Jackie Kay
Trumpet

"Non voglio vedere nessuno. Tranne Colman. Vorrei avere la possibilità di vederlo. Che cosa gli potrei dire - che suo padre e io eravamo innamorati, che non ci importava, che dopo un po' non ci pensavamo nemmeno più? Non ci pensavo, quindi come avrei potuto nasconderglielo, se non avevo in mente di dover nascondere qualcosa?"


Cosa ha sconvolto il mondo della musica jazz? Cosa ha scandalizzato la società americana? E, ancora, quale evento ha lasciato senza parole amici, parenti e conoscenti di un trombettista? La sua morte, sì, ma soprattutto una scoperta assolutamente inaspettata: Joss non era un uomo, ma una donna! Eppure era sposato, eppure aveva un figlio, sebbene adottivo. Tutti lo conoscevano come un uomo forte, deciso, autorevole. Un uomo in gamba, ma era una donna.
Questa è la storia della complicità tra due donne, profonda, sincera di un'intensità stupefacente, ed è la biografia di un musicista (trombettista) jazz di grande talento, celebre, stimato. È la storia di una donna che visse da uomo, basata sulla vera vicenda del pianista Billy Tipton, una ragazza che all'età di diciannove anni decise di vivere da uomo (pur rimanendo donna a tutti gli effetti) e lo fece sino alla morte, avvenuta 74 anni. Solo in quel momento si scoprì la sua vera identità. Una storia curiosa, intrigante, trasposta in romanzo e raccontata con grande partecipazione. L'autrice presenta Joss Moody, uomo-donna di colore (significativamente sempre comunque indicato con il genere maschile) attraverso le parole della moglie e del figlio. Joss ha "fatto l'uomo" per tutta la vita e se ne è convinto. Anche la moglie, innamoratissima di lui, ha vissuto tutta la vita con un vero uomo. Non emerge dal suo racconto un amore omosessuale, ma un sentimento sinceramente, autenticamente diretto verso un uomo. Con un unico problema, l'impossibilità di avere figli, subito però risolto con una felice adozione. La moglie è la voce narrante di quasi tutto il romanzo, tranne brevi momenti in cui la parola passa al figlio Colman, letteralmente traumatizzato dalla scoperta, ma legato al padre da un grande affetto. La vita di Joss è ricostruita attraverso i molti ricordi della moglie, che pur legata a quel tranquillo passato sa che nulla potrà più essere come prima, quando il segreto le univa, era solo loro. Ora tutti sanno "La mia vita ora è un romanzo, un libro aperto" afferma qualche tempo dopo il funerale "Sono intrappolata tra le sue pagine. Qualsiasi cosa è possibile. La mia vita la può afferrare chi vuole. Senza dubbio diranno che sono lesbica. Troveranno delle parole da appiccicarmi addosso. Parole che non mi si adattano. Parole che non si adattano a Joss. Lo insulteranno. Terribili insulti da vertigine". Perché la gente non ha capito, non può forse capire.


Trumpet di Jackie Kay
Titolo originale dell'opera: Trumpet

Traduzione dall'inglese di Sandro Melani
276 pag., Lit. 32.000 - Edizioni La Tartaruga (Narrativa)
ISBN 88-7738-303-8


Le prime righe

CASA E FAMIGLIA


Scosto di qualche centimetro la tenda e vedo le loro teste chine l'una accanto all'altra. Non ho idea da quanto tempo siano lì. Si sta facendo buio. Continuo ad aspettarmi che scompaiano; allora saprei che erano tutti nella mia mente. Saprei che li ho immaginati esattamente come ho immaginato la mia vita. Ma sono ancora lì, indossano vestiti reali e spiccano quanto vogliono. Tutte le volte che guardo le fotografie sui giornali, sembro irreale. Sembro diversa dal ricordo di me stessa. Ora mi sento strana. Era una tale certezza essere semplicemente me stessa. Era così facile, così indolore.
Devo tornare nella nostra tana e nascondermi da tutto quanto. Gli animali sono più fortunati; possono seppellire la testa nella sabbia o nasconderla sotto il pelo e far finta di non avercela. Sento male nel punto esatto di cui Joss si è lamentato per mesi. Un dolore lancinante al fianco sinistro. Non potremmo morire della stessa cosa?
C'è un film che ho visto una volta, La fiamma del peccato, in cui uno incide la sua storia su nastro, mentre sta per morire e non ha più fiato. Mi sento come lui. Non ho ucciso nessuno. Non ho fatto niente di male. Se facessi un nastro, lo farei per Colman.
Sono uscita di casa alla chetichella in piena notte con il cuore che mi batteva forte come a un ladro. Nessuno che mi stesse a guardare. Ho guidato in direzione dell'alba. Sollievo quando ho attraversato il confine con la Scozia. Ho abbassato i finestrini per aspirare l'aria diversa. Sono sfinita. Da dieci giorni, tutte le mattine c'è qualcuno davanti a casa mia munito di macchine fotografiche e di domande. Sui giornali mi sono vista in foto decisamente orribili con un'aria confusa e scioccata. È naturale avere un'aria da pazzi se un giornalistucolo si nasconde dietro la tua siepe e ti scatta una foto con il flash appena compari. Quale altra aria potresti avere?
Anche qui, adesso, il rumore delle macchine fotografiche, simile all'assalto di una mitragliatrice, continua a rimbombarmi nella testa. Qualsiasi cosa faccia non riesco a soffocarlo. Lo sento al di sopra della musica, dello scroscio di un rubinetto, del fischio del bollitore - le veloci pallottole delle macchine fotografiche.

© 1999, La Tartaruga


L'autrice
Jackie Kay è nata a Edimburgo nel 1961 da madre scozzese e padre nigeriano ed è stata adottata da una coppia di Glasgow. Da anni è una poetessa affermata. Il suo primo volume di poesie, The Adoption Papers, ha vinto i premi Saltire e Forward; mentre il secondo, Other Lovers, ha ricevuto il premio Somerset Maugham. Nel 1997 Kay ha dato alle stampe Bessie, una biografia della cantante Bessie Smith.



Tom Petsinis
Il matematico francese

"È il momento di una nuova matematica, che sorgerà dalla fornace della rivoluzione, non dalla tranquillità dei ritiri accademici. Una matematica generata per le strade, nell'affaccendarsi dell'umanità, nel caos degli insiemi che si scontrano, si distruggono, formano nuovi insiemi."


Evariste Galois è un giovane di vent'anni che muore in duello, dopo che la sua breve vita è stata spesa per gli ideali della libertà repubblicana e per la ricerca matematica.
Tom Petsinis, scrittore australiano, ne traccia la biografia, inserendovi delle notazioni suggestive ed emotivamente rilevanti: il legame di ammirazione e rispetto per il padre, morto per l'ideale repubblicano; quello dolce con la madre, provata dal dolore provocatole dalle idee rivoluzionarie di marito e figlio; il rapporto con le donne, ignorato per tutta l'adolescenza, anzi disprezzato come fosse una vergognosa distrazione dagli autentici scopi della vita; e infine la passione per la matematica, la grande ordinatrice del mondo.
Inventore, non riconosciuto in vita e poco ricordato in morte, dell'insiemistica, Evariste Galois ancora oggi non è noto al grande pubblico, nemmeno agli studenti che studiano fin dai primi anni di scuola le teorie da lui elaborate. Proprio in ragione di questo quindi ben venga questa biografia, piuttosto romanzata, che però tributa un giusto riconoscimento ad uno dei geni del secolo scorso, intelligenza non solo speculativa, ma applicata anche alla grande passione politica che ha segnato la sua vita. I risultati scolastici furono poco gratificanti per il giovanissimo matematico: in realtà l'unica materia a cui applicava studio e interesse era la matematica per cui i voti negativi in tutte le altre materie lo costrinsero a ripetere più volte gli stessi corsi. Non venne ammesso per ben due volte al Politecnico e incontrò l'inimicizia degli scienziati del tempo che mal sopportavano quella che consideravano arroganza, ma che era invece il segno della superiorità intellettuale del giovane. Gli anni angoscianti del collegio e il cattivo rapporto con i compagni di scuola, considerati da Evariste superficiali e dediti in modo colpevole ai divertimenti, sono per il ragazzo particolarmente difficili da sopportare. La passione rivoluzionaria che lo anima lo porterà, a vent'anni, in carcere per due volte e a porsi alla testa delle rivolte popolari quasi volesse vendicare il padre, morto suicida. La coinvolgente attività politica lo porterà anche a non rendere sistematici i suoi studi. Infatti le sue elaborazioni erano quasi sempre mentali e a questo è in parte da attribuire la mancanza di notorietà del suo nome. Petsenis introduce il tema amoroso, di cui non abbiamo notizia in altri testi, come causa del duello che porterà il giovane Galois alla morte. Forse questa libertà del romanziere umanizza un personaggio, spesso un po' troppo "perfetto" e astratto, e mostra anche uno spaccato della società francese dei primi anni dell'Ottocento, dei costumi, delle regole di comportamento che neppure i più accesi rivoluzionari dovevano infrangere.


Il matematico francese di Tom Petsinis
Titolo originale: The French Mathematician

Traduzione di Fabio Paracchini
Pag. 381, Lire 32.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (Romanzi e Racconti n. 156)
ISBN 88-8089-608-3


Le prime righe

0

io = un essere immaginario


Avevo previsto tutto in ogni minimo dettaglio. Un passo conduceva inevitabilmente al successivo, come la dimostrazione d'un brillante teorema, fino allo sparo finale che ancora eccheggia nel tempo e nello spazio. A faccia in giù tra gli aghi di pino fradici, abbracciai quella fatale sfera con tutto il mio corpo. Sogni, ricordi, anche la matematica che avevo tanto amato e alla quale avevo dedicato le mie ultime volontà e il mio testamento... tutto si allontanò finché non rimase nulla tra me e la sfera. Il mattino seguente la mia coscienza si disintegrò e venni trascinato verso il centro della sfera, come se fosse un buco nero grande quanto una pupilla abbacinata dal sole. La sua gravità mi ridusse a un semplice punto, e in un istante io mi trasformai in io.
Qui, in questo spazio complesso, io non sono più l'impetuoso giovane che voleva cambiare il mondo prima con una formula e poi con una fiammata. Ho appreso il significato della pazienza infinita, e io ora assurgo al testo ogni volta che qualcuno legge di Evariste Galois, preferendo restare appena sotto la superficie, come un pesce rosso che mordicchia l'orlo d'una foglia galleggiante. L'inchiostro è più mitico del sangue (a meno che qualche antico poeta non si sia aperto le vene e abbia scritto in rosso la propria epica): il testo è uno specchio bidirezionale che mi consente di guardare la vita e l'epoca del lettore. Chissà, un giorno io potrei assurgere a un testo che mi costringa a spingermi dall'altro lato. Vuoi una prova che io esisto? Le tue pupille sono nere. Dove sono, io? Tra una parola e l'altra, tra una lettera e l'altra, accanto a un punto che non vedrà mai la luce.

© 1999, Baldini & Castoldi s.r.l.


L'autore
Tom Petsinis, vive a Melbourne, Australia, e insegna presso la Victoria University of Technology, a Footscray. Romanziere, poeta e drammaturgo, è autore di varie opere, tra cui Raising the Shadow, The Blossom Vendor, Offerings e Inheritance. Uno dei testi per il teatro, The Drought, ha vinto il Wal Cherry Playscript of the Year.



Giorgio Rimondi
La scrittura sincopata
Jazz e letteratura nel Novecento italiano

"Davvero non riesco a capire cosa c'entra il fascismo col jazz. Si tratta di musica."
"Non è come un'altra", dice Bessie.
"Perché è negra, è americana".
"No, perché è di gente sfruttata, di schiavi che vogliono la libertà"

Giuseppe D'Avanzo, Bix e Bessie


Il volume si apre con un capitolo dedicato al significato rivoluzionario, che venne immediatamente colto da alcuni intellettuali americani e francesi, della musica jazz.
Se i grandi meriti di questa "musica di tutti i giorni", come la definisce l'autore, sono stati l'essersi liberata dall'armonia e l'aver lasciato una grande libertà all'esecutore, sono evidenti le influenze che ebbe in altri settori artistici, in particolare nella letteratura che, proprio agli inizi del Novecento, vide il nascere di avanguardie e di sperimentazioni sia linguistiche che di genere.
Come scrisse Jean Cocteau ("...Armstrong, la cui tromba di angelo nero diede l'annunzio della fine di un mondo") il jazz indica la fine di un mondo, del primato assoluto di una cultura, di una concezione dell'individuo e dell'arte che traevano i propri canoni da una tradizione alta e antica.
E se "nell'Italietta autarchica e provinciale in via di fascistizzazione, ascoltare jazz divenne sinonimo di ribellismo e di fronda", il nascente Futurismo vede un chiaro punto di riferimento in questa musica che esplode, agli inizi degli anni Venti, anche nelle sale da ballo italiane, nei cinema, in cui è appena approdato il sonoro, nei locali frequentati dai giovani ballerini di charleston.
Di breve durata però è l'infatuazione che Marinetti ha della musica negra in quanto dal 1932 accentua il carattere autarchico della sua posizione intellettuale (Contro l'esterofilia), nel 1934 firma con il maestro Aldo Giuntini Il Manifesto futurista dell'aeromusica sintetica geometrica e curativa in cui si scaglia contro "il negrismo musicale" e la sua posizione si chiude coerentemente nel Quaranta con un manifesto intitolato L'antinglese. Tutta l'esperienza del "paroliberismo" però non può essere scevra da forti influenze del ritmo sincopato. Il "nero" è davvero un colore fortunato in quegli anni: nei music-hall, nelle parole delle canzoni, nella poesia, nell'erotismo della Venere nera, Joséphine Baker.
"La suprema gelosia del poeta per il creatore di suoni" porta alla nascita, nella prima metà del Novecento, di una "letteratura nazionale jazzisticamente orientata". Il flusso di coscienza è una tecnica letteraria che può essere considerata erede del jazz, così come la ricerca della musica nella (o della) lingua attraverso la lettura ad alta voce, o l'automatismo della scrittura come corrispettivo dell'improvvisazione. Le affermazioni di Celati su questo tema, riportate dall'autore del volume, appaiono davvero interessanti.
Il saggio prosegue poi nell'analisi di specifici scrittori e intellettuali italiani e del peso più o meno esplicito che ebbe su di loro la musica jazz o il blues, dal secondo dopoguerra ad oggi. Molto interessanti sono le pagine dedicate al romanzo di Carlo Lucarelli, Almost Blue in cui si osserva come l'iperrealismo descrittivo spesso si scontri con l'atmosfera che la musica diffonde; o quelle che indicano in Novecento di Alessandro Baricco "una scrittura sapientemente dosata fra tecniche proprie dell'oralità" e "moduli ritmici ispirati allo swing jazzistico", anche se talvolta un po' "di maniera per evocare in modo convincente lo spirito del jazz".


La scrittura sincopata. Jazz e letteratura nel Novecento italiano di Giorgio Rimondi
Pag. 264, Lire 22.000 - Edizioni Bruno Mondadori (Testi e pretesti)
ISBN 88-424-9488-7


Le prime righe

Strategie per un dialogo

Dal punto di vista della ricezione non v'è dubbio che il jazz sia uno dei luoghi più discussi del Novecento, in grado di suscitare accesi entusiasmi e condanne inappellabili senza che ciò contribuisca a conferirgli uno statuto riconoscibile e condiviso. La storia della sua affermazione è costellata infatti di fraintendimenti e misletture, derivanti in ugual misura dal pregiudizio di chi lo vorrebbe escluso dal mondo dell'arte e dall'esaltazione di quanti, difendendolo a oltranza, ne hanno favorito la ghettizzazione. Una certa miopia ha caratterizzato anche lo sguardo della critica, preoccupata soprattutto di fornirgli una patente di nobiltà. In questo modo l'ossessione genealogica e il pregiudizio specialistico hanno ostacolato la possibilità di proiettarlo sullo sfondo della cultura contemporanea, e di coglierne la fondamentale funzione mitografica. Nonostante ciò, divenuto oggetto di desiderio per artisti e intellettuali esso ha in breve mostrato la sua natura di grande Altro della musica occidentale, luogo di una perturbante estraneità che non viene meno per essere sorta nel cuore stesso dell'Occidente, ma al contrario si rivitalizza colonizzandone senza soste l'immaginario. A questo alludono le parole di Michel Leiris: "Amo soprattutto l'Altro che non è del tutto Altro [...]. Per questo ciò che ho trovato fantastico, nel jazz, è in fondo l'africanizzazione delle musiche europee".
Interrogarsi su questa musica non significa dunque porsi la domanda idealistica riguardo la sua natura, quanto verificarne i possibili usi. Significa allargare il discorso a tutti gli aspetti che ne hanno influenzato la ricezione, se si accetta, come affermano alcuni, che essa sia fatta anche da chi l'ascolta, ne scrive o ne legge. Poiché è vero che il jazz ha fornito un'ampia riserva di metafore per pensare la novità che rappresenta, ma soprattutto ha saputo pensare per altri e prima di altri. Con la sua inspiegabile presenza, con la sua necessità ha indicato una direzione possibile: si è fatto modello per la riflessione estetica realizzando una forma della modernità. E non solo. Interrogandosi senza soste sul proprio desiderio, fissando coraggiosamente l'immagine della propria follia, disponendosi infine a quella dépense, a quella perdita di sé che dà senso all'attività umana proprio in quanto eccede ogni ragionevolezza ha infine svolto, oltre quella estetica, una fondamentale funzione etica.

© 1999, Edizioni Bruno Mondadori


L'autore
Giorgio Rimondi vive e lavora a Ferrara, occupandosi principalmente di musica e letteratura. Ha pubblicato: Fuori le mura. Antologia di paesaggi letterari della pianura ferrarese; Sono una maledetta capra; Jazz Band. Percorsi letterari fra avanguardia, consumo e musica sincopata; La macchina felice.



Daniel Evan Weiss
Gli scarafaggi non hanno re

"Ai greci occorsero dieci anni, migliaia di cadaveri e un enorme cavallo per varcare le porte di Troia. La nostra conquista fu fatta da una sola timida femminuccia in una scia di piscio di cavallo."


Per vedere il nostro mondo sotto una nuova prospettiva un'ottima soluzione è mettersi al livello del pavimento e immedesimarsi con un popolo di creature piccole, attive, tanto disprezzate ma in fondo del tutto innocue: gli scarafaggi. Visto "da sotto" anche l'universo umano può assumere contorni differenti dall'usuale, e le vicende di quei giganti piuttosto insignificanti che pretendono di essere i padroni di casa possono ridimensionarsi secondo una logica universale di sopravvivenza: l'importante è mangiare e riprodursi, tutto il resto è superfluo. Ma come corre la vita degli scarafaggi, così parallela e così intrecciata alla nostra? Quali sono i loro pensieri? Come comunicano? È un mondo di filosofi, fini pensatori, attenti osservatori, addirittura di geni, che hanno accompagnato l'uomo nella sua epopea sin della notte dei tempi, vivendone una analoga, ma di minori dimensioni. Questa è la risposta di Weiss, quando mette in scena il suo cast di scarafaggi, formato da un affiatato gruppo: Rosa Luxemburg, Goethe, Bismarck, Spic & Span (gli orfani di Raid), Ajax, Numeri, Ivory... Nati tra i libri, sullo scaffale in cui la madre aveva deposto l'ooteca (per far sì che appena nati trovassero la colla di pesce dei volumi da succhiare) le piccole e colte blatte vivono felicemente a casa di Ira Fishblatt, giovane uomo piuttosto pigro, disattento e disordinato, dunque assolutamente indifferente alla presenza di minuscoli coinquilini, nonché dispensatore di grandi quantità di cibo. Un ménage tranquillo (tranne alcuni disgraziati e tragici episodi involontari, come la morte di Rosa tra le fauci di Ira) che giorno dopo giorno scorre tra i soliti orari e gli abituali appuntamenti di Ira e le scorribande tra mobili, scaffali, battiscopa e la fantastica cucina delle blatte. Finché arriva l'imprevisto. La fidanzata di Ira (Ruth) decide di trasferirsi da lui e con lei arriva l'ordine e, peggio, la pulizia! Ruth è addirittura una maniaca dell'organizzazione, tanto da arrivare a riporre i cibi in scatola in ordine alfabetico... Per Numeri (il giovane scarafaggio che narra la storia) e la sua banda potrebbe essere la fine, se non fossero i geni curiosi e impiccioni che sono! E a questo punto c'è da chiedersi se le nostre decisioni siano davvero autonome o se dipendano da quel piccolo popolo (organizzatissimo, anche senza un re) che ci osserva, ci studia e ci manovra come burattini.


Gli scarafaggi non hanno re di Daniel Evan Weiss
Titolo originale dell'opera: The Roaches have no King

Traduzione dall'inglese di Bruno Amato
242 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Feltrinelli/Traveller (Ossigeno)
ISBN 88-7108-305-9


Le prime righe

Le locuste non hanno re,
eppure sanno marciare in buon ordine

Libro dei Proverbi

PROLOGO

Quanta importanza ha perdere un amante? Al vertice del regno animale la risposta è semplice: assolutamente nessuna importanza. Il coito è un'esperienza magnifica, non inferiore ai piaceri dell'escrezione o della gola. Ma ogni cosa ha una fine, specialmente le cose buone, e l'amante scolora, diventa uguale a tutti gli altri.
Mai per troppo tempo. Giustamente gli umani si preoccupano di quando torneranno a mescolarsi: noi no. Quando i ferormoni sono tranquilli, noi siamo sessualmente indifferenti. Quando si scatenano, queste miracolose sostanze chimiche ci portano immancabilmente un amante ideale, sempre all'altezza del precedente. Al livello di pavimento, non esiste amore non corrisposto.
Per quanto riguarda la prole, noi seguiamo una politica che solo taluni oculati umani urbanizzati adottano: nessuno conosce l'identità del proprio padre. Un'unica iniezione di sperma in una femmina può rendere fertile la produzione di uova per tutta la sua vita - ma non è detto. Dopo il passaggio di mano non puoi mai essere certo se il responsabile della prossima covata sei tu o uno dei tuoi predecessori. D'altra parte, a chi mai potrebbe interessare un'informazione del genere?
Non lo dico mica per vantarmi. Quando fui scaricato nel temibile mondo dell'Homo sapiens, provai subito conforto osservando le reazioni che i suoi esemplari mostravano alla separazione dai loro amanti. Presto sarei arrivato alla conclusione che l'uomo non è altro che uno strambo ospite di passaggio nella nostra ecosfera, una candela accesa dentro una zucca con gli occhi e la bocca traforati in una notte tempestosa, qualcosa che mette paura ma già da come tremola sai che sta per spegnersi. E il motivo è semplicissimo: gli esseri umani non sono capaci di adattamento perché non si compiacciono di diversificare il proprio pool genico. La separazione dal partner non provoca il senso di soddisfazione per un lavoro ben fatto, né la fervida attesa della prossima opportunità, bensì una nera, debilitante insicurezza. Anzi, la separazione accende passioni umane nemmeno paragonabili a quelle generate dalla consumazione.

© 1999, Feltrinelli Traveller


L'autore
Daniel Evan Weiss è autore di altri due romanzi, Hell on Wheels e The Swine's Wedding, e di due libri non di narrativa, The Great Divine e 100% American.



Andrea Zingoni
Gino the Chicken
Le mirabolanti avventure del primo pollo perso nella rete

"Non possiamo noi polli polli dimenticare che nel metabolismo tritatutto della comunicazione, macchine e mezzi non fanno alla fine che riflettere ciò che i polli portano naturalmente in sé."


Il protagonista del libro è Gino, un pollo perso nella rete, un "intrepido guru del pollaio cosmico", uno straordinario navigatore "dall'interno", una perfetta guida ai più assurdi luoghi comuni della follia cibernetica. I singoli capitoli che presentano le mirabolanti avventure di questo pollo inseguito dalla Cia, perso tra le maglie della pornografia internettiana, travolto dal misticismo orientaleggiante di tanti siti, sono un divertente "romanzo di formazione" pollesco.
Ma in realtà sono molti gli individui che possono specchiarsi in questo galletto perso nella rete!
Un momento di pentimento comunque c'è in tutti: "il Grande Gallo mi aiuti a mutare", dichiara ad un certo punto Gino, ormai consapevole dell'abbrutimento morale a cui è giunto. E così anche la speranza di cambiare una vita incoerente e illogica: "Basta vivere in un film con la colonna sonora di un altro", e l'invito è rivolto all'intera umanità.
Questo divertente libro che attraversa la rete e ha un atteggiamento di piacevole complicità con chi naviga abitualmente in Internet, ha al suo attivo anche una interessante sperimentazione linguistica.
Anzi, forse questo è uno degli elementi di maggior interesse del libro. Mediando dal linguaggio introdotto dal mezzo telematico, nasce un nuovo italiano e uno strumento di comunicazione che utilizza, oltre a quelli linguistici, anche simboli grafici (come avviene nelle e-mail) per significare sensazioni e trasmettere impressioni. Sicuramente, come dice in una delle postfazioni Franco Bolelli, questo Gino the Chicken dovrebbe essere letto più volte, proprio perché vi è una specie di stratificazione di messaggi che non si colgono interamente in una prima lettura.


Gino the Chicken. Le mirabolanti avventure di un pollo perso nella rete di Andrea Zingoni
Pag. 117, Lire 16.000 - Edizioni Castelvecchi (Levi's Frontiere)
ISBN 88-8210-119-3


Le prime righe

Benvenuti nel libro di Gino the Chicken,
l'unico pollo perso dentro la rete


Qua troverete parte dei documenti segreti in possesso dalla CIA: messaggi autentici di Gino, folli reportage, torbidi intercettamenti, avvistamenti, etc.
Come molti sapranno, la Chicken Investigation Agency è nata allo scopo di liberare Gino the Chicken dalla virtualità della rete e restituirlo integro, in carne e piumaggio lucente, al suo pollaio.
La sua gallinella lo aspetta, tutti noi lo aspettiamo.
Dobbiamo rintracciare Gino.
Il vostro aiuto è indispensabile.

Gino the Chicken lost in the net


subject: Gino the Chicken Lost in the Net
date: Thu, 30 March 1995, 10:30:31
refert: 2 - aiuto aiuto aiuto
home: Chief Colby Washington D. C.
version: original
notes: a poco più di tre ore dalla sua immissione in rete, prima registrazione della voce di Gino il pollo (tracciata direttamente da Capo Colby!). Sfogo paranoico del soggetto galliforme ricercato che cerca di convincersi di star vivendo in un'illusione. Il pollo sembra avercela in particolar modo con la razza umana nel suo complesso, con i poliziotti e con i preti. Il pollo dimostra di aver ben resistito alla recente smaterializzazione e di non avere alcuna idea del ruolo di Capo Colby nella faccenda.


(inizio registrazione ore 10:30:31. La voce di Gino arriva forte e chiara).

Aiuto! Aiuto! Aiuto!
[...]
Mi sono perso in questo buco di rete da tempo indefinito secondo volontà poliziesca umana. Rete porosa e secca, come esca, mangiata dagli insetti-virus, in alcuni punti così corrosa da sbriciolarsi sotto il mio becco...
Attenti tutto va là invece che qua!
Attenti tutto va là invece che qua!
Il mondo nel quale viviamo noi polli, dal quale dipendiamo noi polli, e dal quale perennemente troviamo e ritroviamo ragioni della nostra identità pollesca e le finalità del nostro agire pollesco è illusione...

© 1999, Castelvecchi


L'autore
Andrea Zingoni (Firenze 1955) è il fondatore e l'anima dei GMM (Giovanotti Mondani Meccanici), la band più folle dell'arte elettronica italiana. Da buon Aggregato Organico Provvisorio, crede che usare in maniera creativa video e computer; fare il regista, l'autore di Cd-Rom e di siti Internet, lo scrittore, il progettista di grandi istallazioni tecno-magiche, lo spaccalegna e il padre di quattro figli (tre gemelli) sia una buona maniera per movimentarsi la vita. Attualmente sta raccogliendo fondi per la Campagna per la Legalizzazione del Cervello.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




30 aprile 1999