Valerio Aiolli
Io e mio fratello

"C'era stato un corridoio lungo, a macchie. Macchie di buio e di luce di finestra. E il marrone di una vecchia che ci camminava avanti."


Una storia intimista, un romanzo d'infanzia. Rifacendomi al modo usuale di commentare e spiegare che utilizza lo scrittore Carlo Lucarelli, potrei dire: "se fosse un quadro" sarebbe un acquerello di scuola impressionista francese, "se fosse un film" sarebbe Le Ballon rouge. Macchie impressioniste, flash di colore, lampi di suono, ricordi ora vivi ora offuscati, mescolati al magico sentire e vedere che connota la prima infanzia di noi tutti.
Perché lieve nella forma ma intensa nel contenuto è la scrittura di Aiolli. Talvolta le storie, gli ambienti sono resi quasi eterei nel ricordo di un bambino piccolissimo (in età prescolare) il cui mondo è formato prevalentemente da adulti: uno zio Pide, "più giovane della mamma", "che sta in casa con la nonna Mara e il nonno Alvise" e che dice sempre "bischero"; una zia Augusta spesso presente; un nonno Alvise, appunto, con "il viso e le mani diventati tutti pieni di rughe, come quelli delle suore"; i nonni Carolini... e i nonni degli amici, come la nonna Rina, "troppo grassa e troppo vecchia per essere una mamma"; e una mamma con la pelle scura "perché è nata in Sardegna" e che in macchina "non sa mettere la quarta" e un papà geometra spesso nervoso.
Ma, soprattutto, un fratello, una figura strana: un fratello che esiste solo nell'immaginario infantile, ma che in realtà è molto presente. Un suggeritore, un amico, un affetto forte dimostrato anche fisicamente con abbracci, strette, solidarietà e complicità: un vero alter-ego che partecipa alla sua vita, unendosi ai teneri momenti felici con il babbo e la mamma "quando la mamma mi mette a letto sono tutto sudato di contentezza, e mi addormento che ancora mi torna in mente quant'era buffo il babbo e quanto rideva la mamma, e mi viene da ridere ancora", la Festa del Grillo alle Cascine, che tutti i ragazzi fiorentini ricordano con un pizzico di rimpianto, i momenti drammatici della piena dell'Arno, quelli tristi dei litigi dei genitori.
"Guardare il viso di un fratello è come guardare la pancia mentre fai il bagno. Non te la guardi mai, la pancia, perché sopra c'è sempre la canottiera o la camicia, o il pigiama. Ma quando te la guardi ti accorgi che la conoscevi già benissimo, e che anche se non l'avevi mai vista te l'eri sempre portata dentro in tutti i posti dove andavi". Così dice alla fine il ragazzino, ormai consapevole della passata esistenza di un vero fratello che, anche se non comparirà più come protagonista del suo immaginario infantile, sarà accanto a lui per sempre.


Io e mio fratello di Valerio Aiolli
155 pag., Lit. 22.000 - Edizioni e/o (Dal Mondo)
ISBN 88-7641-379-0



Le prime righe

Uno


"Vediamo questa volta di non fare scherzi" dice il babbo prima di uscire con la borsa di cuoio magra e il giubbotto verde. Pensa all'asilo delle suore.
Questa volta è diverso. Questa volta è l'asilo vero. Questa volta non facciamo scherzi.
"Vieni che ti devo mettere il grembiule" dice la mamma. Lei dice grembiule, la nonna Carolina dice grembiale, ma questo perché la nonna Carolina è vecchia e i vecchi parlano diverso. Anche la nonna Mara dice grembiale. Tutti i nonni sono vecchi. Qualcuno è anche morto, i miei no.
Facciamo tutta la strada e poi la mamma mi lascia in una stanza piena di grembiuli. Sono a quadretti azzurri, e le bambine rosa, ma una bambina no. Una bambina ha il grembiule tutto bianco e i capelli con un po' di riccioli, ma pochi, che arrivano fino in fondo alla schiena. Sta seduta dritta come dice sempre la zia Augusta che si deve stare a tavola. Quando non te ne accorgi ti senti pigiare la schiena. È il dito della zia Augusta, il dito indice, e ti devi alzare dritto. La guardi e lei ti fa vedere come devono stare le spalle. "Belle aperte. E dritto! Se no ti viene la scoliosi". La scoliosi ce l'hanno quei bambini con il busto. Quasi sempre hanno anche gli occhiali che fanno sembrare gli occhi come quelli dei pesci se guardi troppo vicino al vetro di un acquario. La bambina col grembiule bianco sta dritta, si chiama Cristina e non ride mai.
La maestra ci fa sedere tutti in cerchio, lei resta nel mezzo. Ha i capelli neri con dei fili bianchi che spuntano da sotto. Dice: "Come fa il cane?". E tutti: "Baubau".
"Bravi. E il gatto?".
"Miao".
"Bravi. La mucca?".
"Muuuu".
"Bravi. La pecorina?".
"Beeeee".
Tutti diciamo così. "Beeeee", con la lingua fuori. Invece la Cristina sta zitta. Quando finiamo di dire "Beeeee" con la lingua fuori la Cristina dice: "Eheheheh".
Come una pecora vera.
"Brava!" dice la maestra, "bravissima". E glielo fa rifare.
Tutti la guardiamo in silenzio. Sembra proprio una pecora vera. Chi ci aveva mai pensato. È così. È bellissima questa Cristina. Non ride. Non mi guarda. Ha il grembiule bianco e sta dritta come vuole la zia Augusta. È bellissima.

© 1999, Edizioni e/o


L'autore
Valerio Aiolli è nato a Firenze nel 1961. Io e mio fratello è il suo primo romanzo.



Alessandro Bergonzoni
Opplero storia di un salto

"Qualcuno di voi potrà dirmi perché non finisco le frasi. È semplice: non finisco le frasi perché sono loro per prime che non finiscono. Perché le frasi non finiranno mai. E se finissero... Io però sono nato per aiutarle a non finire mai...".


"Esistono giorni dell'alfabeto postale in cui si formano nuove lettere, quel giorno era quel giorno": forse il giorno in cui Alessandro Bergonzoni ha iniziato a scrivere questo suo ultimo libro, era "quel giorno".
Come sempre un vero fuoco d'artificio di parole, giochi linguistici e logici che lasciano il lettore completamente "spiazzato" e che lo travolgono in un carosello di divertimento e di vera comicità.
Surreale, intelligente la scrittura di Bergonzoni si svolge in questo libro attraverso una specie di trama, una evoluzione degli eventi secondo una consequenzialità solo linguistica e immaginaria.
I personaggi che popolano questo curioso Circo Opplero sono tra loro legati dalla assoluta improbabilità del loro essere: "Mangiafuoco è una delle donne più anziane che ci sono nel Circo Opplero. Prima di lei c'era stata solo sua cugina, la Donna Torcia, che adesso dicono lavori nella Sicurezza Stradale: illumina gli incidenti notturni, ha messo la testa a posto e il posto cambia ogni volta."
Direttore del Circo e protagonista è Zadia, anima volante, che troviamo nel primo capitolo su di un campanile, deciso a buttarsi di sotto, quindi in carcere a scambiare lettere dalla irresistibile comicità con amici, amiche del circo e curiose vicine di casa, quindi condannato "a vita", infine ribelle anche alla stessa condanna operata dal Tribunale del Sorteggio Alfabetico. Le pene che questo tribunale infligge sono del tutto particolari e assolutamente insensate, almeno se si utilizza la stessa logica della quotidianità, operazione da non fare mai quando si legge un libro di Bergonzoni, o si assiste ad un suo spettacolo.


Opplero storia di un salto di Alessandro Bergonzoni
Pag. 139, Lire 19.000 - Edizioni Garzanti
ISBN 88-11-62034-1


Le prime righe



"Chi mi dice a me che, dopo l'ultima cena, Cristo non abbia mai più cenato, ma sia vissuto solo pranzando o facendo brevi spuntini? Chi mi dice a me che quando si entra in un ristorante che sta chiudendo e ha tutte le seggiole capovolte sui tavoli, non sia perché comincia il turno dei pipistrelli? Adesso io non scendo di qua finché qualcuno non mi dice qualcosa! Chi mi dice a me...".
Zadia, nudo, era salito sul campanile vicino al Circo Opplero quella notte stessa, e cominciò a scampanare, in tutti i sensi.
Gli animali del circo cominciarono ad agitarsi, a vociare senza voce, a sbraitare senza braita, ragliavano, giraffavano ingigantendo (gli elefanti), accavallando e scimmiottando (i cavalli, le scimmie).
Si svegliarono tutti. L'unico che non si svegliò fu il prete battista, che si accorse di Zadia solo più tardi, quando cercò di andarsi a suonare i suoi campani.
Zadia faceva la "ola" in preda a un delirio che non gli si confaceva, e strillava: uno strillare lucido, apparentemente azionato da pochi intenti opachi. Diceva cose chiare, apparentemente mosse da idee sfuocate. Titillava di domande fuori corso.
"Chi mi dice a me che prima dell'esistenza dell'uomo, dell'acqua, del bicchiere e del tamarindo, non ci fosse qualcosa di più frù frù? Che cioè la leggiadria dominasse il mondo... E ho detto leggiadria - badensi - e non semplicità o purezza, quindi senza entrare e uscire dal merito morale, volendo intendere con leggiadria proprio un bel fico secco! Ah, il fico secco! Che beltà, che inutile inutile, che bolgia vuota, che servo del niente a tempo pieno, nel senso di svuotato... Secco sì, ma che fico!".
Si perdeva Zadia, sembrava che i discorsi arrivassero a buon punto, ma poi si perdeva, e fluiva insensatamente ovunque, anche se era capace di ripartire: viaggio di sola andata, ed era proprio andato.

© 1999, Garzanti Libri s.p.A.


L'autore
Alessandro Bergonzoni (Bologna, 1958), autore e attore teatrale, con i suoi spettacoli entusiasma da diversi anni le platee di tutta Italia. Ha ottenuto notevoli successi anche come scrittore. Con Le balene restino sedute del 1989 ha vinto la Palma d'Oro di Bordighera. Tra i suoi testi, È già mercoledì e io no, Il grande Fermo e i suoi piccoli Andirivieni. I suoi testi teatrali sono stati raccolti nel volume Silences.



Corrado Calabrò
Ricorda di dimenticarla

"Leda dormiva, sul fianco: il suo labbro superiore, increspato in un piccolo broncio, dava al suo viso l'espressione contrariata di un angelo fanciullo addormentatosi mentre piangeva."


Un romanzo che mette in scena la Roma elegante e annoiata della fine degli anni Sessanta, una città e un ambiente sociale che ha avuto già cantori illustri, ma che riemerge nell'opera di Calabrò con grande durezza e verità.
Nonostante la professione del protagonista (un letterato che assurge alla cattedra universitaria in età giovanissima), non è tanto l'ambiente colto e accademico quello che è descritto nel libro, quanto quello dei salotti, dei circoli sportivi, insomma della mondanità ricca e snob. Questa Roma annoiata usa l'arte e la letteratura, come può avvenire con la moda o con l'ultimo gioco di società. Così anche il sesso fa parte di questa cultura dell'effimero. O meglio l'erotismo. Si cerca di superare sempre i limiti: che cosa è lecito e che cosa non lo è? Autentica è solo la voglia di godere, di ottenere dalla propria posizione sociale i maggiori vantaggi possibili, con un corpo abbronzato e sano e una cultura che permette di sfruttare al meglio le occasioni che il proprio tempo libero concede. Alceo (i nomi di tutti i personaggi sono molto evocativi e probabilmente ironici) è dominato dalla passione per Leda, la giovanissima moglie, e i giochi erotici che con lei attua non sono sufficienti ad esaurire la sua tensione. Così vengono coinvolti amici di lunga data e amici occasionali, con la sola clausola che il rapporto tra la ragazza e loro non sia completo. Ma lei sembra sfuggire a questa regola, forse per un'ulteriore prova di libertà oppure per portare il piacere ancora oltre quel limite. Il marito preferisce "guardare" dall'esterno la sensualità sfrenata della giovane compagna, ma in sogno o nella realtà? Anche per lui, comunque, non manca una storia trasgressiva: Ella, l'amante di Alceo, rappresenta la donna che possiede, più che quella che viene posseduta e per lui, così pigmalionico con la giovane moglie, questa rappresenta un'esperienza-limite, la fonte di sensazioni diverse e poco note. Alle vicende più propriamente erotiche sono intrecciati dialoghi, episodi, eventi che mettono in luce l'esperienza diretta dell'autore del mondo della politica e della cultura e che permettono al lettore di ricostruire eventi realmente avvenuti, o di rievocare personaggi noti alla cronaca.
Il romanzo si chiude con il matrimonio di Leda con un giovane tedesco, ottenuto il divorzio dal primo marito, e con l'annuncio di una sua prossima maternità. Tutto cioè rientra nei canoni di una regolarità che il resto del romanzo ignora. Forse alla fine è l'amore ad averla vinta sul sesso? Forse solo per una piccola parte della vita è possibile credere di spezzare le regole e i confini della morale? L'autore, che con questo libro è nella rosa dei candidati al Premio Strega, sicuramente dà prova di saper ben giocare col genere del romanzo erotico, aggiungendo un pizzico di ironia e una venatura satirica che rendono più gradevole la lettura.


Ricorda di dimenticarla di Corrado Calabrò
Pag. 319, Lire22.900 - Edizioni Newton & Compton
ISBN 88-8289-207-7


Le prime righe

Prologo / epilogo

"L'immaginazione conserva una verità
Che è incompatibile con la ragione".
SIGMUND FREUD

"Non hai più altra felicità da darmi;
Bene! Hai ancora la tua pena..."
LOU VON SALOMÈ, Inno alla vita, 1887

Eh sì, questa volta era diverso. Nell'affidare il braccio all'anestesista non aveva sentito nelle vene la ragionevole fiducia di altre volte. E ora se ne stava rincantucciato in un estraniamento tutto suo, invincibile quanto il sonno quando si sogna di dormire. Portava addosso - sulla cassa toracica, sull'addome, nello sfinimento delle membra, nel sangue ispessito - il corpo inerte dei suoi cari e questo lo appesantiva enormemente. Percepiva come fosse un altro l'affanno di affiorare dal limo greve della sua incoscienza e il suo aggravarsi nuovamente al fondo. Gli parve di cogliere che parlavano volutamente di lui a voce alta per fargli notare quanto erano sicuri che non li sentisse. Li sentiva invece, solo che non aveva voglia di esserci. Del resto, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto parlare: aveva la lingua imbrigliata da un cordone di carne, come nel travaglio del parto o nel nirvana, o nell'estasi del Tao. Già è così difficile uscire dal corpo della madre; chi può farci venir fuori dal nostro stesso corpo? Doveva stare attento a non uscire dalla sua identità, senza però rivelarla. Provò comunque a superare lo stadio prefasico arrampicandosi lungo il cordone ombelicale, alla maniera degli acrobati che salgono verso il trapezio. Ma avvertiva una grande spossatezza. E non finiva mai la risalita: come quando, da trenta metri sotto, aveva riportato su un compagno d'immersione avviticchiato al collo come un polpo, scambiando con lui il respiratore, bocca a bocca, e sostando un tempo interminabile ogni dieci metri per rallentare la decompressione delle arterie ingorgate dall'azotemia. Non aveva più quello spirito sportivo, non aveva più niente da dare. O forse semplicemente era impacciato. Aveva smarrito l'abitudine di affrontare quotidianamente la vita; l'aveva lasciata andare alla deriva come un vuoto a perdere, senza nemmeno la velleità furtiva di rilasciare alle onde - nell'ora più desolata che precede l'alba - un messaggio (per chi?) galleggiante in bottiglia.
Ma certo, pronunziavano apposta il suo nome; per tutta risposta - per fargli intendere per le rime che aveva capito che con quel nome si riferivano proprio a lui ma che non lo avrebbero ammesso - strinse la mano che lo tratteneva. Era una mano di ragazza quella che lo tratteneva sulla soglia del bisogno profondo di dormire. Una ragazza in età puberale. Come faceva a saperlo così ad occhi chiusi? Lo sapeva, lo sapeva da un altro livello dell'essere. Giungeva chissà da dove quella consapevolezza. Morbide e placide onde cerebrali s'allungavano una sull'altra, come cera fusa. Ritornava onda a onda nella vista interiore quel volto, entrava onda a onda nell'udito, come un ultrasuono, quel nome mai più pronunciato. Fluiva, onda a onda, nella mente come un male dell'anima. Cosa può restituirci l'attesa di un altro giorno, quale rigenerazione, per un naufrago, se non essere raccolto per mano - al risveglio su un'altra spiaggia - da Nausicaa?

© 1999, Newton & Compton editori s.r.l.


L'autore
Corrado Calabrò ha pubblicato numerosi volumi di poesia. I suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo, ucraino, greco moderno e svedese. Per la sua opera poetica l'Università Mechnikov di Odessa gli ha conferito, nel 1997, la laurea honoris causa.



Leena Lander
Venga la tempesta

"La tempesta che arriva, dilania questo corpo che ha il suo volto, i suoi vestiti. La sua anima evapora come la neve. Si scioglie nella terra, nelle pietre, nei riflessi dell'acqua; il suo corpo s'inclina, trema fuori di sé. Lei non è più tua, è partita."


Ancora un titolo interessante va ad aggiungersi all'ormai notevole catalogo della casa editrice Iperborea. Esattamente questo è l'ottantesimo romanzo incluso in quella collana-non collana che abbiamo imparato a conoscere per la veste editoriale particolare, per le intense immagini di copertina (sempre tratte da opere di artisti nordici), per il formato fuori standard. Ora è la volta di una scrittrice finlandese poco più che quarantenne, già molto conosciuta in altri paesi europei. Soffia anche tra le sue pagine quel vento del nord che accompagna un po' tutta la narrativa che proviene dai paesi scandinavi: malinconia, tristezza, un gelo non solo atmosferico, sentimenti e un forte legame con il passato, che ritorna, ciclicamente, a far sentire la sua voce. Come scrive Delfina Sessa nella sua interessante postfazione: "Il silenzio del passato si riflette sui sentimenti, che sopravvivono al tempo eppure ne possono essere prigionieri, sentimenti a cui la Lander restituisce voce e profondità".
Il romanzo si colloca a cavallo tra l'inizio e la fine del Novecento, percorrendo, parallelamente alla Storia ufficiale, quella che rimane nella memoria collettiva, una storia privata, intima, dimenticata. Per far riemergere dall'oblio una serie di vicende drammatiche che negli anni Trenta del secolo hanno funestato la vita di Vida Harjula, giovane donna di un villaggio nei pressi del confine russo, deve ritornare in quei luoghi la nipote Iris, giornalista in crisi inviata nella zona per realizzare un servizio sullo stoccaggio delle scorie nucleari di una ex miniera di nichel in disuso. Così, settant'anni dopo, torneranno alla luce la triste storia della morte della piccola Aino, la prima figlia di Vida e si ricomporrà il senso della storia, del dramma privato e collettivo, dello spirito di un luogo estremo in cui la miniera, l'instabilità sismica del territorio, l'animo ancestrale dei suoi abitanti formano uno strano "humus" difficile da comprendere e ancor più da spiegare.


Venga la tempesta di Leena Lander
Titolo originale dell'opera: Tulkoon myrsky

Traduzione dal finlandese di Ernesto e Jari Boella
348 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-080-6


Le prime righe



La bambina, gracile e bionda, è in mezzo al cortile, silenziosa, immobile.
Cosa vuoi, piccola?
Voglio morire.

No, scaccia quell'immagine. Non pensarci. Ti fa male. E tu non vuoi sapere cos'è accaduto.
È di pietre che vuoi parlare. Ti hanno sempre affascinata. Fin da bambina raccoglievi normalissimi sassi, che lavavi e custodivi sotto il letto dentro scatole di cartone. All'inizio le tue sorelle trovavano la cosa divertente, poi penosa. Per loro, non aveva alcun senso. Le pietre non sono niente. Non valgono niente.
Ma non è vero. La pietra è il tempo, la pazienza incrollabile del tempo.
Interi campi magnetici possono invertirsi e la struttura della crosta terrestre mutare, ma la pietra resta.
La pietra resta, e la roccia parla.
Diceva Vida Harjula.
È colpa sua se non ti sei liberata della magia delle pietre. Se anche in questo spaventoso momento in cui, nella camera centrale della tomba a corridoio neolitica di Newgrange, la luce del solstizio d'inverno penetra nel buio più profondo rivelando un fragile cadavere di bambina, i tuoi pensieri si fissano sull'altare che lo porta.
È di granito, contrariamente alle altre are sacrificali della tomba, fatte di arenaria o di ardesia. Questa lastra, la meglio conservata, è quasi perfettamente circolare. Ha un diametro di circa un metro. È decorata da entrambi i lati.
Basta sfiorare con la punta delle dita i suoi motivi a spirale per capire che lo scultore non si è servito di uno scalpello di acciaio ma di una pietra. Picchiettando a piccolissimi colpi giustapposti. Un lavoro lento a faticoso, ma non c'era altra scelta. L'artista viveva in un'epoca in cui anche il rame non era che una roccia come le altre, nessuno aveva ancora pensato che, col calore, lo si poteva fondere, piegare e lavorare, modellare come faceva un vasaio con l'argilla, con la sola differenza che, raffreddandosi, diventava duro come la pietra.

© 1999, Iperborea


L'autore
Leena Lander, nata a Turku nel 1955, è la scrittrice finlandese che sta ottenendo all'estero più riconoscimenti e successi: tradotta in una ventina di lingue, è in Germania nella lista degli autori più venduti. Laureata in letteratura finlandese, oltre ai numerosi romanzi che le sono valsi i più prestigiosi premi in patria e ai saggi di critica letteraria, ha scritto per il teatro, la radio e la televisione.



Tim Parks
Cara Massimina

"Io avevo assorbito il concetto che la società è meritocratica. Io studiavo per uscire dal nostro ambiente, per salire. Per lasciarmi dietro quella nostra casa schifosa, la nostra brutta strada."


Questo primo romanzo di Tim Parks, pubblicato solo oggi in Italia, è estremamente accattivante. Brillante, ironico, l'autore descrive una situazione paradossale: un assassino controvoglia, un rapitore "per necessità", un povero diavolo che ha solo voglia di sistemarsi.
Inglese, di umile famiglia, con il ricordo di una madre vittima delle percosse del padre che, con la sua morte, lo aveva liberato dal dovere di "parteggiare" per lei nella dinamica familiare, Morris approda in Italia, e inizia la sua scalata al benessere. La famiglia presso la quale gli capita di offrire il suo contributo di insegnante fa parte della ricca borghesia di Verona e la sua giovane alunna non tarda ad invaghirsi di lui. Fiutato l'affare, il "professorino" aspira a entrare nella benestante società veneta attraverso il matrimonio con la lentigginosa Massimina. Ma, nonostante l'attenzione a comportarsi da vero gentiluomo, la famiglia della ragazza invita Morris a non rivederla più, anche perché le molte bugie raccontate per fare una migliore impressione vengono facilmente scoperte.
Massimina però ha un impulso di libertà e fugge da casa, rifugiandosi dal suo giovane professore d'inglese. Morris coglie l'occasione al volo e decide di tenerla con sé, ottenere un buon riscatto e vivere finalmente "tranquillo". Le cose però diventano più complicate di quanto si aspettasse e, controvoglia, si vede trasformato in efferato assassino. Il finale del romanzo è ironicamente premiante: in fondo è facile ottenere la fiducia dei ricchi, e di conseguenza anche i loro soldi.
Il romanzo è dotato di un delizioso humour (un po' macabro e molto inglese), di una costruzione naturale di vicende assolutamente imprevedibili e un po' assurde, piacevole da leggere, arguto, insomma un'opera di assoluta validità di un autore già noto in Italia per l'acutezza del suo sguardo e l'ironia delle sue notazioni di costume.


Cara Massimina di Tim Parks
Titolo originale: Juggling the Stars

Pag. 223, Lire 26.000 - Edizioni Bompiani
Traduzione di Rita Baldassarre
ISBN 88-452-3780-X


Le prime righe

1

Morris attraversò la piazza, affrettandosi più di quanto non avrebbe voluto. Il tramonto vibrava di un'insolita e liquida trasparenza, per la pioggia caduta nel pomeriggio e per i primi lampioni che occhieggiavano nella luce morente del giorno. Maledetta fretta, pensò Morris. Volentieri si sarebbe soffermato a bere un bicchiere di vino bianco seduto al tavolino di un bar e ad assaporare lo spazio tra le cose, il loro peso, la loro presenza. Gli sarebbe piaciuto osservare le ombre che si addensavano sempre più fresche e nitide man mano che il cielo si spegneva e si accentuavano le luci della città, contemplare i colori che stingevano dai muri intonacati, sotto il riverbero delle sgargianti insegne al neon. Un momento magico.
Morris però allungò il passo, superando la piazza e infilandosi in un labirinto di viuzze. Aveva il fiato grosso. Era la quarta volta che percorreva la città in altrettante ore. Si era proprio organizzato male quel giorno, pensò. Tra Paola e Patrizia, si era lasciato sorprendere dall'acquazzone. Si sentiva il piede destro freddo e fradicio nella scarpa e i pantaloni inzuppati che gli sbattevano sulle gambe. Morris si fermò un attimo a riprender fiato, poi schiacciò il campanello. Lo fece suonare con forza e a lungo. Allo stesso tempo le sue labbra enunciarono lentamente e con chiarezza le parole "Servo! Lacchè!" Le ripeté a voce alta, "Servo! Lacchè!", sforzandosi di arrotondare la "r" e pronunciare le doppie, ma gli riusciva difficile. Ci riprovò, poi passò a "Che noia!", allungando a dismisura quella "o". "Che noooooooia!" Schiacciò di nuovo il campanello. Accidenti a loro!
Morris sostava davanti a un immenso arco chiuso da un portone di legno nero e proprio in quell'istante, sotto la fila di campanelli murati nella parete di pietra, il citofono si mise a crepitare.
"Chi è?"
"Morris."
Silenzio.
"Chi?"
"Morris." Respirò a fondo, come uno che si prepara a confessarsi. "L'insegnante d'inglese." Le parole gli lasciarono un gusto amaro in bocca.
"Ah, vado a vedere se c'è Gregorio."
Certo che c'è, accidenti a lui! È l'ora della lezione d'inglese. Altrimenti perché diavolo si era presentato l'insegnante? E perché non gli avevano aperto subito? Che genìa sospettosa! Morris gettò un'occhiata spazientita all'orologio. Le sei meno dieci. Gli toccava sbrigarsi, anche dopo questa lezione.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Tim Parks è nato a Manchaster nel 1954. Acclamato autore di numerosi romanzi in lingua inglese, dal 1981 vive in Italia. Ha tradotto Alberto Moravia, Antonio Tabucchi, Italo Calvino e Roberto Calasso. Con Lingue di fuoco ha vinto il Premio "Somerset Maugham".


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




28 maggio 1999