Massimo Carlotto
Nessuna cortesia all'uscita

"In una vita precedente ... ero il cantante del gruppo degli Old Red Alligators. Non era male. Ci esibivamo dove saltava fuori una serata e avevamo il nostro gruppetto di fan. Furono loro a chiamarmi Alligatore."


Un nuovo giallo per un autore che ormai può essere annoverato tra le "colonne portanti" del genere in Italia. La sua produzione di romanzi "impegnati", non lontani dalla verità, ma anzi ben ancorati ad essa, si allarga, con questo titolo, verso il nuovo universo del crimine in Italia. Il fulcro della storia è una realtà non da molto diffusa, ma sempre più forte e presente: la penetrazione sul territorio delle mafie straniere (in particolare russa e albanese) e lo sviluppo di una rete criminosa in zone generalmente "graziate" da questo fenomeno, com'è il caso della Mafia del Brenta.
Protagonista del libro, ancora una volta (la terza) il detective Marco Buratti, detto l'Alligatore, uomo duro, reduce da esperienze di vita anche drammatiche (sette anni di carcere per "non aver voluto riconoscere certe facce che peraltro non avevo mai visto"), che non teme il pericolo e non è sensibile a minacce e intimidazioni, sapendo bene "muoversi" nell'ambito della malavita.
Ma cacciarsi nei guai è facile in questo ambiente, anche se lo si conosce bene. E dare fastidio a una delle nuove bande albanesi che sfruttano ragazzine indifese obbligandole a prostituirsi con terribili minacce, è facile, anzi facilissimo. Specie se si decide di salvarne almeno una dal marciapiede. È solo l'inizio di una storia complessa che l'Alligatore affronta con l'abituale "spirito" e il consueto collaboratore, Beniamino Rossini, contrabbandiere piuttosto spregiudicato, ma fedele ad alcune regole morali di comportamento comuni alla malavita "vecchio stampo".
Carlotto nel narrare questa storia, che rientra nel filone classico del genere giallo-poliziesco, non esita a inserire riferimenti diretti alle bande mafiose, al loro modo di operare, alla loro struttura e alla gestione dell'organizzazione criminale, non tralasciando nemmeno le lotte sanguinose e feroci che si scatenano periodicamente tra gruppi rivali che intendono prendere il sopravvento. Il tutto raccontato in modo efficace, rapido, con molti dialoghi e un susseguirsi di azioni che non lasciano mai cadere la tensione, e senza lasciare spazio al ripensamento, ad un comportamento meno violento. Per salvarsi è necessario uscire dalla porta del ghetto senza guardarsi indietro: "Nessuna cortesia all'uscita".
 

Nessuna cortesia all'uscita di Massimo Carlotto
217 pag., Lit. 24.000 - Edizioni e/o (Dal Mondo)
ISBN 88-7641-378-2


Le prime righe
 

"Conclusivamente, può dunque riconoscersi l'esistenza di un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio, contro l'incolumità e la libertà individuale, contro le leggi sugli stupefacenti ed all'acquisizione diretta ed indiretta del controllo di attività economiche, sia lecite che illecite. La stessa risulta aver agito avvalendosi della forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo e dello stato di assoggettamento e di omertà che ne è derivato per la popolazione del territorio ove essa ha esercitato il proprio controllo. Appartenenti a tale organizzazione criminale, operante dunque con modalità e protocolli operativi di tipo mafioso, sono risultati soggetti del gruppo cosiddetto della Mala del Piovese o Mafia del Brenta, molti dei quali deceduti per morte violenta conseguente a vicende, interne od esterne, comunque riconducibili alle attività illecite svolte dai medesimi in tale contesto delinquenziale".

Corte d'Assise d'Appello di Venezia, prima sezione, sentenza 14 dicembre 1996.

Uno

"Ho un problema, Alligatore" annunciò il cliente con un cantilenante accento veneziano.
"Altrimenti non saresti qui" ribattei acido mentre sbirciavo le gambe della cameriera che ci aveva appena servito.
Il tizio si chiamava Pierluigi Barison detto Gigi Granseola per il suo sorriso sconnesso che ricordava le chele di un grosso granchio. Era un malavitoso di medio livello e di mezza età; l'avevo conosciuto tanti anni prima in una casa di reclusione e non mi era mai stato simpatico. Dalla tasca interna dell'elegante cappotto di cammello estrasse una busta marrone e l'appoggiò sul tavolo. Un mucchio di soldi. Non avevo mai ricevuto un anticipo così sostanzioso. Attese che terminassi di ammirare le banconote da cinquecentomila per spiegarmi in quale guaio si era cacciato. Accavallò le gambe con un gesto nervoso che mise in evidenza gli stivaletti di vernice con la cerniera dorata. "Il capo mi vuole eliminare" disse tutto d'un fiato.
"Avrai combinato qualche casino. Se Tristano Castelli ti vuole stendere non ti serve di certo un investigatore privato ma una buona agenzia di viaggi. Pare che quest'anno vada di moda l'Australia...".
Cominciò a piagnucolare. "Non ho fatto niente, non capisco perché ce l'ha con me. So solo che mi vuole uccidere e sono due settimane che mi nascondo... Sei l'unica persona che mi può aiutare, Alligatore... Sei un paciere e gli puoi parlare...".
"Lo ero un tempo. Da quando sono uscito di galera non mi occupo più di beghe tra malavitosi...".
"Il capo ti conosce e sa che sei rispettato e soprattutto neutrale. Ti ascolterà... Voglio solo che gli chiedi se mi vuole ammazzare...".
"Ho capito il tuo trucchetto da rubagalline, Gigi" lo interruppi. "Vuoi il mio intervento perché se Castelli nega di volerti eliminare, non può ordinare la tua morte per non tradire la fiducia di un paciere, e se invece ammette di essere incazzato con te è costretto per forza a tentare una riconciliazione". "Proprio così".

© 1999, Edizioni e/o


L'autore
Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e attualmente risiede a Cagliari. Tra i suoi libri, tradotti anche in Francia e Germania, ricordiamo: Il fuggiasco, La verità dell'Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari.



Marina D'Amato
I teleroi
I personaggi, le storie, i miti della tv dei ragazzi

"La telefantasia per i bambini è il tratto più evidente di una comunità umana senza confine. Ragazzi di tutti i continenti, africani, europei, nord e sud americani, asiatici e australiani, conoscono Fonzie, Lassie, He-Man, Mila e Shiro..."


Le generazioni del mondo occidentale sono ormai cadenzate dai programmi televisivi: la generazione di Lassie o Rin Tin Tin, quella di Happy Days, quella di Heidi, Kiss me Licia o Lupin III, I Robinson, i Simpson, Mazinger... Quali programmi sono andati in onda nel periodo della nostra infanzia e adolescenza? E quanto hanno influito sulla crescita e lo sviluppo di alcuni aspetti del carattere e del gusto come l'aggressività, la violenza o viceversa la tolleranza, la creatività e la fantasia? Non è possibile giudicare, capire, definire i termini della questione senza prima conoscere cosa effettivamente sia stato proposto dalla televisione in questi anni (e continui ad esserlo) ai ragazzi. Si allarga sempre più il dibattito tra fautori e detrattori dei programmi per l'infanzia, accusati il più delle volte di essere limitanti della fantasia e della capacità inventiva del singolo a favore di una massificazione a livello mondiale. Ma spesso si tende a drammatizzare un fenomeno che rientra nella globalizzazione estetica e nel cambiamento generale del gusto e del modo di vita. L'autrice ci fa conoscere, attraverso dettagliate schede, i singoli programmi e le serie televisive, tentando anche una classificazione in base ai messaggi trasmessi: i personaggi che si caratterizzano per il coraggio, per l'allegria, per l'amore, per l'intraprendenza, per la forza, per l'astuzia, e così via. Sono tracciate suddivisioni per sesso, generi, status, identità, tematiche, valori... per scoprire che in fondo i messaggi sono i medesimi di sempre, che il disegno animato non è dissimile dal fumetto, che gli eroi (che siano di carta o in carne ed ossa) sono sempre positivi e che i "buoni sentimenti" prevalgono in larga maggioranza. Sono i miti odierni, le storie del presente, ma non si discostano poi tanto da quelli del passato.
Non possiamo infine trascurare un accenno dell'autrice ai siti che in Internet si occupano di programmi televisivi per l'infanzia, in particolare di telefilm e disegni animati, che naturalmente abbondano. Tra questi, elenchi dettagliati di personaggi nel sito Hinomaru, tutti i testi delle sigle italiane in Tv-Cartoon Mania, siti "a tema", come Manga on-line, con Sailor Moon, Lady Oscar, Lamù... o Jet Robot e Mazinga Z con altri supereroi in Super Manga Robot. La lista sarebbe troppo lunga. Un buon punto di partenza si trova ancora nelle pagine di Hinomaru. E provate a cercare i siti sui Simpson...! Non mancano inoltre le aree di discussione, come in Pediatria On Line per parlare degli effetti causati dai programmi televisivi sulla psiche e lo sviluppo dei bambini.
 

I teleroi. I personaggi, le storie, i miti della tv dei ragazzi di Marina D'Amato
285 pag., Lit. 28.000 - Editori Riuniti (Memo)
ISBN 88-359-4455-4


Le prime righe

La globalizzazione dell'immaginario

Si guarda e non si vede: si chiama "uniforme".
Si ascolta e non si sente: si chiama "infrequente".
Si tocca e non si afferra: si chiama "sottile".
Queste tre cose non si possono esaminare perché,
confuse insieme, formano una cosa sola.
...Questo si chiama "forma del senza forma", "imma-
gine dell'indeterminato".

Lao-Tzu, Il libro del Tao

Le sigle dei cartoni animati e dei serial televisivi sono diventate l'espressione di una comunità che, cantandole e ballandole, si riunisce nei centri sociali, nelle discoteche e le evoca nei cortei studenteschi delle città italiane.
Che i ragazzi cresciuti con le storie dei cartoni animati ricerchino oggi le tracce della loro anima collettiva cantando quelle canzoni, forse è la prova più evidente del senso di questa ricerca: nata molto prima di queste manifestazioni e fondata sull'idea che per la prima volta nella storia del mondo un'intera generazione dell'umanità cresceva con gli stessi miti, valori, modelli di comportamento proposti dagli stessi eroi teletrasmessi in tutte le zone del pianeta. La tv per i bambini e per i ragazzi ha infatti una diffusione globale.
L'analisi della mitologia proposta, la conoscenza attraverso gli eroi dei miti diffusi, è quindi l'analisi dell'immaginario collettivo predisposto per le generazioni nate negli ultimi venti anni. Una telefantasia composita, fatta di storie di cartoni animati, ma anche di telefilm, di situation comedy.
Forse in Italia, ove il privato è quasi sempre anche politico, questo universo simbolico è stato metabolizzato se si esprime nei centri sociali, se diventa il manifesto canoro di una ribellione generazionale.
Nei licei "okkupati" i ragazzi hanno cantato la sigla del grande Mazinger o di Jeeg Robot d'Acciaio, o quella dell'Uomo Tigre o Yattman, ma non si può certo riduttivamente parlare di revival, perché non a caso solo ora le canzoni godono di grande successo collettivo.
Costituiscono il collante di una generazione? Evocano per i ventenni di oggi l'infanzia appena trascorsa, o più significativamente riassumono i paradigmi di un immaginario collettivo?
Che l'anima di una generazione si riassuma quindi nelle due K dell'okkupazione che evocano anche Kenzo Kabuto, tutore ad interim di Tetsuya e Koji, i piloti dei due indimenticabili Mazinger?

© 1999, Editori Riuniti


L'autrice
Marina D'Amato ha condotto ricerche sui media in Italia, Francia e Gran Bretagna, e collabora con istituti nazionali e centri internazionali sui temi dei media e dell'infanzia. Ha insegnato nelle università di Roma, Salerno e Napoli ed è attualmente docente di Sociologia alla Facoltà di Lettere dell'Università di Palermo e di Sociologia delle comunicazioni di massa presso la Terza università di Roma. È stata anche membro del Consiglio consultivo degli utenti presso il garante per la radiodiffusione e l'editoria e membro del Comitato Tv e minori presso la Presidenza del Consiglio. È attualmente responsabile di Tv e mass media nell'ambito dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia. Sui temi dei media e dell'infanzia ha scritto tra l'altro: Per amore, per gioco, per forza, Lo schermo incantato, Infanzia e pregiudizio, Bambini e Tv.



Philippe Delerm
Aveva piovuto tutta la domenica

"Al signor Spitzweg piace la carne di maiale. Ancor più gli piacciono le parole 'carne di maiale con lenticchie'. Portano con loro il conforto di una cucina francese famigliare il cui calore si espande in appannatura sugli specchi."


I piccoli piaceri della vita, teorizzati nel primo libro di Delerm pubblicato in Italia, La prima sorsata di birra, in quest'ultimo volume vengono invece vissuti dal protagonista in prima persona. Il signor Spitzweg è un solitario provinciale che ha scelto Parigi come città d'elezione. Qui può vivere la sua abitudinaria realtà, con la serenità del giusto e la pace interiore di chi non ha particolari aspirazioni esistenziali se non il ripetersi di piccole gioie di cui ogni uomo, che non sia né ricco, né potente, né particolarmente geniale, può godere.
Un'epopea della normalità, che toglie alla vita solitaria l'elemento dell'angoscia, che presenta la vita di un single di mezza età con l'affetto e il calore di una sequenza cinematografica di certi film francesi, del Rohmer di Conte d'automne ad esempio.
Visitare mostre d'arte è una piacevole e meritoria abitudine, ma godere degli scorci di paesaggio che si intravedono dalle finestre, più che dei quadri esposti, è una notazione psicologica curiosa e sottile; l'abitudine di registrare film dalla televisione che non si guarderanno mai, ma la necessità di conservare le varie cassette senza riutilizzarle, è una consuetudine comune. Come è bello non avere fretta né quando si fa la spesa, né quando si cucina! Il tempo, che passa implacabile, diventa amico; l'orologio, che fa impietosamente scorrere le lancette, non è un'ossessione: il signor Spitzweg non ha fretta.
Così la vacanza non è fatta per essere esibita agli amici, non rappresenta neppure un mito o uno status symbol, è una possibilità di riposare in un luogo "né grigio né verde", in cui dare libero sfogo alla propria dolce tristezza, alla propria rassicurante malinconia.
Tutto il libro è una vera epopea della nostalgica discrezione della vita di un uomo qualsiasi. Grande successo di vendite in Francia, attendiamo ora l'accoglienza che i lettori italiani faranno a questo libro: forse la struggente serenità di Monsieur Spitzweg apparirà troppo lontana dall'inquieta anima dei nostri connazionali?


Aveva piovuto tutta la domenica di Philippe Delerm
Titolo originale: Il avait plu tout le dimanche
Traduzione di Leonella Prato Caruso
Pag. 125, Lire 18.000 - Edizioni Frassinelli (Narrativa)
ISBN 88-7684-562-3


Le prime righe
 

Bisogna vivere a Parigi. Se il signor Spitzweg scava in profondità tra le regole che dominano la sua esistenza, affiora solo questo assioma, come se tutto il resto ne derivasse... Tutto il resto... Il signor Spitzweg sarebbe un po' imbarazzato a dire quale. Quando ha avuto un impiego a Parigi, trent'anni fa, dopo aver vinto il concorso alle Poste, non si può dire che il signor Spitzweg abbia scelto il quartiere in cui abitare. Solo che il XVIII arrondissement non era eccessivamente caro e lì ha trovato un piccolo bilocale, primo piano a sinistra, al 226 di rue Marcadet, proprio davanti allo square Carpeaux. È un appartamento angusto, piuttosto buio - la luce deve restare accesa quasi tutto il giorno ma lo stabile, con la facciata di pietra, ha un aspetto signorile. Nell'atrio ci sono piante ornamentali e le scale sono coperte da una passatoia rossa ancora in buono stato. Le quattro chiacchiere biquotidiane con la portinaia sono state sostituite da un arido clic elettronico previa immissione del codice d'accesso, però il signor Spitzweg ci si trova bene. Ci si è abituato.
Ma non è questo il punto. Il signor Spitzweg potrebbe sostenere che ogni quartiere di Parigi è un paese e il suo, in particolare... Però una simile banalità bucolico-urbana non è da lui, bisogna dirlo. Ciò che gli piace è più impalpabile; a Parigi il signor Spitzweg si sente al centro delle cose. Se gli chiedi perché, assume un'aria dottorale, quasi aggressiva, stringe le mascelle, con una smorfia di diniego sulle labbra: "Perché succede tutto qui, ecco".
Ecco. Non è che sia molto chiaro. Succede tutto a Parigi. Che cosa? Ma tutto, insomma. Ciò che dà ai pedoni impacciati la deliziosa sensazione di muoversi nel centro del mondo. Con Gavarni, il signor Spitzweg potrebbe dier: "Rue La Bruyère, che caratteri! Che massime, rue La Rochefoucauld!" non basta. Il signor Spitzweg ama Parigi. La dolcezza di una sera di ottobre, appoggiati al parapetto del pont Louis-Philippe. La notte che scende nel chiarore dei fari. Tutto il passato, nessun futuro. Ah, sì, succede qui.

© 1999, Edizioni Frassinelli

L'autore
Philippe Delerm è nato nel 1950 nel sud-est della Francia, vive attualmente in Normandia. Sposato e padre di un figlio, è professore di lettere al Collège de Bernay; è autore di numerosi libri, alcuni per l'infanzia. Il precedente libro pubblicato in Italia, La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita, è stato un vero caso letterario e ha vinto in Francia il premio Grandgousier.



David Grossman
Che tu sia per me il coltello

"Scrivo te da quel punto nella mente. Mi concentro con tutte le mie forze su quel punto e tu sgorghi da lì. Come se ci fossero parole riservate a una sola donna e non ad altre."


Questo romanzo di Grossman colpisce fin dalle prime pagine come una frustata. Irrita quasi, innervosisce, ma poi, pagina dopo pagina, lettera dopo lettera si è trascinati in questo doloroso gioco verbale, nella frantumazione dell'anima e nella sua lenta ricomposizione operata dalle parole e dall'amore.
Autore delle lettere che occupano la prima, e più consistente, parte del volume è Yair, un uomo ancora giovane, ma non giovanissimo, padre di un bambino, marito di una donna con cui ha un rapporto quasi simbiotico. Ma è fragile e smarrito, come solo un uomo sa essere, spaventato dalla vita tanto da erigere barriere che lo difendano da quell'amore, da quel rapporto che lui stesso ha creato, iniziando a scrivere ad una sconosciuta. La donna a cui le lettere sono rivolte è Myriam, che si rivela direttamente solo nel diario che scrive, indirizzandolo all'amato, quando Yair decide di interrompere il rapporto epistolare a cui proprio lui, fin dall'inizio, aveva posto dei confini temporali, confini che gli impedissero di smarrirsi.
Myriam si mette subito in gioco, accetta di rischiare, di gettarsi in una storia tanto astratta da diventare il massimo della concretezza, almeno per lei ("Voglio, chiedo, che tutte quelle migliaia di parole diventino corpo"). E vuole passare dalla dimensione onirica alla realtà, spinge quell'amante fatto di parole a mostrarsi, ad essere carne. Ma il vero prodigio del libro è dato dalla "creazione di un territorio verbale ermetico" che, come dice lo stesso Grossman, può essere addirittura "una delle definizioni dell'amore", un territorio che può essere abitato solo dagli amanti che l'hanno creato. Così si rivela il potere che la parola possiede: distruttivo innanzi tutto, un coltello che scava, che taglia, che disseziona l'anima. Ma possiede anche forza creativa, sa generare la vita, darle corporeità. L'erotismo di certe pagine è così forte, il linguaggio possiede una tale sensualità, che difficilmente un'immagine o un corpo sarebbero riuscite ad evocare la passione con altrettanta violenza.
Il romanzo ha, nonostante il tema sia solo la passione, tutta verbale, tra un uomo e una donna, una implicita componente storica: Yair e Myriam sono figli di una cultura, quella ebraica, sono i sopravvissuti di una tragedia collettiva di dimensioni inaudite, e il senso di tale eredità rimane indelebile nelle loro coscienze, senza che sia neppure necessario dichiararlo esplicitamente. Eppure questo epistolario, che nasce da una frase di Kafka indirizzata a Milena ("Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso"), è qualcosa che racchiude un po' ogni storia d'amore, ogni passione, e non stupisce che Grossman abbia dichiarato in una recente intervista di aver ricevuto messaggi da ogni parte del mondo di uomini e donne che si erano riconosciuti nei personaggi da lui creati. Questo perché la parola, con la sua magia e il suo potere, sa essere la migliore interprete delle caleidoscopiche sfaccettature dell'anima umana, sa scavare nella parte più oscura e torbida degli uomini, sa riconoscere la verità e smascherare gli inganni e i tranelli che gli occhi e i sensi ci tendono.


Che tu sia per me il coltello di David Grossman
Titolo originale: Shetehi Li HaSakin
Traduzione di Alessandra Shomroni
Pag. 330, Lire 30.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-45835-6


Le prime righe
 
 

3 aprile

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso.
Ti ho vista l'altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamata "professoressa". Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me. Insomma, vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendo. Non che la mia vita sia così interessante (non lo è, e non mi lamento), ma mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi far nulla (sono quasi certo che non mi risponderai). Ma se, malgrado tutto, un giorno vorrai farmi sapere che leggi le mie lettere, troverai sulla busta il numero della casella postale che ho affittato questa mattina e che è destinata solo a te.
Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile: non sentirti in dovere di rispondere, probabilmente mi sono sbagliato sul tuo conto. Ma se sei tu quella che ho visto stringersi nelle braccia con un cauto sorriso, credo che capirai.

Yair W.

7 aprile

Ciao Myriam,
da quando ho ricevuto la tua lettera non combino più niente, non ne sono capace. Non lavoro, non vivo, non faccio che pensare a te. Lascio ruggire nel mio cuore il tuo nome e se tu fossi qui, adesso, ti abbraccerei con tutte le mie forze fino a spezzarci entrambi nell'impeto di quel che provo per te (non temere, non sono particolarmente forte). E prometto di rispondere a tutte le tue domande, ti meriti le risposte più oneste possibili. Per avermi scritto. Per aver accettato! Per non esserti lasciata intimorire dalla pacata lettera di suicidio che ti ho scritto (e che mi ha lasciato il segno dei denti all'interno delle guance). Prima di tutto, però, devo raccontarti come ci siamo veramente incontrati (mi hai risposto! In un giorno! Non hai riso di questo pazzo che all'improvviso ti è comparso davanti). Non mi riferisco all'incontro a scuola la settimana scorsa, quello appartiene alla realtà. E cosa c'entriamo noi con la realtà? Che spazio sarebbe disposta a lasciarci?
Da dove iniziare? Se fosse possibile, inizierei contemporaneamente da ogni parte. All'improvviso ho la sensazione che ogni parola sia un grumo di lettere inutili, non trovi anche tu? Che qualcuno, sulla punta della penna, traduca l'ebraico in francese... Non avrei mai immaginato quanto potesse essere difficile spiegare, sbriciolare questa sensazione in parole. Hai scritto che ti ho ricordato il ragazzo con gli stivali a molle. Magari potessi saltare la fase delle spiegazioni e della logica, come se tu sapessi già tutto, subito, e mi accettassi nella mia totalità. Come se fossi già racchiuso in te, al punto che, quando aprirò gli occhi, ti vedrò sorridere e dire: "Va bene, possiamo cominciare". (Mi fermo qui. Ho la sensazione che ogni altra parola sarebbe supeflua. Adesso tocca a te.)

Yair

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
David Grossman ha 44 anni e vive a Gerusalemme. Ha esordito nel 1983 con Il sorriso dell'agnello, ma è diventato un caso letterario nel 1988 grazie al successo di Vedi alla voce: amore, seguito nel 1992 da Il libro della grammatica interiore. Suoi sono anche due celebri libri-inchiesta sulla questione palestinese (Il vento giallo e Un popolo invisibile), e il romanzo per "giovani adulti" Ci sono bambini a zigzag.



Thomas e Heinrich Mann
La montagna del disincanto

"... Essere fratelli... vuol dire potersi riabbracciare... anche al di là dei festeggiamenti e dei confini, finché vivremo, perché siamo fratelli; anzi potremo farlo anche dopo, perché siamo scrittori."

(Heinrich Mann, Nizza giugno 1935)


Leggere un epistolario è entrare nella vita privata di un autore, è "spiarlo" nei momenti più personali, nei rapporti familiari, è partecipare alla sua esistenza attraverso le confidenze che generalmente vengono riservate solo ad amici o parenti. In particolare questa considerazione vale per uno scambio epistolare fra persone molto intime, come, appunto, nel caso dei due fratelli Mann. Un rapporto non facile il loro, tormentanto dalle visioni differenti sulla vita e soprattutto sulla politica, la guerra, talora il senso della storia e dell'evoluzione dell'umanità. La posizione conservatrice di Thomas contrapposta a quella evoluzionista in senso democratico di Heinrich, portò addirittura a troncare ogni rapporto negli anni della prima guerra mondiale. Per riprendere il dialogo furono necessarie alcune importanti chiarificazioni. Malgrado ciò, tra loro si mantenne sempre un contatto stretto, intenso, basato su un "sentimento di solidarietà", un "tacito accordo", un "comune destino", al di là delle distanze ideologiche o, successivamente, geografiche (Heinrich si trasferì definitivamente negli Stati Uniti allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo una lunga permanenza in Francia).
Pur essendo entrambi scrittori, avendo riconoscimenti importanti e godendo di reciproca stima, un'opera "a quattro mani, se pur vagheggiata, fu di fatto schivata ... come una tentazione incestuosa e tautologica, l'attrazione medusea per ciò che è primordiale e indiviso, un segno di elezione e di autorispecchiamento che, proprio perché incantatore, poteva rivelarsi pernicioso per l'arte non meno che per la vita". Il rapporto rimase molto personale e quasi mai lavorativo (se non per giudizi, consigli o felicitazioni) per l'arco di tutta la loro vita, funestata anche da gravi lutti come il suicidio della sorella Carla e del figlio di Thomas.
Nel volume sono incluse 57 lettere di Thomas, 2 lettere della moglie Katja e 30 di Heinrich, tutte finora inedite in Italia (ad eccezione di due delle lettere di Thomas, una datata 3 gennaio 1918 e l'altra 31 gennaio 1922). "Fidanzamenti. Matrimoni. Battesimi. Lutti. Litigi e rappacificazioni. Brindisi. Onori, omaggi debiti e crediti", tutto questo nelle pagine di una corrispondenza fortunatamente conservata che spazia dai piccoli fatti quotidiani ai grandi eventi che hanno segnato la storia del Novecento.
Curioso l'accenno che nell'introduzione fa Anna Mila Giubertoni della carta da lettere usata dai due corrispondenti: dettaglio assai marginale, ma non privo di interesse per ricostruire l'ambiente, il contesto, lo spirito con cui i due fratelli scrivevano non solo i propri epistolari, ma anche le grandi opere.


La montagna del disincanto. Lettere 1900-1949 di Thomas e Heinrich Mann
Titolo originale dell'opera: Briefwechsel 1900-1949
Traduzione e cura di Roberta Persichelli
Prefazione di Anna Mila Giubertoni
XXVI-230 pag., Lit. 38.000 - Edizioni Archinto
ISBN 88-7768-225-6


Le prime righe
 
 

Monaco, Ospedale del Presidio militare
Mercoledì, 24.x.1900

Caro Heinrich,
la mia è una lettera di congratulazioni. Dunque è vero che si può avere successo! [Heinrich Mann, Im Schlaraffenland. Ein Roman unter feinen Leuten - Il paese di cuccagna, Rizzoli 1960] A me non capiterà mai una seconda ristampa (e chissà che cosa sonnecchia all'ombra del tempo), comunque pensarlo è sempre piacevole. Nell'apprendere la notizia la mia reazione in verità è stata quasi di sgomento. In una settimana e mezzo o due, 2000 copie! Complimenti davvero, ti auguro di continuare così. Seicento marchi ogni due settimane, sarebbe proprio un vitalizio di tutto rispetto. Comincio anch'io a credere a una casetta verde.
In questi giorni pure io sono celebre, nel mio piccolo; ma non così. Piepsam [Protagonista della novella Der Weg zum Friedhof, in "Simplicissimus" e in Italia in Tutte le opere di Thomas Mann, Mondadori 1967] ha suscitato emozione da ogni parte. Ho tra le mani lettere di elogio e richieste di fare la mia conoscenza e sento dire che in redazione mi aspettano addirittura libri speditimi da scrittori entusiasti. La consapevolezza di essere stato efficace è una sensazione davvero deliziosa ma con essa aumenta sempre più la necessità di unire all'efficacia uno stile un po' più elevato.
Come vedi, sono già invalido e in modo così grave che sono stato trasferito qui domenica scorsa dopo un ricovero di otto giorni nell'infermeria della caserma. Si tratta del mio piede destro che - cosa che non avevo mai sospettato - è un piede piatto e il cui stato si è molto aggravato in seguito agli esercizi di marcia per la parata. Del resto sia lodato mille volte perché, come mi dicono i giovani dottori, costringerà probabilmente il Signor Dott. von Staat a congedarmi dopo circa otto settimane. Devo soltanto continuare ad avere dolori, come essi aggiungono con familiare astuzia. Sono due amabili giovani che vengono a visitarmi due volte al giorno al seguito del tenente medico, conoscono le mie opere e sono sempre molto cortesi.
D'altra parte sto decisamente più volentieri qui che in caserma. Certo è noioso e mi sento debole per la lunga degenza ma grazie a Grautoff, che in queste brutte giornate fa da messaggero d'amore tra me e la libertà, sono stato ben rifornito di letture e studio addirittura il mio Savonarola come se fossi a casa. Il vitto non è certo raffinato, tuttavia è sostanzioso e buono.

© 1999, Rosellina Archinto


Gli autori
Heinrich Mann (Lubecca 1871 - Santa Monica, California 1950), era il fratello maggiore di Thomas. Anch'egli scrittore, ebbe grande successo durante la Repubblica di Weimar, tanto che nel 1930 fu eletto presidente dell'Accademia prussiana delle arti. Con l'avvento del nazismo si rifugiò negli Stati Uniti. Tra le sue opere pubblicate in Italia: Il professor Unrat (da cui fu tratto il film di J. von Sternberg L'angelo azzurro), Attrice, L'odio. 

Thomas Mann (Lubecca 1875 - Kilchberg, Zurigo 1955) rappresenta una delle figure principali dello scenario letterario del Novecento, non solo in ambito tedesco. Tra le sue opere ricordiamo: I Buddenbrook, Cane e padrone, Carlotta a Weimar, Doctor Faustus, La morte a Venezia, Tonio Kröger, La montagna incantata.
 
 

A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato



23 aprile 1999