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Ave Appiano
Estetica del rottame
"La percezione dei sottintesi enigmatici dell'oggetto libera fantasmi nascosti in esso, che kafkianamente occhieggiano e avanzano verso di noi ... oppure affranca dalla loro materialità il contenuto fantastico delle cose più semplici e dimenticate nella mente."
L'uomo ha "fatto i conti" con i rifiuti da lui stesso prodotti sin dai tempi più antichi. Ma mai come oggi la sua esistenza è assediata, minacciata, costretta dai suoi stessi scarti. Scarti materiali, ma anche rifiuti umani, esseri emarginati, poveri derelitti. Il rottame (in senso lato) è elemento di un'estetica alla quale siamo ormai talmente abituati da non percepirla più come tale. L'estetica della rovina, dell'incolto, dell'abbandono, tramutata col tempo nell'estetica della discarica e di chi la "abita". Non a caso proprio negli ultimi decenni l'etica e l'estetica del rottame sono divenuti fondamenti d'arte e di ideologia.
Partendo dall'iconografia classica (da quella rinascimentale al barocco, dal Settecento risalendo sino al primo Novecento) con i suoi ruderi preziosi, le rovine, gli spaccati di vita popolare, le nature morte, l'autrice traccia un'analisi "a tutto tondo" alla luce dei tanti significati semiologici.
Anche l'essere umano può diventare rifiuto, può essere oggetto "da rottamare", ed ecco comparire immagini di derelitti (il dipinto omonimo di Botticelli), ritratti di esseri deformi (Heronymus Bosch), handicappati (come i ciechi o i mendicanti e gli storpi di due tele di Bruegel il Vecchio), la celeberrima prostituta annegata di Caravaggio (La morte della Vergine), il nano Don Sebastian de Morra di Velázquez, le povertà raffigurate da Murillo, da Pitocchetto, le "pitture nere" di Goya, con le terribili sofferenze dell'essere umano.
E sin qui la storia dell'arte ha visto il rottame (inanimato o umano che sia) come uno dei temi di rappresentazione estetica, lo ha raffigurato, lo ha semplicemente trasposto su tela; nel Novecento la situazione cambia. Ora il rottame diventa esso stesso opera d'arte. Una prima fase vede il recupero di oggetti di scarto (stracci, frammenti, ritagli) "sprovvisti di alcun valore se non quello dato dalla loro struttura elementare". Momento di passaggio "epocale", stigmatizzato dall'autrice, la realizzazione di alcune opere di Duchamp, tra cui lo Scolabottiglie del '14 e l'orinatoio del '17 intitolato Fountain: "con queste azioni provocatorie e di rifiuto dei concetti di estetica del bello e del prezioso dell'arte, con cui destabilizza le aspettative del pubblico transitando, con l'apparente banalità trasgressiva e intenzionalmente antiestetica del ready-made dalla pittura al gesto, egli intendeva creare un pensiero nuovo per quell'oggetto, rinobilitandolo attraverso una sorta di distanza cognitiva". Il Novecento vede dunque un legame stretto tra il concetto di bello e quello che in passato era la sua negazione cioè l'oggetto senza più scopo, il rudere senza valore, il vero e proprio rifiuto. Mentre in De Chirico e nei surrealisti questa visione si "storicizza", rappresentando frantumi di memoria e resti del mito (pensiamo ai Manichini con frammenti architettonici) e per loro "ruderi, rottami e rifiuti, avevano proprio attraverso quel loro polveroso deperimento, quel loro carattere frammentario, aperto le porte all'immaginazione, alla fantasia" sino all'estremo ("Antoine Roquetin ... raccoglie rifiuti, stracci, cartacce, o si sporca le mani di fango e pattume"), la corrente del Nouveau Réalisme insegue la materialità dell'oggetto, con tutte le sue "virtualità significanti". E arriviamo all'arte americana degli anni Sessanta, con Rauschenberg e Johns, cantori estremi del rifiuto, oppure a César, che fa della sua arte la retorica e la poetica della discarica, creando assemblamenti informi di stracci, cartoni, lamiere, materiali plastici. Cicli e ricicli degli oggetti usati dall'uomo, rottamazioni, riuso o definitiva demolizione in discariche sempre più gigantesche, sempre più spaventose. L'ultimo capitolo del saggio, che tira un po' le fila di tutto il discorso, analizza anche alcuni aspetti etici e ideologici del concetto di rifiuto e la necessità di educare a consumi più contenuti, anche se "è evidente che le regole del gioco sono state orchestrate in modo da far apparire individualista, asociale, egoista chi non entra nella logica della rottamazione, e da far apparire all'opposto progressista, evoluto e socialmente sensibile chi la condivide". Se così rimarrà la situazione (e nulla fa pensare che debba cambiare nei prossimi anni) ancora molto ci sarà da dire in campo artistico sull'argomento e ancora tanto si potrà cogliere, sfruttare, mediare dall'oggetto rifiuto in tutte le sue forme, per una futura, sempre vitale, "estetica del rottame".
Estetica del rottame di Ave Appiano
163 pag., ill., Lit. 28.000 - Edizioni Meltemi (Gli Argonauti n.51. Collana diretta da Luigi Maria Lombardi Satriani)
ISBN 88-86479-94-8
Le prime righe
Il sentimento dell'oggetto
I detriti del Tempo e il tempo dei detriti
La considerazione del Tempo non è univoca neanche nel pensiero mitico; a una potenza creatrice che racchiude in sé il mistero della rigenerazione (L'Aion iraniano - divino principio, nei misteri di Mitra, della creatività, eterna e inesauribile - passando lascia i segni di un'infinita fertilità), si oppone un dio-Tempo distruttore e insaziabile che divora tutto ciò che ha creato, anche i propri figli. E quest'ultimo sembra governare il destino dell'uomo, conducendolo inesorabilmente alla distruzione della bellezza, al decadimento e alla morte. Nelle arti la figura del Tempo è dotata di falce e clessidra, oppure di gruccia e serpente (derivato, questo, dall'egizio serpente che si mangia la coda, simbolo di eternità); nella pittura rinascimentale il Tempo è rappresentato in modo realistico, nell'atto di compiere azioni, ovvero in chiave allegorica viene colto mentre toglie il velo alla Verità e rivela l'Innocenza, oppure, accompagnato dalla Morte, porta via la Vita.
La percezione del Tempo si sfrangia dunque nella paura della vecchiaia e nel terrore della morte, che già Leonardo avvertiva quali ineluttabili condizioni della vita umana: "O tenpo chonsumatore delle cose e o invidiosa antichità distruggiete e ghuasstj ciò che ssi vede e cchonsumate ognj chossa".
L'identificazione fra Chronos, espressione greca per definire il tempo armato della sua falce spietata, e Cronos, il Saturno dei Romani, rovescia l'immagine della creatività in quella di un tempo distruttore di ogni cosa. Erwin Panofsky, nei suoi celebri quanto fondamentali Studi di iconologia, ha precisato che "i dotti autori del IV e del V secolo a.C. cominciarono a dotare Kronos-Saturno di attributi novi, come il dragone o il serpente che si morde la coda, che avevano lo scopo di sottolineare il significato temporale. Inoltre reinterpretarono i tratti originali della sua immagine come simboli del tempo (...); e la favola mitica, che egli avesse divorato i propri figli, significava, si disse, che il Tempo, già chiamato "dai denti aguzzi" da Simonide ed edax rerum da Ovidio, divora tutto ciò che ha creato".
© 1999, Meltemi editori
L'autrice
Ave Appiano lavora nel campo della comunicazione visiva, dei linguaggi dell'arte e della cultura dell'immagine. È docente a contratto all'Università di Torino e allo IULM di Milano. Fra i suoi libri: Comunicazione visiva, Forme dell'immateriale, Manuale di immagine.
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