Maria Amparo Escandón
Esperanza e la scatola dei santini

"Ti supplico, san Giuda, dammi la forza di trovare Blanca, ovunque sia. Mi hai dato la prova che non è sepolta qui e io ti affido la mia vita, la mia anima, la mia volontà. Farò qualsiasi cosa per trovarla. Perdonami se ho dubitato di te, ma ti giuro che d'ora in poi ubbidirò ai tuoi ordini senza discutere".


Un romanzo che profuma di America latina, della sua vitalità e della sua spericolata fantasia, nonostante il tema, apparentemente tristissimo: una madre non si rassegna alla morte della figlia, e, sollecitata da una visione che le dichiara che la bambina non è morta, si mette a girare il Messico a cercarla. Esperanza, la giovane madre, fa incontri stravaganti, il mondo che la circonda è quello coloratissimo e sensuale di un'umanità povera e spesso marginale. Incontra anche l'amore ed è un amore strano, con la maschera dei lottatori che rappresentano per i messicani i veri divi popolari, le vere star della povera gente. Si imbatte in vicende che spesso hanno del miracoloso, ma sono frutto della religiosità popolare, vagamente magica, di quel popolo che anima ogni evento del profumo del mistero. La religiosità non appare qualcosa di esterno alla vita, un fatto di scelta morale, quasi ideologica, è invece parte integrante della vita quotidiana, di riti forse un po' superstiziosi, ma estremamente rassicuranti. E Esperanza è davvero rassicurata dalla visione (nel forno della propria cucina) di un santo particolare, il santo dei casi disperati, san Giuda. La donna è disperata, ha perso la figlia, una bambina amatissima, improvvisamente, per un virus misterioso che i medici non sono riusciti a vincere e lei non si sa rassegnare a questa morte. San Giuda le appare e le comunica che Blanca, la bimba, è viva. Esperanza non lo lascia quasi finire di parlare, si aggrappa a questa speranza e, dopo un attimo di incertezza, una ulteriore visione e delle "prove" la rassicurano sulla veridicità delle parole del santo e così inizia il viaggio, accompagnata dalla sua scatola di santini. In ogni fiaba esiste un "aiutante magico", in questa sono proprio le immagini dei santi, quei santini da cui la donna non si separa mai. L'esito di questa disperata (tante volte però gli episodi sono divertenti e quasi comici) ricerca è fallimentare, almeno lo è in apparenza. Tornata a casa, ormai rassegnata, Esperanza ha un'altra visione, anche questa in un luogo assolutamente improbabile, ma questa volta ascolta con maggiore attenzione ciò che le dice proprio l'immagine della sua bambina: certo che è viva, viva nel suo cuore, nella sua mente e lo sarà per sempre.
Un romanzo dolce e divertente, pieno di colore e di "anima", che ci mostra aspetti meno noti della cultura popolare messicana e di quella religiosità così passionale e non sempre ortodossa che è propria di tutto quel continente.


Esperanza e la scatola dei santini di Maria Amparo Escandón
Titolo originale: Esperanza's Box of Saints

Traduzione di Maria Clara Pasetti
Pag. 240, Lire 28.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4276-2



Le prime righe

I.


Sono ancora io, padre Salvador, Esperanza Díaz, la mamma della bambina morta; solo che non è morta. Avrei voluto dirglielo prima, l'ultima volta che sono venuta a confessarmi ma non ho osato, non mi venivano le parole, mi avevano piantato in asso proprio nel momento del bisogno.
Vengo in chiesa tutti i giorni e aspetto vicino all'altare che lei finisca la messa, poi me ne torno a casa senza trovare il coraggio di parlarle. È tutta la settimana che penso che se qualcuno deve sapere che cosa è successo, quello è lei. Non sono qui per confessarmi; beh, veramente, un peccato piccolo l'ho commesso, ma lo tengo per ultimo. Il motivo per cui sono qui è che devo confidarle una cosa che la chiesa non può ignorare e che non so a chi rivelare. Nessuno mi crederebbe. Vede, padre, ho assistito a un'apparizione.
La notte del funerale di mia figlia pregai san Giuda, il santo dei casi disperati. Lei sa che è un santo miracoloso. Chissà perché è così buono con me? Credo perché lui è santo e io no. Bisogna essere buoni di cuore per diventare santi, e lui è il mio preferito fin da quando ero bambina. Ha sempre avuto un posto di rilievo nella nostra chiesa e da piccola entravo di nascosto per parlargli e ammirare il medaglione scintillante che porta sul petto. È così grande il medaglione, padre, e il santo è così piccolino, lì, di fianco all'altare, alla destra della Madonna della Candelora, patrona di Tlacotalpan. Deve essere un grande sacrificio portarsi quel peso al collo per l'eternità. Una volta sono salita sul piedestallo per controllare se il medaglione era vuoto: non lo è; da tanto tempo lui si porta addosso un blocco d'oro massiccio. E perché no? Suo cugino Gesù non poteva trovare un santo migliore a cui affidare tutta quella ricchezza. Ciò che più ammiro in lui è la sua capacità straordinaria di badare contemporaneamente a tanta gente in condizioni disperate. Beh, perché no? Il cielo lo ha dotato di un potere che noi non possiamo neanche immaginare. Lui sta in alto, vicino a Dio. In fondo non è da tutti farsi lapidare per diffondere la parola del Signore.

© 1999, Edizioni Piemme S.p.A.


L'autrice
Maria Amparo Escandón, nata a Città del Messico nel 1957, vive oggi a Los Angeles. Insegnante di scrittura creativa, ha pubblicato numerosi racconti in varie riviste e giornali ottenendo ampi successi.



Josef Haslinger
Ballo all'Opera

"Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trasferito a Vienna. I ricordi di mio padre incombevano come nubi tossiche sulle grigie facciate imperiali di questa città."


Un'occasione di festa e divertimento, ripresa dalle telecamere della televisione, si trasforma in una tragedia di grandi proporzioni. È la sera del Ballo all'Opera, il tradizionale ballo delle debuttanti che a Vienna è una vera istituzione. Tutto è perfetto, il ballo inizia e procede normalmente sino al momento in cui si percepisce qualcosa che non funziona come dovrebbe: è questione di pochi attimi e tutti i ballerini cadono al suolo in preda ad atroci contorcimenti e muoiono con grande rapidità, poi è la volta degli astanti più lontani, sino alle postazioni alte dei cameramen. Tra questi c'è un giovane miracolosamente uscito dalla terribile dipendenza dalla droga, che ha da poco ritrovato la sua via. Ora è morto, improvvisamente, senza una ragione, un motivo comprensibile. Il padre non può rassegnarsi, non può esimersi dall'indagare sul perché di questa strage che ha portato via anche suo figlio.
E di fronte a lui si apre così un inaspettato panorama estremamente complesso, formato da gruppi terroristici e da sette religioso-ideologiche, che godono di connivenze ad alto livello e vengono fomentate e supportate da importanti personaggi politici. Un universo in cui regna il cinismo e in cui l'unico scopo è il potere su tutto e tutti. In molte parti del romanzo sono evidenti i legami con l'attualità, si "leggono" le influenze di una cronaca che sempre più riferisce di azioni di gruppi xenofobi, di razzismo estremo, di sette basate su folli ideologie, estremamente pericolose. Alcuni gravi episodi in Giappone, la strage di Oklahoma City, attentati in Germania, in Inghilterra, le pulsioni intolleranti che risuonano in tutta Europa, le guerre che si combattono ancora in nome della razza un po' in tutto il mondo... Haslinger recepisce questo pericoloso vento e lo ferma sulle pagine del romanzo. Un vento che può trasformarsi in tempesta in ogni momento e che deve sempre trovarci allerta, pronti a reagire e a non farci travolgere.


Ballo all'Opera di Josef Haslinger
Titolo originale dell'opera: Opernball

Traduzione del tedesco di Natascia Pennacchietti
466 pag., Lit. 26.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-384-7


Le prime righe

IL CAMERAMAN

Fred è morto. I francesi non l'hanno protetto. Mentre degli esseri umani venivano annientati come insetti, l'intera Europa se ne stava davanti al televisore a guardare. Fred era tra i morti. "Dio è onnipotente", sentivo dire da ragazzino. Immaginavo sempre un enorme pollice, che veniva giù dal cielo e mi schiacciava come una formica. Quando stava per fare qualcosa di pericoloso o incerto, Fred diceva: "I francesi mi proteggeranno".
Quel giorno mi trovavo nel furgone regia della mia emittente. Davanti a me una parete di teleschermi. In quel momento era in funzione la telecamera installata proprio sopra il palcoscenico. All'improvviso, tra le file dei danzatori si verificò uno strano scossone, un tremolio. La musica si fece cacofonica, gli strumenti tacquero nel giro di pochi secondi. Staccai sul primo piano di una delle telecamere sui palchi, scorsi rapidamente i monitor. Tutte le immagini si assomigliavano. Persone che barcollano, inciampano, vacillano, vomitano. Si alzano di nuovo, non riescono a stare in equilibrio. Emettono un ultimo rantolo. Cadono come sacchi. Alcuni gridano a lungo, altri solo per un momento. I loro occhi sono sbarrati. Vedono, sentono che stanno per essere assassinati. Non sanno da chi, non sanno perché. Non possono fuggire.
Quando accadde, non riuscivo a vedere Fred sugli schermi. Ricordo che era l'unico pensiero che avevo in quel momento. La registrazione provò comunque che, prima che le mani mi tradissero, avevo staccato su altre due diverse inquadrature. Milioni di persone in tutta Europa guardarono morire i partecipanti al Ballo all'Opera.
Fred divenne veramente mio figlio solo all'età di diciassette anni, quando era già eroinomane. Allora cominciai a lottare per lui. Si riprese la sua vita. Voleva tenersela stretta. Non era più pericoloso per se stesso. Si era rimesso in carreggiata. E poi venne ucciso. Noi tutti rimanemmo a guardare senza poterci fare nulla.

© 1999, Edizioni e/o


L'autore
Josef Haslinger, austriaco, militante per i diritti dell'uomo, ha pubblicato vari libri tra cui un saggio sul passato nazista di Kurt Waldheim che lo ha reso famoso. Il suo romanzo Ballo all'Opera è stato per mesi nelle classifiche dei bestseller di lingua tedesca.



Francesca Mazzucato
Amore a Marsiglia

"Voglio poter riascoltare l'anima della mia città, peccato non esista un apparecchio capace di immagazzinare anche gli odori."


Inizia con una vera e propria dichiarazione d'amore a Marsiglia questo nuovo romanzo di Francesca Mazzucato. Una dichiarazione alla città, a quello che rappresenta, all'umanità che la popola, agli edifici che la compongono e la strutturano. L'amore è strettamente legato a questi luoghi, che il protagonista ha tanto intensamente vissuto nell'infanzia, nell'adolescenza e nell'età matura e in cui ritorna, a cui anela. La fisicità della metropoli si intreccia con quella degli uomini che la abitano, divenendo un tutt'uno di sensazioni e corpi che nel ricordo si amalgamano e si confondono. L'abilità narrativa dell'autrice sta proprio in questo suo mescolare piani diversi aprendo parentesi narrative definite, ma richiudendole subito per riprendere un discorso più generale, più complesso e articolato. Ludovico, a lungo assente dalla sua Marsiglia, ripercorre strade conosciute, rientra in locali antichi, rivede persone a lungo dimenticate, tra le quali Marcelle, da sempre innamorata di lui e che lo ha a lungo seguito condividendo le peregrinazioni sessuali alla ricerca di un piacere in realtà solo utopico. Strade occulte, angoli nascosti di un universo buio, parallelo, talvolta quasi infernale in cui perdersi è estremamente facile. Non esiste più una divisione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, tra eterosessualità e omosessualità, tra rapporti "normali" o meno, sullo sfondo di una Marsiglia ambigua e seducente al tempo stesso.
Ancora una volta un romanzo erotico della scrittrice bolognese da sempre legata a questo non facile genere narrativo. La sua capacità sta nel bilanciare molte pagine di puro erotismo con altre di narrazione più "tradizionale" e con efficaci descrizioni d'ambiente, in un'opera che, pur essendo appunto di genere, risulta completa.


Amore a Marsiglia di Francesca Mazzucato
112 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio (Farfalle)
ISBN 88-317-7225-2


Le prime righe



Ho passato notti di insopportabile tormento. Notti calde e appiccicose di sudore vicino al lago. La terra attorno soffocava e schiumava in giornate dal cielo di piombo.
Ero di nuovo solo e mi sentivo alla fine di tutte le strade. È stato allora che ho deciso di tornare a casa per raccontare una storia. Un'ammissione, una confessione composta da sommersi flashback. Una dettagliata relazione. La mia vita.

Ci sono storie difficili da conoscere, soprattutto nella strana immobilità di una luce spessa che avvolge le case della prima periferia, travolto dall'invadenza di una vita che non so più se è stata la mia, ma che appare e scompare, a intermittenza.
Ci sono luoghi che con le storie ci giocano a nascondino.
Questa città è un blues. E io torno dopo l'esilio sapendo che ha continuato ad appartenermi in tutti questi anni e che io ho continuato ad appartenere a lei. Non c'è niente di meno provenzale di Marsiglia, arrivandoci in treno si nota il brusco cambiamento del paesaggio. Le pareti delle case, già dalla periferia più remota, sono bianco avorio, come trasfigurate dalla consueta specialissima luce, ma c'è poca traccia dell'ocra vivo così tipicamente provenzale. Qualcosa si muove nell'aria e lo si sente solo qui. Qualcosa di istantaneo, rapido e allettante. Obliquo, direi. Un sogno perverso riflesso in specchi di mare, talvolta violenti, talvolta carichi di pienezza e di aritmetica serenità. Nessuna traccia di leziosità, non aspettatevela. Case eleganti che spuntano come funghi ed edifici devastati in stato di abbandono, vicoli stretti e vestigia storiche. Una città antichissima, fondata nel 600 avanti Cristo da un manipolo di avventurieri greci provenienti dall'Asia Minore e diventata nel corso dei secoli la meta favorita di varie immigrazioni.

© 1999, Marsilio editori


L'autrice
Francesca Mazzucato è nata a Bologna nel 1965. Laureata in lettere e specializzata in biblioteconomia al Parlamento Europeo del Lussemburgo, ha tradotto romanzi e opere teatrali, collabora a diversi giornali e riviste letterarie e tiene corsi di scrittura creativa. Oltre alcuni libri per la collana Pizzo Nero, e diversi racconti, ha pubblicato Hot Line, storia di un'ossessione; Villa Baruzziana, storie di marginalità; Relazioni scandalosamente pure; Guida ai piaceri di Bologna. Ha scritto l'opera teatrale Amarsi a morsi messa in scena del 1998 al Teatro della Tosse di Genova.



Michael Pye
Il ladro di vite

"Sono un ladro di vite" disse. "Rubo la vita di qualcuno, e poi la vivo meglio di come avrebbe fatto lui. Ho usato molti nomi e passaporti, e ho avuto diverse età. Ho carte e documenti per almeno una dozzina di identità. E sai una cosa, John Costa? Vivendo così si può fare tutto ciò che si vuole, una scelta dopo l'altra. Se commetti un errore, puoi ricominciare tutto daccapo. Con una nuova pelle. Tu hai mai fatto una scelta così, John Costa?"


Questo romanzo di Michael Pye nasce da un episodio reale da cui l'autore dichiara di essere stato particolarmente colpito. Trasferitosi da qualche anno in Portogallo, in un villaggio tra i boschi vicino a Coimbra, Pye una mattina viene svegliato dalla polizia che chiede notizie di un uomo del posto, improvvisamente scomparso. I contatti tra lo scrittore inglese e quest'uomo erano stati sporadici: incontri alle feste paesane, qualche chiacchiera in un bar, un rapporto assolutamente superficiale insomma. L'interesse però viene suscitato in Pye dalla conoscenza della storia di questo individuo: pluriomicida, aveva via via assunto il nome, la personalità e la nazionalità delle sue vittime che provenivano sempre da diversi paesi, un inglese, un francese, un italiano e, appunto, un portoghese...
Questo aneddoto che l'autore racconta con divertita naturalezza, come se fosse facile incontrare persone del genere, gli diede l'idea di questo romanzo, Il ladro di vite. Il genere letterario a cui ufficialmente il libro appartiene è il giallo, ma vi è molto di più: è anche un "romanzo psicologico", e un particolare "romanzo di formazione". Estremamente efficace è l'attenzione che viene posta all'acquisizione della personalità delle vittime da parte dell'assassino. Ancora di più: la tentazione di liberarsi dal proprio io e di diventare una persona diversa è presente in ogni individuo, e non necessariamente è patologica. Quindi il tema della "maschera", dei diversi "travestimenti" sotto i quali ognuno, a seconda delle situazioni e degli incontri, si presenta al mondo, il tema classico del "doppio", che qui diventa "molteplice", rende questo romanzo particolarmente avvincente anche per chi non ami il giallo.
Un giovane qualsiasi, Martin Arkenhout, un viaggiatore olandese, uno studente pieno di curiosità intellettuali, si trova imprevedibilmente a diventare assassino e a "rubare" la vita della sua casuale vittima americana. E la stessa cosa avverrà più volte: tanti omicidi corrispondono ad altrettante vite rubate. Il romanzo che ha l'avvio in Florida si concluderà in Olanda, dopo aver percorso luoghi tra loro diversissimi e situazioni altrettanto contrastanti. Pye, in questo turbinio di vite che si intrecciano e si sovrappongono, presenta una serie di personaggi, magari solo accennati, ma fortemente caratterizzati e incisivi. E altrettanto efficace è il passaggio da un narratore oggettivo ad uno soggettivo: eroe per caso, di una storia che dal caso trae origine.
La conclusione (da non rivelare per non togliere nulla al lettore) riporta ordine e "morale" al racconto e toglie alla vicenda quel tanto di perturbante e di torbido che certe tentazioni nascoste nell'inconscio di ognuno, ma sempre negate dalla coscienza, provocano.


Il ladro di vite di Michael Pye
Titolo originale dell'opera: Taking Lives

Traduzione di Guido Zurlino
Pag. 361, Lire 32.000 - Marco Tropea Editore
ISBN 88-438-0202-X


Le prime righe

Uno

Due ragazzi viaggiano in pullman attraverso la Florida. Uno di loro non vivrà molto a lungo.
È l'estate del 1987. Cieli torridi color basalto, aria che ribolle. Una strada accecante che scorre diritta tra ampie distese d'erba e acquitrini.
Nessuno dei due ragazzi è del luogo, è evidente. Guardano entrambi dal finestrino, cercando in tutti i modi di non darlo a vedere.
L'autostrada punta in un'unica direzione: avanti diritto. I due ragazzi vedono scorrere città che si assomigliano come fotografie di puzzle: si sforzano di individuare le varie sfumature in un oceano di sanguinella e di oleandri rosa.
Il primo ragazzo si chiama Martin Arkenhout. Ha diciassette anni. Non parla con nessuno; non è abituato a farlo. È straniero, olandese, biondo, alto, pelle chiara, magro. Si sente spaventato, ma nello stesso tempo guarda con superiorità quelli che lo circondano. Osserva i contadini del Sud seduti sul pullman: gli ricordano i pezzenti che ha visto in una festa sulla spiaggia dipinta da Van Gogh. È gente di origine ispanica, con la pelle scura che ai suoi occhi appare dorata, ma non oserebbe mai toccarli perché è un ragazzo prudente.
Trasforma mentalmente le miglia in chilometri per calcolare la velocità del pullman. Si trascina fino al bagno e piscia nella tazza ricolma di liquido ondeggiante, poi torna a sedersi al suo posto. Comincia a pensare, con gli occhi fissi, e si chiede se è davvero contento di ciò che è: un ragazzo che per un anno sarà semplicemente uno studente straniero in una scuola superiore americana, un ragazzo che in qualche modo deve crescere.

A ogni fermata scende dal pullman e prende una Pepsi. Alle undici è praticamente sballato di caffeina, con gli occhi spalancati sul mondo ma con pochissime cose da vedere.
"Non so perché sto facendo tutto questo " dice una voce.
Arkenhout alza gli occhi.
"Credevo che fosse un'idea grandiosa" continua il secondo ragazzo. "Vedere l'America, voglio dire."

© 1999, Marco Tropea Editore


L'autore
Michael Pye è nato in Inghilterra e ha studiato in Italia. Romanziere, storico e giornalista, ha al suo attivo una decina di libri, tra cui The Drowning Room e Maximum City: The Biography of New York. Vive in Portogallo, vicino a Coimbra.



Marisa Rusconi
L'amore diviso

"Era sempre stata una bambina divisa. Poi sarebbe diventata una donna divisa. Almeno fino ad un certo punto della sua vita. Allora, in quel luogo oscuro e misterioso, mentre procedeva a passi incerti paurosamente oscillando sopra un ponte di liane sospeso su un abisso, in un paesaggio di precipizi e di rapide, qualcosa era scattato dentro di lei."


L'infanzia è il luogo della costruzione di una personalità: felicità e infelicità dell'età adulta provengono da quei meandri oscuri. La memoria è il vasto magazzino di emozioni, timori, gioie che costruiscono il terreno su cui si erge l'edificio del presente.
Marisa Rusconi, in questo romanzo, ripercorre i luoghi oscuri del passato della sua protagonista, Martina, in realtà lei stessa. Cambiati i nomi (non saranno le Orsoline le suore qui rappresentate?) dei luoghi e dei personaggi, ma non certo resi irriconoscibili, l'autrice conduce il lettore lungo i corridoi del collegio della sua infanzia: corridoi oscuri, costellati di fantasmi per la sua mente di bambina, di orridi presagi e di incomprensibili minacce. L'insensibilità delle suore, così come vengono fissate dal ricordo, la statua di un Cristo che tiene tra le mani un cuore grondante di sangue e di orrore per gli occhi infantili della protagonista, le compagne di collegio, i sensi di colpa introdotti con violenza nel suo animo ingenuo, la paura e il disgusto nei confronti della sessualità presentata sempre come male, il peggiore dei mali per una fanciulla: tutto ciò ha contribuito, insieme ad una complessa vicenda familiare a fare di Martina una "donna divisa". Anche l'amore per il padre, spesso lontano, poco rassicurante e troppo occupato nelle sue passioni dominanti (il gioco e le donne); anche l'immagine cancellata (o che almeno gli altri volevano lei cancellasse) della madre, sensuale e fredda nello stesso tempo nei pochi ricordi che di lei Martina ha, sono tasselli per capire che donna sia diventata. E infatti, con l'uso frequente del flashback, il romanzo si snoda tra passato e presente senza soluzione di continuità.
Un tentativo di stupro non è di certo il modo migliore per conoscere il sesso, né la migliore iniziazione ad una serena capacità di rapportarsi con l'altro, eppure l'autrice non presenta questi eventi che la sua protagonista vive, come tragici, piuttosto come amara parte del vivere, riattraversati nella memoria con ironia e distacco, ma anche con la consapevolezza della negatività che hanno avuto sulla propria psiche. L'incontro poi con altri uomini, l'impatto con l'amore, il desiderio di liberarsi dal proprio passato e di vivere, la sempre maggiore consapevolezza dell'importanza della figura del padre, anche troppo amato, e infine la sua morte portano Martina a decidere di ritrovare se stessa. Così, ormai adulta, riprende per mano la sua infanzia per liberarla, per ricomporre la donna di oggi con quella bambina spaventata riuscendo a non sentirsi più spezzata in due, divisa appunto: "Martina grande ha liberato Martina piccola da una prigionia e da un incubo lunghi una vita".


L'amore diviso di Marisa Rusconi
Pag. 280, Lire 29.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86074-3


Le prime righe

Strategie di sopravvivenza

Una strana figura si erge proprio a metà del lungo corridoio. Martina ogni volta, entrando, ne sente la presenza, anche se con lo sguardo non può ancora metterla a fuoco, perché il luogo è immerso in una penosa semioscurità che, di quella immagine, accentua la natura ambigua e forse androgina, umana nonumana, maschiofemmina; barba virile ma lunga chioma e morbida veste muliebre, atteggiamento dolcissimo ma con qualcosa di atroce e sanguinario nel gesto di sorreggere nella mano destra un cuore rosso e nudo, un cuore che sembra appena strappato a un corpo vivo, e ancora palpita.
Percorrere il corridoio significa ogni volta, per Martina, un viaggio nella paura. Ma per lei non esistono vie di scampo: tutte le ore e le attività della giornata si avvolgono intorno a quel nastro d'ombra. È costretta ad attraversarlo la mattina presto, quando scende dal dormitorio per andare alla messa; poi dalla cappella al refettorio; poi, ancora, dal refettorio all'aula delle lezioni; e avanti così tutto il giorno, fino all'ora di tornare finalmente a dormire. Un viavai immutabile e angoscioso che rende la sua vita in collegio ripetizione infinita di gesti sempre uguali di cui le sfugge il senso ma non la disperazione.
Martina ha otto anni e nessuno può pensare che ne abbia più di sei, tanto è minuta e fisicamente insignificante, quasi senza peso. "Mauthausen": è stata suor Santa, la prima volta che l'ha vista, a soprannominarla così. Suor Santa non è "santa" né nel fisico - una palla di grasso sotto un viso rubizzo - né nello spirito. Questo oggi Martina l'ha capito. Ma allora, appena entrata in collegio, era troppo immersa nella propria estraneità verso tutto ciò che la circondava, come fosse piombata in un mondo di zombi vestiti di nero e senza capelli, per accorgersi di lei.
Mauthausen. Più tardi si chiede il significato di quella parola strana ma non osa domandarlo agli altri. Sente che è una specie di insulto e, tuttavia, il suono che la accompagna le dà piacere. Molte parole per lei sono soltanto suoni; le stacca dai loro contesti, le scompone in tante particelle sgangherate, le fa volare in aria e poi rimbalzare come palline da ping-pong sul tavolo verde; le rare volte che è riuscita a impadronirsi di una racchetta e a tirare un paio di colpi prima che le compagne più grandi gliela strappino di mano, il suono le è sembrato proprio lo stesso.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Marisa Rusconi è nata a Milano, dove vive. Entrata nel giornalismo giovanissima, ha collaborato con diversi quotidiani e periodici, come "Il Giorno", "Tempo illustrato", "Vogue", "Panorama" e con la Rai. Da alcuni anni lavora come redattrice culturale de "L'Espresso". È autrice, tra l'altro, de La droga e il sistema; Professione donna; Amati amanti; Amore plurale maschile. Suoi saggi e interviste sono apparsi, tra l'altro, in Almanacco Bompiani, Il Patalogo, Firmato Donna, Scritture, scrittrici, Panta.
Ha curato l'antologia di racconti Il pozzo segreto con Maria Rosa Cutrufelli e Rosaria Guacci assieme alle quali ha fondato e cura la rivista letteraria "Tuttostorie". Ha vinto numerosi premi.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




25 giugno 1999