![]() ![]() |
Ismail Kadaré Tre canti funebri per il Kosovo "Il tempo disperato trascorre assai più lento di quello abitato dalla speranza." La nota collana Longanesi La Gaja scienza è giunta al suo seicentesimo volume: considerevole traguardo segnato, per di più, lungo il cammino, da moltissimi titoli importanti. Con questo fatidico numero esce l'ultima opera di Kadaré, scrittore sempre più conosciuto in Italia anche a causa dei tragici eventi che sconvolgono la sua terra natìa, l'Albania. Il libro raccoglie tre racconti: La vecchia guerra, Una gran dama, Preghiera regale. Sono, com'è abituale per Kadaré, racconti storici che riflettono però un'ombra diretta e precisa sull'attualità. Sono un modo per denunciare violenze e soprusi, rivalità e gretti interessi che tuttora insidiano (e sappiamo bene quanto) la pacifica convivenza dei popoli balcanici. La fatidica data 28 giugno 1389 è protagonista della tragedia in tutti i racconti: è il giorno in cui si svolse una battaglia terribile e sanguinaria tra la coalizione balcanica composta da serbi, bosniaci, albanesi e rumeni e l'esercito ottomano. L'assenza di radici comuni, di un sentimento di unione all'interno di quella coalizione viene da Kadaré stigmatizzata in una considerazione fatta dai combattenti prima della battaglia: "E si rendevano conto, adesso, che, essendo sempre stati divisi, non avevano mai dato un nome alla loro penisola. Sì, qualcuno l'aveva chiamata "Illyricum", altri si erano proposti di darle nome "Nuova Bisanzio", c'era chi, in seguito, aveva voluto battezzarla "Alpania", dal nome delle alpi albanesi, o "Gran Slavonia", in riferimento agli slavi, e via discorrendo. Ma adesso era troppo tardi per pensarci, e così com'erano, senza denominazione comune, ovvero con l'appellativo imposto loro dal nemico, sarebbero andati incontro alla guerra e alla loro rovina." Emerge dalle pagine di Kadaré non solo la sofferenza di slavi e albanesi, ma anche quella dei turchi, particolarmente forte nelle parole dell'ultimo racconto, pronunciate in prima persona dal sultano turco Murad, morto in battaglia. Egli maledice i popoli balcanici ("Siate maledetti, popoli dei Balcani che alla mia veneranda età mi avete costretto a mettermi in marcia verso questa pianura per lasciarci la vita") ma comprende che l'inizio delle sofferenze di queste terre non sta nella lotta con gli ottomani, né nella sconfitta del Kosovo del 28 giugno 1389, ma nella inguaribile rivalità tra popoli, che non vogliono e forse non possono vivere in pace. Tre canti funebri per il Kosovo di Ismail Kadaré Titolo originale dell'opera: Trois chants funèbres pour le Kosovo Traduzione dal francese di Francesco Bruno 108 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Longanesi & C. (La Gaja Scienza n.600) ISBN 88-304-1780-7 Le prime righe Non era mai successo che degli annunci di guerra fossero seguiti da un consolidamento della pace. Che dopo speranze di pace scoppiassero d'improvviso le ostilità era, al contrario, fatto pressoché normale nella grande penisola. A volte si aveva l'impressione che la penisola fosse davvero vasta, che ci fosse posto per tutti: per lingue e religioni diverse, per una dozzina di popoli e di Stati, di regni e di principati, perfino per tre imperi, due dei quali, quello serbo e quello bulgaro, erano annientati, mentre il terzo, il bizantino, a disdoro suo e dell'intera cristianità, si era dichiarato vassallo dei turchi. Ma il tempo passava; i pareri cambiavano e sembrava che il Paese si restringesse. Più che dall'attrito dei territori e delle lingue di tanti popoli, quel senso di angustia era alimentato da vecchie reminiscenze. Erano angosce che i popoli in questione covavano in solitudine fino al giorno in cui il loro peso si faceva insostenibile. Succedeva di solito in primavera, quando, assieme agli annunci di guerra o di pace, si percepiva ovunque il diffondersi di un'agitazione inspiegabile. Invero, dei pronostici, ottimistici o pessimistici, continuavano a scaturire nelle terre basse, soprattutto nelle città. Ma tendevano ad amplificarsi quando a essi si sovrapponeva quella specie di angoscia che coglieva allora i montanari. Succedeva in primavera, subito dopo le prime avvisaglie di scioglimento della neve. La spiegazione era semplice: quantunque le previsioni dei cittadini fossero basate su informazioni e dicerie diffuse un po' dappertutto da gente diversissima, venditori ambulanti, cocchieri di consoli, spie, epilettici, prostitute dei porti, oltre che sul corso del ducato veneziano nei Banchi di Durazzo; in altre parole, quantunque le loro fonti fossero degne di fede, a quelle predizioni, per assurgere allo stato di vere e proprie dicerie, occorreva una dimensione supplementare: inafferrabile e misteriosa, ovvero contraria alla ragione. E questa era garantita dalla gente delle terre alte. Per quest'ultima, dalle Cime Maledette di Albania al Montenegro, all'antico Olimpo e fino ai Carpazi, tutto era legato alla neve. Così come i cittadini tendevano a rappresentarsi un mondo generalmente piatto, i montanari commettevano l'errore inverso: credevano al potere dell'altitudine. E loro, anche se c'era chi giurava e spergiurava di aver visto, visto con i propri occhi, uomini in armi partire per la guerra, volgevano lo sguardo alle cime innevate e scuotevano la testa in segni di diniego. Finché quella buona vecchia neve se ne stava lì, era impossibile che un esercito si mettesse in marcia o che una guerra prendesse avvio. © 1999, Longanesi & C. L'autore Ismail Kadaré è nato ad Agiocastro (Albania) nel 1936. Giornalista, saggista, poeta ma soprattutto narratore, dal 1990 risiede in Francia ed è considerato il massimo portavoce della cultura albanese nel mondo. Tra le sue opere: I tamburi della pioggia, Il generale dell'armata morta, La città di pietra, Chi ha riportato Doruntina?, Il palazzo dei sogni, Aprile spezzato, La piramide |
![]() ![]() |
Nicola Lecca Concerti senza orchestra "Poi, quando la musica finisce, dopo che il pubblico ha smesso d'applaudire, le luci si accendono. Allora io mi volto, ma il teatro, ormai, è vuoto: tutti sono andati via. Da un palco laterale, un ultimo giovane spettatore mi saluta, levandosi il cappello con un gesto raffinato." Finalista proprio in questi giorni al Premio Strega, ecco una raccolta di racconti scritta da un autore esordiente subito arrivato alle prime pagine dei quotidiani e alla cronaca televisiva. I racconti sono scanditi dalle note musicali di un'ottava, anzi più: da un do al do successivo. La prima nota è suonata nella nebbia, che tutto avvolge nelle umide giornate parigine, offuscando immagini e suoni e avvolgendo come un mantello protettivo uomini e cose. Ancora a Parigi l'ambientazione del secondo racconto, il re, dove un giovane pianista deve affrontare e superare il trauma della morte della madre. Nella campagna francese risuona il mi, esecuzione silente di Veronique, pianista raggiunta dalla follia. È invece in un borgo di pescatori, nel sud della Francia, che il fa espande la sua eco: scappare da quel luogo, misero e puzzolente, è il più grande desiderio della protagonista, che ci riuscirà grazie al talento musicale. E ancora musica, musica classica, è legata al sol, questa volta eseguito in Svizzera, tra le pagine di un diario e nei pensieri di due compositori: un giovane talentuoso dal brillante futuro e un anziano ossessionato dal fatto di avere perduto l'ispirazione. Un concerto di Brahms accompagna il la, il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra eseguito dall'affascinante Viviane, pianista molto dotata e molto amata da un uomo che la segue in disparte, come un'ombra, e senza dichiararsi, lungo il suo peregrinare da una città all'altra nelle numerose tournée. È il violino a eseguire il si, il violino del Premio Paganini, suonato da un concorrente ossessionato dal desiderio di vittoria, in una gara "all'ultimo sangue" con un rivale. Infine risuona un nuovo Do, questa volta maiuscolo, ma "toccato" con minore vigore da uno scrittore che musicista avrebbe voluto diventare, senza riuscirvi. Tutti i racconti-note sono legati all'armonia, alla musica, forse un po' "caricati" di un romanticismo quasi ottocentesco, ma uniti strettamente dalla forma letteraria del racconto musicale: un concerto senza orchestra. Nelle pagine di Café Letterario troverete le recensioni di altri due titoli finalisti al Premio Strega: la vincitrice Dacia Maraini con Buio e il terzo classificato Corrado Calabrò con Ricorda di dimenticarla Concerti senza orchestra di Nicola Lecca 151 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio (Farfalle) ISBN 88-317-7153-1 Le prime righe ANGOSCIA DI UN GENIO "Incurante della fitta nebbia che rendeva l'aria ostile e le membra pallidamente stanche, egli sedeva in una sontuosa carrozza sopra un sedile rosso fuoco. I guanti bianchi, il bastone dal pomo d'avorio finemente levigato stretto tra le esili mani, il viso pallido e malaticcio, le lunghe gambe graziosamente accavallate. La nebbia entrava silenziosa da un finestrino mal chiuso, quasi volesse offuscarne impercettibilmente la nera e severa sagoma. Un bianco colletto d'altri tempi, barocco nella forma assai bizzarra, incorniciava il viso soffocando le gote e sfiorando le orecchie sotto i capelli sciolti, ribelli quanto il suo animo. Il lungo cilindro nascondeva parzialmente la fronte, e le labbra, non troppo rosse, sembravano intente a baciare l'anima di ognuno per la loro forma appena prominente; mentre gli occhi, delicatamente verdi e contornati da lunghe ed eleganti ciglia, trionfali nella loro semplice essenza, sarebbero stati adatti al dolce volto di qualunque regina. Ma erano prigionieri di quel viso vagamente incipriato di solitudine, guardiani dell'anima, ma anche vili mentitori, perdevano la loro autorevolezza soltanto la notte quando il sonno li rendeva inutili, velandoli di serena malinconia". Voi non potete immaginare quanto mi avesse profondamente turbato la vista di quel piccolo dipinto che avevo avuto occasione di ammirare per caso nelle fredde e sconfinate sale del Rijksmuseum di Amsterdam, alcuni mesi fa. Mille e una domanda affollavano i miei pensieri in modo assolutamente inorganico e confuso. Uscii dal museo piuttosto frastornato attorno alle cinque e trenta del pomeriggio. Pioveva appena; mi infilai frettolosamente in un taxi per andare al Cafè Rémbrandt dove erano soliti suonare Rachmaninoff o Liszt con un vecchio pianoforte a coda che, ne ero certo, avrei trovato più scordato dello scorso anno. Avevo proprio bisogno di qualcosa di caldo e sapevo che al Rémbrandt preparavano la migliore cioccolata della città. Inoltre, per un'abitudine che mi trascinavo dietro fin dai primi anni della giovinezza, sentivo la necessità di trascrivere le emozioni provate davanti a quel quadro, ma, per fare questo, desideravo recarmi in un luogo piacevole, capace di stimolare la mia vis creativa. © 1999, Marsilio Editori L'autore Nicola Lecca, 22 anni, studia filosofia all'Università di Cagliari e collabora con la redazione di cultura di alcuni quotidiani e periodici. Esordisce con questa raccolta di racconti. A cura di Grazia Casagrande |
19 luglio 1999