Stefano Benni
Teatro

"Per provare davvero pietà dovrei entrare nella casa di una donna come me e dire: signora, poiché mio marito ha ucciso sua figlia, o suo figlio, vuole che diventiamo amiche? Potremmo prendere il tè, parlare del più e del meno. Potremmo forse abituarci a questo, trovarlo normale, perché anche in questo momento in ogni casa normale c'è una donna che stira la camicia di un assassino e una che stira la camicia di una vittima."

da: La moglie dell'eroe


Una stretta e proficua collaborazione quella che lega Stefano Benni al teatro italiano. Una collaborazione creativa, dinamica, innovativa, testimoniata da questa breve raccolta che vede riuniti cinque testi di altrettanti spettacoli già rappresentati più uno "inedito", Astaroth, inserito in cartellone per il prossimo anno. I titoli sono: La misteriosa scomparsa di W, monologo interpretato da Angela Finocchiaro con la regia di Ruggero Cara: un testo surreale, ironico, decisamente "sopra le righe"; Sherlock Barman, rappresentato al Teatro dell'Archivolto con la regia di Giorgio Gallione, brevissimo dialogo tra un barista "detective" e un cliente un po' infelice, con finale a sorpresa; La signorina Papillon, interpretata da Raffaella Lebboroni, Antonio Catania, Gigio Alberti e Maddalena De Panfilis con la regia dello stesso Stefano Benni, una pochade modernizzata che tuttavia mantiene l'impianto drammaturgico di Scribe e Sardou; infine La moglie dell'eroe e La topastra che hanno avuto sulle scene il volto di Lucia Poli. Il primo è il monologo, ricco di implicazioni etiche, della moglie di un eroe che riflette sul senso della guerra, della prevaricazione e della violenza; nel secondo l'autore dà voce a un topo (anzi una topastra), troppo a lungo insultata, che si risveglia e immagina una futura vendetta contro l'uomo.
Paragonata spesso all'opera di Campanile per la battuta rapida, per la concisione del testo, la scrittura di Benni rappresenta un'evoluzione verso un teatro moderno, magari surreale e "asciutto" come quello di Beckett, ma che non dimentica le radici culturali italiane. Inoltre leggendo i suoi testi si percepisce immediatamente che, lavorando direttamente "sul campo", Benni non è uno di quegli autori lontani dalle scene, esclusivamente "teorici", che spesso finiscono di snaturare l'essenza stessa dello spettacolo. Si coglie il legame diretto con l'interprete d'elezione (La topastra chi potrebbe impersonarla se non Lucia Poli?...) e la conoscenza di molti aspetti spesso ignorati della messa in scena, che connotano la creatività e la capacità di un drammaturgo.


Teatro di Stefano Benni
155 pag., ill., Lit. 14.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n.1550)
ISBN 88-07-81550-8



Le prime righe

PROLOGO


(Un teatrino di carte illuminato, buio intorno. Come un burattino, spunta fuori l'attrice V.)

V - Il giorno che io nacqui un sole improvviso meraviglioso entrò dalla finestra della sala parto e illuminò la scena, mia madre lanciò un trillo melodiosissimo da soprano e senza sofferenza alcuna mi sparò nell'aria come una palletta di cannone, io feci una doppia capriola e ricaddi esattamente tra le braccia del primario, un uomo bellissimo, brizzolato, virile non fumatore e in quell'attimo MIRACOLO. Per la gioia a tutti i presenti ricrebbero i capelli, a chi non li aveva, si indorarono a chi li aveva, e una suora cresimina si spogliò della sua palandrana rivelando un corpo stupendo abbronzato, nato per l'amore e un infermiere rozzo peloso bitorzoluto sudato la prese lì per terra con il trasporto e la dolcezza di un quindicenne, e MIRACOLO! tutti i malati si alzarono dai letti e invasero le corsie cantando, battendo il tempo con le stampelle e i gamboni di gesso, ognuno reggendo la sua flebo come un dono, e MIRACOLO! i collassati si riebbero, i fratturati saldarono, i nefritici filtrarono, gli anemici risanguinarono, i diabetici si amareggiarono, e tutti fecero cerchio intorno per vedere me, la bambina più bella del mondo, io, Vu! (marcia trionfale)
E ci si inoculò morfina, si bevvero sciroppi e anche i più a lungo lungodegenti si levarono dai capezzali secolari e le loro piaghe da decubito erano diventate splendidi tatuaggi di draghi e sirene e "a casa!" dissero, "andiamo a casa perché abbiamo una casa, parenti, amore che ci aspetta".
E il primario dei primari vetusto barbuto occhi dardeggianti, uno Zeus (finge severità) disse:
"Ci dispiace che ve ne andiate. Questo ospedale sarà vuoto senza di voi". E in quell'istante dalla sala operatoria venne un chirurgo alto, bruno, virile, non inquisito, e tra le mani sporche di sangue reggeva qualcosa di umido e rosso. E al suo fianco c'era l'operato che si teneva la pancia, così, ma era felice, non era affatto spaventato e il chirurgo alzò in alto la cosa umida e gridò: "Guardate! Guardate cos'aveva in pancia il signore! Non era una metastasi, no... era un TRICICLO!". (alza al cielo un triciclo di carta) Un piccolo triciclo rosso. Per me! E io vi salii. Avevo solo dieci minuti di vita ma io vi salii. E partii, pedalando nel corridoio, tra le ali di degenti plaudenti e dalle camere mi lanciavano chi cioccolatini, chi biscotti vecchi, chi libri o settimanali e gridavano: "Non sappiamo più cosa farcene di queste cose, siamo guariti!".

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. Ha pubblicato, tra l'altro, Prima o poi l'amore arriva, Terra!, Stranalandia, Comici spaventati guerrieri, Il bar sotto il mare, Baol, Ballate, La Compagnia dei Celestini, L'ultima lacrima, Elianto, Bar Sport, Bar Sport Duemila, Blues in sedici.



Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares
Cronache di Bustos Domecq

"Concludendo, una pubblicazione non indegna della nostra spinta indulgente".

Gervasio Montenegro (Borges e Bioy Casares), Prefazione



La Bibliografia Nazionale Italiana riporta due titoli di Bustos Domecq, uno del 1975 (la prima edizione italiana di Cronache, sempre nella traduzione di Francesco Tentori Montalto per le edizioni Einaudi) e uno del 1991, della Mondadori, i Nuovi racconti di Bustos Domecq (nella Biblioteca di Babele), entrambi firmati dai due scrittori argentini. Ma sappiamo che la collaborazione tra loro non si esaurì qui, anzi, che aveva radici più lontane, con Seis problemas para don Isidro Parodi (1942) e Dos fantasías memorables (1946) firmati con l'eteronimo H. Bustos Domecq (non l'unico da loro utilizzato per realizzare romanzi a quattro mani). Dunque una capacità forte di lavorare insieme, un'affinità letteraria notevole che diede vita a numerose opere. Ma lo stesso Borges ebbe modo di affermare: "Credo che le Cronache di Bustos Domecq siano la cosa migliore che io abbia pubblicato con il mio nome" e Bioy Casares: "È il miglior libro che abbiamo scritto insieme". Anche per questa ragione, ora, a cent'anni dalla nascita di Borges e a pochi mesi dalla scomparsa di Bioy Casares, giustamente la casa editrice Einaudi ripropone questo titolo, offrendo (come ciliegina sulla torta) un racconto non incluso nella prima edizione, Di positivo contributo.
Queste Cronache sono (e parla ancora Borges) "articoli su moderni e stravaganti artisti immaginari - architetti, scultori, pittori, grandi cuochi, poeti, romanzieri, creatori di moda -, scritti da un critico fanaticamente moderno. Ma tanto l'autore che i suoi personaggi sono dei pazzi, ed è difficile dire chi di loro sia in buona fede". Con grande ironia il verosimile si trasforma in vero e il vero in verosimile, con un gioco che si rivela divertente per chi legge ma che deve essere stato anche estremamente intrigante per chi ha scritto. Inventare un personaggio e poi dar vita alla sua opera e di questa farne un commento critico puntuale e ragionato, raccogliendolo attraverso la voce di un "socratico butto muso", l'eteronimo di Bioy-Borges Honorio Bustos Domecq, è senza dubbio un gustoso piacere letterario. Anche se, con ulteriore ironia, gli autori affermano che Bustos Domecq "finì per dominarci con un pugno di ferro". Un personaggio "che, prima divertiti e poi sgomenti, vedemmo diventare completamente diverso da noi, con i suoi capricci, i suoi giochi di parole". Un grande capolavoro.


Cronache di Bustos Domecq. Nuova edizione con il racconto inedito Di positivo contributo di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares
Titolo originale dell'opera: Crónica de Bustos Domecq

Nuova edizione a cura di Glauco Felici
Traduzione di Francesco Tentori Montalto
XIII-146 pag., Lit. 14.000 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Letteratura n.604)
ISBN 88-06-15161-4


Le prime righe

Omaggio a César Paladión

Far le lodi della multiforme opera di César Paladión, esaltare l'infaticabile ospitalità del suo spirito è, certo, uno dei luoghi comuni della critica contemporanea; ma conviene non scordare che i luoghi comuni hanno sempre la loro parte di verità. Altrettanto inevitabile il riferimento a Goethe, né è mancato chi suggerisse che l'accostamento si basa sulla somiglianza fisica dei due grandi scrittori e sulla circostanza più o meno fortuita che essi hanno in comune, per così dire, un Egmont. Goethe disse che il suo spirito era aperto a tutti i venti; Paladión evitò tale affermazione, giacché essa non figura nel suo Egmont, ma gli undici proteiformi volumi che ha lasciati provano che avrebbe potuto adottarla di pieno diritto. Entrambi, Goethe e il nostro Paladión, fecero mostra della salute e della robustezza che sono la miglior base per l'erezione dell'opera geniale. Gagliardi contadini dell'arte, le loro mani reggono l'aratro e segnano la zolla!
Il pennello, il bulino, lo sfumino e la macchina fotografica han diffuso l'effigie di Paladión; noi che lo conoscemmo di persona forse disdegnamo ingiustamente una tanto profusa iconografia, che non sempre trasmette l'autorità, la probità che il maestro irraggiava come una luce costante e tranquilla, che non acceca.
Nel 1909, César Paladión esercitava a Ginevra la carica di console della Repubblica Argentina; là pubblicò il suo primo libro, I parchi abbandonati. L'edizione, che oggi i bibliofili si contendono, fu scrupolosamente corretta dall'autore; la macchiano, tuttavia, i più incredibili errori, giacché il tipografo calvinista era un ignoramus completo per quanto riguarda la lingua di Sancio. I ghiotti della petite histoire gusteranno la menzione di un episodio assai ingrato, che nessuno ormai ricorda, e il cui unico merito è di rendere evidente in modo palmare la quasi scandalosa originalità della concezione stilistica paladioniana. Nell'autunno del 1910, un critico di notevole valore confrontò I parchi abbandonati con l'opera dallo stesso titolo di Julio Herrera y Reissig, per giungere alla conclusione che Paladión aveva commesso - risum teneatis - un plagio.

© 1975 e 1999, Giulio Einaudi editore


Gli autori
Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires nel 1899 e morì a Ginevra nel 1986. Tra le sue opere tradotte in Italia, ricordiamo L'aleph, La Biblioteca di Babele, Carme presunto e altre poesie, Conversazioni, Elogio dell'ombra, Evaristo Carriego, Finzioni, Manuale di zoologia fantastica.

Adolfo Bioy Casares, nato a Buenos Aires nel 1914, è morto all'inizio del 1999. Insieme a Borges, usando vari eteronimi (H. Bustos Domecq, B.C. Suárez Lynch, ecc.) ha scritto molti libri. Tra le opere firmate con il proprio nome e tradotte in Italia ricordiamo: L'avventura di un fotografo, L'invenzione di Morel, L'orologiaio di Faust, Un viaggio inatteso.



Luciano Cafagna
Cavour

"Il 'gatto in agguato' - lo straordinario ministro piemontese - era, invece e però, pronto a raccogliere tutti i suggerimenti, degli altri e delle cose, e a volgere tutte le opportunità a proprio vantaggio."


L'ottimo saggio di Cafagna ha il doppio merito di introdurre nuovi elementi di dibattito sul significato e sulla funzione del Risorgimento italiano e di aprire modalità originali di lettura sulle origini di certe peculiarità (o disfunzioni) del sistema politico italiano, tutt'oggi in vigore.
Il titolo essenziale, Cavour, mostra il desiderio dell'autore di non porre la propria analisi storiografica in primo piano, ma di fissare l'attenzione del lettore sulla figura del grande personaggio sulla cui vicenda politica e intellettuale è centrato il volume.
Orgoglioso, ben consapevole fin da giovanissimo di possedere doti eccezionali, non lo si può (alla luce delle imprese successive) giudicare inutilmente presuntuoso in quanto, come dice Cafagna, "il politico che si candida alla rappresentanza sapendo di non avere le qualità adatte di preparazione e intelligenza necessarie viola per ciò stesso il codice del rapporto" con il cittadino elettore. Solida fu la sua formazione culturale, non da intellettuale puro, ma volta all'azione, un'azione sempre ben legata ad una meta da raggiungere, a un premio da conseguire. Certo la sua personalità e la sua preparazione hanno ben poco di "italiano": parlava male la lingua, utilizzando il francese come sua "lingua naturale", aveva viaggiato pochissimo per quell'Italia alla cui unificazione avrebbe poi lavorato, semplicemente perché non gli interessava, invece conosceva benissimo Ginevra, Bruxelles, Parigi, Londra e da quelle città si sentiva particolarmente attratto. Questa dimensione europea gli aveva consentito di scoprire l'Italia come "carenza d'Europa", arretrata da un punto di vista economico e politico al cui rinnovamento era indispensabile porre mano, ma in modo deciso e sostanziale. Infatti ragionava "in grande" quando pensava alle innovazioni e l'introduzione della rete ferroviaria veniva ad assumere un carattere anche simbolico: il progresso che si muove attraverso il mondo poteva e doveva attraversare l'Italia. Ma il nesso tra progresso e libertà è "necessario, intrinseco e immediato" e il suo è un liberalismo liberista, una politica che permette "di" fare, un'economia che è libera "da" vincoli.
La figura di Cavour ha aperto, in ambito storiografico, mille dibattiti su ciò che significa etica politica e sull'opportunismo, la spregiudicatezza come doti/difetti dell'uomo politico sia ieri che oggi. In modo acuto, seguendo la lezione di Romeo, l'autore introduce anche alcune nuove considerazioni sul peso, del tutto inconsueto, che ebbe nell'azione di Cavour il consenso della borghesia liberale e delle classi emergenti, come fosse improvvisamente diventato necessario tener conto di un'opinione pubblica che si apriva al dibattito, alla discussione, alla demolizione di chi subiva sconfitte politiche. Così nasce la straordinaria arte di utilizzare eventi apparentemente contrari per raggiungere risultati favorevoli: tutto può, dall'abilità del politico, essere utilizzato per il successo del proprio progetto. Così ebbe la geniale intuizione (il gioco, sua passione giovanile, gli aveva lasciato il coraggio dell'azzardo) della necessità di un "appoggio esterno", e senza grandi preclusioni ideologiche accolse posizioni dello schieramento di sinistra e personalità di quello schieramento divennero sue alleate (nasce qui il trasformismo, malattia cronica della politica italiana). Così come seppe, nello spregiudicato rapporto con Garibaldi, mostrare una durezza che gli costò molto in popolarità. Ma, come dice l'autore, "il vero statista deve saper sacrificare la popolarità immediata per andarsela a riprendere al di là dell'ostacolo, ma conservare il monopolio della violenza".
Il quarto e ultimo capitolo del volume, Una vincita in rosso, riflette sul "poi", sulle luci e le molte ombre di quell'eredità. Cavour stesso traccia una specie di "ricettario" per le generazioni successive di politici. Ma quali erano i malanni della Nazione costruita dal Tessitore? "Un'Italia, senza italiani. Una unificazione senza unità. Una nazione scomunicata. Un centralismo senza centro. Un sistema politico dal funzionamento difficile." E quali le ricette del nonno? L'uso di fattori allogeni (e fu De Gasperi, dice Cafagna, a riprendere nel secondo dopoguerra questa lezione). Il ricorso al centrismo. L'importanza dell'alchimia politica, cioè il tentativo di far venire fuori l'oro da "una combinazione di metalli vili".
La lettura di questo saggio è di sicura utilità non solo per lo storico, ma per ogni cittadino consapevole, per chi, nella confusione del presente, cerca qualche chiave di lettura dell'oggi di maggior respiro e di un più acuta profondità rispetto alla banalizzazione dell'informazione data dai media.


Cavour di Luciano Cafagna
Pag. 247, Lire 24.000 - Edizioni il Mulino (L'identità italiana n.11)
ISBN 88-15-06893-7


Le prime righe

Capitolo primo
Il primo miracolo italiano: l'Italia


Un regista

È la storia di un film che non si riesce a fare, perché il regista sospende ogni tanto la lavorazione, ha l'aria di un idealista tradito da sé stesso, sembra non sapere dove andare a parare, si lascia ispirare, distrarre e rimbrottare da alcune donne del cuore, gli attori non si sentono guidati, il produttore si ritiene preso in giro, i tecnici incalzano chiedendo direttive, gli sceneggiatori rompono querulamente le scatole. Poi, d'un tratto, qualcuno, come per caso, fissa un appuntamento di lavoro.
E allora, come d'incanto, tutti si mettono in movimento, al ritmo di una musica da circo, in un gran finale improvvisato. E fanno il film, trionfalmente. Il regista ha l'aria di dire che il film lo hanno fatto loro, tutti, non lui. C'è del vero, come negarlo, ma è pur vero, al tempo stesso, che, invece, il film lo ha fatto lui, per quanto attori e collaboratori possano essere stati bravissimi e pieni di iniziativa. Sì, non sapeva dove sarebbe andato a parare, ma sapeva che avrebbe fatto un film, quel film, e un gran film. Tutti riconosceranno in questa metafora il riferimento a un classico della storia del cinema.
Bene, l'Italia è nata pressappoco in questo modo. E non ci si può meravigliare, dunque, che abbia avuto - e abbia ancora - delle difficoltà nel crescere. E che, in certi momenti, le abbia avute anche nel sopravvivere.
Ma che sia nata in questo modo non significa che quella vicenda sia stata priva di una regia e di un regista. Lo ebbe, invece, di grandi meriti e spiccata personalità. Fu Camillo Benso, conte di Cavour. Capo del governo del regno di Sardegna (Piemonte, Savoia, Liguria, Nizza, Sardegna), uno dei sette Stati di cui si componeva allora l'Italia politica, che poteva chiamarsi Italia, allora, soltanto come "espressione geografica", secondo la battuta pronunciata al Congresso di Vienna del 1815 dal Metternich, l'autorevole ministro del potente impero austroungarico.
Venne fuori sul campo, Cavour, strada facendo, e a poco a poco. Nel 1848 - quando l'Italia si svegliò e le sue "cento città" si accorsero, con qualche sorpresa, di esistere insieme, con qualche problema comune di libertà, ma ancora e solo come municipi diversi - era poco più che nessuno. Poi, nel Piemonte che, mentre tutto tornava come prima dovunque dopo due anni di gran fiammata, aveva salvato lo Statuto concesso nel 1848 e aveva conservato il Parlamento eletto, l'uomo cominciò a venir fuori come politico competente e - chiamiamo subito le cose non il loro nome - prepotente, prepotentissimo.

© 1999, Società editrice il Mulino


L'autore
Luciano Cafagna, già professore di Storia contemporanea nell'Università di Pisa, è stato commissario dell'Autorità garante per il mercato e la concorrenza.



Giorgio Celli
Darwin delle scimmie
e altri scritti

"L'uomo si crede un solista
e invece fa parte di un coro;
tra gli animali comparsi nel mondo
è l'ultimo della lista.
Ha l'anatomia della scimmia,
come loro ha il pollice opponibile
e se Platone ha scritto i suoi Dialoghi
le sue mani alle origini
servivano per saltare da un ramo all'altro degli alberi.
Una penna è soltanto un ramo più sottile.
Che cosa c'è mai di scurrile
nell'avere un po' più di pelo?
Sulla sommità degli alberi
anche le scimmie sono prossime al cielo!"



Un libretto curioso e interessante con una netta divisione in due sezioni totalmente distinte: una prima parte biografica e una seconda parte letteraria. Qual è il posto che occupa oggi nella cultura collettiva la figura di Darwin? Che visione abbiamo ora delle sue teorie innovative, talora quasi sconvolgenti per i contemporanei? Che spazio si è ritagliato Darwin nella storia della scienza? Tutte domande a cui Celli intende rispondere in due forme: una più circostanziata e tecnica, l'altra narrativa. Uno sdoppiamento che lo caratterizza anche nella vita: metà entomologo ed etologo e metà scrittore. Una sintesi che lo rende divulgatore perfetto.
Il libro si apre con una cronologia della vita e delle opere di Darwin, cui seguono alcuni capitoli di approfondimento, ricchi di curiosità, aneddoti, analisi filosofico-scientifiche, con un panorama generale della "fortuna" dell'opera dello scienziato nel corso degli anni.
Poi, improvvisamente, il tono cambia, e il Celli etologo lascia spazio al suo alter ego scrittore e poeta, con il testo teatrale Darwin delle scimmie, rappresentato a Cesena alla compagnia "Teatro Perché", con la regia di Gabriele Marchesini nell'aprile del 1997. Come afferma lo stesso autore, "La pièce, che si ispira per qualche verso - si veda la suddivisione in quadri con forte valenza pedagogica - alla Vita di Galileo di Bertolt Brecht, si distanzia da quest'ultima per taluni ingredienti ludici, di discendenza surrealista e dadaista, e a tratti con aperture da music-hall." L'originalità del dramma si legge già nello scorrere l'elenco dei personaggi tra cui compaiono l'orango, il gorilla e alcune scimmie, che troviamo subito impegnate in una vivace disquisizione sulle teorie darwiniane e sulle parentele tra loro e l'uomo, che molti respingono fermamente. Entrano poi in scena lo stesso Darwin, sua moglie, sua figlia, suo padre e alcuni comprimari che danno vita a un dialogo in prosa e in versi. Un modo senza dubbio originale e divertente per avvicinare anche i più restii alle teorie del grande scienziato. Andrebbe percorsa questa strada anche per realizzare testi scolastici più accattivanti e meno (inutilmente) "seriosi".


Darwin delle scimmie e altri scritti di Giorgio Celli
107 pag., ill., Lit. 18.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)
ISBN 88-339-1166-7


Le prime righe

Parte prima

Rotta di avvicinamento
a Charles Darwin


Darwin è morto, viva Darwin!
(In occasione del centenario della morte)

Il 19 aprile del 1882, alle tre e mezza del pomeriggio, moriva per attacco cardiaco Charles Darwin, uno dei più eminenti scienziati di tutti i tempi. Esaurito ogni dovere agiografico con questa facile definizione - Dio ci salvi dalla retorica dei centenari - vorremmo, dal punto di fuga di "cent'anni dopo", rivisitare la psicologia di questo "distruttore di paradisi", richiamandolo a recitare la sua parte nel "teatro della memoria". Esistono delle scoperte, come quella, per esempio, dell'origine microbica delle malattie cosiddette infettive, merito di Pasteur, che hanno avuto il potere di modificare profondamente la vita materiale degli uomini, contribuendo al loro benessere, senza comportare, a contrappasso, onerosi stress filosofici. Altre, come l'evoluzione, costituiscono delle vere e proprie sfide, o rivoluzioni antropologiche, perché, al di là delle teorie, e dei dati che le confermano, determinano, in parallelo, un vero e proprio cataclisma rifondatore, ponendo di nuovo in causa il senso, e il posto, dell'uomo nel cosmo. Charles Darwin ha provocato una crisi di così vasta portata da giungere fino a noi, mettendo Socrate allo specchio della scimmia. La ferita metafisica aperta dal sospetto di "animalità" lanciato agli uomini è ancora aperta, e l'isteria dei movimenti creazionisti, che attaccano periodicamente Darwin, la rivela tuttora bruciante. Agli occhi di molti, il naturalista inglese gode della fama di un Capaneo scientifico, intento a sfidare, insieme, il suo tempo e l'ira degli dei. Consigliamo, a loro, la lettura di questa gustosa "scenetta paesana", tratta da uno scritto di Kardiner e Preble: "Ogni lunedì di Pentecoste, tra il 1850 e il 1880, i membri del Coal and Friendly Club del piccolo villaggio di Down, nel Kent, in Inghilterra, si recavano in corteo, con banda e stendardo, alla casa di Charles ed Emma Darwin, a mezzo chilometro dall'abitato. Qui il gruppo dei villici sfilava in parata sul prato davanti alla casa, finché compariva l'amministratore del Club, Charles Darwin. Dopo aver salutato calorosamente ognuno dei membri del Club, egli pronunciava un breve discorso fiorito dei soliti motti di spirito sulle condizioni economiche della loro organizzazione filantropica.

© 1999, Bollati Boringhieri editore


L'autore
Giorgio Celli, docente all'Istituto di Entomologia Guido Grandi presso l'Università di Bologna, accanto al lavoro scientifico coltiva un'attività letteraria iniziata nell'ambito del Gruppo '63. Tra le pubblicazioni più recenti: Ecologia della vita quotidiana, Dio fa il professore e un'apprezzata serie sulla vita privata dei gatti. Autore di pièces teatrali e di audiovisivi, è il conduttore della trasmissione televisiva di Rai3 Nel regno animale.
Un'intervista di Café Letterario all'autore è visibile all'indirizzo http://www.librialice.it/cafeletterario/interviste/celli.html



Daniela Pizzagalli
La Dama con l'ermellino
Vita e passioni di Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico il Moro

"Fin dalla prima apparizione, la figura di Cecilia è legata a un codice di eleganza, di stile: la sua iniziazione all'Olimpo dei potenti è simboleggiata nel vestirsi alla 'catalana', cioè alla spagnola, con la sbernia introdotta a corte da Isabella. È un segno di privilegio, che Cecilia vorrà immortalare quando , poco tempo dopo, sarà effigiata da Leonardo."


"La Dama con l'ermellino" di Leonardo da Vinci è stato definito il primo ritratto moderno perché, come in un'istantanea, coglie un attimo di vita, un movimento e un'emozione. La stessa intenzione di riproporre la storia con immediatezza, in presa diretta, ha guidato Daniela Pizzagalli - autrice di biografie rigorose nella documentazione e avvincenti nella scrittura - nel suo libro su Cecilia Gallerani, "La Dama con l'ermellino".
Ma chi era veramente la giovane donna dal sorriso misterioso, anticipatore di quello della Gioconda? Divenuta a sedici anni, nel 1489, amante del signore di Milano Ludovico il Moro, fu installata al castello sforzesco, dove brillò per eleganza e cultura. Pur avendo dato un figlio allo Sforza, dovette essere allontanata dopo il matrimonio di lui con Beatrice d'Este, che convinse il marito ad accasarla altrove. La Gallerani ottenne un nobile marito, un feudo e un lussuoso palazzo nel centro cittadino, dove seppe ricrearsi una piccola ma raffinata corte di artisti e studiosi come Leonardo, Bramante e il novelliere Matteo Bandello, che scrisse di lei e del suo talento poetico.
La storia d'amore di Ludovico e Cecilia s'intreccia al romanzo di un'epoca splendida e tragica, sul crinale tra il fulgore del Rinascimento e la rovina politica dell'Italia. Di quest'epoca Daniela Pizzagalli ha ricostruito la vita quotidiana, le vicende e i personaggi con ritmo incalzante, ironia e capacità introspettiva, portando alla ribalta un'indimenticabile figura femminile: Cecilia rivive attraverso le sue lettere a Isabella d'Este, nei dispacci segreti degli ambasciatori e nelle Novelle del Bandello, nella sua personalità di donna ma nello stesso tempo come un'immagine emblematica del Rinascimento.


La Dama con l'ermellino di Daniela Pizzagalli
Pag. 199, Lire 26.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-86073-5


Le prime righe

CAPITOLO I
IL QUADRO, I SIMBOLI


LEONARDO, LUDOVICO IL MORO, MILANO: come nei vertici di un triangolo magico propiziato da un'irripetibile congiunzione astrale, la combinazione tra la versatilità del genio, l'orgoglio del principe e il pragmatismo della città ha sprigionato una forza creatrice dai riverberi inesauribili.
Nel 1482 il maestro, pronto a sviluppare i suoi interessi tecnici e scientifici, deluso dall'indifferenza di Lorenzo il Magnifico, cercava per sé una città come Milano e un protettore come il Moro.
La versione tradizionale, accreditata dal Vasari, che Leonardo si presentasse alla corte come inventore di uno strumento musicale di nuova concezione non sembra plausibile: quello sarà stato tutt'al più un dono offerto per suscitare la curiosità di Ludovico, notoriamente appassionato di musica e avido collezionista d'ogni rarità.
Ben diverso era il ruolo che Leonardo intravedeva per sé nella potente capitale del ducato sforzesco: "Posso costruire bombarde comodissime e facili da portare... farò carri coperti, sicuri e inoffensibili i quali, entrando con le loro artiglierie in mezzo ai nemici, travolgeranno anche le moltitudini più compatte" proclamava nella lettera in cui offriva al Moro la propria collaborazione. Solo in ultimo vantava i suoi meriti artistici: "Credo di non essere inferiore a nessuno in architettura... Farò inoltre in scultura... e in pittura, ciò che si può fare, a paragone di ogni altro, e sia chi vuole".
Le proposte di Leonardo, il quale evidentemente giungendo nella ricca Milano aveva intenzione di occuparsi di un settore molto remunerativo, erano di ordine economico e politico. Il discorso sulle nuove armi muoveva dalla rinomanza di Milano come città di punta nella produzione di armi tradizionali in Europa: con la tecnologia d'avanguardia progettata da Leonardo avrebbe potuto sbaragliare ogni concorrenza anche nel settore dell'artiglieria.

© 1999, R.C.S. Libri S.p.A.


L'autrice
Daniela Pizzagalli è nata a Milano dove vive e lavora come giornalista e psicologa. Ha pubblicato Tra due dinastie, Bernabò Visconti e L'amica. Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento italiano.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




14 maggio 1999