Flavia Amabile
Ultimi
Viaggio nell'Italia che scompare

"Distratta dai primi segni di un progresso, infine giunto anche alle sue porte, quasi non si accorse delle difficoltà delle altre valli. Troppo felice di veder giungere l'acqua corrente e l'elettricità in ogni casa; di poter disporre di una strada larga, comoda, percorsa da corriere e auto; di aver riconquistato la libertà di viaggiare, la più povera delle valli del Veneto parve illuminarsi di un'improvvisa speranza."


Nove storie che raccontano un'Italia ignorata, quasi sempre scomparsa e mai citata dai libri di storia. La cultura popolare tramandata di generazione in generazione, rappresentata ad esempio dall'intaglio del legno, dal produrre carta o dall'improvvisare versi nelle osterie, appare attraverso nove figure esemplari. Uomini e donne come ce ne sono stati a migliaia, che hanno appreso delle tecniche dai padri o dai vicini, che hanno avuto l'orgoglio del loro sapere e che sono stati travolti dalla modernità. Prima ancora dell'avvento delle tecnologie però, l'autrice mostra come sia stata la guerra, in particolare la seconda guerra mondiale, a stravolgere abitudini di vita, civiltà secolari poste al margine della nazione, a rompere la povera armonia di luoghi di montagna o di paesi lontani dai circuiti più frequentati. La localizzazione delle storie, biografie che sembrano costruite su vecchie fotografie in bianco e nero osservate in un piccolo museo paesano, è data da una pagina che precede il racconto e che fissa le caratteristiche generali del teatro d'azione della vicenda che verrà raccontata. Viene attraversata tutta l'Italia: ma è una nazione sconosciuta ai più quella che emerge da questo libro. Il primo luogo citato è Cerlogne, in Val d'Aosta, l'ultimo è Modica in Sicilia. Paese di pietra scura e di suoni provenzali il primo, di profumi forti e di calcare lucente il secondo. Se la lingua di Cerlogne non è quella ufficiale della nazione a cui appartiene, se l'estraneità alle vicende storiche che l'Italia ha attraversato è stata (fino a che è stato possibile) assoluta, ciò non significa che questo villaggio non abbia dovuto dare il suo tributo di sangue e di dolore alla libertà del paese e subire lo stravolgimento delle culture che da allora si è prodotto. Non ci si può "opporre al ritmo della vita" e così oggi come è possibile (lo può essere ancora?) salvare quel mondo franco-provenzale rappresentato nel racconto da Paul?
Ma non solo le valli più nascoste hanno conservato per secoli (e poi repentinamente perso) mestieri e culture originali, questo è avvenuto anche nelle grandi città, nelle vie non contaminate dal turismo di massa. Venezia è stata per secoli una città capace di dare lavoro anche a chi viveva nelle calli più nascoste, era l'economia del mare e non quella del turismo che la rendeva vivibile. Riparare navi e barche era un mestiere che veniva tramandato in bottega ai figli. Nei periodi più poveri il nucleo familiare poteva anche raggranellare qualche soldo dall'abilità delle mani delle donne che infilavano perline sedute davanti alle case. Oggi da quella Venezia morta ne è nata un'altra con altri odori e altre speranze.
Il libro non appare infatti un canto funebre per delle civiltà scomparse, quanto la testimonianza, il bisogno di conservare memoria di un tempo che solo poche fotografie d'epoca testimoniano. Bisogno quindi di testimonianza, non invettiva contro i tempi moderni e il loro freddo potere distruttivo. Proprio questo mi sembra l'elemento di maggior interesse, la serenità della costruzione di personaggi che hanno percorso drammi, attraversato tragedie collettive, ma hanno mantenuto un'individualità che non li ha mai massificati o annullati: nessuno infatti sembra desiderare l'oblio del proprio passato, anche se i segni delle sofferenze restano impressi nelle rughe dei volti.


Ultimi. Viaggio nell'Italia che scompare di Flavia Amabile
Pag. 112, Lire 28.000 - Edizioni Gamberetti (Orienti n.16)
ISBN 88-7990-039-0



Le prime righe

CERLOGNE
(Val d'Aosta)



Due cartelli stradali, uno di fronte all'altro. Inizia lì Cerlogne, quando ormai si è più vicini alle nuvole del colle di Giove che alle viti di Saint-Pierre, giù nella valle della Valle d'Aosta. Una leggera discesa conduce in paese e si allarga in una piazza. Termina lì Cerlogne, in una pancia di montagna, ben arrotondata. Termina lì anche il viaggio. Nella pancia di Cerlogne non c'è scelta. O si rimane, o si torna indietro.
In genere si rimane, sedotti dalla forza di un silenzio obbligato. A Cerlogne non si vedono bar, municipi, chiese, crocchi di gente. Né si avvertono suoni di clacson, campanelli, o altri strumenti in genere utilizzati per comunicare. Per comunicare si deve essere almeno in due, e da molto tempo a Cerlogne esiste una sola piazza, una sola strada, una sola cappella e un solo abitante.
È Paul Cerlogne, ultimo Cerlogne di Cerlogne, sovrano assoluto di questo paese al singolare. Vive in un'antica casa patronale, incurante di baite, mode, o tradizioni. La casa di Paul è figlia della pietra, e diffida del legno. Il legno vive, brucia, si intarla e muore. La pietra non scricchiola, non reagisce. In genere, attende. Al limite, ricorda.


Ricorda, ad esempio, un sacco di legna. Attendeva in un angolo della stalla quando, fuori, il sole appariva una speranza lontana, e, dentro, pavimento e pareti annegavano in un'unica pozza nera. A volte Paul inciampava una, due, anche tre volte nel tentativo di trovare il sacco. Un altro avrebbe seminato intorno a sé improperi e maledizioni. Paul, no. Al primo e al secondo inciampo si lasciava sfuggire un timido, cortese: "Pardon". Al terzo iniziava a sperare: forse non c'era alcun sacco, forse quel mattino toccava a qualcun altro portare il carico di ceppi a scuola per riscaldare l'aula durante la lezione. Al quarto inciampo finiva sulla legna. La sua legna.

© 1999, Gamberetti Editrice s.r.l.


L'autrice
Flavia Amabile è giornalista a La Stampa, dove si occupa di attualità. Ha scritto Siria, Giordania e Libano, In viaggio con Kipling, Vietnam e Cambogia, e insieme a Marco Tosatti, I baroni di Aleppo.



Isella Belforti, Anna Maria Ciai
Maturità addio!
Storia e storie dell'esame di Stato

"In questi trent'anni la riforma "improrogabile" della scuola superiore non è arrivata, nonostante le decine di inchieste, di dibattiti, di studi e di proposte. Ancora una volta invece si è partiti dalla coda e sulla soglia del 2000 è arrivata un'altra variante dell'esame di Stato, sempre in attesa di un totale riordino dell'istruzione."


Difficilmente l'attualità è entrata tanto prepotentemente nella vita dei cittadini italiani, come questa riforma dell'esame di maturità. Cambiato il nome (da quest'anno di chiamerà "Esame di Stato"), cambiata la composizione della commissione esaminatrice, cambiate anche le prove che migliaia di ragazzi dovranno affrontare. Il libro scritto da due autrici, entrambe con esperienza di insegnamento nelle scuole superiori, si presenta nella prima parte come un saggio storico che ben colloca la scuola, e la sua prova finale, all'interno delle trasformazioni politico-sociali nazionali e nella seconda parte invece propone delle interviste e delle testimonianze sulla propria esperienza personale di personalità note al grande pubblico.
Questo esame che, in pura via sperimentale, aveva avuto una riforma frettolosa nel 1969 sull'onda della contestazione studentesca, trova oggi un più strutturato assetto e una maggiore coerenza che verrà verificata proprio in questi giorni, quando la fatidica prova avrà inizio. Una delle novità più interessanti riguarda la prova scritta di italiano: cancellato il vecchio tema erede della retorica settecentesca, allo studente verrà chiesto di scrivere un articolo, una recensione, una relazione, una lettera, oppure una sceneggiatura o un racconto. Nella vita di certo capiterà ad ognuno di dover utilizzare le proprie competenze linguistiche e compositive per scrivere un testo, di certo però a nessuno verrà chiesto di "svolgere un tema" su un argomento che non conosce e di cui si deve improvvisare competente.
Anche la valutazione attribuita dai docenti agli esaminandi cambia: potranno esserci per i più bravi, ricchi di "crediti scolastici e formativi", anche dei 100/100. Tutto ciò però comporta una modifica dei criteri di valutazione, una diversa applicazione della scala di voti a disposizione del professore (si daranno anche dei 10, visto che esistono!), e un voto finale che tenga conto di tutto un itinerario scolastico e non solo della particolare fortuna/sfortuna di una giornata. Così come sarà, così come è stato, comunque l'esame si chiami (di maturità o di Stato), resta una delle tappe più importanti della vita di ognuno: lo si sogna di notte per anni, piace ricordarne la preparazione, diverte sciogliere nella memoria la tensione provata in quel momento.
Ma è la seconda parte del libro quella di certo più accattivante. Dalle esperienze personali di alcuni personaggi della politica, dello spettacolo o della cultura, dai ricordi della loro maturità, emerge l'Italia degli anni in cui quella prova ebbe luogo, la società, i costumi giovanili di quel tempo, spesso così lontani dalla cultura dei ragazzi di oggi. L'adolescenza di Pietro Ingrao, il suo essere in modo orgoglioso "il primo della classe", quel suo osservare con timidezza e curiosità le ragazze, che allora venivano frequentate con molti pudori, ci mostra un'Italia in cui si restava molto più a lungo ragazzi, in cui il ruolo e la funzione della scuola (anche per Ingrao non certo unica fonte di cultura) erano di certo più pregnanti nella vita di un adolescente, anche se dopo pochissimi anni, quegli stessi ragazzi si troveranno a combattere, a morire, a diventare improvvisamente adulti nella guerra di liberazione. Oggi, ragazzi della stessa età, apparentemente più "adulti" nella loro quotidianità, sembrano di certo più smarriti davanti a decisioni impegnative e ad assunzioni di responsabilità.
Per Tullia Zevi l'anno della maturità corrispose a quello delle leggi razziali, il 1938, e significò anche l'esilio, l'abbandono di amici ed affetti, lo sradicamento dal luogo in cui aveva studiato e vissuto fino ad allora. Per alcuni il 1940, anno di inizio della guerra, significò l'essere "graziati" dall'esame: per quell'anno infatti non si tenne la prova finale e tutti vennero promossi o bocciati con il solo scrutinio di fine anno. Fra questi Margherita Hack e Vittorio Gassman che, pur sgomenti per l'ingresso in guerra, avevano salutato questa liberazione dall'esame come la fine di una specie di incubo, vista la difficoltà dell'esame in quegli anni: tutte le materie dei tre anni finali del liceo.
Più recente la testimonianza di una campionessa sportiva: Novella Calligaris. Trasferitasi da un severissimo liceo di Padova a Roma, proprio l'ultimo anno di liceo, ben accolta da compagni e professori, affrontò nello stesso anno, il 1973, i campionati del mondo di nuoto e l'esame di maturità: sveglia alle cinque di mattina, due allenamenti al giorno, studio serissimo. Lo sport, dichiara, le aveva insegnato l'impegno costante, la tenacia, il rigore, e così poté affrontare con uguale successo i due impegni. Diversi, legati agli anni della contestazione sono i ricordi di Mario Martone, l'incontro con cinema e teatro, le sue vere passioni, lo studio interessato di alcune materie (il 60 finale lo testimonia), e la conoscenza profonda con la città di Napoli da lui definita una città "feroce e generosa".
Esperienze diverse, così come lontane sono le generazioni dei numerosi personaggi che offrono i loro ricordi ai lettori, per tutti l'esame come una forma di iniziazione, il cui ricordo, unito a quello della propria giovinezza, finisce con l'identificarsi con l'ingresso nel mondo degli adulti.


Maturità addio! Storia e storie dell'esame di Stato di Isella Belforti e Anna Maria Ciai
Pag. 201, Lire 22.000 - Editori Riuniti
ISBN 88-359-4721-9


Le prime righe

I. Maturità addio!

Preceduto da trent'anni di aspettative, di progetti mai attuati, di discussioni e polemiche, finalmente arriva il nuovo esame di maturità. Per strada ha cambiato anche nome: si chiamerà esame di Stato, come ai tempi dei nonni. Ma qual è il senso di questo cambiamento? È solo un nuovo look o cambiano le finalità stesse della prova?
A dire la verità c'eravamo abituati a questo nome rassicurante, che ci congedava dalla scuola con una parola in qualche modo affettuosa, come un buffetto sulla guancia; ora i nostri ragazzi saranno bruscamente "licenziati" dopo un freddo e distaccato "esame di Stato". È vero anche che parlare di maturità lascia adito a molti dubbi, tanto il termine è vago; definirla è difficile, accertarla e valutarla in mezz'ora di colloquio è praticamente impossibile. Il ministro avrà voluto spazzare via ogni ambiguità, chiarendo che l'esame finale non è volto a valutare "la personalità" dell'alunno, come dettava la vecchia norma, ma ad accertare la "preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi... del corso di studi", come stabilisce la nuova; il che denota una ricerca di oggettività, anche se ci fa passare un brivido nella schiena: come farà il nostro Pierino a dimostrare che è preparato? Non è che dovrà imparare tutto a memoria? Scherzi a parte la paura di un ritorno a un vuoto nozionismo serpeggia tra i nostri studenti e forse non hanno tutti i torti, considerando che dovranno essere interrogati in tutte le materie, che il tempo è poco e che anche i professori non sanno bene che pesci prendere!
Comunque la dizione esame di Stato non è una novità, anzi, guarda caso, viene riesumata ogni volta che si apre un contenzioso tra scuola pubblica e scuola privata, specie quando quest'ultima aspira ad avere un riconoscimento di dignità ed effettiva parità, come è accaduto negli anni della riforma Gentile e come accade ora. Non a caso invece, agli albori dell'unità italiana, quando era necessario ribadire il controllo centralizzato dello Stato in tutti i settori della vita pubblica, primo fra tutti l'istruzione, pochissimi erano i riconoscimenti alla scuola privata, e l'esame si chiamava solo "licenza". D'altronde è anche vero che, qualora la scuola privata dovesse vincere la battaglia della parità finanziaria, questo esame potrebbe rappresentare una garanzia contro i "diplomi facili". Questo maggiore rigore emerge anche in rapporto agli esami dei candidati privatisti, tenuti a sostenere un esame preliminare nella scuola presso cui hanno presentato la domanda.

© 1999, Editori Riuniti


Le autrici
Isella Belforti, laureata in lettere moderne, ha insegnato italiano e latino nei licei sperimentali. Ha pubblicato alcuni testi di divulgazione. Attualmente si occupa di attività culturali nel campo della cooperazione.

Anna Maria Ciai, biologa, ha insegnato scienze nei licei sperimentali. Ha curato numerosi progetti per il Museo della scienza e dell'informazione scientifica di Roma. Ha pubblicato il Compendio di biologia; attualmente collabora con l'Enciclopedia Treccani.



Fruttero & Fruttero
Visibilità Zero
Le disavventure dell'on. Slucca

"Non so se sono riuscito nell'impresa ma è comunque l'affetto, non il furore, la gratitudine, non il disgusto, che mi hanno indotto a questo esperimento."


Una categoria privilegiata per definizione, guardata negli ultimi anni con molta diffidenza, considerata con sospetto e qualche timore, viene oggi da questo libro di Carlo Fruttero (la mancanza di "& Lucentini" crea un po' di smarrimento nel lettore) decisamente ridicolizzata.
Spirito cinicamente satirico, libero osservatore divertito, ma anche un po' disgustato, del malcostume dell'attuale ceto politico, l'autore offre un quadro desolante di chi è delegato dai cittadini a governarli. Non si parla di un vero leader carismatico, o di un potente (questi probabilmente hanno qualità o difetti di maggior portata comica o tragica a seconda dei casi), ma di un classico "portaborse", una figura di secondo piano, piccolo, minuscolo rappresentante di una categoria di miti opportunisti, di fragili adulatori, di "materiale d'uso" per chi ha un briciolo di potere in più.
L'on. Slucca, il protagonista narratore, appare fin dall'inizio davvero un individuo sfortunato, dileggiato da chi entra in rapporto con lui, usato con assoluta brutalità dal suo "politico di riferimento", riesce ad essere sempre in ritardo a inaugurare le più improbabili mostre ed esposizioni, unica forma di visibilità concessagli, a fronteggiare i mille spostamenti di linea del suo partito che, con assoluta naturalezza e faccia tosta, passa da una parte all'altra dello schieramento politico pur di mantenere saldo un principio fondamentale: restare sempre a galla mantenendo immutati i propri privilegi. La sfortuna vuole che "l'on." (nel romanzo è sempre scritto così) abbia come moglie un essere pensante che infatti finirà col lasciarlo e che non collabora di certo con lui, ma ironizza spietatamente sul ruolo subalterno del marito, sulla poca affidabilità del leader del suo partito, sulla stupidità cieca di Slucca che si presta, addirittura con riconoscenza, ad essere un vero zimbello per tutti. Fruttero riesce a dimostrare quasi affetto per questo poveraccio che probabilmente non giudica davvero pericoloso, cosa che pensa anche di molti nostri politici, se conclude la prefazione al libro con la seguente affermazione: "non dimentico che è pur sempre meglio dover convivere con Mastella che con Miloosevic".
Il linguaggio utilizzato è spesso spassoso: il gergo politico, infatti, se ascoltato fuori contesto, raggiunge delle punte elevatissime di comicità perché le incongruenze logiche, la retorica vuota e insensata di certe perifrasi, utilizzate per mimetizzare concetti "impresentabili", sono davvero un ottimo materiale per uno scrittore satirico. Certi passaggi del libro ci riportano alla cronaca: come non pensare al recente scandalo suscitato da un romanzo erotico scritto da un politico dotato di una "certa visibilità"? E diverte farsi venire il sospetto che questo fosse solo il ghostwriter di un ben più autorevole personaggio...
Non si può accusare il libro di qualunquismo, in quanto il bersaglio su cui l'autore si scaglia è proprio la gestione della politica non veramente perversa, ma banalmente opportunista e l'intenzione non è la denuncia indignata, piuttosto una "fustigazione dei costumi" intelligente di chi non demonizza, ma nemmeno tollera con cecità, tanto disinvolto uso del proprio piccolo potere.


Visibilità Zero. Le disavventure dell'on. Slucca di Carlo Fruttero
Pag. 167, Lire 24.000 - Edizioni Mondadori (Biblioteca Umoristica Mondadori)
ISBN 88-04-46760-6


Le prime righe

Menomale Slucca

Il mio nome è Slucca, on. Aldo Slucca, nel senso che sono un deputato, uno dei tanti (seicentotrenta) membri del Parlamento della Repubblica italiana. Il mio partito è piccolo, una sigla fra le tante, e ne sono entrato a far parte in circostanze e con motivazioni che onestamente non risultano più del tutto comprensibili neppure a me stesso. E del resto, almeno per me, in politica le adesioni, le convergenze, gli strappi, i riavvicinamenti tendono a confondersi col passare del tempo, come le onde che ti hanno spinto via via fino a una certa spiaggia. Ti volti a guardare e sembrano tutte uguali.
Non che io voglia, o possa, negare i fatti accertabili da qualsiasi giornalista, il mio percorso (di carriera non è il caso di parlare) da un grande partito a un partito medio e poi a un raggruppamento un po' raccogliticcio, scisso di lì a poco in due tronconi, da uno dei quali è nato a sua volta il mio attuale partito. Tappe sofferte una per una, costate migliaia di telefonate, centinaia d'incontri, di riunioni fumose (io non fumo e detesto il fumo passivo), decisioni prese lungo viali e vicoli imboccati a caso a tarda notte, che l'indomani venivano capovolte. "La nostra posizione è chiarissima" è una frase che ho detto e sentito dire non so quante volte per quattordici anni.
Ma quali mai erano tutte quelle "posizioni"? Non chiedetelo a me.
Ricordo semmai certe espressioni ricorrenti come ritornelli di vecchie canzoni che uno mugola sottovoce in bagno, una parola qui, un'altra là. Due soprattutto: "Quelli ci vogliono fregare" e "Stavolta li freghiamo". Chi? Perché? Quando? Chiedetelo al professor Alzheimer. E ricordo una frase che mi riguarda personalmente e che mi perseguitò per qualche settimana in seguito a uno dei miei trasferimenti da un partito all'altro. L'on. Lacetta, che era rimasto nel gruppo dell'on. Dimassi, da me abbandonato, mi venne vicino nel Transatlantico e, mettendomi un braccio intorno alle spalle, disse col suo vocione rauco: "Tu quoque Slucca!". Tutti sentirono e ripeterono poi la povera battutina in ogni possibile occasione, come sempre succede nel nostro ambiente, e nell'ambiente della seconda elementare. Diventò quasi un nomignolo. "Allora, come te la passi, Tuquoque?", oppure "Vieni, Tuquoque, che ti offro un caffè". Poi, come sempre succede, la cosa morì da sola, non faceva più ridere.

© 1999, Arnoldo Mondadori S.p.A.


L'autore
Carlo Fruttero (Torino 1926) svolge da quarant'anni attività editoriale e, insieme con Franco Lucentini, ha firmato con la sigla Fruttero & Lucentini numerose opere di saggistica e narrativa.



Gavin Robertson
Colpo di genio

"Perché non schiacciamo il bottone giusto e facciamo sul serio un po' di soldi?"


Ancora un suggerimento estivo, per le letture "da ombrellone" (ma valide anche se l'ombrellone è sul terrazzo della casa in città...). Ancora una spy-story, un giallo finanziario-informatico, una storia intricata.
Il romanzo è ambientato nello spietato mondo della finanza internazionale, ma il protagonista non appartiene all'élite degli esperti economici mondiali, ma semplicemente è un gran conoscitore delle reti informatiche e dei codici che le regolano. Sfrutta la sua capacità, la sua abilità realizzando piccole truffe, modestissimi giri di danaro che non possono essere scoperti. E così "arrotonda" il proprio stipendio. Simon, questo è il suo nome, ha un complice per queste attività illegali, Buddy Marlin del Dipartimento di Stato di Washington, e proprio con lui decide di allargare il campo d'azione, di realizzare il "colpo grosso", intercettando transizioni bancarie per ricavarne una rendita straordinaria. Un'attività pericolosa, sì, imprevedibile nei suoi esiti anche, ma certamente non priva di quel fascino offerto dal rischio. Ai due si dovrebbe unire una terza persona, particolarmente abile nei calcoli matematici, un genio delle cifre. Buddy suggerisce di rivolgersi alla sua collega Kay Nocta, una bella ragazza di cui Simon è innamorato. Non sarà tropo pericoloso per lei coinvolgerla in questo losco affare? Sarà opportuno proseguire nel piano, o è meglio abbandonare tutto e tornare al solito, abitudinario tran tran? È solo l'inizio della storia intricata di un "colpo di genio" che coinvolgerà le banche più importanti, i servizi segreti e non lesinerà scomparse, omicidi e sorprese.
Scritto in modo rapido, diretto, è il primo romanzo di un autore che nella vita si è occupato di tutt'altro, in particolare di progetti per il controllo della malaria nel terzo mondo. Leggiamo però nella sua biografia che è un esperto di informatica, e forse questa è stata la scintilla che lo ha portato a scegliere una vicenda improntata sui computer e sulla capacità di gestirli a proprio vantaggio.


Colpo di genio di Gavin Robertson
Titolo originale dell'opera: Thousand

Traduzione di Luciana Crepax
303 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Polillo (Obladì Obladà)
ISBN 88-8154-070-3


Le prime righe

1

Nella parte più alta del cimitero di Arlington ci sono tanti alberi in fila, a intervalli regolari, e tra l'uno e l'altro delle panche di pietra bianca. Simon Northcott, l'inglese, stava seduto su una di quelle panche mentre Buddy Marlin, l'americano, camminava in su e in giù davanti a lui. Il sole di tarda estate coglieva le prime sfumature autunnali sulle foglie, ma quel giorno era ancora e soltanto estate. Sui prati, i giardinieri stavano tagliando l'erba e, lontano, i turisti di fine stagione entravano e uscivano dal parcheggio. L'inglese e l'americano tacevano ormai da qualche minuto.
Simon guardò, al di là degli alberi, il fiume e, sull'altra riva, Central Washington. Una immagine nitida, ordinata. "Washington è una città lineare, i palazzi bianchi per i politici, quelli grigi per gli uffici del governo", aveva detto Buddy una volta e Simon se ne ricordò, sorridendo.
Allora non conosceva Washington. Era specializzato in progetti agricoli di vasta portata e aveva adottato per sé la qualifica di "esperto in forniture per nuovi impianti industriali". La società per la quale lavorava, la United Machines, cercava soci per una politica di sviluppo nel Terzo Mondo e Buddy, che era a capo della Sezione Aiuti, Stanziamenti economici e Approvvigionamento presso il dipartimento di stato, a Washington, era parso proprio la persona che cercava. A Simon era piaciuto che l'indicazione "Washington" figurasse nella sua qualifica professionale e Buddy era stato più che soddisfatto di quel "contratto speciale" con un socio che pareva disporre senza limite di fondi degli Stati Uniti.
Sarebbe stato bello che tutto fosse andato avanti così, pensava Simon, con tranquillo rammarico. Con semplicità.
Da nove anni avevano l'abitudine di trovarsi ad Arlington. "È un posto fantastico per riflettere e organizzarsi la vita", aveva detto Buddy all'inizio. Quegli ampi declivi verdi erano molto simili a quelli dei cimiteri delle rimembranze di tutto il mondo. Ma ad Arlington c'era anche Kennedy. Né Simon né Buddy ne conservavano il mito, ma convenivano che, a suo tempo, era stato importante. Forse visitare Arlington era come visitare loro stessi quando ancora credevano in tante cose.

© 1999, Marco Polillo editore


L'autore
Gavin Robertson, australiano trapiantato in Inghilterra, è un esperto di computer. Ma non solo. Dopo aver studiato all'Università di Liverpool, si è specializzato in parassitologia alla Liverpool School of Tropical Medicine. Ha lavorato a lungo a Washington occupandosi dei progetti per il controllo della malaria nel terzo mondo e infine si è trasferito a Cambridge da dove conta di non muoversi più. Colpo di genio è il suo primo romanzo.



Martin Suter
Com'è piccolo il mondo!

"Un uomo di sessantacinque anni non confessa di buon grado a una donna di tredici anni più giovane, e che presto sposerà, di soffrire di senescenza incipiente."


Si potrebbe forse ribattezzare Ritratto di società in un interno (parafrasando il titolo del capolavoro Viscontiano) questo romanzo di Suter. Romanzo d'esordio, ma già completo, costruito con l'abilità e la competenza di uno scrittore "laureato". Miliardari svizzeri, incapaci di vivere, superficiali, senza ricordi personali né memoria collettiva, popolano le pagine del romanzo. Una madre distratta e feroce, Elvira Senn; un figlio senza ideali, Thomas Koch; un amico del figlio (e anche parente?), che per complesse vicende viene mantenuto dalla famiglia tutta la vita, Konrad Lang: tutti ruotano in un mondo fatto di gente come loro, di perbenismo e pigrizia, di regole apparenti e di trasgressioni nascoste. Ma Konrad è la mina vagante che improvvisamente si innesca ed esplode, frantumandosi in mille parti, ma portando con sé, altrettanto distrutti, i coprotagonisti della sua vita. Colpevole la memoria, quella che ricompare dopo anni di oblio, un po' per un normale processo dovuto all'invecchiamento, molto a causa della malattia più terribile e degenerativa per il cervello umano: l'Alzheimer. Una memoria che riguarda fatti volutamente dimenticati, a volte compromettenti, altre volte semplicemente svaniti nel tempo. Ma con questo tipo di memoria possono riaffiorare situazioni imbarazzanti, si possono rivivere giorni che sarebbero stati da scordare per sempre... Forse un buon sistema per eliminarlo sarebbe spingere un po' sul tasto dell'alcolismo, fornirgli denaro sufficiente per uccidersi bevendo. Nessun problema per chi resta; una morte voluta per chi va. Ma inaspettatamente Konrad si innamora e smette di bere, mentre, sull'altro fronte, l'Alzheimer avanza inesorabile. E mentre i ricordi più recenti spariscono completamente, il passato riaffiora con tutti i suoi misteri e con i tanti scheletri negli armadi della potente famiglia Koch. Compagna di questo viaggio a ritroso di Konrad sarà la giovane nuora di Thomas Koch, moglie del figlio Urs, che scoprirà fatti sconvolgenti e sorprendentemente nascosti per decenni.
Suter descrive con grande abilità il lento ma inesorabile degenerare della malattia di Konrad in un romanzo che si divide in due blocchi: una prima parte fatta di avvenimenti concatenati, ma pur sempre legati in qualche modo alla normale quotidianità, anche drammatica, di una vita non eccezionale, e una seconda che in un crescendo avvincente si trasforma in un giallo, con tanto di indagine, ostacolata, e di ricerca di una verità finale. Come ha scritto Luigi Forte nella sua recensione per Tuttolibri, "Giallo della malattia e della memoria, il libro di Suter riserva sorprese a non finire."


Com'è piccolo il mondo! di Martin Suter
Titolo originale dell'opera: Small World

Traduzione dal tedesco di Cesare De Marchi
268 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri/Feltrinelli)
ISBN 88-07-70115-4


Le prime righe

1.

Quando Konrad Lang tornò indietro, tutto era in fiamme eccetto la legna nel camino.
Abitava a Villa Koch, a Corfù, una quarantina di chilometri a nord di Kérkira. La villa si articolava in un complesso incastro di edifici che digradava, in una cascata di stanze, giardini, terrazze e piscine, verso una baia sabbiosa. Alla spiaggetta si poteva accedere solamente dal mare oppure servendosi di una specie di funivia che portava a tutti i livelli della proprietà.
A rigore Konrad Lang non abitava nella villa, ma nella portineria, un casottino in muratura freddo e umido, all'ombra della piccola pineta che orlava il viale d'accesso. Konrad Lang non era ospite della villa, ma piuttosto il suo amministratore. In cambio di vitto, alloggio e un tanto al mese doveva provvedere a che in qualunque momento la casa fosse pronta ad accogliere familiari e ospiti. Doveva pagare gli stipendi ai dipendenti e le fatture degli artigiani costantemente occupati nei lavori di manutenzione. La salsedine e l'umidità rovinavano l'edificio.
Della parte agricola - qualche po' di ulivi, mandorli, fichi e aranci, nonché un piccolo gregge di pecore - si occupava il fittavolo.
Nei mesi invernali, burrascosi, piovosi e freddi, Konrad non aveva praticamente niente da fare, salvo andare una volta al giorno a Cassiopì, dove si trovava con alcuni compagni di sventura costretti anche loro a passare l'inverno sull'isola: un vecchio antiquario inglese, la proprietaria (tedesca) di una boutique ormai non molto alla moda, un attempato pittore austriaco e due coniugi svizzeri, anche loro incaricati della sorveglianza di una villa. Stavano a chiacchierare in uno dei pochi locali aperti fuori stagione e bevevano un po', generalmente troppo.
Il resto della giornata lo spendeva cercando riparo dal freddo umido che gli entrava nelle ossa. Villa Koch, come gran parte delle case di villeggiatura di Corfù, non era fatta per l'inverno. La portineria non aveva nemmeno un camino, ma solo due termosifoni elettrici, che però non si potevano accendere insieme: altrimenti saltava la valvola.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Martin Suter è nato a Zurigo nel 1948 e ha lavorato nel campo pubblicitario fino al 1991. Poi si è traferito a Ibiza, dove vive tuttora, per dedicarsi alla sua vera passione: la scrittura. Com'è piccolo il mondo è il suo primo romanzo, ma ha già goduto di grande successo in Svizzera, in Germania e in Francia.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




18 giugno 1999