Ave Appiano
Estetica del rottame

"La percezione dei sottintesi enigmatici dell'oggetto libera fantasmi nascosti in esso, che kafkianamente occhieggiano e avanzano verso di noi ... oppure affranca dalla loro materialità il contenuto fantastico delle cose più semplici e dimenticate nella mente."


L'uomo ha "fatto i conti" con i rifiuti da lui stesso prodotti sin dai tempi più antichi. Ma mai come oggi la sua esistenza è assediata, minacciata, costretta dai suoi stessi scarti. Scarti materiali, ma anche rifiuti umani, esseri emarginati, poveri derelitti. Il rottame (in senso lato) è elemento di un'estetica alla quale siamo ormai talmente abituati da non percepirla più come tale. L'estetica della rovina, dell'incolto, dell'abbandono, tramutata col tempo nell'estetica della discarica e di chi la "abita". Non a caso proprio negli ultimi decenni l'etica e l'estetica del rottame sono divenuti fondamenti d'arte e di ideologia.
Partendo dall'iconografia classica (da quella rinascimentale al barocco, dal Settecento risalendo sino al primo Novecento) con i suoi ruderi preziosi, le rovine, gli spaccati di vita popolare, le nature morte, l'autrice traccia un'analisi "a tutto tondo" alla luce dei tanti significati semiologici.
Anche l'essere umano può diventare rifiuto, può essere oggetto "da rottamare", ed ecco comparire immagini di derelitti (il dipinto omonimo di Botticelli), ritratti di esseri deformi (Heronymus Bosch), handicappati (come i ciechi o i mendicanti e gli storpi di due tele di Bruegel il Vecchio), la celeberrima prostituta annegata di Caravaggio (La morte della Vergine), il nano Don Sebastian de Morra di Velázquez, le povertà raffigurate da Murillo, da Pitocchetto, le "pitture nere" di Goya, con le terribili sofferenze dell'essere umano.
E sin qui la storia dell'arte ha visto il rottame (inanimato o umano che sia) come uno dei temi di rappresentazione estetica, lo ha raffigurato, lo ha semplicemente trasposto su tela; nel Novecento la situazione cambia. Ora il rottame diventa esso stesso opera d'arte. Una prima fase vede il recupero di oggetti di scarto (stracci, frammenti, ritagli) "sprovvisti di alcun valore se non quello dato dalla loro struttura elementare". Momento di passaggio "epocale", stigmatizzato dall'autrice, la realizzazione di alcune opere di Duchamp, tra cui lo Scolabottiglie del '14 e l'orinatoio del '17 intitolato Fountain: "con queste azioni provocatorie e di rifiuto dei concetti di estetica del bello e del prezioso dell'arte, con cui destabilizza le aspettative del pubblico transitando, con l'apparente banalità trasgressiva e intenzionalmente antiestetica del ready-made dalla pittura al gesto, egli intendeva creare un pensiero nuovo per quell'oggetto, rinobilitandolo attraverso una sorta di distanza cognitiva". Il Novecento vede dunque un legame stretto tra il concetto di bello e quello che in passato era la sua negazione cioè l'oggetto senza più scopo, il rudere senza valore, il vero e proprio rifiuto. Mentre in De Chirico e nei surrealisti questa visione si "storicizza", rappresentando frantumi di memoria e resti del mito (pensiamo ai Manichini con frammenti architettonici) e per loro "ruderi, rottami e rifiuti, avevano proprio attraverso quel loro polveroso deperimento, quel loro carattere frammentario, aperto le porte all'immaginazione, alla fantasia" sino all'estremo ("Antoine Roquetin ... raccoglie rifiuti, stracci, cartacce, o si sporca le mani di fango e pattume"), la corrente del Nouveau Réalisme insegue la materialità dell'oggetto, con tutte le sue "virtualità significanti". E arriviamo all'arte americana degli anni Sessanta, con Rauschenberg e Johns, cantori estremi del rifiuto, oppure a César, che fa della sua arte la retorica e la poetica della discarica, creando assemblamenti informi di stracci, cartoni, lamiere, materiali plastici. Cicli e ricicli degli oggetti usati dall'uomo, rottamazioni, riuso o definitiva demolizione in discariche sempre più gigantesche, sempre più spaventose. L'ultimo capitolo del saggio, che tira un po' le fila di tutto il discorso, analizza anche alcuni aspetti etici e ideologici del concetto di rifiuto e la necessità di educare a consumi più contenuti, anche se "è evidente che le regole del gioco sono state orchestrate in modo da far apparire individualista, asociale, egoista chi non entra nella logica della rottamazione, e da far apparire all'opposto progressista, evoluto e socialmente sensibile chi la condivide". Se così rimarrà la situazione (e nulla fa pensare che debba cambiare nei prossimi anni) ancora molto ci sarà da dire in campo artistico sull'argomento e ancora tanto si potrà cogliere, sfruttare, mediare dall'oggetto rifiuto in tutte le sue forme, per una futura, sempre vitale, "estetica del rottame".


Estetica del rottame di Ave Appiano
163 pag., ill., Lit. 28.000 - Edizioni Meltemi (Gli Argonauti n.51. Collana diretta da Luigi Maria Lombardi Satriani)
ISBN 88-86479-94-8



Le prime righe

Il sentimento dell'oggetto


I detriti del Tempo e il tempo dei detriti

La considerazione del Tempo non è univoca neanche nel pensiero mitico; a una potenza creatrice che racchiude in sé il mistero della rigenerazione (L'Aion iraniano - divino principio, nei misteri di Mitra, della creatività, eterna e inesauribile - passando lascia i segni di un'infinita fertilità), si oppone un dio-Tempo distruttore e insaziabile che divora tutto ciò che ha creato, anche i propri figli. E quest'ultimo sembra governare il destino dell'uomo, conducendolo inesorabilmente alla distruzione della bellezza, al decadimento e alla morte. Nelle arti la figura del Tempo è dotata di falce e clessidra, oppure di gruccia e serpente (derivato, questo, dall'egizio serpente che si mangia la coda, simbolo di eternità); nella pittura rinascimentale il Tempo è rappresentato in modo realistico, nell'atto di compiere azioni, ovvero in chiave allegorica viene colto mentre toglie il velo alla Verità e rivela l'Innocenza, oppure, accompagnato dalla Morte, porta via la Vita.
La percezione del Tempo si sfrangia dunque nella paura della vecchiaia e nel terrore della morte, che già Leonardo avvertiva quali ineluttabili condizioni della vita umana: "O tenpo chonsumatore delle cose e o invidiosa antichità distruggiete e ghuasstj ciò che ssi vede e cchonsumate ognj chossa".
L'identificazione fra Chronos, espressione greca per definire il tempo armato della sua falce spietata, e Cronos, il Saturno dei Romani, rovescia l'immagine della creatività in quella di un tempo distruttore di ogni cosa. Erwin Panofsky, nei suoi celebri quanto fondamentali Studi di iconologia, ha precisato che "i dotti autori del IV e del V secolo a.C. cominciarono a dotare Kronos-Saturno di attributi novi, come il dragone o il serpente che si morde la coda, che avevano lo scopo di sottolineare il significato temporale. Inoltre reinterpretarono i tratti originali della sua immagine come simboli del tempo (...); e la favola mitica, che egli avesse divorato i propri figli, significava, si disse, che il Tempo, già chiamato "dai denti aguzzi" da Simonide ed edax rerum da Ovidio, divora tutto ciò che ha creato".

© 1999, Meltemi editori


L'autrice
Ave Appiano lavora nel campo della comunicazione visiva, dei linguaggi dell'arte e della cultura dell'immagine. È docente a contratto all'Università di Torino e allo IULM di Milano. Fra i suoi libri: Comunicazione visiva, Forme dell'immateriale, Manuale di immagine.



Marc Augé
Disneyland e altri nonluoghi

"Noi viviamo in un'epoca che mette in scena la storia, che ne fa uno spettacolo e, in questo senso, derealizza la realtà - si tratti della guerra del Golfo, dei castelli della Loira o delle cascate del Niagara."


Questa raccolta di saggi/racconti di Augé recentemente pubblicata in Italia, ha ottenuto (giustamente) molti consensi dalla critica che ne ha sollecitata la lettura da parte di un pubblico più vasto di quello che già conosce e apprezza il francese "etnologo della contemporaneità".
Disneyland e altri nonluoghi è uno di quei libri che si devono leggere: leggero, arguto, brillante nella forma, ricchissimo nelle sollecitazioni, negli spunti intellettuali, permette una riflessione che non spinge all'autocommiserazione o allo sguardo sconsolato sui tempi moderni, ma consente di attraversare i luoghi comuni del divertimento con un po' di accortezza e di salutare disincanto.
Prima di tutto, che cosa significa nonluogo?
Augé stesso ne dà una definizione: uno spazio "in cui colui che lo attraversa non può leggere nulla né della sua identità (del suo rapporto con se stesso), né dei suoi rapporti con gli altri o, più in generale, dei rapporti tra gli uni e gli altri, né a fortiori, della loro storia comune". Ma ancora meglio: "il nonluogo è questione di sguardo". Sono cioè i nostri occhi, le nostre menti che si abbandonano alla spinta all'estraneità indotta da aeroporti, parchi di divertimento, villaggi turistici, catene di alberghi tutti identici in ogni parte del mondo, ecc. Sarebbe sempre possibile costruire un angolo di intimità, sentire un odore, ritrovare se stessi e gli altri al di fuori della "scenografia" che viene offerta dai luoghi preposti al divertimento: la ragazzina che sente "l'odore di campagna" è appunto antagonista alla cultura dominante. E Disneyland ne rappresenta la quintessenza. Augé attraversa questa "finzione assoluta" cogliendo il significato fortemente simbolico di quel parco dei divertimenti, emblema dell'intera società contemporanea che si abbandona a un perverso gioco di inganni e di autoinganni. "Disneyland è il mondo di oggi, in quello che ha di peggiore e di migliore: l'esperienza del vuoto e della libertà", una libertà "senza oggetto, senza ragione, senza posta in gioco". Se è in atto la spettacolarizzazione della realtà, qui si è di fronte alla tappa successiva, è lo spettacolo stesso che viene spettacolarizzato.
Le agenzie turistiche offrono nei loro opuscoli immagini dei luoghi da visitare che selezionano solo ciò che nell'immaginario degli uomini può corrispondere alla perfezione. Chi poi va di persona in quei luoghi così abilmente ricostruiti, ritrova ciò che già conosce e trova rassicurante questa esperienza in quanto tutta la cultura che ci circonda spinge più al riconoscere che all'inedito, all'esperienza nuova e dall'esito non sempre prevedibile. Difficoltà di vivere in modo autentico la propria vita che porta al "bisogno dell'immagine per credere nel reale e di accumulare le testimonianze per essere sicuri di aver vissuto".
Epoca malata la nostra, ma Augé non dispera in una possibilità di guarigione. La terapia che indica è il "non perdere la traccia dell'immaginario in fuga", il viaggiare e non "il fare del turismo". Il viaggio può essere compiuto anche all'interno della propria città, scoperta, attraversata, vissuta come luogo appunto e non come nonluogo, così come indica l'ultimo saggio che compone il volume, La città tra immaginario e finzione.


Disneyland e altri nonluoghi di Marc Augé
Titolo originale: L'Impossible voyage. Le tourisme et ses images

Traduzione di Alfredo Salsano
Pag. 122, Lire 18.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)
ISBN 88-339-1141-1


Le prime righe

Introduzione

Luoghi famosi e clichés


Le vacanze: questo titolo da romanzo rosa della contessa di Ségur desta in me una duplice e artificiosa nostalgia. Quella dei castelli normanni che mi figuravo leggendo i libri della contessa all'età di sette od otto anni, quadro ideale di vacanze di sogno, dai quali i figli dei castellani fuggivano a volte per andare a mangiare pane integrale e crème fraîche dai contadini del vicinato (nella vita reale era l'Occupazione, il pane era nero e gli ersatz di marmellata non ne dissimulavano il gusto amaro); luogo pacifico percorso da spaventi effimeri quando Sophie, quella dei Malheurs, si smarriva nel bosco dalle parti dell'Aigle e rischiava di farsi mangiare da uno dei lupi che ancora vi si aggiravano - e ossessionato dal ricordo e dall'attesa dei due viaggiatori dispersi in mare: il signore di Rosbourg e suo figlio Paul, fratello di Marguerite, cugino di Sophie e delle due bambine modello Camille e Madeleine. A questo punto prende forma la seconda nostalgia: quella dell'emozione che avevano causato a me come alla famiglia il ritorno dei naufraghi e il racconto delle loro avventure presso i selvaggi, in un mondo esotico lontano tanto dalle pastorellerie normanne quanto dalle furie e dai fragori della guerra la cui eco pure mi affascinava.
Oggi, la guerra è finita. Se ne visitano i luoghi famosi. Il turismo è la forma compiuta della guerra. Anche da questo punto di vista le cose vanno più in fretta. Nel momento in cui scrivo queste righe (12 gennaio 1997), le agenzie di viaggio che organizzano la visita del Perù hanno previsto una sosta davanti all'ambasciata del Giappone a Lima, dove più di settanta ostaggi sono ancora detenuti dal movimento Tupac Amaru, per permettere ai turisti di filmare e di fotografare i luoghi. Ma insomma la guerra mondiale è finita, almeno quel tipo di guerra mondiale e nessuno se ne lagnerà. Non si legge più molto, penso, la contessa di Ségur e non vedo perché ce ne si dovrebbe lamentare. D'altra parte, anche l'idea di "campagna", quale era evocata dalla parola magica "vacanze" e quale dovette essere associata nella mente di milioni di persone alle prime ferie retribuite, si è trasformata, e non sono sicuro che non si sia semplicemente volatilizzata. Nella Francia asfaltata, le strade non sono più polverose; la sorella Anna, definitivamente muta, non vede più venire niente e guarda le automobili che viaggiano da un parcheggio all'altro, attraverso un paesaggio pieno di zone artigianali e commerciali, di svincoli autostradali e di topaie industriali.

© 1999, Bollati Boringhieri editore s.r.l.


L'autore
Marc Augé, professore all'EHESS di Parigi, autore di importanti ricerche e pubblicazioni culminate in Pouvoirs de vie, pouvoirs de mort e Génie du paganisme, si dedica ormai da molti anni a un'"antropologia dei mondi contemporanei" che ha prodotto, tra l'altro in traduzione italiana, Un etnologo nel metrò, Ville e tenute. Etnologia della casa di campagna e Nonluoghi. Introduzione ad un'antropologia della surmodernità.



Luciano Bardi e Piero Ignazi
Il Parlamento europeo

"Il Parlamento europeo deve oggi far fronte, sia come istituzione che si rapporta alle altre istituzioni comunitarie e nazionali, sia in quanto espressione degli allineamenti politici dei vari elettorati europei, alle sfide dell'integrazione economica, in primis l'Euro, e all'approfondimento istituzionale dell'Unione europea."


Un libro che è quasi un manuale di studio: sintetico, completo, estremamente organico nella struttura e nello svolgimento del tema indicato dal titolo. Gli autori hanno, sicuramente con intenzione, voluto svolgere una funzione "didattica" sull'elettorato che si reca alle urne in tutta Europa il 13 giugno per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo. Il desiderio di informare corrisponde anche all'auspicio che ogni cittadino, quando si appresta a votare, sia ben consapevole dell'importanza di tale azione e desideri conoscere "perché", "per che scopo" e "come" delegare un proprio rappresentante.
Il volumetto si apre con la storia di tale istituzione sovranazionale a partire dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Via via vengono rapidamente analizzati i vari trattati, da quello di Roma a quello di Maastricht e di Amsterdam, ma l'attenzione si ferma con maggiore desiderio di approfondimento sulla figura e il pensiero di Altiero Spinelli. Il suo progetto, forse troppo avanzato per i tempi in cui venne proposto, rimane comunque ancora oggi un vero riferimento per tutti coloro che sperano in un'Europa unita e solidale e mostra una capacità di ampio respiro politico, troppo spesso carente nei vari rappresentanti delle formazioni partitiche nazionali, guidati da particolarismi e interessi piuttosto "provinciali".
Il capitolo successivo tratta, più tecnicamente, le questioni relative alle leggi elettorali dei singoli Paesi dell'Unione europea, in particolare le variazioni intercorse dal 1979, data della prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, ad oggi. Di particolare interesse è l'osservazione delle varie tabelle che gli autori ci propongono da cui è possibile fare raffronti sulle diverse situazioni nazionali, sull'interesse per il tema Europa negli Stati dell'Unione, sulle formazioni politiche e i raggruppamenti che si sono formati all'interno del Parlamento europeo.
In conclusione viene osservato che, a vent'anni dalle prime elezioni del Parlamento europeo, il cosiddetto "deficit democratico" non è stato ancora colmato e che l'insegnamento di Spinelli rimane tuttora un valido modello politico.
Se forse è un po' utopico sperare negli Stati Uniti d'Europa, è però utile riconoscere all'interno del nostro continente elementi unificanti davvero particolari. La cultura, la mentalità che si è costruita dalla Rivoluzione francese in poi, la visione del mondo di derivazione greca e illuminista, un'estetica che affonda nel Rinascimento, lo stesso umorismo, la stessa letteratura hanno radici comuni. I bisogni vitali, le esigenze di masse di disoccupati e di giovani che, con una preparazione scolastica omogenea, hanno uguali difficoltà ad inserirsi in un mondo di adulti forse poco entusiasmante, le nuove povertà che, in Italia, come in Francia, come in Germania, sono emerse: anche questi problemi potranno essere affrontati e forse superati solo in modo unitario e solidale.


Il Parlamento europeo di Luciano Bardi e Piero Ignazi
Pag. 124, Lire 12.000 - Edizioni il Mulino (Farsi un'idea, n. 35)
ISBN 88-15-07107-5


Le prime righe

1. Origini, sviluppo e funzioni
del Parlamento europeo


Il Parlamento nell'architettura istituzionale europea

L'atteggiamento distratto e poco partecipato dei cittadini europei può essere attribuito anche al cosiddetto "deficit democratico". Questa celebre espressione, riferita per la prima volta al Parlamento europeo nel 1979 dallo studioso inglese David Marquand, sottolinea la posizione di debolezza del Parlamento rispetto alle altre istituzioni europee. Infatti, il Parlamento è solo uno dei due organi legislativi dell'unione e, a tutt'oggi, neanche il più importante. Questa qualifica spetta al Consiglio dei ministri, un organismo costituito da ministri dei governi degli Stati membri, che ha il compito di approvare, talvolta con l'aiuto del Parlamento, le proposte di legge della Commissione. La Commissione è l'organo dell'Unione che più assomiglia a un governo nazionale. È composta da 20 membri, compreso il suo presidente, nominati dai governi degli Stati membri. Oltre ai poteri legislativi legati alla stesura e preparazione delle proposte di legge, la Commissione ha anche il compito di assicurarsi della loro applicazione una volta che siano approvate. Per questo è considerata il vero e proprio organo esecutivo dell'Ue. Il Consiglio europeo, composto dai capi di Stato e di governo nazionali, esercita la funzione di indirizzo del governo e, attraverso l'elaborazione delle principali linee politiche dell'Unione, riduce di molto la discrezionalità dell'iniziativa legislativa della Commissione.
Il "deficit democratico" è dovuto anche alla problematicità dei rapporti tra istituzioni sovranazionali (Parlamento europeo e Commissione) e intergovernative (Consiglio dei ministri e Consiglio europeo). Le prime hanno una ragion d'essere e un'identità che trascende le singole nazioni, mentre le seconde sono la sommatoria di singole identità nazionali. I due tipi di istituzioni, soprattutto dopo l'introduzione delle elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, costituiscono due diversi circuiti istituzionali all'interno dell'Unione. Il deficit democratico risulta dai limiti e dall'incompletezza del circuito sovranazionale, ma anche da difetti di quello intergovernativo.
Insieme, tali limiti e difetti delle istituzioni comunitarie impediscono che la dimensione sovranazionale dell'Europa abbia una propria legittimità: in pratica le decisioni e gli indirizzi presi dall'Unione sono legittimi in quanto lo sono i governi nazionali che, attraverso i loro ministri, esercitano un ruolo preponderante nell'approvazione della legislazione comunitaria.

© 1999, Società editrice il Mulino


Gli autori
Luciano Bardi insegna Relazioni internazionali nell'Università di Pisa e Politica comparata nell'Università di Bologna. Ha pubblicato, tra l'altro, Il Parlamento della Comunità europea.

Piero Ignazi insegna Scienza della politica nell'Università di Cosenza. Ha pubblicato, tra l'altro, I partiti italiani.



Edith Bruck
Signora Auschwitz
Il dono della parola

"Alla ferocia umana non c'era e non c'è risposta, né ieri né oggi. L'uomo è ben poca cosa, diceva mia madre, Iddio deve averlo creato in un momento di cattivo umore."


Una lunga conversazione con una scrittrice. Questa, potremmo dire, è l'essenza del libro. Una scrittrice che parla con una giovane interlocutrice, una ragazza che tempo addietro le aveva scritto una lettera con la richiesta di spiegazioni, di chiarimenti, di approfondimenti sull'Olocausto. Edith Bruck non ha mai risposto a tutte le domande che la ragazza (Laura) le aveva inviato (se non con una rapida cartolina). Ora ha deciso di farlo in forma narrativa. E così "ascoltiamo" Edith parlare, mentre la conversazione con Laura diventa solo un pretesto, che svanisce mano a mano. Ascoltiamo la sua storia del lager, i suoi ricordi, le sue impressioni di una vita atroce, di esperienze che segnano tutta l'esistenza, le speranze infrante in un futuro senza più tragedie analoghe, senza più violenza, sopraffazione, guerra. Il discorso scorre a più livelli: quello della ricostruzione storica dei fatti accaduti ad Auschwitz, inframmezzato dai ricordi dell'infanzia, dei genitori, dei compagni di sventura; quello del "dopo", della costruzione dello stato di Israele, dell'evoluzione politica in Europa, dell'etica internazionale contemporanea; poi, infine, l'ottica delle nuove generazioni, da lei osservata quasi quotidianamente negli incontri con le scuole. Come possono i giovani capire, partecipare, introiettare veramente quello che ascoltano solo nei racconti, che non hanno vissuto, che spesso nemmeno sentono vicino, che "non li interessa" o li annoia? E se da un lato devono sapere, dall'altro "tutto ciò non li indebolisce nei confronti del mondo?" Una risposta definitiva sul giusto modo di tramandare questo ricordo non è possibile trovarla, anche se la scrittrice la cerca da anni e continuerà ancora a cercarla.
Lungo l'arco della narrazioni più volte si sofferma sulle proprie sensazioni legate alla memoria e alla narrazione, facendoci percepire la sofferenza che il continuo riaffiorare del ricordo comporta per lei e lo sforzo, immenso, per superare questo tormento e poter così raccontare, tramandare, testimoniare. Eppure il dolore deve essere vinto e la parola deve continuare a scorrere, a fluire per trasmettere la verità dei fatti storici: perché questo è il fine ultimo di chi è sopravvissuto.


Signora Auschwitz. Il dono della parola di Edith Bruck
93 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Marsilio (Gli specchi della memoria. Collana a cura di Frediano Sessi)
ISBN 88-317-7058-6


Le prime righe



Da bambina mia madre attendeva il postino giorno dopo giorno come fosse il Messia, e io con lei; notizie da parenti sparsi per l'Europa orientale. O magari l'avviso di un bel pacco dono di vestiti smessi dai cugini mai conosciuti e lettere delle mie sorelle maggiori da Budapest, città per me di una lontananza inimmaginabile dal mio villaggio: una sorta di Sodoma e Gomorra peccaminosa e splendente di luci e colori dove sarei andata anch'io da grande in cerca di futuro. Con ogni messaggio, buono o cattivo che portasse, l'omino dall'aria più logora della sua borsa, quasi del tutto vuota, veniva accolto da viandante nella nostra povera casa e gli si offriva sempre qualcosa da bere e da mangiare.
Oggi le notizie di tutto il mondo ci annichiliscono. L'anonimo postino è diventato il nemico che ci affoga di carte da buttare. Ogni tanto qualche lettera sperduta, spedita da un mittente apparentemente sconosciuto e tuttavia ansioso di una risposta impegnativa. Come la liceale di Pescara che chiamerò Laura:

"Durante l'incontro con lei non le ho rivolto domande, anche se ne avevo tante in mente. Quel giorno ho preferito ascoltarla, attonita, piangere magari di fronte a certe sue affermazioni, a certi suoi ricordi, ed è proprio per questo che le scrivo. Mi spiego: sono stanca del mio animo giovanile che come niente si entusiasma, si adira, si sdegna di fronte a orrori come Auschwitz, si schiera pronto alla battaglia contro le ingiustizie nel mondo e poco tempo dopo tutto svanisce, inghiottito dalla quotidianità, dagli impegni giornalieri, dalla noia, da questa vita monotona che mi ha dato tutto e che non mi fa apprezzare niente. Questa lettera è una richiesta d'aiuto. Io le chiedo di aiutare la mia giovane coscienza a non dimenticare, a non riaddormentare lo spirito che si ribella a questo mondo così brutto nei confronti del quale però non posso essere indifferente, perché esso è anche mio. Io le chiedo, se ha un po' di tempo, di corrispondere con me, per aiutarmi a crescere con la testimonianza del suo dolore che, se mi è permesso dirlo, con tutto il rispetto, io quasi le invidio, perché le ha donato una forza, una sensibilità, una dignità che io non possiederò mai."

© 1999, Marsilio


L'autrice
Edith Bruck è nata in Ungheria. Dopo la deportazione, bambina, nei lager nazisti, ha vissuto in diversi paesi e dal 1954 abita a Roma. Autrice di romanzi, racconti, raccolte di poesie e di tre film, ha pubblicato, tra l'altro, Nuda proprietà, L'attrice, Il silenzio degli amanti, Chi ti ama così, Transit, Due stanze vuote.



Edoardo Zambon e Valter Binaghi
L'ultimo gioco

"Allora si addentrò nei siti morti, quelli che nessuno cura più; antichi luoghi abbandonati, villaggi cibernetici battuti dal vento elettronico, avamposti perduti dei primi tempi della Rete, scritte vuote, indirizzi enigmatici... nessun segno!"


La persona che mi ha segnalato questo romanzo, mi ha scritto: "può mancare un cyber-giallo nelle vostre segnalazioni?". Io giro la domanda a voi e chiedo: "può mancare un cyber-giallo nelle vostre letture estive?". Se siete appassionati del genere sicuramente la risposta sarà "no" e se non lo siete, beh credo che l'estate sia il momento migliore per provare a leggere qualcosa di nuovo, non troppo impegnativo, non troppo "serioso", non troppo letterario e allo stesso tempo non superficiale, avvincente per la trama ma scritto in modo tale che si possa facilmente sospendere la lettura e riprendere magari dopo una nuotata, una passeggiata, una scorpacciata...
Dopo questa premessa "estiva", parliamo della storia che si presenta piuttosto intensa e piena di riferimenti ai giorni fine-millennio che stiamo vivendo. E anche, come ogni cyber-testo, incentrata sulla comunicazione contemporanea via modem, sull'uso del computer in generale e di Internet in particolare, talvolta innocente e utile rete di informazioni, altre volte strumento criminale (ad esempio come mediatore per contatti fra pedofili o come "arma" per bande di pirati telematici). Il tutto radicato sul caotico substrato culturale che si sta formando nelle città europee. Milano è il luogo. L'omicidio di un hacker (che avviene negli Stati Uniti) è l'esordio. Una presenza inquietante e pericolosa che si insinua nella rete e condiziona l'esistenza di chi vi incappa è il gioco. Un gioco, appunto, un misterioso progetto Druido, una musica subdola, l'aria di una leggenda medievale e lo spirito di una civiltà New Age sono gli elementi che di volta in volta conducono la storia. Con un finale "sul filo del rasoio" del Millennio che finisce e di quello che inizia.
Un'ultima nota: la presentazione del volume è opera di un artista Hip Hop, Flycat, che ha firmato anche il disegno di una "controcopertina" interna.


L'ultimo gioco di Edoardo Zambon e Valter Binaghi
314 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Mursia (Graffiti)
ISBN 88-425-2489-1


Le prime righe

INSERT COIN

L'incarico

Minneapolis, domenica 1 agosto 1999, ore 16.00.

Entrò.
L'ascensore si chiuse con un sospiro e lasciò fuori l'estate polverosa di Minneapolis. L'aria condizionata gli gelava il sudore sotto la giacca.
Si fece issare per i tendini del grattacielo: doveva salire all'ultimo livello della torre, verso la sorgente dell'afa e con l'inverno nel cuore.
Le pareti lucide della cabina moltiplicarono una sagoma asciutta da giovane, ma la sua faccia esangue mostrava cinquant'anni. Era molto alto e le spalle s'incurvavano, come per proteggere un ventre di cristallo

Floor 40. La porta era aperta.
Dal soffitto un cerchio di luce blu opalescente diffondeva un chiarore incerto, si levò gli occhiali scuri. La stanza era nuda come una prigione. Una parete, oscuramente velata, si apriva sul cielo. Sopra un tavolo di legno, cerchi concentrici multicolori danzavano nel monitor piatto a cristalli liquidi. Il computer dormiva un temporaneo sonno ipnotico. In un angolo di quel tavolo c'era una figura in gesso, un demone accucciato con ali raccolte e piccole ritorte corna. Poggiava il mento sulle mani e volgeva pensoso lo sguardo sulla parete vuota, verso oriente.

Una borsa stava per terra, a metà strada fra lui e una poltrona girevole, nera: mostrava lo schienale. Intravide la testa del padrone di casa: con discrezione gli aveva dato il tempo di guardarsi intorno.
La poltrona ruotò su se stessa. L'ospite si alzò e gli tese una mano sottile, sorridendo con grandi occhi chiari. Erano quasi della stessa altezza.
-Avrete incontrato molto traffico dall'areoporto. Oggi i Twins incontrano gli Yankees. Baseball. - Parlava un italiano perfetto, con una pronuncia solo un po' metallica.

© 1999, Gruppo Ugo Mursia Editore


Gli autori
Edoardo Zambon è nato il 17 ottobre 1953.
Valter Binaghi è nato il 14 luglio 1957.
Sono entrambi insegnanti e vivono e lavorano vicino a Milano. Questo è il loro primo romanzo, ma insieme avevano già realizzato un'antologia per la scuola in due volumi sulla letteratura italiana dell'Ottocento e del Novecento.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




11 giugno 1999