Gaetano Tumiati
I due collegiali

"Dunque il Collegio non era soltanto lontananza, severità, castighi; dunque aveva anche aspetti positivi, momenti luminosi; oltre la cioccolata e le scarpe da pallone chissà quante altre piacevoli sorprese mi aspettavano."


La foto sbiadita in copertina è l'immagine di due ragazzini in divisa da collegiale, sorridenti, ma dall'aria un po' spaurita. S'intravede l'ombra del padre in primo piano (perché la foto è in controluce) che sta scattando la fotografia. Un'ombra che pare incombere su di loro, senza proteggerli, però. La figura dell'adulto, affezionato ai figli, ma distante, quasi incapace di comprenderli e di amarli fino in fondo.
Mi tornano alla mente alcune parole di Rita Levi Montalcini, che, descrivendo la propria infanzia, narra la storia di un'educazione "vittoriana", di un padre severo, duro con le figlie e con la moglie, forse un po' misogino. Questo esempio familiare l'ha portata a non sposarsi, a non voler ripetere l'esperienza materna, a vivere la propria vita da sola (l'unica forma di libertà possibile) desiderando l'affermazione personale e non un'esistenza all'ombra, appunto, della figura di un uomo. Un modello illustre e illuminante della realtà di queste famiglie borghesi dell'Italia della prima metà del Novecento, intrise di regole, certe della correttezza delle medesime e ansiose di trasmetterle ai figli, che, se maschi, dovevano portare egregiamente avanti il buon nome della stirpe e se femmine, restare in casa con i genitori fino al fortunato momento della domanda di matrimonio, o, nei casi peggiori, sino alla loro morte, dopo aver accudito, naturalmente, padre, madre e l'eventuale prole dei fratelli. Un modo di vita ancora molto ancorato al secolo precedente.
La famiglia raccontata da Tumiati è composta da una mamma stanca di allevare figli, desiderosa di un po' di riposo, "esaurita" e da un papà certo che l'unica soluzione per creare sane regole morali e una corretta crescita sia il collegio: "Il collegio vi farà bene ... Là non si scherza. I Padri di Santo Spirito sanno come insegnarla, l'educazione!" E in più questa scelta rappresenta la continuazione di una tradizione familiare, di padre in figlio nel collegio, come trent'anni prima nelle medesime camerate, con le stesse norme di vita, nella certezza che solo un sano conservatorismo può dare stabilità. I due figli sono così forzatamente indirizzati verso il collegio, catapultati in quel piccolo universo formato principalmente da coetanei. Un universo interamente maschile, che inevitabilmente nasconde alcune figure ambigue e molti atteggiamenti difficili da comprendere, specie per un bambino. La sveglia di Giulietto ad esempio, il cameriere della Sesta camerata, un omino sui cinquanta, in fondo inoffensivo, ma sul quale girano voci non chiare. Il rito della doccia, con l'apertura improvvisa delle porte e il controllo di Padre Morello che nessuno si stia "comportando male". Solo quando è il turno di Padre Morello avviene questo controllo. Perché? In questa ed altre situazioni il protagonista descrive la sensazione di disagio che lo prende: "come quando in treno si passa dalla luce al buio di una galleria, di colpo mi sentii affondare nel solito Disagio, trepido e appiccicaticcio, che alle volte era tutt'uno con l'aria stessa del Collegio". Disagio e imbarazzo che, per altri motivi, lo afferra anche nel rito della messa, o quando spia il guardaroba dei Padri, precluso ai collegiali. E poi nelle visite del giovedì, a scadenza quindicinale, di un'amica della nonna, la contessa Manfredi Bossi. Una noiosa anziana che non può assolutamente compensare le assenze dei genitori, che "avrebbero fatto una puntata a Firenze solo con la buona stagione"... Ma non tutto è così problematico. Esistono anche tanti piccoli e grandi piaceri del crescere fuori dalla famiglia: le partite di pallone, le complicità coi compagni, la cioccolata con le nocciole distribuita una volta la settimana, il sabato, e lasciata consumare secondo il libero arbitrio di ognuno, la solidarietà tra fratelli espressa nell'atteggiamento protettivo del maggiore, Leo (la voce narrante) verso il minore, Rik, uno spirito ribelle e dotato di grande fantasia e immaginazione, che trasforma in gioco anche la religione, persino il rito della messa.
Tumiati apre una finestra su questo mondo elitario, su una realtà che probabilmente molti giovani privi della possibilità di accedervi avevano anche invidiato all'epoca, ma che invece nascondeva tanta infelicità, tanta desolazione e l'aspirazione a uscirne definitivamente. Il romanzo termina col desiderio forte del protagonista di crescere, finalmente, per poter chiudere dietro le spalle la porta del collegio e non riaprirla mai più; metafora di una ribellione e del superamento della cultura borghese nei suoi aspetti più retrivi.


I due collegiali di Gaetano Tumiati
196 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Marsilio (Romanzi e racconti)
ISBN 88-317-7165-5

le prime pagine
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1.


La sera in cui nostro padre annunciò che io e mio fratello Rik saremmo stati messi in collegio, a tavola c'erano le polpette con lo zabaione. Sarà stato il 10 di settembre, eravamo tornati da poco da tre mesi di villeggiatura a Cesenatico, a Ferrara faceva ancora caldo, quel caldo denso e stanco che può esserci tra le vacanze e la ripresa delle scuole. Dalle finestre aperte della camera da pranzo, tra le foglie del sicomoro, si intravedevano ancora le mura scure del Castello.
Attorno all'ampio tavolo quadrato - che quando c'erano ospiti si poteva allungare inserendovi a fatica due assi di legno chiaro - la nostra famiglia era disposta come sempre, quasi un quadro dell'Ottocento: nostro padre a capotavola, posizione cui nessuno, e tantomeno lui, aveva mai pensato potesse rinunciare, connaturata com'era alla sua persona: occhi chiari, austero, avvocato, professore, Capotavola. Anche quando era stata invitata a cena la sua cliente più importante, la duchessa Salviati, vedova del duca Roberto, donna dal comportamento regale, a nessuno era passato per la testa che potesse cederle quel privilegio.
Alla sinistra di nostro padre, nostra madre e mia sorella Emma, la seconda di noi quattro. Nostra madre aveva trentacinque anni e, come testimoniano le fotografie del tempo, era molta bella, una bellezza armonica, castano chiara, toscana direi - era di Siena - ammorbidita dalle maternità e tuttavia percorsa di tanto in tanto da leggeri fremiti di una irrequietezza che talvolta - raramente - sfiorava la ribellione.
Forse, stando a certe regole, avrebbe dovuto sedere alla destra di nostro padre; se aveva preferito la sinistra era soltanto per avere davanti agli occhi la finestra del sicomoro che, diceva, le dava un senso di libertà; o più semplicemente perché da quella posizione le riusciva più comodo passare l'oliera o la saliera a nostro padre.
La bellezza di mia sorella Emma era molto diversa; rosea, levigata, boccoli biondi, occhi acquamarina perennemente trasognati come se il mondo non finisse mai di stupirla, denunciava chissà quale antica infiltrazione nordica tra i nostri antenati. Diverso tempo dopo, quando raggiunse i vent'anni, non pochi a Ferrara la consideravano la più bella della città, seconda forse soltanto a Onorata Silvestri, figlia dello psichiatra che abitava nel gran palazzo di via Voltapaletto. In ogni caso, all'epoca di cui stiamo parlando, a undici anni, era senza dubbio la più bella di noi quattro; non per nulla pochi mesi prima un giovane pittore austriaco di nome Krenz, di passaggio a Ferrara, era stato convocato a casa nostra, dove, tra la eccitata curiosità di tutti noi, le aveva fatto un ritratto a pastelli restato in bella mostra nel nostro salotto fino alla seconda guerra mondiale quando la nostra casa fu colpita dai bombardamenti.
Alla destra di nostro padre sedevamo in due: il vecchio zio Tullio, fratello di nostra nonna Ida, morta due anni prima, e io, Leo, nella mia qualità di primogenito dodicenne. In verità non si poteva dire che il vecchio zio Tullio fosse "seduto al tavolo": ne stava discosto circa un metro e, davanti a lui, sulla tovaglia, non c'erano né piatti né bicchieri. Veniva a casa nostra giusto all'ora dei pasti soltanto per assistere alle nostre tavolate che, diceva, "gli facevano caldo dentro"; poi se ne tornava al suo antico palazzo di via Terranova, dove viveva tutto solo in grandi stanzoni dai soffitti altissimi pranzando e cenando a ore inconsuete, magari nel cuor della notte.
Sul quarto lato del tavolo, proprio di fronte a nostro padre, completavano il quadro i due "piccoli" della famiglia: mio fratello Riccardo, Rik, sempre vispo e irrequieto, occhi tutti pagliuzze verdi, e mia sorella Elisabetta, Betti, "ultima ruota del carro", come la chiamavamo con perfidia noi fratelli, ma certo la più sensibile e schiva.
I cibi erano quasi sempre gli stessi, semplici, preparati con cura. Nostro padre, avendo problemi di denti, preferiva le pietanze facilmente masticabili, in particolare le polpette fatte di carne lessa macinata fine fine e poi fritte in padella che, per variare il menu, venivano confezionate nei modi più diversi: sotto un manto bianco e morbido di besciamella - che nostra madre, ignorando che fosse esistito monsieur Béchamel, chiamava toscanamente "balsamella"; oppure immerse nella salsa di pomodoro, o anche affogate in una gran frittata giallo-oro.
Le polpette allo zabaione, a differenza delle altre, apparivano in tavola piuttosto di raro, tre o quattro volte all'anno non di più, un po' perché lo zabaione, con quella sua schiumosità al marsala così seducente, le faceva considerare un piatto di lusso da riservarsi a particolari ricorrenze; e forse anche perché, in un ambiente tradizionalista come il nostro, dove ogni cosa era regolata da norme ben precise, l'ambiguità di quella miscela dolce-salata ripetuta troppo spesso avrebbe potuto provocare un appannamento dell'ordine familiare, in base al quale i secondo piatti dovevano essere salati, mentre i sapori dolci dovevano starsene nel loro settore, quello delle torte, delle ciambelle e dei budini.


© 1999, Marsilio Editori

biografia dell'autore
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Gaetano Tumiati, ferrarese, vive a Milano. Ha pubblicato i suoi primi racconti a vent'anni sull'Oggi di Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio. Dopo la guerra e la prigionia si è dedicato interamente al giornalismo: inviato speciale prima dell'Avanti poi de La Stampa, direttore dell'Illustrazione italiana, vicedirettore di Panorama.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Tumiati Gaetano, Il busto di gesso, 9 ed., 1976, 264 p., Lit. 15000, "Narrativa italiana e straniera", Mursia (Gruppo Editoriale)

Tumiati Gaetano, I due collegiali, 180 p., Lit. 24000, Marsilio (data di pubblicazione prevista: Aprile 1999)

Tumiati Gaetano, Prigionieri nel Texas, 1985, 208 p., Lit. 18000, "Narrativa italiana e straniera", Mursia (Gruppo Editoriale)

Tumiati Gaetano, Prigionieri nel Texas, 1998, 208 p., Lit. 25000, "Testimonianze fra cronaca e storia", Mursia (Gruppo Editoriale) (ISBN: 88-425-2369-0)


A cura di Grazia Casagrande


30 aprile 1999