Fabio Giovannini
Mostri
Protagonisti dell'immaginario del Novecento, da Frankenstein a Godzilla, da Dracula ai cyborg

"Morti virtuali e mostri virtuali si moltiplicano attraverso i mass media, mentre viceversa si tende a nascondere e a far scomparire la morte e i mostri dalla realtà. Non perché la morte e i mostri non esistano, ma perché continuano ad essere fenomeni troppo fastidiosi e inquietanti."


Nulla può essere più affascinante e contemporaneamente repellente di un mostro. Nulla più misterioso e fantastico. Nell'inventare mostri immaginari la creatività umana non ha limiti. E, pur su radici precedenti, non ha avuto limiti la creatività umana del Novecento. Ma cos'è un mostro? Se non è inteso solamente come essere mostruoso nei comportamenti (ricordate il celebre film, intitolato appunto I mostri?) ma anche come creatura dalle fattezze impressionanti, assolutamente differenti dai canoni tradizionali, mostro non è solo chi il mostro fa, ma in questo caso mostro è chi mostro è stato creato. Il cinema e la letteratura hanno dato vita ai mostri più celebri, che in questo interessante saggio sono ricordati, con ampie citazioni, filmografie, bibliografie nonché elenchi di siti Internet in cui si parla di loro. E andiamo dai dinosauri (risvegliati in vario modo dal cinema, specie americano e giapponese) agli uomini-bestia di varie fattezze (uomini-scimmia, donne-pantera, mostri acquatici, metamorfosi verso varie tipologie di insetti) ai mostri "tradizionali", definiti dall'autore gli orribili quattro: Dracula, Frankenstein, la Mummia e l'Uomo Lupo. Nel novero dei "mostri sacri" della mostruosità è possibile includere anche il Fantasma dell'Opera, vero mito del Novecento creato da Gaston Leroux nel 1910 come protagonista di un nuovo romanzo e poi ampiamente sviluppato sugli schermi.
La cinematografia ha spesso considerato anche i "diversi" come esseri mostruosi e abitualmente perfidi: caposaldo di questo filone il celeberrimo Freaks, film di Tod Browning cui parteciparono sia attori professionisti che uomini e donne realmente malformati, ma molti hanno seguito queste orme (già tracciate anche dal Quasimodo di Victor Hugo), dando vita a deformazioni fisiche terrificanti, tra cui una delle più celebri è rappresentata in The Elephant Man, film del 1980. Ma mostro è anche l'alieno, il cyborg, la creatura che giunge da mondi lontani o che è frutto di fantasie sul futuro. Insomma, il mostro rimane come figura affascinante e disturbante anche se proiettato verso il domani e l'uomo ne ha bisogno, come il bambino, per dare un volto alle proprie paure.


Mostri. Protagonisti dell'immaginario del Novecento, da Frankenstein a Godzilla, da Dracula ai cyborg di Fabio Giovannini
Pag. 254, Lire 20.000 - Edizioni Castelvecchi (Contatti n. 148)
ISBN 88-8210-098-7


Le prime righe

Introduzione
Per una teoria del mostro


Nei nostri anni di interesse diffuso per l'estremo e il deviante anche i mostri sono diventati un tema di moda, spesso trattato con superficialità o approssimazione. Ma un tempo si affidava a stimati studiosi la specifica disciplina che analizza i mostri, la teratologia. In principio i mostri sono stati studiati per cercare una spiegazione a qualcosa di sconcertante: come poteva il perfetto disegno divino dar vita a degli orrori, aggiungendo altre paure al mistero della nascita? Nella tradizione medioevale i mostri erano l'eco di un passato misterioso o l'evocazione di realtà ancora esistenti: i draghi, le creature favolose (molte specie animali erano ancora sconosciute) e le "aberrazioni" della natura. Era l'epoca in cui si fantasticava di animali immaginari o di più concreti esseri deformi partoriti da donne.
La prima teratologia, prolungata per vari secoli, tentava soprattutto di descrivere il mostro e di catalogarlo: un compito sempre difficile e pericoloso, perché la quantità di mostri irreali e reali sfuggiva (e sfugge tuttora) a una catalogazione definitiva. È il caso, tra gli altri, di Ambroise Paré, che in un celebre testo cinquecentesco (Mostri e prodigi, Roma, Editrice Salerno, 1996) indagava i mostri creati dalla fantasia, con i tanti intrecci tra umano e bestiale (uomini-vitello, uomini-cane, ecc.) o di errata dislocazione di membra (una testa nel ventre, ecc.), e contemporaneamente cercava le cause "naturali" dei parti mostruosi, individuando ad esempio i cattivi comportamenti delle madri (se la madre sta troppo seduta in gravidanza, scriveva Paré, nasceranno figli gobbi e storpi). Il mostro studiato da questa teratologia era soprattutto collegato alla natura. I mostri potevano incarnare lo spavento per una natura minacciosa e insidiosa, evidenziata dai draghi (assurda memoria dei dinosauri del mondo pre-umano). E accanto a questi ancestrali mostri non dominabili si sviluppava il timore di una perdita della propria "natura umana". La sessualità incarnava questa paura, e la paura maschile per la donna produceva una duratura identificazione tra mostruosità e femminile.
La teratologia iniziale si riferiva a una antica tradizione di mostri né interamente naturali né interamente soprannaturali, connessi al terrore per il corpo che si tramuta, e che aveva una lunga storia, dalla mitologia, ricca di esseri umani mutati in animali, alle Metamorfosi di Ovidio.

© 1999, Castelvecchi


L'autore
Fabio Giovannini (Genova, 1958) è saggista e giornalista. Studioso dell'immaginario fantastico, gotico e noir, ha pubblicato, fra l'altro, Il libro dei vampiri, Cyberpunk e Splatterpunk, Necrocultura e Storia del romanzo di fantascienza in collaborazione con Marco Minicangeli.



Mario Infelise
I libri proibiti
da Gutenberg all'Encyclopédie

"La libertà di stampa venne ufficialmente proclamata a Parigi con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino il 26 agosto 1789. Vi si stabiliva che la libera comunicazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo: ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere degli abusi nei casi determinati dalla legge."


La storia della censura e della sua fine viaggia di pari passo con la storia dei diritti politici e civili, con la loro acquisizione da parte di popoli precedentemente privi, con l'insediamento di un sistema di potere "illuminato". Ma anche parallelamente alla storia del libro a stampa che, nella sua possibilità di essere riprodotto in un notevole numero di copie, costituisce per il potere un pericolo diretto e immediato di diffusione di un pensiero reputato per vari motivi "da censurare". Nel momento in cui un potere "forte" vuole insediarsi fermamente, quando un credo religioso non ammette che si diffondano critiche ai propri dogmi né che possibili idee devianti si insinuino nel pensiero popolare, prende corpo la censura nelle sue forme tradizionali, tra le quali gli indici dei libri proibiti sono un triste "classico". Il primo indice italiano, con 150 divieti di cui 50 colpivano l'intera produzione di un autore, risale al 1549 e nasce per un accordo tra Inquisizione, Nunzio apostolico di Venezia e Savi all'eresia. Infelise parte proprio da questo primo elenco per realizzare una vera storia degli indici e delle forme di censura e per arrivare (attraverso l'analisi del mercato clandestino e delle prime forme di tolleranza) alla libertà di stampa. Dall'indice tridentino a quello clementino, culmine dell'attività di ingerenza della Chiesa di Roma, si sviluppa un'analisi molto interessante di una delle forme di repressione più radicata e dura a morire se, ancora "negli anni '50 di questo secolo si poteva leggere in una Enciclica apologetica della religione cattolica (1953) che alle accuse laiche contro l'indice occorreva rispondere che la libertà ha bisogno di essere illuminata, aiutata, protetta e che la Chiesa nella sua missione doveva essere considerata come la madre che restringe la libertà del bambino, per porlo al riparo da ogni pericolo."


I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie di Mario Infelise
Pag. 153, Lire 14.000 - Edizioni Laterza (Biblioteca Essenziale n.18)
ISBN 88-420-5669-3


Le prime righe

Il controllo sui libri

1. Le origini della censura

Tacito racconta che al tempo di Tiberio imperatore Cremuzio Cordo fu accusato di un delitto nuovo e inaudito (novum ac tunc auditum crimen). Aveva pubblicato scritti in cui esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane e aveva definito Cassio l'ultimo dei romani. A nulla valse la ferma difesa dello scrittore della libertà di parola, poiché il Senato decretò che i suoi libri fossero dati alle fiamme.
Quasi duemila anni dopo un altro fuoco. Il 10 maggio 1933, di fronte all'Università di Berlino, bruciavano le opere degli autori liberali e democratici, perché fosse chiaro che la presa del potere nazista sulla Germania non si limitava alle istituzioni, ma doveva incidere in profondità sulle coscienze.
L'immagine del rogo dei libri ha una lunga storia alle spalle e rappresenta con drammatica efficacia l'estrema conseguenza del conflittuale rapporto tra poteri organizzati e voci avvertite come dissidenti. Nello stesso torno di tempo l'atto di censurare ha però conosciuto meno appariscenti, ma forse più rilevanti gesti che hanno variamente influito sulla nostra civiltà e sui modi di intendere il potere e la capacità di espressione. Fu soprattutto nel corso dell'età moderna, tra gli inizi del secolo XVI e la fine del XVIII, che in Europa nacque, si sviluppò ed entrò in crisi un sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l'uso del libro, inteso come naturale complemento di una società ben organizzata.
La stampa a caratteri mobili e il dilagare della Riforma protestante furono presto messi in relazione con l'istituzione di organismi deputati alla vigilanza, tanto da costituire subito un luogo comune ripreso con frequenza sino ai nostri giorni. Già nel 1526 l'avignonese François Lambert scriveva che l'arte tipografica era stata ispirata da Dio per favorire la diffusione della Riforma e lo stesso Lutero, che più di ogni altro seppe utilizzare consapevolmente la nuova tecnologia, aveva dichiarato che la "stampa era l'ultimo e il più grande dono di Dio, poiché grazie ad essa il Signore aveva voluto far conoscere la causa della vera religione, ovunque sino alle ultime estremità del mondo e diffonderla in tutte le lingue".
La reazione sul versante opposto era stata inevitabile. Il libro venne visto come un pericolo, una sorta di peste, la cui diffusione occorreva regolare ed eventualmente bloccare con qualsiasi mezzo.

© 1999, Gius. Laterza & Figli


L'autore
Mario Infelise insegna presso il dipartimento di Studi storici dell'Università "Ca' Foscari" di Venezia.



Alice Miller
Le vie della vita
Sette storie

"Non esiste una ricetta per mettere ordine nella propria vita, varia da individuo a individuo."


I personaggi che popolano le sette storie narrate in questo libro, sono inventati, ma le tematiche che vengono proposte dalle loro vicende sono invece applicabili a molte esperienze di uomini e di donne che, a detta della stessa autrice, potranno immedesimarsi nel racconto.
La prima storia parla di due persone che, dopo un innamoramento giovanile, si sono separati a causa dell'imprevedibile decisione di lei di sposare un uomo del tutto incompatibile con la sua persona. I due, Claudia e Daniel si incontrano di nuovo dopo molti anni e iniziano una corrispondenza chiarificatrice del loro passato: matrimoni falliti per entrambi, di cui oggi è possibile capire la ragione (entrambi sono psicologi), ansie infantili e paure che hanno condizionato le loro vite.
Anche la seconda storia è narrata attraverso delle lettere, ma il tema centrale è quello del trauma della nascita e di come, sia la madre che il piccolo, ne possano essere segnati per molti anni, se non per tutta la vita.
La domanda che si pone l'autrice, e che pone anche a noi lettori, è come si riflettono sulla vita dell'individuo e sui suoi rapporti con il prossimo le prime esperienze di dolore e di amore: se sono proprio i rapporti parentali a determinare le nostre scelte adulte e a condizionare le nostre relazioni affettive, quale spazio è dato alle responsabilità individuali? Questo tema è affrontato nella terza delle storie narrate. Possiamo giustificare il nostro presente, alla luce dei traumi infantili, o possiamo semplicemente comprenderlo meglio?
Molto intensa è la storia che parla delle difficoltà di una madre ad affrontare la realtà di una figlia mongoloide. Amore, paura, senso di impotenza e sconfitta, ma anche tenerezza e tanta attenzione per quella persona così capace di dare affetto, ma altrettanto bisognosa di riceverne.
Così l'incontro, dopo anni di separazione, di due vecchie amiche che, per tragiche ragioni storiche, hanno cambiato nazionalità, nome e religione, porta alla luce il dolore e l'angoscia che il nazismo e la persecuzione condotta contro gli ebrei ha provocato in tutti coloro che ne sono stati anche solo lontanamente sfiorati. L'indifferenza degli altri, degli "ariani", aveva portato all'abitudine a tacere del proprio passato, ma quel silenzio accumulato aveva trovato finalmente la possibilità di sciogliersi: infatti solo con chi ha vissuto un'esperienza simile è possibile parlare di fatti e di paure così straordinarie e difficilmente comunicabili.
L'epilogo del libro è rivolto a genitori e figli, al dialogo tra le generazioni. E l'auspicio dell'autrice è quello di avere un mondo governato e guidato da persone che non abbiano mai subito violenze da parte dei genitori perché tutta la visione della realtà cambia a seconda delle esperienze infantili. E nello stesso tempo è indispensabile che chi ha subito delle violenze ne affronti il ricordo, perché "l'odio traslato sugli innocenti nasce dalla menzogna, dal diniego della sofferenza patita nel proprio passato. È un vincolarsi all'autoinganno, un vicolo cieco. L'amore autentico sopporta la verità".


Le vie della vita. Sette storie di Alice Miller
Titolo originale: Wege des Lebens. Sieben Geschichte

Traduzione di Umberto Gandini
Pag. 219, Lire 35.000 - Edizioni Garzanti (Saggi blu)
ISBN 88-11-60000-6


Le prime righe

1. CLAUDIA E DANIEL
TRENT'ANNI DOPO


Claudia e Daniel avevano studiato insieme a Berkeley, negli anni Sessanta, e si erano innamorati l'uno dell'altro. I compagni consideravano Claudia una ragazza sensibile ma anche notevolmente distaccata e fredda. Quando l'abbracciava, Daniel ne coglieva il calore e la disponibilità a donarsi, ma anche la diffidenza, una specie di timorosa ritrosia. Gli era sembrato di avvertire in lei un bisogno acuto di vicinanza e di schiettezza, ma anche e contemporaneamente una spiccata paura ad assecondare questo bisogno, come se Claudia subisse la necessità di proteggersi da qualcosa: non aveva capito da che cosa.
Un giorno Claudia gli aveva annunciato che voleva sposasi. Con Max.
Max? Daniel non sarebbe riuscito a figurarsi due persone spiritualmente più distanti di Claudia e Max.
In seguito anche Daniel si era sposato e il risultato era stato un matrimonio infelice. Tuttavia, dopo il divorzio, Daniel ha conosciuto Monika, con la quale ha costruito quella comunità di vita che aveva sempre desiderato.
Recentemente, durante un congresso a San Diego, Claudia e Daniel - divenuti nel frattempo entrambi psicoterapeuti - si sono incontrati di nuovo. Da trent'anni non avevano più avuto alcun contatto fra di loro.
Sono contenti di rivedersi. Daniel non è molto cambiato; Claudia, la spaurita e riservata studentessa di Berkeley, è diventata una donna matura. Entrambi avvertono ancora la simpatia che li aveva legati in passato e ora si raccontano le loro rispettive storie.
Anche Claudia è divorziata. Il suo matrimonio, dal quale sono nate tre figlie, è durato parecchio. Oggi, dopo essersi sottoposta a ripetute terapie durante le quali ha imparato a comprendere le sue paure, si sente più a suo agio nella propria pelle e vive assieme a Mark.
"Lascia che te lo dica", le confida Daniel. "Non ho mai capito perché hai sposato proprio Max. Quando ho pensato a te in questi trent'anni, mi sono detto che probabilmente avevi scelto deliberatamente di vivere con un uomo che non amavi e che ti fosse talmente estraneo da non poterti ferire. La spiegazione va forse cercata nella tua infanzia. Però allora, a Berkeley, non parlavamo mai di questi argomenti. Oggi non mi dispiacerebbe saperne di più: di te, della tua infanzia, del matrimonio con Max. Lo conoscevo anch'io, lo sai".
"Sono contenta che tu mi rivolga questa domanda", risponde Claudia. "Io allora ti amavo davvero ed è da tempo che desideravo raccontarti tutto. Però è una storia complessa. Se vuoi, ti scriverò".
Due settimane dopo, arriva a Daniel una lunga lettera.

© 1999, Garzanti editore s.p.a.


L'autrice
Alice Miller, saggista e psicoterapeuta ha pubblicato per lo stesso editore L'infanzia rimossa, La fiducia tradita, La chiave accantonata.



Giorgio Montefoschi
Non desiderare la donna d'altri

"Provò una pena che non voleva condividere: pur amandola, tanto. Una fragilità che non voleva condividere. Una specie di ferita: pulsante, com'è una ferita."


Un romanzo d'amore, storie di vita che s'incrociano, si separano, si ritrovano. Oggi sembra che la narrativa abbia riscoperto l'amore: trionfo del neoromanticismo, come afferma Giulia Borgese in un suo articolo del 24 marzo sul Corriere della Sera, o esigenza di una rinnovata attenzione ai sentimenti dopo tanto erotismo? Forse la possibilità di considerare sempre aperta a nuove scelte la vita degli individui, porta a riesaminare i tradizionali canoni delle relazioni amorose. Il romanzo di Montefoschi ad esempio ha per protagonista un uomo, Pietro, che ha un'amante, ma ama un'altra donna, Giulia, moglie di Guido, il suo miglior amico, una ragazza dolce e fragile, irrequieta e irrisolta, che a sua volta lo ama. Personaggi che "del turbamento amoroso, dei trasalimenti dell'animo" fanno la loro vita, come dichiara Giovanni Pacchiano.
Dopo aver divorziato da Guido, Giulia sposa Pietro e il romanzo prosegue fissando l'obiettivo sulla vita coniugale dei due, che ormai hanno costituito una famiglia assolutamente tradizionale: due figli, la televisione, le banali conversazioni domestiche, la serena quotidianità della convivenza. Ma la fragilità di Giulia riemerge, le sue incertezze, i suoi dubbi riprendono a tormentarla quando sente Pietro allontanarsi e nasce in lei una voglia di fuga difficile da contenere. Il lavoro costringe Pietro a viaggiare molto e questo fatto rende ancora più ansiosa la giovane moglie. Il matrimonio sembra davvero in crisi, tanto più che, in uno degli abituali soggiorni all'estero, a Vienna, Pietro conosce una ragazza francese che lo turba, che rivedrà a Roma e con la quale inizia ad avere una relazione. Molto turbato è anche dalla notizia dell'incontro di Giulia con Guido. I due riprendono a vedersi, (Pietro invece si rifiuta a lungo di incontrare il vecchio amico) e questa nuova familiarità spinge la donna a parlare in modo sempre più risoluto di separazione, anche se avverte che tuttora esiste un sentimento che lega lei e Pietro in modo fortissimo. Ma tragicamente questo affetto recuperato è costretto a interrompersi e il rimorso, il senso di colpa diventano insopportabili. Il romanzo si chiude su una apparente serenità ritrovata, sulla ricomposizione del legame tra Giulia e Pietro, interrotto solo dalla paura di soffrire e di far soffrire.
Un romanzo in sintesi dominato da sentimenti contrastanti, dalla voglia vitale di amare e dalla paura, dal rimorso e dall'abbandono dei sensi. Un romanzo quasi classico, pur nella attualità delle situazioni, pieno di chiaroscuri, di accenni, di brevi frasi che suggeriscono, attraverso i dialoghi ovvi della quotidianità, irrequietezze e tensioni irrisolte. In questo Montefoschi appare capace di evitare sia cadute sentimentali che facili erotismi: una scrittura che si caratterizza per poche concessioni e molta sobrietà.


Non desiderare la donna d'altri di Giorgio Montefoschi
Pag. 257, Lire 29.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86076-X


Le prime righe

I


Già da alcuni giorni, un centro di bassa pressione addensava le sue linee più contorte - corrispondenti ai cupi novecentonovanta millibar - sul tratto di mare che va dalla città di Tunisi al golfo della Sirte, rendendo insolito giungo. Nuvole aggrumate, grigiastre e nere, mutavano di spessore - sfilacciandosi - dalle coste albanesi all'isola di Corfù; dall'isola di Malta a Capo Passero; al centro del Mediterraneo smorto. Una coltre lattiginosa nascondeva a tratti le ultime pendici dell'Etna, le sagome di Stromboli o Salina, visibili altrimenti da Capo Vaticano; deponeva impalpabili gocce di pioggia sulle ginestre rigogliose del Vesuvio, sugli intricati arbusti del monte Circeo.
Anche Roma non respirava. Un cielo basso color ferro, venato da striature appena più scure e ferme, soverchiava il popolare quartiere di San Lorenzo e i binari lustri che, dalla Stazione Termini, girano verso la Salaria e il nord; quelli che, proseguendo diritti, affondano nella campagna romana. Gravava sulle rovine degli acquedotti, ai cui piedi sorgono baracche e orti; sui filari dei pini; sulla corrente giallastra del fiume; sui Fori; sul colle Aventino. Specchiava riflessi di piombo sul lago del Giardino del Lago. Infastidiva le belve, gli animali selvatici rinchiusi in gabbia allo Zoo.
Era domenica pomeriggio. Soffi d'un vento umido, intiepidito dal calore dell'asfalto che saliva da via Nomentana, s'infilavano nell'imbuto di corso Trieste; sollevavano un foglio accartocciato di giornale, dinanzi ai tavolini di una latteria del controviale; scompigliavano i capelli sottili di Pietro Callieri, invano ravviati dai tre colpi della spazzola, un momento prima che uscisse di casa.
Pietro guidava piano. Guidò piano lungo la discesa del Muro Torto: osservando, sulla sua destra, i prati verdi già folti di spighe, le siepi d'alloro di Villa Borghese; prima del ponte nuovo, costruito per la metropolitana, rallentò ancora un poco; quindi, non s'affrettò, parcheggiata la macchina in via degli Scipioni, a raggiungere via Pompeo Magno. Solo alle sei e qualche minuto oltrepassò il cancello accostato, il minuscolo giardino ombreggiato dalla magnolia e dai modesti rami del nespolo, suonò il citofono al cognome Bonafede, e salì al primo piano.
In salotto c'era un buon profumo: come di whisky svanito dai bicchieri, mescolato a quello della cera sul parquet. Le tende erano aperte. Le serrande sollevate a metà.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Giorgio Montefoschi è nato a Roma nel 1946, ha conseguito il Premio Strega nel 1994 con La casa del padre. Tra le sue opere ricordiamo: Ginevra, Il Museo africano, L'amore borghese, La felicità coniugale, La terza donna. Lo sguardo del cacciatore, Il volto nascosto, La porta di Damasco, Il volo.



Piero Salzarulo
La fine del sonno
Le porte del risveglio

"Nella nostra civiltà non viene accordata al risveglio un'attenzione particolare, sebbene anche nella cultura occidentale vi siano molteplici riferimenti, nella vita quotidiana, a questo momento."


Non si immagina quanto possa essere complesso e ricco di implicazioni psicologiche e sociali il risveglio dell'essere umano. Nella società contemporanea, segnata da ritmi di vita scanditi da orari tassativi, non è quasi mai un evento lasciato alla natura, ma viene regolato da agenti esterni quali la sveglia, strumento di tortura dei nostri tempi, ignorato o quasi dagli antichi, le cui esigenze di risveglio non spontaneo erano legate a rituali religiosi e pochissimi altri fatti eccezionali.
La fine del sonno è un momento quotidiano che comporta nel nostro organismo e nella nostra psiche una serie di trasformazioni che, nella normalità, vengono facilmente affrontate e superate. Tuttavia anche il momento del risveglio può dare vita a problemi di carattere psico-fisico da non sottovalutare. Per comprendere meglio quanta parte di piccoli disturbi del risveglio possano rientrare nella norma e quanti invece siano già parte della patologia, può essere molto interessante la lettura di questo saggio. Giustamente l'autore sottolinea l'enorme discrepanza tra la quantità di studi dedicati in questo secolo al sonno e l'esiguo numero incentrato invece sul risveglio, tanto da contare a tutt'oggi notevoli carenze d'indagine su fenomeni più o meno sgradevoli legati proprio a questa fase di transizione, come le variazioni d'umore, la difficoltà di ripresa di una normale attività, i piccoli problemi motori e respiratori, ecc. Molto interessante anche l'analisi dell'evoluzione e la trasformazione dei risvegli nel corso della vita in qualità e quantità: dalla fase neonatale a quella adulta, passando attraverso infanzia e adolescenza, transitare tra sonno e veglia assume via via carattere stabile e ripetitivo. Ma il processo non è facile e spesso non è così lineare come potrebbe apparire. Scoprire le forme e i problemi legati al risveglio può aiutare anche a capire la personalità e l'indole dell'individuo.


La fine del sonno. Le porte del risveglio di Piero Salzarulo
Pag. 111, Lire 30.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (L'esperienza psicologica e medica)
ISBN 88-339-1152-7


Le prime righe

Cos'è il risveglio

Se è ovvio che per il risveglio si intende l'entrata in veglia dopo un periodo di sonno, i criteri riguardanti sia la durata minima che le caratteristiche elettrofisiologiche e comportamentali del risveglio sono stati, e sono tuttora, oggetto di discussione nell'ambito della letteratura scientifica specializzata. I problemi di cui stiamo parlando riguardano innanzitutto i risvegli che sopravvengono all'interno di un episodio di sonno "principale" (abitualmente quello notturno, se si prende come riferimento il sonno di un adulto normale che dorme unicamente o principalmente durante la notte). Quello che è percepito dal soggetto come un episodio ininterrotto di sonno, è in realtà, se si eseguono registrazioni poligrafiche, puntuato da brevi intrusioni di attività ellettroencefalografiche vicine a quelle della veglia, e da aumento dell'attività muscolare e variazioni delle attività del sistema nervoso vegetativo. In altri casi, le attività sopra menzionate possono avere durata maggiore ed essere accompagnate da altre manifestazioni comportamentali. Per l'accertamento del risveglio sono stati presi in considerazione indici fisiologici o comportamentali, sia isolatamente che insieme; più raramente i secondi soltanto (come vedremo in seguito, a proposito di alcuni fenomeni particolari).
Sul piano dell'attività cerebrale il risveglio si manifesta con la sostituzione delle attività tipiche di una delle fasi del sonno con quella della veglia, cioè un ritmo "alfa" registrabile se l'individuo è adulto e ha gli occhi chiusi e un'attività più rapida di tipo "beta" se si sveglia aprendo gli occhi. Queste caratteristiche possono essere per un breve periodo di tempo mescolate a quelle del precedente stato di sonno. A queste attività si associa l'aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, della pressione arteriosa e del consumo di ossigeno. Il tono muscolare aumenta di intensità e può essere o meno accompagnato da movimenti. È tutta l'attività dell'organismo che si modifica.
Varianti di questi fenomeni, della loro durata e della loro associazione reciproca si possono osservare in funzione dell'età e di alcune patologie.

© 1999, Bollati Boringhieri editore s.r.l.


L'autore
Piero Salzarulo, neuropsichiatra, è professore ordinario di Psicologia generale all'Università di Firenze. Fa parte del comitato scientifico della Società Europea di Ricerca sul Sonno, di cui è stato vicepresidente, e del comitato editoriale del "Journal of Sleep Research". È autore di numerose pubblicazioni scientifiche.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




26 marzo 1999