Pino Arlacchi
Schiavi
Il nuovo traffico di esseri umani

"Sull'onda della globalizzazione delle comunicazioni e dei mercati, nonché della crescita economica e dello stesso sviluppo dei diritti civili nei paesi più ricchi, negli ultimi tre decenni si sono moltiplicate e infittite anche le catene del servaggio."


I dati che, fin dai primi capitoli del saggio, Arlacchi pone davanti agli occhi del lettore perché sia ben chiaro che l'argomento che andrà a trattare non è di piccolo rilievo nel mondo odierno, sono sconvolgenti e possono sembrare incredibili se le fonti citate non fossero assolutamente attendibili.
Duecento milioni di esseri umani si trovano oggi "in catene", lo sfruttamento sessuale di donne e bambini, nella sola Asia, ha coinvolto in questi ultimi trent'anni più di trenta milioni di vittime. Circa cento milioni di bambini (stime dell'Ufficio Internazionale del lavoro) sono soggetti a vergognose forme di sfruttamento sessuale e lavorativo. Ma ancora più sconvolgente è il confronto con i "numeri" del passato: complessivamente negli ultimi quattro secoli, non più di dodici milioni di persone erano state tratte come schiave.
Le tre principali espressioni dell'odierna forma di schiavismo non sono poi molto diverse da quelle storiche: "la compravendita e lo sfruttamento lavorativo e sessuale dei bambini e delle donne, il lavoro forzato e l'asservimento per debiti".
Arlacchi ricorda, attraverso citazioni di opere storiche sul tema, il momento iniziale della schiavizzazione dei neri africani in epoca moderna e la sua efferata violenza. Così mostra anche come certe civiltà (ad esempio gli indiani d'America), una volta assoggettate politicamente, abbiano preferito essere sterminate che perdere la libertà. La morte sociale dello schiavo appare formalizzata in alcune antiche culture (quella greco-romana, quella islamica...) e anche in epoca più recente questi morti-viventi sono stati costretti ad interagire con gli esseri liberi. Una sintetica analisi storica mostra poi come molte nazioni solo recentemente abbiano formalmente abolita la schiavitù e come il passaggio alla pratica fattiva delle leggi abolizioniste sia stato davvero lento.
Ma come si connota l'odierna forma di schiavismo? Oggi l'unico elemento che guida questo crimine è il profitto, mentre un tempo aveva in parte il ruolo di celebrare la grandeur del padrone, quindi una specie di funzione "politica". Nelle colonie gli europei avevano, anche dopo l'abolizione della schiavitù, utilizzato manodopera coatta reclutata con la violenza e l'inganno: per altro tale realtà non è scomparsa nemmeno oggi.
Un intero capitolo viene poi dedicato a quella particolare forma di schiavitù che è quella sessuale: "I guadagni dei mediatori e i prezzi dei servizi venduti ai clienti sono tanto più alti quanto maggiori sono le violazioni dei diritti umani delle vittime".
Ma il problema non riguarda certo solo paesi lontani: piccole industrie italiane vengono quasi quotidianamente scoperte ricompensare con poche migliaia di lire bambini e donne che lavorano dieci, dodici ore al giorno in condizioni ambientali spaventose; i marciapiedi delle nostre città mostrano prostitute di ogni razza e colore, sempre più giovani e sempre più "richieste" dai clienti italiani; lo strozzinaggio provoca anche nel nostro Paese forme di "schiavitù per debiti", e così via...
In questi giorni il Parlamento italiano sta approvando una legge che prevede uno speciale marchio sui prodotti che non utilizzino mano d'opera minorile. Le trasmissioni televisive che riprendevano piccoli schiavi e donne sottoposti a lavori massacranti hanno fatto precipitare le vendite di alcuni prodotti di importazione (in Germania una trasmissione che mostrava le immagini di bambini nepalesi chini al telaio per tessere tappeti ne provocò il crollo delle vendite): tutto serve a sensibilizzare l'opinione pubblica che, in quanto formata da "acquirenti", può scoraggiare questo squallido mercato. Contro le "reti globali" della criminalità è indispensabile infatti mobilitare la "rete globale" delle coscienze, e considerare la soluzione del problema trattato in questo libro il vero obiettivo del prossimo decennio.


Schiavi. Il nuovo traffico di esseri umani di Pino Arlacchi
Pag. 176, Lire 27.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-84542-6



Le prime righe

CAPITOLO PRIMO
Schiavi e schiavitù


IL MITO PROGRESSISTA



La schiavitù è l'asservimento della persona umana a scopi molteplici di sfruttamento. È una forma di parissitismo sociale che si esprime nel campo dell'economia, dei rapporti tra i sessi, della psicologia e dell'etica interpersonale. Base della schiavitù è la nuda forza, che espropria la vittima di ogni potere e conferisce al padrone il dominio assoluto su di essa.
Il concetto dello schiavo come un essere umano che può essere legalmente posseduto, usato e rivenduto, e del quale il proprietario può disporre come di un animale domestico, è antico e pressoché universale. Il maggiore trattato di scienza politica dell'antichità, la Politica di Aristotele, si apre con una celebre difesa della schiavitù, eseguita all'interno di una trattazione unitaria della posizione delle donne, degli schiavi e degli animali domestici.
È sin troppo facile sorridere di queste concezioni, e collocarle nel campo dei tributi al proprio tempo pagati da pensatori la cui modernità non cessa per altri versi di sorprenderci. Il parallelo tra lo schiavo e l'animale domestico ha attraversato in realtà l'intera storia umana, e si è espresso nel modo di assegnare il nome allo schiavo, nella consuetudine di marchiarlo e di stabilirne il prezzo in termini di numero di vacche, cavalli, pecore e maiali equivalenti.
Pochi sanno che la schiavitù esiste ancora. E pochissimi sono al corrente dell'esistenza di un comitato delle Nazioni Unite che si riunisce ogni anno a Ginevra per discutere delle moderne forme di schiavitù. La maggioranza della gente pensa allo schiavo incatenato, ai velieri pieni di umanità dolente in viaggio verso gli Stati Uniti o il Brasile, alle piantagioni di cotone, a Via col vento e alla Capanna dello zio Tom. Pagine chiuse dalla storia, ricordi infelici di capitalismi primitivi e di crudeltà irripetibili all'alba del nuovo millennio.
Tra le prove più convincenti avanzate dai sostenitori della tesi del progresso morale dell'uomo, oltre alla crescente "illiceità" della guerra nei codici dell'etica internazionale, viene spesso citata l'abolizione definitiva della schiavitù nel corso del secolo passato. Con la legge approvata dal Parlamento brasiliano nel 1888 è caduto per sempre, secondo un mito progressista largamente diffuso, l'ultimo bastione del degrado legale della persona.
È ancora presto per dare un'etichetta sicura al Novecento, e stabilire quella difficile unità di misura che ci farebbe considerare i massacri delle guerre mondiali, dell'Olocausto e degli altri genocidi a noi più vicini come delle offese alla dignità umana in qualche modo meno gravi della schiavitù.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Pino Arlacchi è nato nel 1951 a Gioia Tauro, è considerato uno dei massimi studiosi mondiali della grande criminalità ed è stato fra gli artefici della strategia antimafia dell'Italia negli anni '80 e '90. È professore ordinario di Sociologia all'Università di Sassari ed è stato "Visiting Professor" alla Columbia University di New York. Tra i suoi libri più recenti, Gli uomini del disonore, Addio Cosa Nostra. La vita di Tommaso Buscetta, Il processo. Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo. Dopo essere stato deputato e senatore della Repubblica, è oggi vicesegretario generale delle Nazioni Unite, di cui dirige l'Ufficio di Vienna. È inoltre direttore esecutivo dell'Ufficio per il controllo degli stupefacenti e la prevenzione del crimine (ODCCP).



Luca Beatrice
Stesso sangue
DNA di una generazione

"In letteratura e in arte ... il singolo può arrivare a dire qualcosa assumendosene completamente la responsabilità."

Dall'intervista a Tiziano Scarpa



18 autori, 18 modi diversi di scrivere, di interpretare la realtà, di rispondere agli interrogativi del critico. 18 scrittori che sono parte di un'unica generazione, quella nata negli anni Sessanta. Sono autori che, malgrado i tanti tentativi fatti dall'esterno, in realtà non rispondono a nessun cliché, non possono essere inquadrati in alcun genere particolare, ma che sperimentano, come hanno fatto le generazioni precedenti, linguaggi, storie, modi di comunicazione. Tuttavia hanno innegabilmente lo "stesso sangue", quello che fluisce anche nelle vene degli artisti coetanei, dei quali condividono le medesime origini culturali. Esistono affinità non solo superficiali tra la loro letteratura e l'opera grafica, pittorica, plastica degli artisti visivi. Scorre sotto la loro pelle il medesimo senso estetico, che consciamente o inconsciamente, pur con le tante variabili possibili, riconduce a un'unica, grande arteria. Tiziano Scarpa, Enrico Remmert, Andrea Canobbio, Edoardo Nesi, Francesco Piccolo, Alessandra Montrucchio, Andrea Demarchi, Marco Drago, Valerio Evangelisti (un po' più "anziano"degli altri essendo nato nel 1952), Giuseppe Caliceti, Giulio Mozzi, Niccolò Ammaniti, Enrico Pellegrini (il più giovane, classe 1971), Aldo Nove, Stefano Massaron, Mauro Covacich, Andrea G. Pinketts, Silvia Ballestra rispondono alle domande di Luca Beatrice, critico d'arte ma in questo caso ottimo "pungolatore" di letterati. Raccolte tutte insieme le interviste realizzate da Beatrice formano una panoramica che (pur non essendo completa) fornisce un buon punto di partenza per comprendere questa nuova estetica della narrativa e quanto su di essa influisca la realtà circostante: la città in cui si vive, il tipo di attività che vi si svolge, l'ambiente che si frequenta, la musica che si ascolta, l'arte che si conosce e così via. In appendice, inoltre, viene riportata una breve nota biografica di ognuno degli scrittori intervistati, utile per capire meglio chi sono e cosa hanno sin qui realizzato.


Stesso sangue. DNA di una generazione di Luca Beatrice
186 pag., Lit. 20.000 - Edizioni minimum fax (filigrana n.19)
ISBN 88-86568-78-9


Le prime righe

Stesso Sangue


Questo libro non nasce tanto da un'esigenza critica quanto dalla mia passione di lettore di narrativa e osservatore di alcuni fenomeni della cultura italiana contemporanea. Lavorando nell'ambito delle arti visive, e interessandomi in particolare ai cosiddetti "giovani artisti" ormai da circa un decennio, mi ritrovo molto più affascinato da fenomeni esterni rispetto a un linguaggio specialistico e autoreferenziale come la critica d'arte: penso infatti che per accostarsi in maniera più diretta e senza troppi filtri all'opera sia soprattutto necessario rivolgere lo sguardo al di fuori. Pur essendo a tutti gli effetti un critico di settore, mi considero allo stesso tempo un lettore di fiction: mi piacciono infatti le storie e i modelli narrativi che possono restituire stimoli assai complessi dai quali mutuare idee per la stesura di un testo saggistico.
Mosso da questa passione nei confronti della lettura, e, in fondo, anche dalla voglia di conoscere e incontrare gli scrittori miei coetanei, ho pensato a una soluzione molto semplice: invitarne alcuni a discutere del lavoro in relazione al mio campo di interessi principali, l'arte contemporanea, cercando di capire se ci fosse realmente uno "stesso sangue", un autentico interscambio tra due mondi che risultano troppo spesso isolati l'uno dall'altro. L'ipotesi dalla quale sono partito è altrettanto immediata: si tratta di una stessa fascia generazionale di artisti e scrittori tra i venticinque e i quarant'anni che si sono affacciati all'attenzione pubblica nel corso dell'ultimo decennio e dimostrano interesse per temi decisamente analoghi attraverso scelte linguistiche piuttosto affini.
A partire dal novembre 1997, ho quindi organizzato una serie di incontri pubblici con gli scrittori: dapprima a Torino, nella casa-galleria di Caterina Fossati, dove sono intervenuti Tiziano Scarpa, Enrico Remmert e Andrea Canobbio, e in un secondo tempo nei locali del Caffè San Carlo, in un'atmosfera decisamente più caotica e mano ovattata, con Alessandra Montrucchio, di nuovo Remmert e Andrea Demarchi. Una tipologia analoga ho utilizzato anche a Roma presso l'associazione culturale "Futuro" dove, da febbraio a maggio 1998, hanno discusso insieme a me di arte e letteratura Edoardo Nesi, Francesco Piccolo, ancora Scarpa e la Montrucchio. Proprio in questa occasione ho conosciuto Marco Cassini e Daniele di Gennaro, editori di minimum fax, che hanno manifestato interesse nel raccogliere i dialoghi e farne una pubblicazione. È stato a quel punto necessario ampliare la rosa degli interventi: ho perciò contattato e intervistato altri scrittori privatamente, cioè non davanti a un pubblico.

© 1999, minimum fax


L'autore
Luca Beatrice (1961) insegna Storia dell'Arte all'Accademia di Brera. Critico e curatore di mostre, ha pubblicato fra l'altro Nuova scena e Nuova arte italiana. Collabora a "Flash Art", "Arte", "Blue" e "Kult".



Piero Colaprico
Kriminalbar

"Alle soglie del Duemila uno deve scrivere solo se è capace di distrarre o di far pensare, se ha qualche bella storia mai sentita, qualche nuovo punto di vista."


Dieci storie che presentano una Milano sommersa eppure presente in modo clamoroso sulle pagine della cronaca cittadina dei quotidiani. La Milano dei tanti "Kriminalbar", delle periferie e dei quartieri "a rischio", una città squallida, ma non disperata, fatta di piccoli delinquenti e di qualche "boss", di una malavita che si intreccia con gente che cerca solo di avere qualche soldo in più da consumare, da sprecare in comportamenti da ricchi, da arrivati. Piccoli fallimenti che fanno "entrare nel giro", l'assenza di scrupoli morali, di una qualche forma di etica o di senso civico che portano a contatto anche il piccolo borghese con chi è marginale o con chi della delinquenza ha fatto un affare.
Nessuno, nemmeno le forze dell'ordine sembrano esenti da questa immagine della città che Colaprico con un linguaggio diretto e antiretorico presenta come "metropoli provinciale", e l'ex capitano dei carabinieri Genito, ora investigatore privato, ne è la testimonianza. Corrado Genito sia quando ricorda le sue azioni passate, sia quando esercita le sue attuali funzioni, mostra una spregiudicatezza che certo non corrisponde all'ideale di giustizia delle "persone perbene", né al più tiepido dei garantismi. Eppure la realtà è di certo molto vicina alle pagine di questa raccolta di racconti che godono anche dell'esperienza professionale dell'autore, giornalista e autore di saggi di grande successo quali Manager calibro 9 o Capire Tangentopoli in cui già veniva descritta, in forma di inchiesta, la realtà della criminalità più o meno illustre che ha popolato (e in buona parte popola ancora) Milano negli anni di Tangentopoli, quando rimaneva la speranza di una "riscossa" che in questo romanzo sembra proprio non essersi esaurita.
Altri personaggi, che ritroviamo via via nei diversi racconti del volume, sono figure tipiche di questa metropoli un po' marginale: il fotografo interista (unica autentica passione appare essere davvero la squadra del cuore) che non ha remore, lui che non possiede altri mezzi per sfondare, a uccidere un boss mafioso e a impadronirsi di un ricco bottino di cocaina; il "Paul Newman della truffa alla milanese", vero supereroe della mala, più prestigioso dei poveracci che popolano i vari Kriminalbar cittadini, e molte donne belle e smarrite con nella testa i soliti miti da fine millennio metropolitano. In molti di questi personaggi esiste un curioso gusto della narrazione: le storie, se raccontate, sembrano acquistare una insospettabile dignità, e di certo quelle che Colaprico costruisce hanno una sicura forza narrativa e uno stile diretto ed efficace nel descrivere una città distratta e superficiale, asfittica e meschina, davvero la Milano di questa fine Millennio.


Kriminalbar di Piero Colaprico
Pag. 239, Lire 22.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66324-5


Le prime righe

1.L'AGNELLO NERAZZURRO
(DA DICEMBRE ALL'ESTATE)


Somigliava alla vecchia foto segnaletica. Ma la foto è cinque per otto centimetri, in bianco e nero, quella che noi chiamiamo faccina. Una cosa piccola , a due dimensioni, senza peso, sfuggente e lontana, perché ti danno faccine di morti o faccine di detenuti. Questa invece era una facciona reale, che non si può accartocciare e buttare nel cestino. Malrasata, color candela, con il pallore umido che stanno regalando anche a me il neon del carcere e la depressione di venire contato tre volte al giorno, come una pecora, in un rumore perenne di voci, passi, echi, qualcosa di soffocato e qualcosa di metallico.
La facciona - piazzata proprio di fronte a me in mezzo alla tavolata di Natale, dove i detenuti marocchini non erano ammessi e guardie non ce ne dovevano stare - era il coperchio fumante di un cervello che, senza conoscermi, mi odiava. Lo sapevo già, ma il mio nuovo compagno di cella, un culturista molto basso di statura e di struttura morale, finito dentro per una storia di patenti rubate, s'era premurato di avvisarmi: "Ma che gli hai fatto? Il boss dice che ti vuole leggermente scannare". Storie di donne, avevo risposto, aggiungendo con il filo di voce che mi restava sotto la stretta dell'emozione: "Sa che sono qui?".
"Ora che mi ci fai pensare", mi aveva risposto Motozappa, "parlava di te come se fossi lontano: 'Quando esco è carne morta', così ha detto, sì. Perciò stai all'occhio, lo sai che qui non ci vuole molto a beccare le news giuste". Perfetto, il boss scannante ce l'avevo di fronte e, lo sapevo anch'io, dal carcere di San Vittore non si scappa.
Era meglio quando facevo solo il fotografo, me lo ripetevo ogni giorno. Sempre in giro, per la cronaca e i suoi morti ammazzati, suddivisi in cadaveri senza lenzuolo e con lenzuolo. O per la politica, che si divide, come i morti, in due categorie: facce da podio e facce da cortei. Non mi dispiacevano i processi, fatti di inseguimenti nei corridoi e fughe in motorino dietro automobili con autista. Mai lo sport, perché lo amo troppo e non voglio contaminarlo con il lavoro. Solo qualche volta la moda. La moda a Milano è stata la più bella invenzione dei socialisti. Il problema è che, anche dopo la scomparsa dei socialisti dalla scena, se là dentro non hai un amico pesante, fai poco. E io, che sono nato povero e non leccaculo, qualcosa di buono realizzavo, senza riuscire a salire nel rango degli specialisti.

© 1999, Garzanti Libri s.p.a.


L'autore
Piero Colaprico è nato a Putignano nel 1957, inviato di Repubblica, è autore di saggi di successo come Duomo Connection e Manager calibro 9 (con Luca Fazzo) e Capire Tangentopoli. È anche autore del giallo Sequestro alla milanese.



Lawrence Durrell
Il labirinto oscuro

"Via via che ne spuntava i nomi aveva l'impressione d'esorcizzare l'ombra dell'incidente che gravava ancora pesante sull'umore di tutti i passeggeri. La morte e le crociere, pensò, erano due concetti che nessuno sforzo avrebbe potuto rendere compatibili."


Già edito da Mursia nel 1967 (ripubblicato nel 1968 dal Club degli editori e nel 1977 da Garzanti), ma ormai da molto tempo introvabile, ecco un'opera di Lawrence Durrell che costituisce un tassello importante per comprendere l'evoluzione della narrativa anglosassone del Novecento, insieme al suo capolavoro Alexandria Quartet e all'epistolario tra l'autore e Henry Miller, edito da Feltrinelli nel 1961, con una prefazione di Guido Piovene, e purtroppo mai ristampato.
Ambientato a Creta e inizialmente intitolato Cefalù, dal nome del piccolo villaggio greco attorno cui la vicenda ruota (nulla a che vedere, dunque con la cittadina siciliana omonima) il romanzo ha poi visto mutare il suo nome, in occasione dell'edizione inglese del 1961, nella migliore e senza dubbio più appropriata forma de Il labirinto oscuro. Una crociera nel Mediterraneo, un recente ritrovamento archeologico appassionante (il mitico labirinto dimora del Minotauro che alcuni dichiarano aleggiare ancora tra i cunicoli), la voglia di vedere meglio, da vicino quel luogo, l'incoscienza di un gruppo di turisti troppo curiosi. Questi gli elementi iniziali del romanzo, che da subito, tuttavia, ci promette ben altro che il racconto del dramma causato da un crollo e della conseguente scomparsa di quasi tutti gli intraprendenti turisti.
È un percorso a ritroso alla ricerca dell'identità delle persone scomparse che parte dall'ultimo atto, quello finale e risale lentamente. Dagli oggetti lasciati nelle cabine della nave ad essi assegnate (piccoli indizi di personalità umane) che rammentano alla cameriera che li raccoglie rapidi flash sui loro proprietari, ai capitoli d'indagine, di approfondimento, attraverso i quali i "fili d'Arianna" degli attori della storia si svolgono, dipanando una matassa, ma formando un unico aggrovigliato tessuto. I protagonisti sono tutti inesorabilmente attratti verso il labirinto: i coniugi Truman, personaggi "eccentrici", il signor Campion, artista velleitario, e il capitano Baird (ma quale dei due è veramente andato nel labirinto?), la giovane Virginia Dale, la signorina Dombey, Olaf Fearmax "il medium di Exeter" e Lord Graecen, Pari d'Inghilterra e poeta, malato e solo.
Il labirinto diventa metafora evidente della difficoltà di vivere, dell'estensione imprevedibile della personalità, dei drammatici ostacoli che si frappongono tra gli uomini e che impediscono spesso forme di dialogo più profonde. Ripercorrere il labirinto e uscirne significa rivedere la propria vita tentando di ricostruirla, ma non a tutti ciò è concesso.


Il labirinto oscuro di Lawrence Durrell
Titolo originale dell'opera: The Dark Labyrinth

Traduzione dall'inglese di Martina Rinaldi
313 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Fazi (Le porte n.46)
ISBN 88-8112-103-4


Le prime righe

La storia

All'inizio del mese di giugno del 1947, nell'isola di Creta, una piccola comitiva di turisti rimase imprigionata nel labirinto di Cefalù, allora di recente scoperta. Il gruppo, guidato da una accompagnatore dell'agenzia di viaggi che aveva organizzato l'escursione, si era avventurato nella rete di grotte e corridoi per esplorare la cosiddetta Città fra le Rocce, il cui ritrovamento - all'inizio dell'anno precedente - aveva coronato la lunga carriera archeologica di Sir Juan Axelos. In un improvviso quanto imprevisto incidente la guida rimase uccisa, violente frane di roccia separarono alcuni dei partecipanti dal resto della comitiva, e solo uno di loro infine, Lord Graecen, riuscì miracolosamente a trovare la via d'uscita.
Se è lecito che uno scrittore senta l'obbligo di giustificarsi per aver scelto un argomento così banale, il giornalista non prova certo tale scrupolo, e la notizia di questa incredibile vicenda riempì le prime pagine dei quotidiani londinesi. Come testimonianza di quella Verità a volte ancor più strana della fantasia, la notizia fu ben accolta dalla stampa americana e, sulle pagine dei giornali d'oltreoceano, era accompagnata dal piccante sottotitolo Lord sperduto nel labirinto. Il "Times" approfittò per richiamare ancora una volta l'attenzione sulla brillante scoperta, da parte di Axelos, di un labirinto ritenuto per così lungo tempo soltanto un mito. Le parole "labirinto" e "Minotauro" comparvero sul "Daily Mirror" nel cruciverba del quindici del mese. La stampa di Atene, che non poteva permettersi la spesa di un inviato speciale, si limitò dal canto suo a riproporre la traduzione delle cronache apparse sui giornali americani. In uno di questi articoli un giornalista si spinse tanto in là da ipotizzare che il labirinto fosse ancora abitato da una qualche strana creatura, un Minotauro appunto, responsabile della morte di molti innocenti abitanti della zona.

© 1999, Fazi Editore


L'autore
Lawrence Durrell (1912-1990) è considerato uno dei più significativi scrittori inglesi del nostro secolo. Irlandese da parte di madre, nato in India e vissuto in Egitto, in Inghilterra, in Francia, in Grecia e in Argentina, Durrell fu di volta in volta pianista, fotografo e diplomatico, perennemente in fuga dalla "morte inglese", dal "grigiore britannico". La sua opera più nota è Alexandria Quartet (Justine, Balthezar, Mountolive, Clea). Altri titoli pubblicati in Italia: Un sorriso nell'occhio della mente, Il libro nero, Carosello siciliano.



Michele Serra
Che tempo fa

"Scelsi il titolo un po' per caso, un po' perché sono un appassionato cultore di quasi tutte le rubriche meteo di quasi tutte le reti televisive, mi piace guardare il cielo e mi piacciono sole, nuvole e pioggia. Per non dire della neve."


Chi ha avuto in mano in questi anni il quotidiano l'Unità non può non aver puntato l'attenzione su una rubrica, breve ma "densa", stretta tra le colonne della prima pagina, dal titolo Che tempo fa. Dal 7 giugno 1992 ad oggi (tranne il lunedì e il mese d'agosto) Michele Serra puntualmente ogni giorno ha manifestato le sue opinioni, i suoi giudizi e le valutazioni che sentiva necessario esprimere su fatti grandi e piccoli della nostra vita collettiva. Questo volume raccoglie una selezione di quegli articoli, molto significativa. Suddivisi in capitoli che li raggruppano per "argomento" (anche se inteso in senso lato) i pensieri di Serra compongono un mosaico della situazione nazionale dell'ultimo decennio del Novecento.
Pungenti, satiriche note sulla società italiana (a proposito delle famiglie alto borghesi: "È proprio vero che i comunisti non ne azzeccano una: non dovevamo mangiare i bambini. Dovevamo mangiare i genitori"), sui politici ("Sempreduro Bossi lancia il federalismo unitario. Impallidisce il ricordo delle convergenze parallele di Aldo Moro, o del Pci di lotta e di governo dei vecchi, gloriosi, brumosi tempi andati", oppure "Per la Ducia Alessandra Mussolini, la percezione della politica e, direi, dell'universo mondo, si fonda su una valutazione forse riduttiva ma non discutibile: essere una Mussolini e in quanto tale destinata a tutelare la memoria di nonno. Se fosse nata Malagodi, la Ducia sarebbe liberale, se nata Terracini sarebbe comunista, se nata Dalì sarebbe surrealista..." o ancora "Nessun mortale è vissuto tanto a lungo da poter capire, e tantomeno giudicare, le parole e le opere di Marco Pannella"), sui giornalisti ("Il destino del giornalismo è quanto di più strano, e ingrato, si possa immaginare. Quando non c'è si capisce che è assolutamente impossibile farne a meno, perché la sua mancanza serve a coprire l'idiozia del potere. Quando c'è, è altrettanto impossibile sopportarlo, perché la sua presenza serve a scoprire il potere dell'idiozia."), su... tutti, e non posso andare avanti con le citazioni, anche se la tentazione è tanta.
Curiosamente i suoi articoli non sono "datati" e, sebbene si riferiscano a eventi talvolta strettamente legati all'attualità, non si ha mai l'impressione di leggere un testo vincolato al tempo in cui è stato scritto: capacità di critico e narratore.
Mi sembra importante riportare l'ultimo passo della Prefazione dell'autore, per motivi altrettanto scaramantici di quelli che hanno portato Serra a scriverlo, e nella speranza che quando lo leggerete... "Poiché la facitura di questo libro cade, suo malgrado, in tempi di guerra, mi sono chiesto se fosse necessario aggiornarlo, o comunque dare un segno della pena che stiamo tutti condividendo. Ho deciso di non farlo nella convinzione, scaramantica, e probabilmente patetica, che quando il libro sarà in libreria la guerra sarà finita, e farà un tempo meno sciagurato".


Che tempo fa di Michele Serra
339 pag., Lit. 14.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n.1551)
ISBN 88-07-81551-6


Le prime righe

Della fragilità delle cose terrene

Nessuno sa dire con certezza se le bizzarrie del tempo siano davvero dovute alla scellerata azione degli uomini o dipendano da cicli climatici ricorrenti. La sola cosa certa è che l'esposizione dell'umanità alle intemperie e alla brutalità degli elementi è ancora fortissima, perfino nelle società a tecnologia avanzata. Il maltempo ci ricorda, diverse volte all'anno, che stiamo pur sempre giocando una partita all'aperto, e che nessuna forma, neppure la più raffinata, di "artificialità" delle condizioni di vita può davvero porci al riparo: perché se le case sono calde e robuste, i campi coltivati, le strade, le ferrovie, i cieli, i mari sono esposti al cielo. Personalmente, anche se sono ben lieto di stare al caldo e all'asciutto, a ogni ondata di tempo cattivo provo una sorta di eccitazione infantile. La natura che rialza la voce, indomabile e dispotica, ci ricorda che la nostra avventura è ancora in corso, che niente è conquistato per sempre e soprattutto che apparteniamo indissolubilmente alla terra. Dalla quale dipendiamo assai più di quanto essa dipenda da noi: ed è questa una vera fortuna.

29 dicembre 1995

Piccoli misteri occidentali. Perché la Volkswagen Golf - questa macchinetta graziosa e ospitale, rotondetta e affabile - è diventata uno degli strumenti prediletti dei farabutti della strada? Come mai, nove volte su dieci, se un cretino infoiato ti supera a destra, ti lampeggia a un centimetro dal posteriore, ti strombazza nelle orecchie a un semaforo, è a bordo di una Golf? Come mai quei sinistri equipaggi di ventenni cerebrolesi con occhiali neri, pettinatura da marine e house music a volume lancinante sono quasi sempre a bordo di una Golf?
Sapevano, in Germania, di avere concepito, sotto le mentite spoglie di una berlinetta da impiegati, uno strumento cult della violenza maschile? Oppure non lo sapevano, e ancora oggi i progettisti della Golf si stanno domandando come mai, in Italia, la loro creatura è così ambita dagli ultras dell'asfalto?
Il problema, semiologicamente parlando, mi sembra serio. E, soprattutto, ancora insoluto.

1 ottobre 1992



© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Michele Serra è nato a Roma, è cresciuto a Milano e vive a Bologna. Ha diretto il giornale satirico "Cuore" e collabora con "l'Unità" e "la Repubblica". Tra i suoi libri, Il nuovo che avanza, Tutti al mare, 44 falsi, Poetastro. Poesie per incartare l'insalata e Il ragazzo mucca.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




4 giugno 1999