Gian Luigi Beccaria
Sicuterat
Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti

"La formula 'misteriosa', difficile da decifrare, ha sempre avuto un fascino particolare sull'incolto. Basti pensare alle preghiere in latino, sentite come una sequela di formule magiche, incomprensibili e misteriose."


Questo può essere definito un testo di sociologia del linguaggio, tanto forti ed evidenti sono le implicazioni storico-sociologiche che sorgono da un'attenta analisi dell'uso di termini di derivazione biblico-liturgica nel linguaggio comune, soprattutto di tipo familiare o popolare. Beccaria non prescinde però dalle testimonianze letterarie, non solo della letteratura dialettale (il Belli per il romanesco e il Porta per il milanese), ma vengono spesso citati anche i termini utilizzati ad esempio dal Boccaccio o dal Manzoni che appaiono di evidente derivazione liturgica o ebraica.
Ma forse gli aspetti più stimolanti del lavoro di Beccaria appaiono gli esempi, e le riflessioni su di questi, tratti dal dialetto o dal linguaggio familiare.
"Lo straordinario potere della parola religiosa e del rito in una società quasi totalmente illetterata" è facilmente dimostrabile se, con forti storpiature e anche con mutamenti radicali di ambito semantico, ogni dialetto vede utilizzate in modo costante e generalizzato alcune locuzioni tratte o dalla messa o dalla liturgia religiosa. Non ci sono limiti regionali particolari, ogni località italiana, dal Nord al Sud, dalle isole alle montagne, deriva certe espressioni direttamente dai riti. Infatti la religione fino a pochi anni fa "ha avuto un'influenza enorme sulle masse rurali". Oggi le cose sono molto cambiate e tale mutamento è avvenuto in modo rapido e quasi improvviso: pochi ragazzi oggi capirebbero il significato di certe espressioni familiari ai loro nonni, pochi direbbero di conoscere "come l'avemaria" qualcosa di molto noto, pochi sentirebbero naturale esprimersi attraverso parabole, cosa che invece era tipica del linguaggio contadino fino alla prima metà del Novecento. Se i nomi di Giuda, Barabba o Pilato sono diventati veri e propri sinonimi dei loro comportamenti, ossia vengono utilizzati in sostituzione alle parole "traditore", "brigante" o "pusillanime" ancora oggi, ogni regione italiana ne ha dato particolari e raffinate varianti di senso. Anche la parodia popolare dei fatti sacri, o la trasposizione erotica di alcune espressioni rituali o gli stessi gesti sacerdotali che vengono caricati di significanti laici (le braccia aperte del prete, gli occhi rivolti al cielo, la mano che batte il petto in segno di pentimento, la mano tesa nel gesto di pace...) portano a constatare il peso della tradizione religiosa nel costume e nella società contemporanea.
Certamente si può però concludere che "quando la parola del rito si trasferisce nella parlata corrente, dal sacro passa al quotidiano, dal paludato si fa lessico familiare, allora si colora di venature ludico-scherzose, o di corposa concretezza. Oggi quel passaggio si è interrotto, e molte voci di origine sacra e liturgica tendono a scomparire." Ciò fa riflettere sul nascere di una società priva di radici, che assume modalità di comunicazione solo apparentemente più vaste, in realtà molto meno interclassiste e interculturali.


Sicuterat. Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti di Gian Luigi Beccaria
Pag. 259, L. 32.000 - Edizioni Garzanti (Saggi Blu)
ISBN 88-11-60002-2


Le prime righe

1. DAL LATINO LITURGICO


L'italiano è una lingua farcita di latino. Usiamo nel comune discorso virus, humus, bonus, referendum, facsimile, lavabo, e così via. Molto è passato all'italiano familiare-colloquiale e ai dialetti dal curiale avvocatesco e notarile o dal latino dell'amministrazione giudiziaria. Spesso si tratta anche di lasciti della scuola. L'italiano ottocentesco ne era colmo. Nel Novecento il loro uso è andato man mano scemando. Nel secolo scorso, a Milano (e non solo), apparteneva all'uso dialettale un latinismo come puta (Porta, LXVIII, 2) 'metti, supponi', per puta caso; il dizionario dialettale mantovano dell'Arrivabene (1882) e piacentino del Foresti (1855) ci attestano l'uso di sircum sirca, circumcirca, per 'a un di presso' ("È un'oretta circumcirca, / che con lei girando vo": così già Da Ponte faceva cantare Leporello travestito da don Giovanni, lui servo che il latino non sa ma che travestito da don Giovanni per ingannare donna Elvira deve imitare il linguaggio più elevato del suo signore: Don Giovanni, II, 21). Da secoli venire al quia è in uso nel senso di 'venire al punto, a quel che più importa'. E potremmo piluccare qua e là, a man bassa. Ma prendiamo un testo celebre, le rime del Belli. L'impressione che il Belli ci dà del romanesco dell'Ottocento è quella di un dialetto fortemente intriso di modi latini (in primi, verbo, ecc.), di concrezioni latinesche e curialesche (in verb'articolo 'in materia di', ecc.). In soli tre versi, "Lui stenne justa solito la mano, / ippisi fatto poi la passa sotto, / e llì ssan bruto me je dà un cazzotto" (son. 884), riconosci immediatamente tre prelievi dal latino (juxta solito, ipso facto, ex abrupto). Altre forme latine sono meno evidenti, perché lo stravolgimento è più intenso, per esempio in primi e Antonia, deformazione di "in primis et ante omnia" (son. 235, 408). Anche Porta pescava divertito dal latino di scuola incastonandolo a contrasto parodico nel testo in dialetto: "Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!" (Porta, c, 5).
Ben documentati nell'uso dialettale sino a tutto l'Ottocento (ce lo mostra ancora il testo del Porta) modi del tipo al tandem 'alla conclusione', et quidem 'e per di più, e particolarmente', i quamquam 'i benpensanti' (perché il dotto cominciava generalmente i suoi discorsi ufficiali con questa parola); e quondam (attestato almeno dal sec. XVI), el condam 'il defunto', andare ai quondam, passare ai quondam 'morire', essere nel numero dei quondam.
In Emilia far el quonia(m) significa 'fare lo sciocco, fare l'indiano', in Friuli conia, coni è lo sciocco, o la persona lenta, pigra del salmo CXLVI "Laudate Dominum quoniam bonus est?" (così prov. quoniam 'sciocco, imbecille', cat. tros de quoniam 'stupido, pezzo d'asino').

© 1999, Garzanti Libri s.p.a.


L'autore
Gian Luigi Beccaria (1936) è nato in provincia di Cuneo e vive a Torino. Linguista e critico, è ordinario di Storia della lingua italiana all'Università di Torino. Tra i suoi numerosi saggi si ricordano Ritmo e melodia nella prosa italiana, I linguaggi settoriali, L'autonomia del significante, Letteratura e dialetto, I nomi del mondo, Italiano: antico e nuovo e Le forme della lontananza.



Eric Landowski
La società riflessa

"Passo dopo passo ... si tratta di elaborare la grammatica di una 'lingua' o, se si preferisce, quella di un sistema di significazione, virtuale e ipotetico, ma la cui esistenza teorica deve essere postulata se si vuol rendere conto della intelleggibilità (sia pure parziale e problematica) dei sistemi sociali concreti per coloro che vi si inscrivono."


Una raccolta di saggi fondamentale per comprendere alcuni aspetti della comunicazione strutturata e finalizzata al sociale, nell'ambito del linguaggio che la connota e cogliendo in essa alcune "parole-chiave". L'analisi di Landowski è orientata a dimostrare come non esista alcuna comunicazione che rifletta esattamente e semplicemente la realtà sociale. Nel suo passaggio attraverso i codici della comunicazione, la realtà viene riformulata, rielaborata. "Specularmente, la comunità sociale si dà in spettacolo a sé medesima e, così facendo, si dota delle regole necessarie al proprio gioco." Tutte le forme di comunicazione passano attraverso "mediatori" incaricati di interpretare il pensiero collettivo e di impersonare il pubblico, formando quella che viene generalmente definita l'opinione pubblica e che in realtà è il risultato di un passaggio intermedio creato dai mass media nella loro funzione di manipolatori più che nel ruolo di manipolati. Tuttavia l'opinione pubblica non è immune essa stessa da manipolazioni, e al fine della dimostrazione di questi presupposti, l'autore affronta il rapporto con il potere, il diritto, la politica, la pubblicità. Le variabili ipotizzabili dell'equilibrio tra realtà oggettiva e possibili distorsioni finalizzate a vari scopi sono analizzate al fine di capire quanto la comunicazione sia legata all'azione, sia cioè il codice comune destinato a farci agire in un determinato modo. "Pur se non esiste l'opinione pubblica produce, come figura discorsiva, degli effetti di senso precisi e controllabili nel quadro di un determinato tipo di logos politico, quello degli attuali grandi media... Invocare l'opinione è anzitutto, ed è quasi sempre, tentare di piegare la condotta di qualche altro soggetto, formulando in anticipo, e come per delega, i giudizi dell'attante collettivo testimone." E ciò è valido sia nel discorso politico che in quello del diritto o della pubblicità. È valido in ogni momento comunicativo in cui possa entrare in gioco, si possa citare o far parlare l'opinione pubblica.
Altro termine preso in esame è "generazione", inteso come concetto aggregante di un gruppo sociale contrapposto a un altro in termini di conflitto, o di divisione incolmabile tracciata da un "fossato". La difficoltà sta nell'enunciare i canoni e i limiti di queste generazioni, con "procedure rigorose per la messa in relazione dei dati - vale a dire nella fattispecie, delle unità statistiche di riferimento - e, in particolare, un metodo operativo per la determinazione delle dimensioni semantiche pertinenti". Cioè, semplificando, la difficoltà sta nel capire come vengono "generate" le generazioni, elemento fondante della struttura sociale.
Un testo non facile, ma fondamentale per coloro che in qualche modo devono interagire con l'organizzazione sociale, sia in funzioni pubbliche (come il politico, il professionista del diritto o della pubblicità) che come parte in causa nella gestione e produzione dell'opinione pubblica (come, ad esempio, il giornalista).


La società riflessa. Saggi di sociosemiotica di Eric Landowski
Titolo originale dell'opera: La société réfléchie

Consulenza scientifica di Guido Ferraro
Traduzione di Marcello La Matina e Roberto Pellerey
Revisione della traduzione di Antonio Perri
285 pag., Lit. 42.000 - Edizioni Meltemi (Semiosfera. Collana diretta da Gian Paolo Caprettini e Guido Ferraro)
ISBN 88-86479-57-3


Le prime righe

Identità
Cap. I - L'opinione pubblica e i suoi portavoce

1. Un oggetto semiotico

Al giorno d'oggi ci si imbatte in due tipi di specialisti dell'opinione pubblica. Gli uni si interrogano sulle condizioni della sua esistenza e della sua manifestazione; gli altri rispondono della sua esistenza e si incaricano, per professione, di manifestarla. L'atteggiamento interrogativo, connesso al senso di rigore nell'uso delle nozioni, è beninteso proprio dei sociologi. Come essi stessi riconoscono, "l'incertezza concerne la consistenza stessa del fatto": "L'opinione fa parte dei fenomeni sociali apparentemente evidenti ma che si sottraggono all'analisi non appena questa miri alla esattezza scientifica". Senza dubbio, restrizioni di tal sorta non impediscono di svilupparsi né agli studi sperimentali e neppure ad una teoria delle opinioni, come testimonia allo stesso tempo la proliferazione delle inchieste attraverso sondaggi e lo sviluppo della psicologia sociale. Ma da qui ad una qualunque certezza epistemologica relativamente allo statuto dell'opinione pubblica in quanto fenomeno che assume la pluralità delle opinioni singolari, resta da compiere un passo del quale nessun "uomo di scienza" misconosce l'importanza. Meglio stanno, da questo punto di vista, gli "uomini di stampa" e, all'occorrenza, gli uomini politici: dotati di un misterioso "senso innato dell'opinione pubblica", essi sfuggono per parte loro ad ogni incertezza: l'Opinione parla per bocca loro. Volendo schematizzare, abbiamo a che fare da una parte con un insieme di pratiche oggettivanti, pervase dalla preoccupazione della scientificità e fondate su strumenti altamente sofisticati (tecniche di campionamento, analisi fattoriali o multivariate, segmentazione, tipologia, ecc.) e, dall'altra parte, trattandosi di esegeti "innati", abbiamo a che fare con un atteggiamento generale di divinazione che presuppone al contrario un contatto diretto tra l'Opinione - concepita stavolta (secondo lo storico della lingua francese Ferdinand Brunot) come una "sorta di persona" - e i suoi oracoli o i suoi portavoce.
A dispetto della loro eterogeneità, queste due "scuole" intrattengono relazioni strette: mentre la scelta dei temi di studio e delle problematiche proprie degli istituti di sondaggio dipende da parte sua dalla "domanda sociale" emessa dagli organi di stampa e dai partiti politici, di contro il discorso divinatorio dei portavoce - giornalisti e uomini politici - è esso stesso posto alle dipendenze del discorso "scientifico" degli istituti di sondaggio, visto che gli "indovini" cercano naturalmente di assicurarsi, nella misura del possibile, la garanzia della scienza sociale.

© 1999, Meltemi editore


L'autore
Eric Landowski è direttore di ricerca al CNRS (Fondazione nazionale di scienze politiche), è redattore capo della Revue internationale de sémiotique juridique, e dirige il Centro di Ricerca di Socio-semiotica di San Paolo del Brasile. Insieme a A. J. Greimas, di cui è uno dei più stretti collaboratori, ha pubblicato: Introduction à l'analyse du discours en sciences sociales.



Iain Pears
la Quarta verità

"Poiché mi è stata inviata questa sorta di resoconto del papista Marco da Cola, ritengo di dover fare qualche osservazione, per non incorrere nel rischio che altri, trovandosi fra le mani questi sgorbi ingiuriosi, credano a quanto costui asserisce."


Un titolo molto efficace per introdurre alla storia, composta, appunto di quattro verità. Più esattamente quattro verità su un delitto, quattro verità sulla società inglese della seconda metà del Seicento, quattro verità sul pensiero filosofico-scientifico e morale che creava quel fermento intellettuale da cui uscivano personaggi come il fisico Robert Boyle, il filosofo John Locke, l'architetto Christopher Wren, il medico Richard Lower, pioniere della trasfusione di sangue... Quattro modalità differenti per analizzare la medesima vicenda, l'omicidio di Robert Grove, ecclesiastico e docente del New College, che non sempre celano la malafede, ma più semplicemente possono testimoniare ottiche diverse sulla vita, le persone e i fatti, alla maniera pirandelliana di Così è (se vi pare). Sullo sfondo il grande dibattito culturale dell'epoca, rappresentato dallo scontro tra le posizioni conservatrici e i principi teologici da un lato e la scienza sperimentale, proprio in quell'epoca assurta a un ruolo di maggior centralità, dall'altro. Un mondo declinato al maschile (direi decisamente misogino) nel quale il colpevole cui accollare il delitto è facilmente una donna, carina, giovane, maliziosa, ex domestica nella casa del reverendo ucciso: Sarah, una strega da bruciare. La ragazza non si salverà dalla condanna a morte, ma non tutti saranno convinti della sua colpevolezza. Quattro verità, appunto, che emergono nella storia. Marco da Cola, veneziano ambizioso e medico dilettante, capitato casualmente in questo ambiente, racconterà la sua versione dei fatti, seguita poi da quella di Jack Prescott, studente un po' vigliacco, da John Wallis, matematico che detesta i precedenti narratori e, infine, dal colto Antony Wood, studioso dell'antichità.
Molte le descrizioni di luoghi, di costumi, i dettagli che ricreano l'ambiente e immergono il lettore in un'epoca e in una località lontani. Forse (ed è un dibattito in corso proprio in questi giorni, si veda "Il romanzo veste lungo", articolo di Mirella Appiotti apparso su Tuttolibri n. 1151) la lunghezza della narrazione in alcuni punti va a discapito della qualità del testo, ma può essere una valutazione del tutto soggettiva, perché comunque si tratta di un thriller filosofico complesso che richiede, per lo svolgersi totale delle vicende raccontate, una certa "vastità" e l'approfondimento dettagliato di molte vicende.


la Quarta verità di Iain Pears
Titolo originale dell'opera: An Instance of the Fingerpost

Traduzione dall'inglese di: Richard Ambrosini e Alfredo Tutino
764 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Longanesi & C. (La Gaja Scienza n. 570)
ISBN 88-304-1507-3


Le prime righe

1


Marco da Cola, gentiluomo di Venezia, presenta i suoi rispettosi ossequi. È mio desiderio narrare del viaggio che feci in Inghilterra nell'anno 1663, degli avvenimenti di cui fui testimone e delle persone che conobbi; argomenti, spero, non indegni dell'attenzione di quanti osservano con interesse le bizzarrie del mondo. Al tempo stesso, intendo con questo mio resoconto smascherare le menzogne propalate da coloro che annoveravo un tempo, erroneamente, fra i miei amici. Non ho certo l'intenzione di scrivere una verbosa giustificazione del mio comportamento né di raccontare in dettaglio gli inganni e i raggiri con cui mi è stata sottratta la fama che mi sarebbe spettata di diritto. Il mio resoconto, credo, parlerà da sé.
Molte cose ometterò, tuttavia nulla di significativo. Una gran parte della mia visita in quel Paese fu interessante per me solo e non troverà menzione alcuna in queste pagine. Molti degli individui che incontrai, d'altronde, erano persone di ben scarsa importanza. Coloro che in tempi successivi mi fecero del male li descrivo così come mi accadde di conoscerli allora, e prego quindi l'eventuale lettore di tenere a mente che, quantunque non fossi più un giovinetto imberbe, ero tutt'altro che esperto nelle cose del mondo. Se ciò che narro dovesse apparire sciocco e troppo ingenuo, dovrete concludere che tale era quel giovane di tanti anni fa. Non tornerò a ritoccare il ritratto ormai concluso, aggiungendovi nuovi strati di colore o vernici per coprire i miei errori o le manchevolezze del disegno. Mi asterrò dal lanciare accuse ed eviterò di abbandonarmi a polemiche contro altre persone; piuttosto, racconterò semplicemente quel che accadde, confidando che ciò sia più che sufficiente.

Mio padre, Giovanni da Cola, era mercante e negli ultimi anni della sua vita si occupò dell'importazione di merci pregiate in Inghilterra, Paese che, per quanto estraneo a ogni raffinatezza, stava tuttavia cominciando a riprendersi dagli effetti della rivoluzione. Mio padre aveva avuto l'accortezza di capire, pur da lontano, che il ritorno di re Carlo II avrebbe offerto una rinnovata possibilità di facili e pingui profitti e, battendo sul tempo i commercianti meno audaci, s'installò a Londra, così da poter rifornire gli inglesi più abbienti di quei lussi che gli zeloti puritani avevano per tanti anni osteggiato. I suoi affari andavano a gonfie vele: a Londra disponeva di un valido collaboratore in Giovanni di Pietro, ed era inoltre entrato in società con un mercante inglese, con cui si spartiva i profitti. Come ebbe a dirmi una volta, era un accordo equo: John Manston era malfido e disonesto, ma conosceva i gusti degli inglesi meglio di chiunque altro. E poi, soprattutto, poiché gli inglesi avevano emanato una legge che impediva alle merci di giungere nei loro porti a bordo d'imbarcazioni straniere, Manston rappresentava un buon mezzo per aggirare tale ostacolo. Finché sul posto fosse rimasto Giovanni di Pietro, che teneva gli occhi bene aperti sui conti, mio padre era certo di non correre grandi rischi di essere raggirato.

© 1999, Longanesi & C.


L'autore
Iain Pears è nato nel 1955 e vive a Oxford. Ha lavorato come giornalista, storico dell'arte e consulente televisivo. Ha pubblicato sei romanzi polizieschi, un libro di storia dell'arte e innumerevoli articoli di argomento artistico e storico. Con questo romanzo ha raggiunto il successo internazionale, di pubblico e di critica.



Jan Jacob Slauerhoff
La rivolta di Guadalajara

"I genitori di Tarabana erano tra i più poveri della città, ma avevano avuto la fortuna di avere un solo figlio, e per di più maschio. Per questa rara scarsità di discendenza - quasi tutti avevano dieci figli o più - ringraziavano spesso gli dèi e i santi."


Siamo nel Messico povero e umile dell'inizio del secolo dove un popolo ignorante, un po' anarchico e molto bistrattato, combatte quotidianamente per la propria sopravvivenza. Tra i tanti miseri insediamenti di questo Paese si trova una cittadina estremamente isolata, limitata e depressa: Guadalajara. "Guadalajara non contava niente. Era così lontana dal mondo, che poteva tranquillamente continuare a rimanere arretrata, sonnolenta e reazionaria." Ma poteva anche dimostrarsi un luogo ideale per proteggere la rivoluzione e i rivoluzionari, proprio per la sua lontananza dai luoghi strategici del potere, per il suo isolamento. Un isolamento che aveva portato con sé credenze e usi particolari, accompagnati da una religiosità popolare il cui principale fine era l'attesa di un nuovo Messia, un Salvatore che si sarebbe presentato proprio lì. Poco più di una leggenda e poco meno di una profezia, fin quando... un Messia arriva davvero. In realtà si tratta di un vetraio ambulante (El Vidriero) con una complessa e travagliata vicenda personale alle spalle, ma per gli abitanti del luogo l'immagine, la figura, i colori di questo sconosciuto si trasformano in quelli a lungo immaginati di un Redentore tanto atteso e finalmente giunto. Ad accoglierlo alcuni esagitati, due proprietari terrieri, un popolo frustrato e credulone, un parroco indio (Tarabana) figlio unico di una misera famiglia contadina, alla ricerca di una affermazione, seppur minima, del proprio valore, del senso della propria esistenza. Da qui verso il fanatismo e la rivoluzione (una rivoluzione scalcagnata e disorganizzata) il passo è breve. Trasformare un Messia in un leader popolare può essere facile, ma sostenere questo ruolo fino in fondo è un'altra cosa, specie se l'uomo "eletto" in realtà non vorrebbe null'altro che pace e serenità e un luogo dove vivere abbandonando l'esistenza errabonda e peregrina fin lì sostenuta. Senza eccessivi drammi e senza troppo clamore, la rivoluzione si "sgonfierà", implodendo e lasciando curiosamente i rivoluzionari (quelli veri, politicamente organizzati) d'accordo con il governo borghese al potere.
Una interessante postfazione di Cees Nooteboom, arricchisce il romanzo di un apparato storico-critico molto utile a comprendere meglio l'opera di Slauerhoff, autore celebre all'estero (un vero "classico" della letteratura olandese), ma ancora poco conosciuto in Italia e dunque bisognoso di una presentazione che lo introduca meglio al lettore italiano.


La rivolta di Guadalajara di Jan Jacob Slauerhoff
Titolo originale dell'opera: De opstand van Guadalajara

Traduzione dal neerlandese di Fulvio Ferrari
139 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-078-4


Le prime righe

I


A volte, sulle rive di un mare non solcato da navi, ai piedi di montagne disabitate e brulle o in mezzo a una pianura riarsa e inaridita, là dove a stento ci si aspetterebbe di trovare un villaggio o qualche isolato casolare, si erge una città. La ragione della sua esistenza, una ricca miniera, un porto sicuro, è da tempo svanita, ma la città è rimasta lì, gli abitanti si riproducono, non c'è più alcun nuovo apporto di sangue e ricchezze dall'esterno, la popolazione degenera e impoverisce, e con essa anche la gente antica della regione intorno. Il mondo fuori non le impedisce la sua misera esistenza e la lascia in pace: è inoffensiva.
Solo per il viaggiatore solitario, di passaggio verso terre migliori, la città può rappresentare un pericolo. Stanco del lungo cammino, vedendosela d'un tratto davanti in mezzo a quella desolazione, viene preso dal desiderio di riposo. La città di erge sulla costa, ai piedi delle montagne o nella pianura come uno scoglio difficile da evitare. Se egli si avventura troppo nelle sue vicinanze, tutta la speranza, tutto il desiderio di una vita nuova, di un destino migliore che, come in ogni mortale, è vivo anche nell'animo degli abitanti di quella città e di quella pianura, gli si riversa addosso. Lui non se ne accorge: la sensazione che prova la scambia per un'opprimente stanchezza dovuta al lungo viaggio, e decide di fermarsi qualche giorno nella pianura, o nella città, per recuperare le forze. Certo, si sente afferrare dall'angoscia alla vista dei volti affamati e avidi della gente del luogo che si levano verso di lui quando cammina per i vicoli e le vie, e in una piazza senza sole esita sulla strada da prendere, e sui quei volti pallidi, su quelle membra flaccide legge una lunga storia di matrimoni tra consanguinei. Malgrado la stanchezza, allora, accelera man mano il passo e, se ha fortuna e il suo senso d'orientamento non lo tradisce, riesce a venirne fuori, e un'ora più tardi si ritrova all'altro capo, davanti alla stessa pianura che ora gli appare sconfinata, facile da percorrere, perfino allettante da attraversare. E se, madido di sudore, è tanto fortunato da potersi bagnare in un ruscello e lavarsi di dosso la stanchezza e il contatto con la città, è salvo.
Ma a volte il desiderio di qualcosa di diverso, di qualcuno che venga d'altrove, chiunque egli sia, che possa spezzare l'inerzia della loro esistenza è talmente forte, che gli abitanti gli si affollano intorno, o addirittura gli vanno incontro fuori città, ed egli si lascia andare alla sensazione, così gradevole al viandante, al viaggiatore di grandi distanze, di essere il benvenuto. Allora è perduto.

© 1999, Iperborea


L'autore
Jan Jacob Slauerhoff (1898-1936), poeta e narratore, è un grande classico della letteratura olandese. Studia medicina e viaggia come medico di bordo fra l'Europa, le Indie Olandesi, il Giappone, la Cina, il Sudafrica e il Sudamerica. In Italia è stato già pubblicato Schiuma e cenere.



Boris Vian
Tutti i morti hanno la stessa pelle

"Non è molto facile per un Bianco procurarsi nel quartiere quel che cercavo. Ma non per niente ero buttafuori da cinque anni e conoscevo i posti. Non erano poi così rari i Bianchi che volevano cambiar pelle."


Dan è buttafuori in un locale frequentato da bianchi, apparentemente anche lui lo è, ma in realtà è un "mezzosangue", anche se tutta la sua vita è stata segnata dal tentativo di farlo dimenticare non solo agli altri, ma anche a se stesso. Ha una bella moglie bianca, un figlio, un appartamento e un lavoro che consiste nel prendere a pugni gli ubriachi e i disturbatori. Inizialmente il lavoro lo divertiva, anche perché gli forniva ragazze facili con cui, senza sentirsi in colpa, poteva vivere momenti molto piacevoli, ma ora era piuttosto stanco di quelle scene che si ripetevano con assurda monotonia. A rompere questa routine di pugni e belle ragazze, oltre che di ménage familiare pieno di amore e calore, è l'arrivo imprevisto del fratello Richard. Nero in modo inequivocabile, avrebbe mandato all'aria anni di fatica di Dan dedicati a farsi considerare da tutti, e per prima dalla moglie, come un bianco: lasciapassare questo per la felicità e la stima pubblica. Quel fratello in un momento poteva rovinargli la vita, poteva relegarlo nell'inferno dei neri, degli emarginati e soprattutto poteva fargli perdere la moglie e il figlio. Quando poi Dan inizia a scoprire come il riemergere del suo sangue negro gli condizioni addirittura le reazioni fisiche (riesce ad avere rapporti sessuali solo con ragazze di colore, mentre con la moglie o con altre bianche invece diventa impotente), il piano omicida comincia a farsi strada. Non gli resta che uccidere quel fratello ricattatore e maledetto, uccidendo così anche il negro che c'è in lui. Il delitto, che credeva perfetto, è compiuto, ma è ben presto scoperto: il libro si chiude però in un modo imprevedibile che, per rispetto del lettore, non verrà qui rivelato.
Questo romanzo di Boris Vian, così come il già noto Sputerò sulle vostre tombe ci offre un quadro di vita prevalentemente notturna, scandita da grandi bevute e avventure passeggere, da risse e violenze quotidiane che portano ad una particolare "normalità" e ad una "quotidianità" tipica di un'umanità che trascorre la notte in locali dalla dubbia fama e con compagni d'altrettanto dubbia moralità. Il linguaggio è duro, le immagini nette, senza alcuna concessione al sentimento, i tempi di narrazione incalzanti, le implicazioni psicologiche che guidano gli eventi assolutamente esplicitate. Così come nella raccolta di racconti Blues per un gatto nero, in cui il linguaggio è stravolto e la crudeltà appare spesso gratuita, così in questo ultimo romanzo proposto ai lettori nella bella traduzione di Giulia Colace, il protagonista è un perdente e questa condizione appare chiara fin dalle prime righe, in cui Dan narra di sé in prima persona. L'uso del corsivo in alcuni capitoli invece propone la narrazione in terza persona: è come il coro che guarda, prendendo le distanze, una vicenda che sta rapidamente correndo verso la sua tragica conclusione.
Boris Vian ha numerosi ammiratori in Italia, è un autore-culto per molti, e sicuramente merita un posto di rilievo tra gli autori di genere della prima metà del secolo.


Tutti i morti hanno la stessa pelle di Boris Vian
Titolo originale: Les morts ont tous la même peau

Traduzione di Giulia Colace
Pag. 143, Lire 20.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti n. 62)
ISBN 88-7168-238-6


Le prime righe

I.

Non c'erano molti clienti, quella sera, e l'orchestra suonava moscio, come sempre in quei casi. Per me faceva lo stesso. Meno ne venivano, meglio era. Avere tutte le sere una mezza dozzina di tipi da sbatter fuori più o meno elegantemente, alla lunga finiva per diventare faticoso. All'inizio, mi piaceva.
Mi piaceva: godevo a riempirli di botte, quei porconi. Ma dopo cinque anni di quello sport cominciavo ad averne abbastanza. Cinque anni passati senza che nessuno sospettasse, dico nessuno, che un sangue misto, un uomo di colore, gli spaccasse la faccia tutte le sere. Sì, all'inizio m'eccitava. E le donne, quelle schifezze piene di whisky. Le schiaffavo in macchina con i loro stracci e le budella piene d'alcool. Tutte le sere, tutte le settimane. Per cinque anni.
Nick mi pagava molto bene per quel lavoro, perché ero di bella presenza e sapevo dargli il benservito senza storie e senza scandali. Mi facevo cento dollari a settimana.
Se ne stavano tutti belli calmi. Ce n'erano sì due, nell'angolo, che facevano chiasso. Niente di grave. Neanche quelli al piano di sopra si muovevano un granché. Jim sonnecchiava dietro il banco.
Di sopra, da Nick, si giocava. Gioco d'azzardo, ovviamente. Volendo, si potevano anche trovare delle ragazze. E si beveva, ma non a tutti era permesso salire.
I due nell'angolo, un tipo magro e una bionda smorta, si stavano alzando per ballare. Fintanto che erano solo in due, non c'erano molti rischi. Il peggio era che si spaccassero il muso sbattendo contro i tavoli; io li avrei fatti gentilmente risedere al loro.
Mi stiracchiavo. Jim sonnecchiava sempre più e i tre musicisti se la prendevano comoda. Meccanicamente, lisciai con la mano il risvolto dello smoking.
Non mi piaceva più tanto spaccargli il muso, ecco tutto. Mi c'ero abituato. Ero un bianco.

© 1999, Marcos y Marcos


L'autore
Boris Vian nacque nel marzo 1920. Fu ingegnere, traduttore, trombettista jazz, cantautore (compose 500 canzoni, fra cui la celebre Il disertore) e direttore artistico di un'etichetta discografica. Amico di Duchamp, Queneau, Merleau-Ponty, Miles Davis, Duke Ellington (padrino di sua figlia), animò la vita notturna parigina con happening a suon di jazz e cabaret, e fondò assieme al fratello e ad altri amici due locali divenuti leggendari. Morì a Parigi la mattina del 23 giugno 1959, proprio durante un'anteprima del film tratto da Sputerò sulle vostre tombe. Fra i suoi libri, La schiuma dei giorni e Sputerò sulle vostre tombe, Lo strappacuore e Il lupo mannaro.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




19 marzo 1999