James Bradberry
Il settimo sacramento

"Avrebbe vinto il migliore, o la migliore. O almeno la persona con più risorse."


Cosa è successo ai più bravi architetti del mondo? Perché si sono ritrovati insieme in una grande villa italiana e si sono isolati da tutto e da tutti? Pet Clissac, parigina, Akio Hara, di Tokyo, Thornburgh Keller di New York, Sir Colin Garbutt di Londra, il più anziano, Richard Battle di Filadelfia e infine Giò Borromini, l'italiano: tutti partecipano a una sorta di gara, per un appalto irresistibile del valore di cinque milioni di dollari e il regalo di un prezioso, unico testo di Vitruvio. Sotto la supervisione di un giovane docente di architettura, Jamie Ramsgill (la voce narrante), inizia la competizione: dovranno progettare la nuova direzione della "Piruzzi S.p.A.", la ditta del padrone di casa. Il vincitore si porterà a casa il bottino.
Ma succede qualcosa di imprevisto e tragico. Chi sta uccidendo i maggiori architetti del mondo?
Apparentemente morti di morte naturale, in realtà vengono eliminati freddamente, scientificamente. Ramsgill indaga come un vero detective e riesce a capire quale filo rosso unisca i delitti.
Un mystery che segue la tradizione più classica, a partire dalla scelta dell'ambientazione (la misteriosa e splendida tenuta rinascimentale sul Lago di Garda del miliardario Renzo Piruzzi), proseguendo con la situazione momentanea in cui vivono i personaggi (isolati del resto del mondo, quasi "segregati" nei padiglioni sparsi per il parco), per arrivare alle morti a catena (inevitabile il raffronto con Dieci piccoli indiani di Agatha Christie). Alla storia gialla si sovrappone in alcuni punti la descrizione dell'universo, competitivo e spietato, dell'élite creativa e geniale formata dai pochi, potenti progettisti che dominano il mercato internazionale. Un mondo raccontato "dall'interno", da un autore che, prima di essere scrittore è proprio architetto.


Il settimo sacramento di James Bradberry
Titolo originale dell'opera: The Seventh Sacrament

Traduzione di Sara Caraffini
218 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Polillo (Obladì Obladà)
ISBN 88-8154-076-2


Le prime righe

1


Cadeva una pioggerellina sottile quando l'aereo atterrò a Verona. Il caldo di agosto era soffocante ma, mentre la nostra auto si dirigeva a nord-ovest e si avvicinava al lago di Garda, l'aria diventò più fresca e il cielo più azzurro e io ripensai all'anno trascorso in Italia. Erano passati quasi due decenni dal mio soggiorno a Venezia grazie a una borsa di studio universitaria, ma percorrendo quelle strade tortuose, bordate da alti cipressi scuri e da pittoreschi paesini con i muri delle case dipinti di colori pastello, tutti illuminati da quella tipica luce mediterranea arancione, l'Italia settentrionale mi sembrava familiare come, solo due giorni prima, superare in bicicletta la Nassau Hall per raggiungere la facoltà di architettura.
Ma questo viaggio era diverso. Diciotto anni fa non mi sarei certo ritrovato su una Bentley con autista, diretto verso la villa rinascimentale del dottor Renzo Piruzzi e accompagnato da due dei più importanti architetti del mondo. E sicuramente non avrei ricevuto duemila dollari al giorno da Piruzzi - il maggior produttore italiano di mobili dal design avant-garde e uno degli uomini più ricchi del mondo - per i miei servigi come consulente per un concorso di architettura che doveva svolgersi alla villa. Vi avrebbero partecipato gli architetti più famosi del mondo, ma in quel momento conoscevo solo pochissimi dettagli.
Persino i docenti universitari a volte vivono delle avventure e la lettera ricevuta solo due settimane prima da me e dai concorrenti delineava una gara che aveva destato l'interesse generale. Sei architetti - due americani, un inglese, un francese, un italiano e un giapponese - avrebbero gareggiato per progettare l'edificio della nuova direzione della Piruzzi S.p.A., alla periferia di Milano. Il vincitore, scelto direttamente dal solo dottor Piruzzi, sarebbe stato premiato con una commissione per l'edificio che era stimata valesse cinque milioni di dollari. Una ricompensa più che adeguata per un week-end di lavoro.

© 1999, Marco Polillo Editore


L'autore
James Bradberry si trovava alla Cambridge University, in Inghilterra, per conseguire un Master in storia dell'architettura quando decise, più per ingannare il tempo che per convinzione, di scrivere un mystery. Nacque così Il settimo sacramento. Bradberry è architetto e ha insegnato tra l'altro a Yale, Temple e alla University of Pennsylvania. Vive attualmente a Philadelphia.



Jean-Pierre Changeux, Paul Ricoeur
La natura e la regola
Alle radici del pensiero

"Gli urti tra culture, l'impenetrabilità e incompatibilità apparente delle dottrine morali, filosofiche e religiose sembrano mettere costantemente in causa l'esistenza stessa e la continuità di una società giusta e stabile, costruita da cittadini liberi e uguali. Tranne se... Tranne se, invece di affrontarsi fisicamente, i partner compresenti accettano di tener conto dell'insegnamento di tutte le saggezze umane al fine di costruire un progetto comune - progetto di civiltà universale, libera, giusta e sul modo della gioia."


Un affascinante dialogo tra due delle menti più importanti del secolo. Il pensiero di un neurobiologo e di un filosofo che disquisiscono, appunto, sulla natura stessa del pensiero, alla luce delle importanti scoperte neurofiosiologiche del Novecento. Un saggio a due voci che ne formano alla fine una unica, nel tentativo di rispondere a uno degli interrogativi più antichi e "viscerali" della storia dell'uomo, che ne porta con sé infiniti altri: esiste qualcosa come una "mente" distinta dal cervello, una presenza immateriale su un supporto fisico? E, viceversa, se tutto ciò che definiamo mentale, come affermano gli scienziati, si riduce a processi neurofisiologici, "che ne è delle nostre costruzioni culturali, dalla memoria alla poesia, dalla matematica all'etica?" Nel Preludio gli autori si domandano: "Era ragionevole mettere a confronto uno scienziato e un filosofo sulle neuroscienze, sui loro risultati, progetti, capacità a sostenere un dibattito sulla morale, sulle norme, sulla pace?". E ancora sottolineano: "Doveva essere un contraddittorio. Lo è stato, con tutto ciò che la cosa comporta per la fermezza di ciascuno dei protagonisti: attacco dell'argomentazione mordace del filosofo, impatto dei fatti sconvolgenti presentati dallo scienziato. Per finire, atto di fiducia nella maturità del lettore, invitato a entrare nel dibattito da partecipante più che da arbitro." E, aggiungiamo noi, da spettatore di un evento eccezionale: il dialogo "totalmente libero e aperto tra uno scienziato e un filosofo". Il contraddittorio si basa su un discorso comune, ricercato all'inizio, e si evolve verso la definizione del modello neuronale, l'analisi della coscienza di sé e degli altri, le origini della morale, il passaggio dalle disposizioni naturali (la "natura") ai dispositivi etici, il confronto-scontro tra le due diverse concezioni di ciò che è e di ciò che deve essere (la "regola"). Per entrambi il fine è quello di creare le basi per la nascita di un'etica universale, riconosciuta da scienziati, filosofi, politici e uomini comuni che si riveli "all'altezza delle sfide del mondo contemporaneo".


La natura e la regola. Alle radici del pensiero di Jean-Pierre Changeux e Paul Ricoeur
Titolo originale dell'opera: La nature et la règle

Traduzione di Marianna Basile
X, 318 pag., ill., Lit. 40.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello)
ISBN 88-7078-562-9


Le prime righe

1
UN INCONTRO NECESSARIO


IL SAPERE E LA SAGGEZZA


JEAN-PIERRE CHANGEUX - Lei è un filosofo famoso e stimato. Io sono un ricercatore. La mia vita è dedicata allo studio teorico e sperimentale dei meccanismi elementari del funzionamento del sistema nervoso, e in particolare del cervello umano. Se cerco di capire il cervello partendo dalle strutture più microscopiche, cioè le molecole che lo compongono, ciò non esclude, però, la volontà di intenderne le funzioni più elevate, che appartengono tradizionalmente alla sfera della filosofia: il pensiero, le emozioni, la facoltà di conoscere e, perché no, il senso morale. I biologi molecolari, tra i quali mi annovero, si trovano infatti di fronte a un doppio problema: individuare le relazioni tra quei costituenti elementari che sono le molecole e alcune funzioni così integrate come la percezione del bello o la creatività scientifica. Ci sono stati Copernico, Darwin e Freud; ma la conquista della mente è ancora tutta da fare! Per la scienza del ventunesimo secolo sarà una delle sfide più impressionanti.
Fin dai tempi più antichi sono stati i filosofi a enunciare tesi, dibattere e argomentare su ciò che viene chiamato "mente" (l'equivalente di mind per gli autori anglosassoni). Ben venga, quindi, l'incontro tra filosofia e neurobiologia, anche se potrebbe sembrare che si parte dai poli più opposti che esistano. Ammiro molto il suo lavoro. In Francia non ho trovato molti autori - ma forse questo dipende solo dalla mia ignoranza - che abbiano sviluppato una riflessione altrettanto approfondita sui problemi della morale e dell'etica. Perché non tentare di incontrarci, di costruire un discorso comune? Può darsi che non ci si riesca, ma il tentativo avrà, se non altro, l'interesse di definire i punti di accordo e, soprattutto, di indicare le linee di frattura, di mettere in risalto i vuoti che un giorno o l'altro bisognerà pur colmare.

PAUL RICOEUR - Risponderò alle sue parole con un saluto altrettanto caloroso, rivolto allo studioso di fama, all'autore di L'uomo neuronale, un'opera degna della discussione più rispettosa e attenta.
Ciò che stiamo per intraprendere è un dialogo, nel senso forte del termine. Esso è determinato, in primo luogo, dall'esistenza di un approccio diverso riguardo al fenomeno umano, differenza che dipende dalla nostra rispettiva qualifica di scienziato e filosofo. Ma è determinato, anche, dal desiderio, se non di risolvere le controversie legate a questa differenza iniziale di punti di vista, almeno di elevarle a un livello di argomentazione tale che le ragioni dell'uno siano considerate plausibili dall'altro, ovvero degne di essere difese in uno scambio posto sotto il segno di un'etica della discussione.

© 1999, Raffaello Cortina Editore


Gli autori
Jean-Pierre Changeux, professore al Collège de France e membro dell'Académie des sciences, dirige il Laboratorio di neurobiologia molecolare dell'Institut Pasteur. È autore di L'uomo neuronale, Pensiero e materia, Ragione e piacere.
Paul Ricoeur è professore onorario all'università Paris-X e professore emerito all'università di Chicago. Tra le sue molte opere segnaliamo La metafora viva, Dell'interpretazione, Linguaggio e filosofia.



Luce d'Eramo
Racconti quasi di guerra

"Traverso il cortile a passo spedito ma non come chi fugge, sbuco nella strada dove m'imbatto nei prigionieri francesi che avanzano in fila accompagnati dalla guardia tedesca, mi chiamano e salutano festosamente, nulla in loro è mutato, la guerra passerà loro a fianco senza stroncarli, però anch'io ho guadagnato un paio d'ore di tempo per mettermi in salvo..."


Una raccolta di racconti che l'autrice decide di pubblicare a distanza di molti anni dalla loro stesura: in questi giorni poi il tema della guerra è così terribilmente attuale che la lettura di questo volume assume una particolare e intensa attualità. Che cosa significa la guerra per una ragazza? Quali voci hanno le città devastate dalle bombe? Quali distorsioni mentali, rovesciamenti di valori esprimono le macerie? E l'efficienza dei dittatori non crolla davanti alla disfatta? E la popolazione perché deve soffrire, subire, essere martirizzata dalla violenza dei potenti? Domande che nella bella prosa della d'Eramo non trovano risposta, ma aprono a nuovi interrogativi. Già dal primo racconto vediamo come il dubbio, il crollo delle certezze diventa difficile da vivere per una adolescente cresciuta nella sicurezza di una ideologia che aveva significato un piccolo prestigio familiare e un po' di dignità per chi era stato costretto ad emigrare. Così anche l'amore tra un uomo e una donna qualsiasi, nel successivo racconto, non può uscire indenne dalle privazioni, dalla povertà che la guerra ha portato; né una ragazza può crescere, diventare adulta, con la serenità che ogni giovinezza dovrebbe avere, in mezzo agli orrori, alla paura, alla morte incombente. Eppure, qua e là, si avverte l'allegria propria dell'età che riesce a farsi strada a tratti, con tenacia e contro ogni logica, l'allegria che nasce da piccole, insignificanti situazioni o incontri, ma che esprime la speranza di un "dopo" migliore.
Anche i tedeschi, gli efficienti nazisti, mostrano un aspetto di sé meno noto, il disordine della disfatta, la confusione della fuga, l'incapacità ad arginare quello che mai si sarebbe voluto vedere: la sconfitta. E il disprezzo razzista diventa quasi grottesco, l'arroganza patetica, la boria ridicola.
Questi racconti non furono pubblicati nel 1956, data dell'ultimo di essi (la d'Eramo ne inizia la stesura nel 1943) nonostante il parere positivo di chi, con l'autorevolezza di Moravia o di Giangiacomo Feltrinelli, li aveva letti. Forse troppo bruciante e vicina era ancora la guerra per riuscire a cogliere la sottile analisi del periodo che da questa raccolta emerge, forse era necessaria una distanza storica maggiore e la consapevolezza che però non si può mai dire che la guerra sia un'esperienza da relegare nel passato e assolutamente irripetibile.


Racconti quasi di guerra di Luce d'Eramo
Pag. 283, Lire 29.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-46082-2


Le prime righe

Il 25 luglio


Quando mia nonna e mia sorella si furono addormentate, mi alzai piano, erano circa le undici di sera, e mi affacciai alla finestra della camera, dove dormivamo tutte e tre in tre lettini ognuno contro una parete; spalancai cautamente le persiane e guardai il cielo. Era chiaro ma in modo opaco, polveroso, senza stelle. C'era la luna molto alta che sembrava piccola e piatta, dura. La guardai a lungo. Mi pareva che non avesse nessuna comprensione. Amavo molto Leopardi e tutte le mattine mettevo la sveglia un'ora prima per leggere una sua poesia e meditarla. Trovai che quella sera la luna non invitava a confidenze e mi si strinse il cuore sotto il cielo inaridito dal suo bianco disco desolato.
Abbassando lo sguardo sulla terra dopo aver fissato la luna, mi parve che la natura intorno fosse più palpitantemente nera del solito. In lontananza correvano i fari delle automobili in su e in giù, sempre sulla medesima linea e, nelle tenebre, sembrava che non si spostassero più in qua o in là per un itinerario necessario, ma per una volontaria prova d'equilibrio, come se, volendo, avessero potuto deviare e aggirarsi a capriccio ma non lo facessero per una misteriosa ostinazione e un'inconsapevole schiavitù. Non potevo prendere sonno.
Richiusi lentamente le persiane, uscii dalla stanza e me ne andai in giardino. Nella notte dilagava un intenso aroma d'oleandro, d'alloro e di timo. Le cicale frinivano. C'erano ancora lucciole i cui lumini fosforescenti oscillavano a mezz'aria tra il fogliame carico d'ombra. La campagna s'affollava nel buio con intrigante sollievo, dopo la calpestata stanchezza del giorno. Io mi sentivo addosso un'eccitazione che provavo molto spesso in quel periodo e che del resto ho sempre provato nei momenti contemplativi, la sensazione di una realtà straordinaria, un sentimento d'intimità, un potenziamento della coscienza che generava una strana coesistenza di felicità e di angoscia.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autrice
Luce d'Eramo è nata a Reims nel 1925. Vive a Roma. Opere principali: Raskolnikov e il marxismo - note a un libro di Moravia, L'opera di Ignazio Silone, Cruciverba politico, Deviazione, Nucleo Zero, Partiranno, Ultima luna, Si prega di non disturbare, Una strana fortuna.



Giga Melik
Non mi parte il romanzo, saranno le candele

"Mentre sto sotto l'albero delle idee in attesa che almeno una me ne cada in testa, mi rasserena il fatto che scrivere un romanzo, cioè fingere uno o più destini, oggigiorno non comporta responsabilità penali."


Cosa accade se un romanzo "non parte", se non si trova un degno inizio? Quale può essere una soluzione ragionevole per uscire dall'empasse? Semplice, iniziare dal terzo capitolo e in questo disquisire sull'essenza stessa di quello che si definisce "capitolo", sulla probabilità che un lettore medio lo legga, sulla necessità di saltare i primi due, nel tentativo di impedire a chiunque ogni critica sulle parti mancanti, che in quanto tali non si conoscono e non si possono commentare... Questa la ricetta di Melik per dare vita a un testo diverso, con un "tormentone" trascinato lungo tutto l'arco del libro: come scrivere una storia, se si hanno molte idee, ma assai confuse e difficili da "assemblare".
È un romanzo che si trasforma, muta come una creatura spaziale, si espande e si restringe come un verdastro, indefinito Blob, dando vita a capitoli-racconti lunghi o brevi, diretti o indiretti, in sostanza slegati da ogni regola narrativa.
È anche un'opera surreale, un tentativo di realizzare qualcosa di veramente originale, che si discosti da qualsiasi canone. Alla ricerca di un incipit, alla ricerca di un genere, alla ricerca di un seguito. Anche se poi, in fondo, è pur sempre un romanzo diviso in capitoli, che vede un protagonista, l'autore, dibattersi fra una storia e l'altra, "invischiato" in trame che lo trascinano, lo coinvolgono e, forse, un po' lo stressano. Il tutto sul filo dell'ironia e del sarcasmo. Come nella storia "esemplare" di Barba Khan (scrittore all'inchiostro, in aperta polemica con il padre, narratore a bocca) trovato morto "con la faccia sopra un pacco di fogli, gli ultimi: quelli scritti coi piedi. I migliori." Oppure ne La vita molliccia del fiabista (il capitolo ventiquattro), in cui si paragona un fornaio a un romanziere "tormentato" come l'autore: "La moglie del fornaio si scuserebbe mesta coi clienti: Macché. Non gli viene. Stanotte ci ha provato e ha sfornato un divano-letto. Dopo qualche mese di crisi creativa del fornaio, i clienti più sentimentali metterebbero sulla tovaglia la foto rievocativa di una rosetta." E tanti altri sarebbero gli esempi da pescare tra le pagine, anche a caso. Perché un romanzo che "non viene" può essere letto nel modo più "creativo". E recensito con fantasia... perché ogni tanto non sarebbe male poter dire "non mi parte la recensione" e parlare solo degli ultimi tre capitoli, o di tutt'altro, raccontare un aneddoto, disquisire sul senso della vita o sull'ultimo film visto al cinema. Non sarebbe male, ma rimane solo un sogno. Melik si è divertito invece a realizzarlo, in grande e dal suo personalissimo punto di vista.


Non mi parte il romanzo, saranno le candele di Giga Melik
153 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN 88-7928-454-1


Le prime righe

CAPITOLO TRE

Capitolo tre


Cominciamo subito con una buona notizia: l'autore, congiuntamente alla casa editrice, ha deciso di facilitare la vostra lettura saltando le prime quaranta pagine. È convinzione comune che questo sia l'unico modo per arrivare serenamente (e in fretta) alla conclusione del libro.
Ragion per cui, se siete in strada e state correndo con lo scontrino in mano a riportare in libreria questa copia in quanto difettosa, fermatevi immediatamente e calmatevi: il primo e secondo capitolo non esistono. Quindi, per favore, vediamo di iniziare dal terzo capitolo.
E ora voglio vedere chi mi viene a dire: "Che noia i primi due capitoli!"
In conclusione, fedeli al proposito di sbrigarci, cercheremo di sfornare fatti brevi ed essenziali, con l'accorgimento di un corpo tipografico accettabile. Perciò, ritmo, ritmo!
Per il resto, trama e altre faccende simili, vediamo di non fare troppo i pignoli, con tutti i problemi che ci sono nel mondo.

CAPITOLO QUATTRO

Occhio al gambero


Sinceramente non me l'aspettavo. Pur avendo cominciato col terzo capitolo, sto proseguendo col secondo. D'altra parte c'è da considerare che se io non avessi cominciato il libro direttamente dal terzo capitolo, ora sì che mi troverei nella classica posizione di chi inizia il secondo. Anzi, a tuttora, nel ricapitolare i capitoli, la situazione si presenta così: il presente è il primo vero capitolo del libro, perché in realtà quello che precede, il cosiddetto "Capitolo tre", non è altro che un prologo mascherato da capitolo. Se poi non è incoronato dal titolo di "Prologo", ma classificato come "Capitolo tre", è perché a un vero prologo si richiede di anticipare subito il tema del romanzo, mentre l'unico anticipo che io mi sento di chiedere subito è quello all'editore.
A questo punto mi chiedo: cosa succederà al prossimo capitolo? Semplice. Sarà il quinto solo apparentemente. Infatti seguirà il primo che si spaccia per terzo e il secondo che si mistifica addirittura come quarto. Lo grida la matematica che il capitolo cinque sarà il capitolo tre.

© 1999, Ponte alle Grazie


L'autore
Giga Melik, al secolo Alessandro Schwed, ha quarantasette anni, e proviene da una famiglia ebraica di origine ungherese. È stato redattore del settimanale satirico Il Male e di altre testate come Boxer, L'eco della carogna e Mondo B, di cui è stato direttore. Attualmente collabora a Cuore e XL. Tiene delle rubriche satiriche di calcio e televisione sui quotidiani del gruppo Repubblica-Espresso. Si è sposato con un clown donna che si chiama Erina. Ha un figlio ultraquattrenne di nome Giovanni. Tutti e tre vivono nella campagna montalcinese.



Stefano Pivato
Il nome e la storia
Onomastica e religioni politiche nell'Italia contemporanea

"La Rivoluzione francese introduceva nel sistema onomastico l'ideologia politica come matrice e motivazione di nomi personali dati dai genitori ai figli con l'esplicita volontà di manifestare ideali, sentimenti, convinzioni ed emozioni."


Il saggio di Stefano Pivato, propone un metodo di analisi, più vicino alla tradizione francese che alla storiografia italiana. Infatti se, come dice Bloch, "i nomi sono segnali che rivelano correnti di pensiero", l'interesse per la società e i suoi comportamenti sono strumenti di comprensione, veri grimaldelli per entrare nei significati più autentici degli eventi e per capire il peso che hanno avuto nella trasformazione della vita individuale e collettiva. Tale metodo, introdotto prevalentemente dalla rivista Les Annales in Francia, trova una particolare e curiosa sollecitazione dallo studio dei nomi dati ai figli in questi due ultimi secoli.
Al nome ideologico infatti corrisponde una visione della politica capace di plasmare anche i comportamenti individuali, di condizionare la dimensione privata del cittadino così da diventare una nuova fede; se al nome del santo si va a sostituire quello dell'eroe rivoluzionario o del luogo simbolico di un certo evento, tale imposizione si trasforma in "rito iniziatico alla nuova morale". Tutto ciò è accaduto in modo vistoso in Italia, dall'Ottocento a non molti anni fa, soprattutto tra i ceti più deboli, tra chi svolgeva le professioni più umili e in particolare in alcune regioni dell'Italia centrale: la Romagna, la Toscana, le Marche. Imporre ai figli i nomi dei capi rivoluzionari può significare non solo la speranza nell'azione salvifica della nuova fede, ma anche l'aspirazione, per il figlio, di un ruolo e di un peso diverso dal proprio nel contesto sociale. Non è casuale che il regime mussoliniano abbia imposto la cancellazione all'anagrafe di tutti i nomi che, alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento, significavano la speranza rivoluzionaria e il mondo nuovo, più uguale e libero, che dalla Rivoluzione francese prima, e dall'insegnamento di Marx poi, i ceti più umili sognavano. Per pura curiosità citiamo alcuni nomi ricorrenti: Marxina, Marse, Engelse, Engelsina, Balabanoff, Rosalussimburg; o nomi derivati dai più nostrani rivoluzionari: Caffiero e Caffiera, Labriolo e Labriola, Matteotti, Deambrino e via così... Certamente il nome Libero, Libertà o Comunardo e Comunarda, così frequenti fino al fascismo, indicano un ideale quasi religioso. E l'anticlericalismo repubblicano ben si esprime nei nomi Antidio, Idolatria o nel più diffuso Satana e Demone.
Nel settimo capitolo del volume Pivato esamina, come dice il titolo stesso di questo capitolo, "La fine del nome ideologico". Proprio a partire dagli anni Quaranta assistiamo al declino di questo tipo di nomi e solo Libero ha il suo picco di incidenze nel 1944/45, per scendere però drasticamente dal 1947. Dagli anni Sessanta poi , nel giro di vent'anni, siamo passati da circa diecimila a mille nomi propri, proprio perché la "politica, dopo quasi un secolo, abdica al suo ruolo di fonte di ispirazione onomastica".


Il nome e la storia. Onomastica e religioni politiche nell'Italia contemporanea di Stefano Pivato
Pag. 393, Lire 40.000 - Edizioni Il Mulino (Saggi n.495)
ISBN 88-15-06892-9


Le prime righe

Introduzione


L'attribuzione del nome alle specie, ai corpi
Celesti, alle malattie finisce sempre per
intrappolare la cosa denominata in una me-
tafora radicale e per appropriarsi della cosa
stessa di fronte al mondo, come è stato con
i nomi dei monti e delle isole durante il pe-
riodo delle esplorazioni colonialiste. I nomi
di monarchi europei e di scienziati eroici han-
no colonizzato una infinità di fenomeni na-
turali; pianeti, piante, processi, e i movimenti
di liberazione liberano anche dall'oppressio-
ne di parole che rappresentano il vecchio
ordine.

James Hillman, Il codice dell'anima

Il nome e la storia

Oltre trent'anni fa Claude Lévi-Strauss, sostenendo che i nomi propri non costituivano un semplice sistema di classificazione, ma un universo di codici e significati più complesso, ne sottraeva il campo di indagine all'esclusivo dominio dei linguisti. L'antropologo francese considerava "il nome individuale [...] una 'parte' della denominazione collettiva" e, dunque, lo riteneva un non secondario strumento per l'analisi delle identità comunitarie.
Lévi-Strauss non è l'unico studioso che nel corso di questi ultimi decenni ha contribuito a precisare l'analisi dei nomi personali come un terreno di ricerca il cui statuto epistemologico va sempre più precisandosi in zone di confine che incrociano la storia sociale e quella letteraria, la semiotica e l'antropologia, la storia della mentalità e quella del costume.
Maurice Agulhon, per esempio, analizzando una comunità rurale della Francia d'inizio Ottocento, ha assunto la denominazione dei circoli come indizio del processo di secolarizzazione. Ormai vasto è il campo delle indagini sui mutamenti dei nomi delle vie e delle piazze, l'odonomastica, o quello delle città, la toponomastica, analizzati come manifestazioni dell'alternarsi dei poteri politici. In tale contesto lo studio dell'evoluzione dei nomi di persona, l'antroponomastica, si è indirizzato verso molteplici direzioni.

© 1999, Società editrice Il Mulino


L'autore
Stefano Pivato insegna Storia contemporanea nella Facoltà di Lingue e letterature straniere dell'Università di Urbino. Fra i suoi libri: Movimento operaio e istruzione popolare nell'Italia liberale, I terzini della borghesia. Il gioco del pallone nell'Italia dell'800, Clericalismo e laicismo nella cultura popolare italiana, Sia lodato Bartali.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




7 maggio 1999