Philippe Brenot
Geni da legare
Piccole stranezze e grandi ossessioni delle più eccelse menti della storia

"L'esaltazione creatrice è molto vicina alla melanconia, sorella della depressione, figlia della mania, ma anche parente prossima della follia, quando l'opera non riesce più a contenere tutte le reazioni psichiche elementari di piacere, dispiacere, interesse dell'artista."


Il saggio si apre con il tentativo di definire il concetto di genio: che cosa significa la genialità? da che cosa è contraddistinta? quali caratteristiche rendono "straordinaria" l'intelligenza di qualcuno rispetto alla massa?
A questa prima serie di domande, a cui l'autore tenta di dare risposta, segue un'analisi sul concetto di follia. Follia è davvero e solo una patologia della mente? quali connotazioni assume per apparire una forma di "devianza"? come si differenzia dalle normali caratteristiche comportamentali di ogni singolo individuo?
Quindi Brenot analizza da un punto di vista della storia della cultura, l'accostamento che fin dall'antichità è stato compiuto tra "genio" e "follia", ma che in particolare dal XVIII secolo e più precisamente dalle affermazioni di Diderot, è diventato ormai consueto.
Certo poeti, musicisti, filosofi hanno avuto una vita tendenzialmente (o esasperatamente) isolata. Frequenti appaiono nei loro comportamenti le forme maniacali: quasi tutti creano di notte e l'insonnia li domina, l'alimentazione è del tutto irregolare e la sessualità o quasi assente o piuttosto nevrotica. Le caratteristiche di vita di molti "geni" corrispondono a quelle che gli psichiatri considerano conseguenze, e contemporaneamente causa, delle maggiori e più gravi depressioni. Molti artisti hanno fatto uso di droghe, spesso in un primo momento solo come analgesici, in quanto insofferenti davanti alle frequenti emicranie o ai dolori provocati dalla loro salute, spesso precaria. Nasce però una dipendenza che non è solo fisica, anzi la droga appare come la pace, la tregua da sofferenze che sono spesso spirituali. Non viene però mai dichiarato da nessun artista che è l'uso delle droghe, o il loro effetto, che permette la creazione dell'opera d'arte.
È facile così affermare la stretta parentela tra genio e follia, ma si può anche constatare il rapporto strettissimo che permane in questi straordinari personaggi con il mondo dell'infanzia. Molti sono estremamente precoci, e questo avviene soprattutto nella musica, perché le aree sensoriali uditive sono le prime a svilupparsi. Baudelaire afferma: "Il genio non è altro che il dispiegarsi senza limiti di un'infanzia ritrovata" e Goethe insiste sulla "pubertà sempre rinnovata" dell'uomo di genio. Quindi, un po' folle e un po' bambino, il "genio" difficilmente si riesce ad integrare nel mondo degli adulti normali.
Molto interessanti nel saggio sono i capitoli dedicati al ruolo e all'importanza del rapporto con la madre (quello che Brenot definisce "il desiderio della madre") e all'assenza del padre, che in qualche modo appare quasi una chance in più, perché è proprio il superamento (l'uccisione) del padre che permette al genio di esprimersi compiutamente. Curioso è notare come questo valga soprattutto per gli scrittori e i filosofi, che sono gli unici ad usare uno pseudonimo, cioè una forma di parricidio che non crea sensi di colpa. A riprova della sua tesi l'autore mostra come gli pseudonimi non vengano infatti usati da chi è orfano di padre.
Tre sono gli elementi indispensabili all'originalità del pensiero e sono gli stessi tipici delle forme maniacali: l'ossessione, il perfezionismo e un alto livello di energia.
Ma che cos'è la creatività? "La ricca comunicazione tra inconscio e conscio, tra l'ordine simbolico e il linguaggio, tra la rappresentazione degli oggetti e il simbolismo delle parole". La definizione dell'autore indica come ci sia stretto rapporto tra essa e alcune particolari patologie.
Si può infatti constatare che Rilke sia sempre stato sull'orlo del baratro della schizofrenia; si osservano le dichiarate manie di persecuzione di Rousseau (che per altro era anche masochista) e di Schopenhauer. Molti geni sono stati rinchiusi in manicomio: Sade, Nietzsche, Baudelaire, Conrad, Lowry, Schumann, Munch, Utrillo, Artaud, Maupassant, Holderlin, Hemingway, Althusser, Van Gogh e molti altri.
Se il maniaco e l'ipomaniaco dormono poco, sono svelti col pensiero, agiscono rapidamente e soffrono di "tachipsichia", cioè hanno "cento idee al secondo", possiamo vedere come questo sia vero anche per molti artisti. Pessoa chiamava questo stato le sue "crisi di abbondanza", ne soffriva Virginia Woolf e il marito ce ne offre numerose e dolorose testimonianze. L'alternanza maniaco-depressiva di molti scrittori o filosofi è anche causa del numero altissimo di suicidi tra i letterati, mentre ce ne sono pochissimi tra i pittori e i musicisti. 
In conclusione se "la strada dall'uomo all'uomo vero passa attraverso l'uomo folle", accostare questa genialità a pazzia appare quasi tautologico e forse ci permette anche di guardare alle patologie della mente con altri occhi.
 

Geni da legare. Piccole stranezze e grandi ossessioni delle più eccelse menti della storia di Philippe Brenot
Titolo originale: La génie et la folie en peinture, musique, littérature 
Traduzione di Gisella Toselli
Pag. 304, Lire 30.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4280-0
 


Le prime righe

Capitolo Primo
STORIA DI UN'IDEA


"Oh! Quanto il genio e la follia si toccano da vicino" ci dice con assoluta convinzione Diderot. "Coloro che il cielo ha contrassegnato, nel bene e nel male, sono tutti soggetti, in misura differente, a entrambi i sintomi. Li manifestano più o meno frequentemente, con maggiore o minore virulenza. Alle volte li si rinchiude, e li si incatena; altre volte si erigono loro delle statue."
Questa vecchia idea della prossimità, o dell'apparentamento del genio e della follia, ci è pervenuta sotto l'aspetto di sentenza eretta a luogo comune proprio grazie alla penna dell'enciclopedico. Non è, pertanto, che una lunga sequela di affiliazioni dell'idea originaria di Aristotele, che ritrova una certa conferma di validità attraverso i secoli e il rinnovarsi delle esperienze.
Che cos'è dunque il genio? E che cosa la follia? E in che modo sono intimamente legati?
 

La nozione di genio

Pochi termini hanno una eccezione così ampia come quella di genio; ed è paradossale la rarità e la sporadicità di ogni sua attribuzione e, al tempo stesso, la parallela banalizzazione dell'aggettivo geniale! Questo termine, poi, è inteso in modo diverso a seconda degli ambienti sociali, conformemente alla definizione che ognuno si è dato della creatività, e in definitiva secondo l'epoca alla quale ci si riferisce.

© 1999, Edizioni Piemme S.p.A.


L'autore
Philippe Brenot, già autore di diversi saggi, è psichiatra e docente di antropologia all'università di Bordeaux. 



Rossana Campo
Mentre la mia bella dorme

"La vita può cambiare vibrazioni in certi momenti, e ora so che è per questo che ci siamo incontrate, io e lei, per tirare fuori dalla merda qualcosa che brilla."


Protagonista del nuovo romanzo di Rossana Campo è una donna (come sempre), ma questa volta una donna incinta, con un grosso pancione da portarsi dietro e una vita non del tutto soddisfacente che appesantisce il fardello. Forse non proprio consapevole di ciò che l'attenderà alla nascita della figlia, è soprattutto arrabbiata: furente con il compagno, che dopo due anni, non appena si sono presentate ipotesi di responsabilità, doveri, rinunce e cose di questo genere, è fuggito; seccata con la vicina di casa, invadente e ubriacona; un po' esaurita dal lavoro di giornalista; stranita dalla comparsa di Fruit, ventenne omosessuale musicista rock che abita nello stesso palazzo parigino e con la quale trascorre una notte insolita. Fruit: un turbine di vitalità, di entusiasmo e di gioia che irrompe nella sua vita e la solleva nel suo vortice. Il pomeriggio la invita a New York con lei per un festival musicale; la sera è morta. Come cronista di nera è abituata ad affrontare personaggi difficili, situazioni complesse e pericolose, ed è una donna estremamente combattiva, ma quando improvvisamente si trova di fronte al cadavere di Fruit (suicidio? non è possibile!) la sua prima reazione è di sgomento, di impotenza, di presa d'atto che, per quanto rapido, il loro incontro aveva già segnato la sua esistenza. 
Da qui la Campo, che ci ha abituati a romanzi che parlano sì di donne molto attuali, molto determinate e decisamente anticonformiste, ma pur sempre romanzi biografici, di formazione e solo marginalmente "d'azione", si trasforma in una scrittrice di noir, con tanto di indagine, commissario di polizia e testimoni reticenti... Un romanzo "alla Campo" per la scrittura e il linguaggio diretto, tratto espressamente dal parlato, mai mediato da trasformismi letterari. Forse eccede in nostalgia per quel mondo "good vibrations" che negli anni Sessanta-Settanta ha segnato una generazione, ma le infiltrazioni di trip, energia, peace and love ed emanazioni positive si mescolano sapientemente (o istintivamente) con l'ossessiva ricerca del look perfetto (con tanto di riflusso anni Ottanta) e la sguaiatezza aggressiva abbinata allo svacco anni Novanta. Così sono oggi le giovani donne. Leggere per credere. E se vi è piaciuto questo e volete leggere una storia molto, ma molto simile vi consiglio Tutto quel che è tuo è mio di Sandra Scoppettone
Anche qui, leggere per credere.
 

Mentre la mia bella dorme di Rossana Campo
150 pag., Lit. 23.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri/Feltrinelli)
ISBN 88-07-70109-X


Le prime righe

1.


Qui è arrivata l'estate con le sue vampate calde, appiccicose e inquinate e io mi riempio di rabbia. È meglio lasciarmi perdere. La rabbia è quanto di meglio riesco a sentire al momento. Ho come la sensazione che mi si rimpiccioliscono gli occhi e mi si irrigidisce la faccia, allora è meglio non rivolgermi la parola. Tanto mi sembra che qui in giro non c'è nessuno che ha voglia di dirmi qualcosa.
Un'altra vampata di calore. Sulla strada le auto circolano con una certa indolenza emanando schifezze. Tutto questo non mi aiuta certo a calmarmi. Sono uscita con questo caldo per scappare dal ricordo di quel bastardo che mi ha spezzato il cuore. Nella boxe dicono che se non vuoi andare giù, al tappeto non ti ci metterà mai nessuno. È per questo che ho deciso di tenere duro e starmene in giro il più possibile.
La soddisfazione di vedermi a terra a quel bastardo non gliela darà mai. Io tengo duro, intanto c'ho un sacco di cose da fare. Oggi per esempio era il mio giorno libero e me ne sono stata in giro tutto il tempo, me ne sono andata al mercato di rue d'Aligre che mi mette allegria con tutte le lingue che si intrecciano e le facce di tutti i tipi e di tutti i colori che si mescolano. Verso l'una quando sta per chiudere arrivano gli scoppiati e raccattare le verdure che avanzano. È il tipo di posto dove mi sento a mio agio. Poi ho fatto un salto al Baron Rouge che è un piccolo bar sempre da quelle parti, mi sono fatta fuori una délice de canard e ho tirato giù un paio di bicchieri di brouilly, c'era un sacco di gente, vecchi arabi che sfumacchiavano e se la contavano su, tipi sul rilassato avvinazzato e questo genere di atmosfera mi fa bene dentro.
Me ne sono andata al cinema che c'era la retrospettiva di Cassavetes. Lui ha scritto una cosa, diceva: tutti dovrebbero avere una filosofia, avere una filosofia significa sapere come amare e dove mettere questo amore, perché non è che lo possiamo mettere ovunque. Così a me la sola cosa che m'interessa conoscere è l'amore. Questo diceva Cassavetes e purtroppo è morto.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli editore


L'autrice
Rossana Campo, nata a Genova nel 1963 da una famiglia di origine napoletana, vive tra Parigi e Roma. Tra le sue opere, In principio erano le mutande, Il pieno di super, Mai sentita così bene, L'attore americano e Il matrimonio di Maria, radiodramma trasmesso da Radio Tre nel gennaio 1997.



Molly Keane
Le buone maniere

"Se per la prima volta hai tra le mani un romanzo di Molly Keane, beh sei davvero fortunato! Naturalmente in questo momento non sai che ti trovi sulla soglia di piaceri e di splendori mai visti, per non menzionare lo straordinario divertimento che ti aspetta."

Dick Bogarde

Un romanzo piacevole, divertente, scritto con l'abilità di una grande narratore, anzi di una grande narratrice. La sua scrittura, le sue storie rispecchiano le origini gentry anglo-irlandesi e benestanti, il carattere un po' superficiale ("interessata solo ai cavalli e al divertimento") e l'ironia spesso feroce che contraddistingue una larga parte degli inglesi "old style". Inizialmente protetta da uno pseudonimo (M.J. Farrell, "per nascondere il mio lato letterario agli amici sportivi"), la Keane ha evidentemente diviso molto la sua creatività, le sue opere, dalla sua vita privata dedita al divertimento, all'equitazione e alla mondanità. Eppure nei suoi romanzi si può leggere una critica feroce proprio a questo mondo tanto amato, fatto di uomini vacui, madri fredde e crudeli, figlie sciocche, superficiali, fintamente sentimentali. Un mondo senza prospettive, chiuso in se stesso, nemmeno interessato a un'evoluzione culturale, ma pago di sé. Il romanzo è la storia di Aroon, creatura nata in questo universo di fatuità, con tanto di istitutrice (lei sì "umana", perché di classe inferiore, innamorata del padre di Aroon e destinata all'infelicità e al suicidio), madre noiosa e insensibile, padre affascinante ma "inutile", che (unico atto degno di ricordo) lascerà una gamba sul fronte della Grande Guerra. Con il fratello Hubert, destinato a una fine prematura, Aroon cerca un senso in questa esistenza, senza mai trovarlo se non nel rispetto ferreo e determinato delle "buone maniere".
Un po' Evelyn Waugh e un po' Vita Sackville West, senza avere la lucida consapevolezza della decadenza di un modello di vita, Molly Keane ha comunque creato un piccolo capolavoro di genere, che dal suo primo apparire si rivelò subito un successo, gratificandola anche con una riduzione televisiva e la finale del Booker Prize. E non era poco per una scrittrice come lei, che per la prima volta dopo decenni aveva deciso di firmare col proprio nome una sua opera.


Le buone maniere di Molly Keane
Titolo originale dell'opera: Good Behaviour
Traduzione dall'inglese di Cecilia Behmann dell'Elmo
Postfazione di Viola Papetti
292 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Fazi (Le porte n.44)
ISBN 88-8112-093-3


Le prime righe

1


Rose annusò l'aria, riflettendo su quanto annusava: un miasma di biasimo inespresso e di disprezzo aveva offuscato la distanza tra noi. Sapevo che moriva dalla voglia di stroncare la mia cucina, ma nel corso degli anni avevo imparato a tenerla a bada. Quelle sue spalle larghe e quei suoi fianchi leggeri le avevano conferito un tempo un aspetto leggiadro, che adesso, con mia intima soddisfazione, appariva sfiorito e alterato.
"Mi domando, Miss Aroon, se sia saggio darle il coniglio".
"E perché no?". So usare quel tono di voce che fa stare la gente al suo posto e che, di solito, riduce al silenzio qualsiasi interferenza da parte di Rose. Ma non questa volta.
"Il coniglio le dà il voltastomaco. Persino quello che il signorino Hubert prese con il suo primo fucile. Non riuscì proprio a mandarlo giù".
"È successo tanto tempo fa. Da allora di coniglio ne ha mangiato spesso, e pure con gusto".
"Il coniglio non le è mai piaciuto".
"Soprattutto quando le veniva fatto credere che fosse pollo".
"Non si poteva ingannare, Miss Aroon". Sollevò il vassoio, ma io glielo strappai dalle mani. Sapevo esattamente cosa avrebbe detto nell'appoggiarlo sul letto di Mammina. Glielo avrei portato io. Non mi fido di Rose. Non mi fido di nessuno, e questo perché mi piace che le cose siano fatte come si deve. Il vassoio era veramente delizioso, con la sua bella tovaglietta linda e tutto luccicante. Tolsi il coperchio d'argento dal piatto fumante e annusai le polpettine in salsa di panna. Alloro e pepe nero si sentivano appena; il coniglio era assolutamente impercettibile. E, ad ogni modo, cosa c'è di più delizioso e di più delicato di un tenero coniglietto? Soprattutto dopo che è stato passato e ripassato al setaccio e poi frullato in un Moulinex per dieci minuti.
"Il vassoio lo porto su io", dissi. "Per cortesia, quando l'acqua bolle, riempi la borsa dell'acqua calda, quella rosa. Sarà un piccolo diversivo rispetto alla solita coperta elettrica. Mi hai sentito? Rose?". Mi irrita da morire quando fa finta di essere sorda. È uno dei suoi tanti modi per ignorarmi. Ne sono sicura. L'ho capito tanto tempo fa. 

© 1999, Fazi Editore

L'autrice
Molly Keane, nata nella contea di Kildare, Irlanda, nel 1904 (e morta nel 1996), scrisse il suo primo romanzo usando lo pseudonimo M.J. Farrell. Tra il 1928 e il 1961 pubblicò dieci romanzi sotto lo stesso pseudonimo e scrisse anche numerose commedie di successo. Nel 1981 Le buone maniere, primo romanzo pubblicato con il suo vero nome, fu finalista al Booker Prize. Seguirono nel 1983 Time After Time e, nel 1988, Loving and Giving.



Vincent LoBrutto
Stanley Kubrick
L'uomo dietro la leggenda. Biografia

"Solo le forme immutabili della paura, del dubbio e della morte sono di questo mondo. I soldati che vedete parlano la nostra lingua e vivono nel nostro tempo ma non hanno altro Paese che la loro mente."

da Fear and Desire

Una biografia particolareggiatissima, densa di informazioni puntuali, di aneddoti, di eventi anche minimi che cercano di ridare una "logica" e una interpretazione alla vita e al personaggio Kubrick. Uomo misterioso nelle abitudini e nel comportamento ha suscitato intorno a sé, senza di certo volerlo, una curiosità quasi morbosa: anche LoBrutto sembra spinto da un desiderio un po' nevrotico di raccontare tutto, ma proprio tutto del regista, della sua famiglia, dei suoi primi anni, degli inizi professionali, prima come fotografo, quindi come autore di cortometraggi pressoché amatoriali. Il primo film maturo di Kubrick è Rapina a mano armata: una trama non certo originale, che ripercorre tutti i canoni del giallo, ma la narrazione, che non segue una struttura lineare, appare davvero molto azzardata per quei tempi e se oggi viene considerato ormai un "classico" del genere, nel 1956 apparve rivoluzionario.
Marie Windsor, la protagonista, così presenta il regista: "Vestiva in modo molto strano. Non si poteva definirlo un beatnik ma era molto distante dall'epoca in cui viveva. In un certo qual modo vestiva con un abbigliamento anni Sessanta ed era un libero pensatore." Questa descrizione di Kubrick è davvero illuminante: anticipatore dei tempi nel costume, libero da ogni vincolo o sovrastruttura ideologico-culturale, nel pensiero.
La biografia ripercorre puntualmente le tappe successive del regista, i suoi difficili rapporti con gli attori e la troupe, i metodi innovativi di regia, la poca considerazione in cui era tenuto da chi lavorava con lui negli anni antecedenti la "glorificazione" che avvenne con Lolita nel 1962 e un anno dopo ancor di più con Il dottor Stranamore. Giunto all'apice della carriera Kubrick compie il passo decisivo nel 1964 con la progettazione di 2001 Odissea nello spazio. Anche il suo aspetto quasi si trasforma: capelli lunghi, occhi segnati, barba incolta, abbigliamento del tutto casuale. Un film culto per più di una generazione, in cui ogni particolare, ogni dettaglio è curato in modo esasperato dal regista. 2001 Odissea nello spazio viene accolto con molta freddezza dalla critica cinematografica, impreparata a così radicali innovazioni e dallo stesso pubblico "del sabato sera" che si aspettava un vero film di fantascienza. Di contro, a livello internazionale, esplode il successo: Fellini inizia un rapporto epistolare con Kubrick, Antonioni fa affermazioni esaltatorie del film che, nel giro di due anni, diventa il miglior successo della Mgm così da essere citato, parodiato e riverito in moltissimi altri film. "La macchina sta cominciando a imporsi in un modo molto profondo, anche suscitando sentimenti di affetto e di ossessione": questo il tema intorno al quale si sviluppa l'intero film, questo il dramma della contemporaneità. Grande giocatore di scacchi, Kubrick utilizza la sua abilità per il controllo generale del lavoro: squadre di ricercatori che operano in giro per il mondo cercando i luoghi più adatti a certe scene, scienziati che collaborano dando consulenze su alcuni temi specifici, una troupe immensa, attori ai quali viene controllato ogni gesto, ogni tono, ecc.
Dal film che ne sancisce la grandezza, all'ultimo prodotto fino a questo momento in circolazione e in attesa, fra pochi mesi, del film di cui Kubrick aveva concluso il montaggio pochi giorni prima di morire: LoBrutto descrive con minuzia e rispettoso ossequio ogni particolare, ricostruisce una vita e una professione, ma non sa (non credo sia possibile) rivelare il mistero che circonda quest'uomo e il suo genio, quel demone che appare dallo sguardo penetrante delle fotografie che lo ritraggono, ma soprattutto, dalla visione dei suoi capolavori. 


Stanley Kubrick. L'uomo dietro la leggenda. Biografia di Vincent LoBrutto Titolo originale: Stanley Kubrick
Traduzione di Manuela Bizzarri e Alberto Farina
Pag. 570, Lire 38.000 - Edizioni Il Castoro (gli Imprevisti)
ISBN 88-8033-141-8


Le prime righe
 

Capitolo 1
"Stanley si interessava solo a ciò
che lo interessava"


Nei suoi viaggi attraverso il cinema, Stanley Kubrick è stato testimone di tre guerre, un'antica rivolta di schiavi e un assurdo scontro nucleare tra superpotenze; ha percorso il paesaggio urbano del noir sulle due coste americane; ha sperimentato le vie nascoste del desiderio insieme a un professore lussurioso e alla sua ninfetta; ha viaggiato all'interno del nostro universo e si è spinto oltre i suoi confini; ha visitato un futuro prossimo ultraviolento, ha viaggiato nel tempo fino al diciottesimo secolo e ha sperimentato il presente-passato di un hotel del Colorado posseduto dagli spiriti. E tutto questo nonostante abbia trascorso quasi la metà della sua vita privata e professionale nella campagna inglese alle porte di Londra.
Quando Stanley Kubrick arrivò in Gran Bretagna, all'inizio degli anni Sessanta, era un regista con un pieno controllo del suo universo, dopo essere passato attraverso il Bronx, New York e Los Angeles. Il primo pellegrinaggio della sua famiglia in America risale al volgere del secolo, quando i suoi bisnonni paterni, Hersh Kubrik e Leie Fuchs, emigrarono dall'Austria.
Nato il 4 aprile 1852, Hersh Kubrik era un sarto di quarantasette anni quando, partito dall'Austria, raggiunse gli Stati Uniti via Liverpool a bordo del Lusitania, la nave che nel 1915 sarebbe stata silurata da un sottomarino tedesco, coinvolgendo gli Stati Uniti nella prima guerra mondiale. La nave approdò a New York il 27 dicembre 1899.
La famiglia Kubrik si stabilì al 723 Est della Quinta strada a New York. Hersh aveva cinque figli: Elias Kubrik, il nonno di Stanley, era il maggiore. Elias era nato in Austria il 27 novembre 1877, quando Hersh aveva venticinque anni. La sorella Bela era nata in seguito, il 25 aprile 1879. È probabile che Elias e Bela fossero il frutto di un precedente matrimonio di Hersh Kubrik e che Leie fosse la madre naturale degli altri tre figli: Annie Kubrik, nata in Austria il 15 aprile 1897, più vecchia di Elias di vent'anni; Joseph, nato il 21 luglio 1900; e il figlio minore Michael, nato a New York l'11 dicembre 1904.
Nel 1902, all'età di venticinque anni, nonno Elias arrivò in America sulla Statendam, insieme a Rosa Spiegelblatt, la moglie rumena diciannovenne, incinta del loro primo figlio. 

© 1999, Editrice Il Castoro S.r.l.


L'autore
Vincent LoBrutto insegna alla School of Visual Arts a New York City. Ha scritto numerosi articoli per "American Cinematographer" e "Films in Review". Ha pubblicato Selected Takes: Films Editors on Editing; By Design: Interviews with Film Production Designers; Sound on Film: Interviews with Creators of Film Sound; Motion Pictures: Interviews with Feature Film Cinematographers e Elia Kazan: Film Director. Vive a Mount Vernon, New York. 



Fiorenza Tarozzi
Il tempo libero
Tempo della festa, tempo del gioco, tempo per sé

"Le scelte nell'uso del tempo non sono sempre libere ed elettive, spesso vengono condizionate dalla presenza di elementi di costruzione; sono inoltre ispirate a stili di vita e ad opzioni di valori personali che riflettono le differenze di generi, le fasi del ciclo della vita, i referenti culturali della generazione cui si appartiene."


Un saggio che cattura sin dalle prime pagine (sin dalla prima, direi, che subito, senza troppe premesse entra nel vivo del discorso) per l'originalità e l'estremo interesse del tema trattato. Come si è trasformata l'idea di tempo attraverso i secoli, quali sviluppi hanno avuto i concetti di tempo libero e di tempo-lavoro, tra loro in equilibrio assai variabile nel corso dei secoli e mutati con il mutare dei modelli e delle tipologie lavorative. Il tempo impiegato nei lavori agricoli, ad esempio, o in quelli artigianali non comportava scansioni settimanali con un giorno destinato al riposo, ma si protraeva per lunghi periodi continuati, lasciando poi spazio ad altrettanti periodi di sosta, a volte della durata di settimane. E anche nell'arco della giornata lavorativa il tempo non era scandito nel modo ferreo e terribile dei nostri giorni. Tutto aveva ritmi diversi, sottolineati solo dal rintocco delle campane. Ripercorrere la storia di questa evoluzione è un modo diverso per riflettere sulla storia e per comprendere i mutamenti della società.
Dopo una prima parte introduttiva sulla nascita del tempo libero nei termini in cui lo consideriamo oggi, seguono gli approfondimenti dei vari modi di trascorrere questo tempo, dai salotti alle osterie, dal teatro al cinema, dal viaggio alla villeggiatura allo sport. "Molteplici sono i segni che mettono in evidenza lo stretto rapporto tra tempo libero e progresso, modernizzazione, industrializzazione", dunque analizzare come questo tempo viene utilizzato è un modo per approfondire l'idea di sviluppo. Basti pensare al fenomeno del turismo di massa, del viaggio e della vacanza, punto fermo ormai nell'organizzazione annuale dell'individuo. Oppure al tempo destinato allo sport, sia in forma di praticante che di tifoso.
Gli ultimi capitoli sono dedicati al tempo delle donne e a una filmografia curiosa sui titoli che in qualche modo hanno sviluppato un'analisi sul tempo libero: da Il circo di Charlie Chaplin a Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, da Luci del varietà a Ginger e Fred di Federico Fellini, da Ultrà di Ricky Tognazzi a Domenica d'agosto di Luciano Emmer, per citarne solo alcuni.


Il tempo libero. Tempo della festa, tempo del gioco, tempo per sé di Fiorenza Tarozzi
149 pag., Lit. 16.000 - Edizioni Paravia-Scriptorium (Viaggi nella storia del Novecento. Collana diretta da Renato Monteleone e Paola Notario)
ISBN 88-395-6175-7


Le prime righe

Capitolo primo
Tempo e tempi

L'architettura del tempo

Se un'immaginaria macchina del tempo ci riportasse indietro anche solo di due secoli ci troveremmo a vivere in una società molto diversa dalla nostra, non solo per valori morali, conoscenze e sviluppo tecnologico, diversità di rapporti sociali, ma anche per la maniera di percepire il tempo, per un diverso modo di controllarlo e padroneggiarlo e, soprattutto, per una minore molteplicità di tempi obbligati o più o meno necessariamente impegnati. Mancava innanzitutto l'idea del tempo perso, sprecato, non guadagnato; la linearità dello svolgimento della giornata, della settimana, dell'anno, dell'intera vita non era definita sulla base dell'efficienza, della produttività, insomma del tempo calcolato, previsto, ordinato: interruzioni casuali o ricreative rendevano discontinui i tempi dei contadini come quelli degli artigiani e finanche degli operai.
Di fondo era assente l'idea di sincronizzare i tempi, necessità imposta successivamente dall'espandersi del sistema manifatturiero e del lavoro di fabbrica: fino a quel momento il sistema di produzione comportava molti tempi morti come aspettare il materiale, andare a prenderlo, trasportarlo. Anche il tempo meteorologico poneva dei ritmi altalenanti e non solo nell'agricoltura o nell'edilizia, ma anche nella tessitura quando le pezze finite dovevano essere stese all'aria aperta e al sole per asciugarsi. Se in una bottega di artigiano si lavorava fino al compimento dell'opera commissionata senza rigidità di orario, salvo poi avere anche intere giornate di inattività, in una comunità agricola era naturale lavorare dall'alba al tramonto nei mesi della semina o della mietitura: insomma il modo di misurare il tempo era orientato e determinato in gran parte dalla realizzazione di un compito.
Radicale trasformazione fu quindi l'introduzione del lavoro regolato dall'orologio, in quanto "l'orologio - come ha acutamente osservato Lewis Munford - non è solo uno strumento per fissare la traccia delle ore che passano, ma un mezzo per sincronizzare le azioni degli uomini. L'orologio, non la locomotiva, è lo strumento della moderna età industriale". 

© 1999, Paravia


L'autrice
Fiorenza Tarozzi (Bologna, 1948) insegna Storia contemporanea nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Bologna. Studiosa di storia del movimento operaio e cooperativo, negli ultimi anni si è interessata a tematiche di storia sociale, dalla questione igienica a quella sanitaria, e di storia delle donne. Tra le sue opere ricordiamo Il risparmio e l'operaio, Curare gli italiani e, insieme ad altri, La morte laica. 
 
 

A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato



21 maggio 1999