Ethan Coen
I cancelli dell'Eden

"Una volta io e lei eravamo giovani innamorati. Una volta lei era una ragazza timida e riservata. E invece ora sedevo accanto alla sua testa, gettata in mezzo alle foglie morte. C'era di che riflettere."


Conosciamo Ethan Coen per il suo lavoro, dietro la macchina da presa in coppia con il fratello Joel, che ha fruttato alcuni tra i film più interessanti degli ultimi decenni per quel che concerne la cinematografia americana (da Blood Simple del 1984 a Barton Fink datato '91, ai più recenti Fargo e Il Grande Lebowski). Sappiamo con quale abilità sappia trasporre i "perdenti", gli emarginati della società occidentale nelle sue storie. E ora scopriamo che altrettanto bene sa trasferirli sulla pagina scritta, senza andare alla ricerca di un realismo "a tutti i costi", ma lasciandosi quasi trasportare dalle storie, sinché non giungano, apparentemente da sole, a un finale "verosimile". Nei suoi racconti prendono vita pensieri e azioni drammatici e violenti, momenti di riflessione utopica senza uscita, o di cinico realismo, di romanticismo o di esasperazione assoluta, come nell'ultimo, Neurodeliri, o in Madrepatria, in cui nemmeno la religiosità (vista nei suoi lati negativi, anche a causa dell'esperienza personale poco felice di una scuola ebraica definita "un inferno") può portare alla salvezza: "alcuni riescono a dimenticare quelle tenebre, il silenzio e il caos dentro di noi. Ma per quanto dicano le Scritture, non riusciremo mai a scacciarli, perché senza di loro non esisterebbe né orrore né sofferenza, e neppure infanzia". Eppure non tutto è dramma o "eccezionalità", molti sono gli stralci di vita comune, nelle case newyorkesi, dove compaiono piccoli, modesti personaggi quasi senza storia, come lo zio Morty del racconto omonimo. E tanti sono gli spunti di sarcasmo e le tentazioni surreali che si esprimono, ad esempio, nella figura di Hector Berlioz, non musicista ma detective (che ascolta sempre, e come potrebbe essere altrimenti, la Symphonie fantastique). "Nome interessante", afferma uno degli ignoranti approfittatori con cui ha a che fare "francese", risponde senza scomporsi "Ah, gente meravigliosa, i francesi. Belle donne, buon vino, e naturalmente... i mulini a vento" (ma saranno davvero così gli americani?). Il tutto scritto in forma di dialogo cinematografico, battute rapide, risposte altrettanto dirette con un linguaggio molto affine al parlato (e valorizzato anche nella traduzione italiana).
E chi è Bedrich Smetana... odontoiatra? Un divertissement finale, per un racconto speciale e per un autore fortunato che può affermare (in un'intervista a Gabriele Romagnoli) "Ho fatto le cose che volevo e nel modo in cui volevo farle, non credo di aver fatto sconti o concessioni a nessuno".


I cancelli dell'Eden di Ethan Coen
Titolo originale dell'opera: The Gates of Eden

Traduzione di Marco Pensante
223 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Einaudi (I coralli n.100)
ISBN 88-06-15079-0


Le prime righe

Il destino

Al suono della campana Irv Chartaris mi diede una pacca sulla spalla, e io saltellai verso il centro del ring. Balboni arrivò a testa bassa, molleggiandosi sui piedi sebbene fosse ancora fuori tiro, come fanno sempre i pugili di quart'ordine giusto per far vedere che conoscono le mosse. Stavo per colpirlo quando vidi comparire dal nulla il suo destro. Credo che mi abbia beccato, una cosa fulminea. Poi, subito dopo, arrivò anche il sinistro, quello però lo vidi. Mi prese in pieno: ero rimasto talmente sorpreso dal destro che non riuscii a schivare il sinistro, però almeno l'avevo visto arrivare, per cui mi sentii meglio. Poi mi centrò di nuovo un paio di volte, credo, una specie di tip tap di destro. Non che sentissi male, perché succedeva tutto molto in fretta, però a quel punto pensai Cristo, qui mi concia per le feste... devo... dobbiamo assolutamente far partire questo incontro. Solo che mentre lo pensavo lui continuava a pestarmi. Non ricordo bene cosa successe dopo i due jab: altri pugni, mi pare, di sinistro, di destro, il suo repertorio era tutto lì. Feci per dire: - Ehi, un momento, - perché non mi sembravano affatto leali tutte quelle botte mentre io non ero ancora pronto, ma non so se le parole mi uscirono di bocca. Sentii Chartaris gridare: - Su i pugni, Joey! - e giuro che ci provai, ad alzarli, solo che quasi subito fui costretto a tirare indietro le braccia per mantenere l'equilibrio, perché di punto in bianco il quadrato aveva preso a inclinarsi. L'unico pugno vero che ricordo di essermi beccato fu in quel preciso momento, mentre allargavo le braccia e buttavo indietro il sedere per ritrovare l'equilibrio, perché il maledetto tappeto stava scivolandomi via sotto i piedi, e quel figlio di puttana di Balboni scelse l'unico attimo in cui ero vulnerabile per tirarmi un diretto bestiale, BUM, proprio nello stomaco. Mi si bloccò il respiro, il che mandò a monte tutto il mio piano, basato sostanzialmente sulla respirazione. Per cui di lì in avanti non ci fu più storia.

- È solo un incontro andato male, ragazzo. Ti rifarai. Sei giovane! Sei un bambino! Ricorda, ragazzo: è solo una sconfitta nel curriculum. Solo un combattimento perso.
- Non so, Irv. "Combattimento" significa scambio di pugni.
- Bravo, ragazzo. Hai senso dell'umorismo, ti servirà a superare i momenti difficili. E sei istruito, basta sentire come parli, allora ascolta, va bene? Cosa ti ho detto? Che la boxe è un gioco di testa, vero o no? Bisogna esserci con la testa, e tu la testa ce l'hai. Rispetto a quegli stronzi, sei un gradino più su col cervello. Molto più su. Ora, questo incontro...
- Vuoi dire questo massacro.
- Eh eh. Questo incontro...
- No, no, sul serio. Era un gioco al massacro.

© 1999, Giulio Einaudi editore


L'autore
Ethan Coen, con il fratello Joel, è uno dei protagonisti del nuovo cinema americano (Barton Fink, Fargo, Il grande Lebowski). Nato nel 1957, laureato a Princeton, ha pubblicato racconti sul New Yorker e su Playboy.




Kenizé Mourad
Il giardino di Badalpur

"È stata obbligata a obbedire, ma non riuscirà mai ad ammettere l'idea assurda che una donna sia rispettabile soltanto se è invisibile!"


Ancora una volta un romanzo che costruisce un ponte tra la cultura occidentale e quella orientale, in particolare, in questo caso, tra l'europea e l'indiana. Ma questa volta anche un romanzo sulla ricerca delle radici strappate con violenza, sul recupero dell'identità violata, della personalità repressa. È la storia di una giovane donna, Zahr, che si ritrova senza passato, senza nome e senza patria e non può accettare questa condizione passivamente, senza lottare, senza cercare di recuperare qualcosa di sé. Zahr è nata musulmana, ma è stata allevata in un convento di suore, tutte dedite a "sottrarre una piccola musulmana al potere del diavolo". È figlia di un rajah e di una principessa ottomana (il romanzo è la continuazione del precedente Da parte della principessa morta, che vedeva protagonista la madre Selma), ma ha perso anche questa consapevolezza, vivendo senza genitori e crescendo in una città come Parigi, totalmente opposta per usi, costumi e mentalità, alla sua terra d'origine. La complessa storia della sua crescita è narrata con tratti intensi da Kenizé Mourad, scrittrice ma anche giornalista che ha avuto modo di conoscere in prima persona come inviata alcune vicende drammatiche legate proprio ai paesi musulmani. E l'autrice accompagna la protagonista oltre l'adolescenza, narrando del suo tanto desiderato ritorno in patria, del ricongiungimento con il padre, a sua volta provato dalla vita e dal tempo, del rientro in quella famiglia a lungo simboleggiata nel suo pensiero dal "magico" giardino di Badalpur, oasi di rifugio e pace. Ma qui non termina affatto la vicenda di Zahr. Ormai donna adulta, cresciuta comunque in un ambito culturale occidentale, non è più possibile per lei reinserirsi davvero in un contesto sociale così ancorato alle tradizioni, al passato e in cui, in modo particolare, la figura femminile viene ancora emarginata, lasciata senza diritti. Solo con la maturità Zahr riuscirà a trovare il suo equilibrio, che è quello di chi vive in bilico tra passato e futuro, tra la fedeltà alle tradizioni e l'apertura al nuovo. Solo allora capirà che le radici, le appartenenze possono tramutarsi in limiti e "l'identità profonda è semplicemente essere aperti al mondo, in comunione con ciò che ci circonda".


Il giardino di Badalpur di Kenizé Mourad
Titolo originale dell'opera: Le jardin de Badalpour

Traduzione di Antonella Viale e Agostino Loi
519 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-68028-1


Le prime righe


Un sorriso illumina il suo volto d'uccello: "È molto bello che siate venuta!" Gli occhi neri si sono offuscati, come velati dalla bruma del mare aperto che gli corre incontro. È così magro... Il naso a becco d'aquila che ho sempre amato e che mi ha lasciato in eredità - ma il mio è a becco di passero e assai meno aristocratico - aspira con difficoltà l'aria umida di questa fine estate. Fuori gli alberi si contorcono sotto la pioggia; il monsone è in anticipo.
"Si avvicini... di più."
La sua mano scarna ha preso la mia e quasi vi si aggrappa, fragile come quella di un bambino. La stringo con dolcezza, cercando di trasmettergli la mia forza con tutta l'intensità di cui sono capace.
"È bello che sia venuta", ripete più calmo chiudendo gli occhi.
In piedi accanto al letto di ferro osservo il corpo scheletrico con stupore indignato. Perché hanno lasciato che arrivasse sino a questo punto? Perché mi hanno avvisata così tardi? Mi ritornano alla mente le immagini di quei morti viventi dell'Ogaden, nell'Etiopia del sud, dove ero stata inviata dal giornale a "coprire la carestia". Era l'anno successivo alla rivoluzione che aveva rovesciato il Negus. Avevamo percorso centinaia di chilometri nel deserto tra carcasse disseccate - di cui non sempre riuscivamo a distinguere se appartenessero ad animali o a esseri umani - prima di raggiungere il campo profughi gestito dalla Croce Rossa. Più o meno diecimila somali avevano trovato rifugio nel campo sfuggendo alla guerra per trovare la morte per fame, per sete o per sfinimento all'ombra della bandiera bianca e rossa. Armata del mio taccuino, mi vergognavo: mi sentivo più avvoltoio che testimone, incaricata di strappare qua e là immagini strazianti, destinate a popoli ipernutriti e annoiati. Eppure ho creduto a lungo che, con la testimonianza, si potessero smuovere le cose. Avevo fatto mia la frase scritta sui muri nel '68: "Soltanto la verità è rivoluzionaria". Dopo aver sperimentato quanto poco conti la descrizione della miseria e dell'ingiustizia di fronte agli egoismi mascherati da realismo, da interessi superiori, ho creduto sempre meno a quello slogan.

© 1999, R.C.S. Libri


L'autrice
Kenizé Mourad è nata a Parigi nel 1939. Ha studiato psicologia alla Sorbona. Dal 1970 al 1982 è stata inviato speciale del Nouvel Observateur per il quale ha seguito le vicende del Medio Oriente, del Bangladesh, dell'Etiopia, dell'Iran. Nel 1983 ha abbandonato l'attività giornalistica per dedicarsi interamente alla narrativa.



Agneta Pleijel
Un amore a Stoccolma

"Abba Eban parlava con voce tranquilla: questa guerra dimostrava la forza delle democrazie. Ma già erano incominciate le scaramucce che avrebbero portato alla disgregazione della Iugoslavia. Nessun ordine mondiale sarebbe riuscito a controllare la violenza che ne sarebbe seguita."


Stoccolma, novembre, interno notte. Suona il telefono, una voce riemerge dal passato facendo riaffiorare ricordi sopiti da molti anni. "Mentre parlavano, il volto di lui si andava formando lentamente come una foto nel bagno di sviluppo", ma l'immagine rimaneva comunque imprecisa: erano passati undici anni. E così inizia questo intenso romanzo d'amore e di guerra.
D'amore perché la protagonista sta abbandonando una storia ormai esaurita
(ma durata molto tempo) e si ritrova coinvolta in una relazione nuova, sincera, serena con un uomo conosciuto brevemente e in modo superficiale undici anni prima (conoscenza sfociata in un'unica notte di passione). Ancora d'amore perché verso di esso la storia procede, alla ricerca di un nuovo equilibrio emotivo, ricomponendo il mosaico della vita della protagonista, della sua famiglia, dei suoi rapporti affettivi non solo all'interno della coppia ma anche con la madre, con la figlia...
Di guerra perché nella memoria della sua terra, Sarajevo, non possono non spirare forti venti di battaglia, rievocati nei ricordi del suo lavoro di giornalista e sovrapposti a quelli di tanti luoghi simili come Skopje, la Macedonia, Belgrado, Zagabria ma anche Gerusalemme, dove, sempre come inviata, si era trovata all'epoca del Desert Storme. Donna forte e determinata nella vita "pubblica", a contatto con gli eventi più drammatici degli ultimi decenni, donna fragile e vulnerabile nel momento del privato.
Il romanzo si chiude sui venti di guerra dei Balcani, che, nel 1997, ancora non spiravano nel modo drammatico e potente che purtroppo conosciamo in questi giorni, ma che già si preannunciavano con lievi tormente in un'apparente stabilità. E si chiude sul turbine di un amore intenso il cui esito ha una importanza relativa rispetto alla nuova consapevolezza di sé raggiunta e definitivamente acquisita.


Un amore a Stoccolma di Agneta Pleijel
Titolo originale dell'opera: En Vinter i Stockholm

Traduzione dallo svedese di Carmen Giorgetti Cima
144 pag., Lit. 26.000 - Edizioni La Tartaruga (Narrativa)
ISBN 88-7738-305-4


Le prime righe


Il nome suonava diverso in bocca a lui, più dolce e più morbido. La sua lingua scivolava sopra l'ostacolo delle consonanti, le vocali s'intrecciavano in un unico moto, come quando il vento passa attraverso le chiome dei castagni. Più tardi, in solitudine, lei cercò di far proprio quel suo modo di pronunciare il nome della sua città, ma invano. Si sentiva intimidita di fronte al nome così come di fronte alla città.

SARAJEVO

Gli autobus a Stoccolma portavano in giro immagini enormi e spaventose: persone indigenti, occhi infantili pieni d'accusa, e un numero di conto corrente postale scritto in grande e in nero: un appello d'aiuto. Attraversarono la strada, lui si passò la mano sul volto. Era inconcepibile, disse, vedere queste immagini che ricordavano i reportage sulla fame del terzo mondo ma che adesso riguardavano la sua terra. Disse proprio così: "la mia terra". Era novembre. La poltiglia di neve sulla strada era sporca, gli autobus inzaccheravano i calzoni e le scarpe dei passanti. Raggiunsero a piedi la casa dove lui si era installato per scrivere, una stanza nel quartiere di Vastan, che lei frequentava di rado. Faceva freddo, nella stanza, e nell'aria c'era odore di fumo. Accanto alla sedia della scrivania c'era un calorifero elettrico, sul ripiano un computer preso in prestito, una stampante e un fax vecchio modello. Sarajevo, se dimentico il tuo nome... Dalla piccola radio con mangianastri incorporato sistemata nel vano della finestra fluivano note di violoncello: Bach. Pablo Casals. Il nastro se l'era portato da casa: devo sentire questa musica per pensare. Dalla stampante uscivano interminabili strisce di carta. Lui camminava avanti e indietro nella stanza con le mani nelle tasche dei pantaloni, era inquieto, lei lo percepiva. Era arrivata a conoscerlo abbastanza.

STOCCOLMA A NOVEMBRE

città artica, a vele spiegate, cielo plumbeo, le case a testa in giù, che lentamente sprofondano sotto la superficie. Un breve, frenetico lampo di rosso nella fessura fra le tenebre della terra e quelle del cielo. Pallide luci al neon fuori dai finestrini degli autobus, patetiche invocazioni. A novembre Stoccolma è indescrivibile, una funebre traversata a vela verso l'inverno.

© 1999, La Tartaruga edizioni


L'autrice
Agneta Pleijel, nata a Stoccolma nel 1940, è autrice di testi teatrali e di sceneggiature per il cinema e la televisione. Ha pubblicato tre romanzi che l'hanno fatta conoscere al grande pubblico.



Lidia Ravera
Maledetta gioventù

"Occorre tuffarsi nell'ignoto e nascondere in esso i propri passi, come si nasconde nella nebbia un luogo, quando vi discende il buio."


Un romanzo in cui la Ravera osserva e costruisce la maturazione sentimentale di una donna, di un uomo e di tre ragazzi.
Linda, la moglie "offesa", che decide di partire per un viaggio in India e di non farne ritorno alla data prevista; Carlo, il marito infedele, un docente universitario annoiato dalla quotidianità; Tommaso, figlio diciottenne della coppia, ragazzo irrequieto e assolutamente specchio del malessere di tanti giovani di buona famiglia di oggi, legato agli affetti familiari più di quanto si possa immaginare; Tilde, la sorella minore, la piccola di casa, bambina e donna così come ogni sedicenne è; e infine Mimì, la ventenne amante di Carlo, sua studentessa, fragile e bugiarda, indifesa e provocatrice.
Cinque personalità diverse (assolutamente ben costruite dall'autrice che in questo libro ha raggiunto la piena maturità narrativa) che affrontano il trauma del tradimento, della frattura della coppia percorrendo strade diverse e autonome: ognuno troverà una soluzione o per lo meno un cammino adeguato ai propri bisogni, alle proprie aspettative.
Linda, si perderà e saprà ritrovare la forza del ritorno nel luogo classico dello smarrimento della sua generazione, l'India. Carlo, capirà come sia più impegnativo e importante amare la compagna della sua vita; come la piccola estasi che la giovane Mimì gli aveva dato non rappresentasse che un segnale, un sintomo di malessere a cui doveva dare ben diverse risposte. I figli della coppia inizieranno a sentirsi responsabili di sé, delle proprie emozioni, delle proprie debolezze solo quando la madre si allontana e hanno il violento impatto con la realtà umana, la debolezza, dei loro genitori. Tommy dovrà sperimentare un rapporto nuovo con il padre, da adulto, dividerà anche l'amore della stessa ragazza, sentirà la mancanza della madre con una intensità violenta; cercherà di capire (con molto disincanto) il padre e la sua incoerenza. La piccola di casa, Tilde, appare forse il personaggio meno approfondito, eppure l'autrice sa tratteggiare il ritratto di una adolescente vera, con i conflitti tipici dell'età: il rifiuto nei confronti della madre, la soggezione/rivalità con il fratello, l'amore taciuto, da bambina, per il padre. È però proprio Tilde che mostra, alcune volte, una capacità di comprensione della situazione molto acuta, molto matura, molto "da donna".
Infine la interessante, complessa, personalità di Mimì: ragazza ricca e viziata, che continuando a giocare con gli altri, rischia di fare molto male a se stessa. Si autoconvince di amare Carlo, il suo professore, così più vecchio di lei (e forse il difficile rapporto col padre può spiegare questa passione), così egoista nel rapporto, così poco intenzionato a trasformare quella fugace avventura in una storia duratura. Ma è il nevrotico gioco che crede di essere in grado di gestire che l'affascina, è il sentirsi potente, capace di ridisegnare le vite degli altri che la spinge a compiere azioni crudeli fino alla distruttività, fino a portarla a sfiorare la morte. Come è giusto, come è logico, il finale ricompone tutto, ma ogni attore è cambiato, ogni rapporto si è modificato, e la vita potrà continuare per tutti, solo apparentemente, uguale a prima.


Maledetta gioventù di Lidia Ravera
Pag. 306, Lire 30.000 - Edizioni Mondadori
ISBN 88-04-46103-9


Le prime righe

Dicesi turista


È giovane, o pretende di esserlo.
Segue un percorso stabilito in un tempo stabilito. Sfiora luoghi anche lontani con l'ambizione di catalogarli. Preda del demone del paragone con ciò che gli è familiare traduce tutto, cerca corrispondenze, riporta instancabilmente alla sua moneta.
La sua vacanza non è mai vuota.
È un traditore dell'etimologia.
Ritorna a casa senza essere mai davvero partito.

Uno

Slacciò la cintura di sicurezza e si tolse le scarpe. Il cielo sopra le nuvole aveva un colore irreale. Allungò le gambe sul sedile vuoto accanto al suo. La donna che sedeva al di là del sedile vuoto lo guardò con astio. Linda sorrise, di rimando, provocatoriamente dolce.
"È mio, questo posto vuoto" disse, a bassa voce.
L'altra donna chiuse gli occhi. Il Boeing 747 della Lufthansa, in volo da Francoforte a Nuova Delhi, era completo, nero e biondo di teste, denso di stanchezze, percorso di schiamazzi, fitto di fiati, più coercitivo di un treno. Quel posto vuoto s'incastonava incongruo.
"È mio, capisce?" disse Linda alla donna addormentata, "l'ho comprato. È stato pagato."
La donna aprì gli occhi, disse "non capisco" in tedesco, in inglese.
"Però, se vuole, ce lo possiamo spartire" disse Linda.
E ritirò un pochino verso di sé i piedi: offriva all'altra un terzo di quello spazio suo, per sottolineare l'invito alzò il bracciolo che divideva il sedile vuoto dal sedile occupato.
"Grazie" disse la donna, "non ne ho bisogno. Sto bene così."

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autrice
Lidia Ravera è nata a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato opere di narrativa e una raccolta di articoli. Scrive per il cinema e la televisione, e collabora al "Corriere della Sera".



Enzo Siciliano
Cinema & film
Cronaca di un amore contrastato

"In una striscia di fotogrammi si spia, nell'illusione del tempo reale, l'esistenza di qualcuno e di qualcosa in modo furtivo: il caso lo salda a una stretta necessità da cui cogli un modo fisico d'essere, proprio come se ti capitasse di spiare un brandello di vita attraverso una finestra o una porta socchiusa all'improvviso."


La prima parte del libro parla del rapporto che l'autore ha avuto con il cinema fin dall'infanzia. Le atmosfere descritte, lo stupore del bambino e dell'adolescente davanti al mondo che si dispiegava sullo schermo, i turbamenti, le emozioni, i fremiti suscitati dagli attori dell'epoca, appaiono oggi, allo sguardo dell'adulto, come vere iniziazioni alla vita e al gusto estetico. Il cinema si mostra nella sua verità, nel suo essere fonte di conoscenza, attraverso le immagini di Roma città aperta; la passione, l'erotismo, la sensualità trovano in Notorious lo specchio di sensazioni nascenti; lo stile, la capacità evocativa dell'immagine vengono intuiti in Malombra: così si forma la personalità dello spettatore, si affina il suo gusto, nasce la capacità critica. Quando poi Siciliano ha l'occasione di diventare lui stesso regista, per caso e quasi per gioco, accetta di affrontare un'esperienza inedita e improbabile per un uomo di lettere. Un'esperienza che non ha lasciato molte tracce, ma che comunque rappresenta una conoscenza diretta, e dall'interno, di un mondo e che consentirà, successivamente, all'autore maggiore competenza nel giudizio critico a cui sarà chiamato da un importante settimanale.
Il testo è infatti, nel suo corpo centrale, la raccolta delle recensioni fatte per "L'Espresso" dal 1990 al 1993, per sostituire Moravia, titolare di quella rubrica. Possiamo così leggere le brevi recensioni dei film più significativi di quegli anni, il giudizio su registi e attori, più o meno noti al grande pubblico, che in determinate prove hanno suscitato l'interesse della critica e del pubblico.
Jane Campion è presente con Un angelo alla mia tavola e Lezioni di piano, in questa raccolta: regista amata dall'autore per l'eleganza di stile e l'intensità di certe immagini. Altrettanto positivo e attento, con qualche adesione intellettuale in più, è il giudizio sulla produzione di Ken Loach, da Riff Raff, a Piovono pietre al recentissimo My name is Joe, citato nella parte introduttiva. La "rabbia proletaria trasformata in concetto" diventa autentica capacità di fare cinema, vero stile. I film di questo scomodo regista inglese (e il giudizio è del tutto condivisibile) vengono considerati assolutamente indimenticabili.
Più tagliente, meno entusiastica è invece l'analisi ad esempio di Nikita: "un maquillage intellettuale a basso costo", dice l'autore forse con un eccesso di severità e minore affinità generazionale.
Vero gioiello è invece giudicato Il marito della parrucchiera di Patrice Lacomte: "Essere felici costa la vita. E a quel punto, alla vita non resta che il ricordo di se stessa. La mano lieve, ironica, tendenzialmente creaturale di Patrice Lacomte fa di tutto per sfuggire alle proprie tentazioni intellettuali. Il nodo di pensiero dentro cui il film si racchiude vince ogni resistenza, e ci commuove".
Di tutt'altro genere è Cape Fear di Martin Scorsese che, almeno in alcune parti, viene giudicato particolarmente interessante. L'ambiguità del messaggio, la constatazione che il male è dentro di noi, che esiste un fascino del perverso e una sostanziale complicità della vittima col carnefice sono forse gli elementi più intriganti del film.
Citerei ancora due film analizzati da Enzo Siciliano: Americani di James Foley e America oggi di Robert Altman. Entrambi film di forte impatto, entrambi preziosi strumenti di conoscenza della realtà della middle class americana: ipocrisia e rampantismo da un lato e senso di sconfitta e di morte dominano e pervadono anche la ricerca di successo, di denaro e di sesso, obiettivi espliciti dell'americano medio di oggi.


Cinema & film. Cronaca di un amore contrastato di Enzo Siciliano
Pag. 241, Lire 28.000 - Edizioni Rizzoli (Piccola Biblioteca La Scala)
ISBN 88-17-68018-4


Le prime righe

NON SOLTANTO SPETTATORE


io non so dove stia
la mia vera biografia
Giorgio Caproni

Di che colore sono gli occhi di Alida Valli?

La corona di ferro è il primo film di cui ho memoria. Ricordo Gino Cervi che, aggrappato con le mani a una fascia circolare di metallo, tenta di impossessarsene mentre quella misteriosamente sprofonda in una roccia. Cervi sbavava di furore: pessimo, disonesto sovrano di non so che regno. Mi pare che, contro di lui, l'onestà, la dignità - posso sbagliarmi - fossero incarnate dai pettorali di un Massimo Girotti ragazzo. Doveva essere una storia un po' nibelungica, un po' Sem Benelli, tutta fatalità e incongruità, stupidamente attraente.
Anche Stanlio e Ollio che cercano di trascinare su una passerella di legno un pianoforte verticale, in bilico nel vuoto - anche questa immagine appartiene a quel tempo lontanissimo nel quale il sabato pomeriggio, al primo spettacolo, venivo portato al cinema. Le sale erano lontane da dove abitavamo - via Goito, Roma. Si chiamavano: Supercinema, Barberini, Moderno e Planetario.
Ricavato in un'aula circolare, l'Aula Ottagona, delle Terme di Diocleziano, il Planetario aveva una programmazione didattica e di cartoni animati - Walt Disney, ma anche Charlot. Il lunedì, piazzato un telescopio al centro della sala (negli altri giorni, incappucciato di nero, se ne stava in un angolo), "Si vedevano le stelle" diceva mia madre. Ma a vedere le stelle non sono stato mai portato. Imparai invece là dentro cosa fosse l'epeira dei giardini, e come, con la sua tela trasparente, tra foglia e foglia su un albero o su una vite, catturasse per nutrirsene le mosche che vi si impigliavano. Epeira era una parola difficile: a scuola dicevo al mio compagno di banco - si chiamava Garofalo, andavamo a scuola alla Pestalozzi in via Montebello -: "Sai cosa è un'epeira?". "Macché", rispondeva lui. E io: "Un ragno". E lui ripeteva: "Macché".
Chiedevo con insistenza di venire portato al Planetario: mi piaceva vedere le scimmie divorare caschi di banane o i modi in cui un uomo in camice bianco spremeva il veleno dal dente di una vipera viva facendolo scolare in una fiala. Insomma, in quegli anni, il '40, il '41, per un ragazzino divorato da qualche curiosità scientifica e geografica non c'era Piero Angela, c'era il Planetario. Tutt'oggi preferisco lo sgranato bianco e nero dei documentari che vedevo al Planetario a qualsiasi cortometraggio ad alta definizione.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Enzo Siciliano è nato e vive a Roma. Tra i suoi libri: Racconti ambigui, La coppia, Autobiografia letteraria, Rosa pazza e disperata, La notte matrigna, Puccini, Vita di Pasolini, La principessa e l'antiquario, La voce di Otello, La Bohème del mare, Diamante, La letteratura italiana, La casa scoppiata - La vittima, Singoli, Atlantico, Cuore e fantasmi, Il bagno della regina e altri racconti, Romanzo e destini, Carta blu, Campo de' fiori, Mia madre amava il mare, Diario italiano, I bei momenti.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




16 aprile 1999