere: I tamburi della pioggia, Il generale dell'armata morta, La città di pietra, Chi ha riportato Doruntina?, Il palazzo dei sogni, Aprile spezzato, La piramide



Nicola Lecca
Concerti senza orchestra

"Poi, quando la musica finisce, dopo che il pubblico ha smesso d'applaudire, le luci si accendono. Allora io mi volto, ma il teatro, ormai, è vuoto: tutti sono andati via.
Da un palco laterale, un ultimo giovane spettatore mi saluta, levandosi il cappello con un gesto raffinato."



Finalista proprio in questi giorni al Premio Strega, ecco una raccolta di racconti scritta da un autore esordiente subito arrivato alle prime pagine dei quotidiani e alla cronaca televisiva.
I racconti sono scanditi dalle note musicali di un'ottava, anzi più: da un do al do successivo. La prima nota è suonata nella nebbia, che tutto avvolge nelle umide giornate parigine, offuscando immagini e suoni e avvolgendo come un mantello protettivo uomini e cose. Ancora a Parigi l'ambientazione del secondo racconto, il re, dove un giovane pianista deve affrontare e superare il trauma della morte della madre. Nella campagna francese risuona il mi, esecuzione silente di Veronique, pianista raggiunta dalla follia. È invece in un borgo di pescatori, nel sud della Francia, che il fa espande la sua eco: scappare da quel luogo, misero e puzzolente, è il più grande desiderio della protagonista, che ci riuscirà grazie al talento musicale. E ancora musica, musica classica, è legata al sol, questa volta eseguito in Svizzera, tra le pagine di un diario e nei pensieri di due compositori: un giovane talentuoso dal brillante futuro e un anziano ossessionato dal fatto di avere perduto l'ispirazione. Un concerto di Brahms accompagna il la, il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra eseguito dall'affascinante Viviane, pianista molto dotata e molto amata da un uomo che la segue in disparte, come un'ombra, e senza dichiararsi, lungo il suo peregrinare da una città all'altra nelle numerose tournée. È il violino a eseguire il si, il violino del Premio Paganini, suonato da un concorrente ossessionato dal desiderio di vittoria, in una gara "all'ultimo sangue" con un rivale. Infine risuona un nuovo Do, questa volta maiuscolo, ma "toccato" con minore vigore da uno scrittore che musicista avrebbe voluto diventare, senza riuscirvi.
Tutti i racconti-note sono legati all'armonia, alla musica, forse un po' "caricati" di un romanticismo quasi ottocentesco, ma uniti strettamente dalla forma letteraria del racconto musicale: un concerto senza orchestra.
Nelle pagine di Café Letterario troverete le recensioni di altri due titoli finalisti al Premio Strega: la vincitrice Dacia Maraini con Buio e il terzo classificato Corrado Calabrò con Ricorda di dimenticarla


Concerti senza orchestra di Nicola Lecca
151 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio (Farfalle)
ISBN 88-317-7153-1


Le prime righe

do

ANGOSCIA DI UN GENIO


"Incurante della fitta nebbia che rendeva l'aria ostile e le membra pallidamente stanche, egli sedeva in una sontuosa carrozza sopra un sedile rosso fuoco. I guanti bianchi, il bastone dal pomo d'avorio finemente levigato stretto tra le esili mani, il viso pallido e malaticcio, le lunghe gambe graziosamente accavallate.
La nebbia entrava silenziosa da un finestrino mal chiuso, quasi volesse offuscarne impercettibilmente la nera e severa sagoma. Un bianco colletto d'altri tempi, barocco nella forma assai bizzarra, incorniciava il viso soffocando le gote e sfiorando le orecchie sotto i capelli sciolti, ribelli quanto il suo animo. Il lungo cilindro nascondeva parzialmente la fronte, e le labbra, non troppo rosse, sembravano intente a baciare l'anima di ognuno per la loro forma appena prominente; mentre gli occhi, delicatamente verdi e contornati da lunghe ed eleganti ciglia, trionfali nella loro semplice essenza, sarebbero stati adatti al dolce volto di qualunque regina. Ma erano prigionieri di quel viso vagamente incipriato di solitudine, guardiani dell'anima, ma anche vili mentitori, perdevano la loro autorevolezza soltanto la notte quando il sonno li rendeva inutili, velandoli di serena malinconia".

Voi non potete immaginare quanto mi avesse profondamente turbato la vista di quel piccolo dipinto che avevo avuto occasione di ammirare per caso nelle fredde e sconfinate sale del Rijksmuseum di Amsterdam, alcuni mesi fa.
Mille e una domanda affollavano i miei pensieri in modo assolutamente inorganico e confuso.
Uscii dal museo piuttosto frastornato attorno alle cinque e trenta del pomeriggio. Pioveva appena; mi infilai frettolosamente in un taxi per andare al Cafè Rémbrandt dove erano soliti suonare Rachmaninoff o Liszt con un vecchio pianoforte a coda che, ne ero certo, avrei trovato più scordato dello scorso anno.
Avevo proprio bisogno di qualcosa di caldo e sapevo che al Rémbrandt preparavano la migliore cioccolata della città.
Inoltre, per un'abitudine che mi trascinavo dietro fin dai primi anni della giovinezza, sentivo la necessità di trascrivere le emozioni provate davanti a quel quadro, ma, per fare questo, desideravo recarmi in un luogo piacevole, capace di stimolare la mia vis creativa.

© 1999, Marsilio Editori


L'autore
Nicola Lecca, 22 anni, studia filosofia all'Università di Cagliari e collabora con la redazione di cultura di alcuni quotidiani e periodici. Esordisce con questa raccolta di racconti.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




19 luglio 1999