Meir Shalev
Per amore di una donna

"Lo vedi, Zayde, così sei dentro il tempo. Se ti si comprasse un orologio, ti ritroveresti solo accanto a esso."


Il libro è cadenzato da quattro cene che si svolgono a casa di Yaakovi, uno dei tre padri di Zayde, protagonista del romanzo e narratore di una vicenda che, sotto molti travestimenti quasi fiabeschi, racconta la semplice epopea di una comunità di ebrei nello Stato d'Israele.
Quattro cene: la prima avviene quando Zayde ha dodici anni ed è orfano di madre da poco tempo. La narrazione rievoca le vite dei tre uomini che potrebbero essere, tutti con identiche probabilità, il padre di quel ragazzo, ci racconta chi sono, le loro personalità, le vicende che hanno segnato le loro esistenze.
Nella seconda si parla dell'arrivo di Yehudit, la madre, e di quali emozioni sia stata artefice nei cuori degli uomini che l'ameranno.
La terza cena si svolge quando Zayde ha più di trent'anni e Yaakovi più di settanta, ma i laboriosi preparativi e le ricche portate che l'anziano padre offre al figlio sono sempre testimonianza d'amore in quanto la cucina e il cibo non sono "il fine ultimo", ma un semplice mezzo, un tramite per i sentimenti, le emozioni, i ricordi, le nostalgie. Questi capitoli parlano della notte in cui Yehudit scelse di avere tre padri per il figlio che avrebbe concepito, la notte in cui giacque con Moshe Rabinovich, il contadino, con Globerman, il mercante e con Yaakov Scheinfeld, il poetico allevatore di canarini, la notte che per lei significò la fine dei tormentosi incubi che popolavano i suoi sonni e delle grida terribili che dormendo levava, richiamo per una figlia che le era stata strappata dal padre e portata per sempre lontano. Il nome che la madre dà al bambino nato da tre padri è propiziatorio: Zayde significa Nonno, e l'Angelo della Morte quando si troverà davanti a un bambino che si chiama "Nonno" se ne andrà disorientato. I tre padri ameranno quel figlio e gli daranno, ciascuno per le sue possibilità e competenze, in modo omogeneo, il loro contributo di affetto, educazione e doni. Così viene rievocata la prima infanzia di un figlio tanto amato da una madre e da tre padri diversi.
La quarta cena invece avviene poche settimane dopo la morte di Yaakov, il poeta, il sognatore. Il vecchio Yaakov Scheinfeld aveva già acquistato tutto ciò che sarebbe servito per allestirla e aveva lasciato anche una lettera al figlio con le istruzioni per la preparazione. Zayde, trasformatosi con amore e dolore per qualche ora in cuoco, seguite con attenzione le indicazioni paterne, si siede alla tavola imbandita e riprende il filo dei ricordi e della narrazione. Entra così in scena Salvatore, un italiano sfuggito alla prigionia e rifugiatosi da Yaakov e in poche ore trasformato in "aiutante ebreo che rispondeva al nome di Yehoshua Ber" dal buon cuore del suo nuovo padrone. Il nome del giovane evaso italiano (il primo da cui si sentì parlare d'amore tra uomini) viene trasformato in Yishua e il suo ruolo in quello di consigliere fidato, di cuoco straordinario, di maestro di tango e di uomo di fiducia del romantico allevatore di canarini.
Gli ultimi capitoli del libro sono davvero un inno all'amore, l'amore per una donna, una donna che ha una forte coscienza di se stessa e di ciò che vuole, di ciò che gli altri desiderano da lei, e di ciò che lei vuole dare agli altri: confini netti che diventano invalicabili e che tutti arriveranno a rispettare.
Il libro si chiude con la morte di Yehudit, colpita dal crollo di un albero appesantito dalla neve. Così, nel silenzio e tra le grida degli altri, di tutti quelli che l'avevano amata, si chiude la bella storia, la fiaba vera di una donna, dei suoi tre mariti, di un unico amore che ha generato un figlio, di un villaggio, di un popolo e delle sue straordinarie tradizioni.
Dice Meir Shalev del popolo ebreo: "Non abbiamo eretto piramidi o palazzi, abbiamo solo fatto costruzioni di parole" perché potessero essere portate ovunque da un popolo in perenne fuga. Ma proprio le parole, il raccontare sono il miracolo di questo autore, che viene considerato tra i grandi della letteratura ebraica contemporanea insieme a Abraham Yehoshua, David Grosman e Amos Oz. E giustamente ha detto di lui, e della sua arte, Furio Colombo in una recente recensione su la Repubblica: "Una voglia di raccontare che sembra una piena di primavera, un furore di adolescenza, che ha la misura della musica e comunica una felicità quasi fisica".


Per amore di una donna di Meir Shalev
Titolo originale: K-Yamin Echadim

Traduzione di Elena Loewenthal
Pag. 409, Lire 32.000 - Edizioni Frassinelli (Narrativa)
ISBN 88-7684-553-4

le prime pagine
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1
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Nelle giornate più calde, dai muri di casa mia trasuda un odore tiepido di latte. Le pareti sono intonacate e rivestite di calce, il pavimento è piastrellato, eppure dai pori del muro e attraverso le giunture delle mattonelle l'odore passa, persiste, invadente come il traspirare di un antico amore.
Tanto tempo fa la mia casa era una stalla. Ci abitavano un cavallo, un'asina e alcune mucche da latte. Aveva una porta di legno piuttosto larga con un catenaccio di ferro che l'attraversava, delle mangiatoie di cemento, dei gioghi, secchi, bidoni e sgabelli per la mungitura.
Una donna abitava nella stalla, ci lavorava e ci dormiva, ci sognava e piangeva. Su un giaciglio di sacchi qui generò suo figlio.
Le colombe passeggiavano sulla cima del tetto, negli angoli più appartati le rondini s'affaccendavano intorno ai loro nidi di fango, quel frullo delle ali è così bello che lo sento ancora adesso, e mentre lo sento mi distende i tratti del viso, lasciando scomparire le rughe dell'età e della rabbia con il solo affiorare alla memoria.
La mattina il sole inondava di luce le finestrelle e indorava il pulviscolo che vibrava nell'aria. Gocce di rugiada imperlavano i coperchi dei bidoni e sulle balle di paglia i topolini passavano rapidi come fulmini grigi.
L'asina, mi raccontava mia madre attingendo ai ricordi che sceglieva di serbare in me, era tanto indomabile quanto furba, mollava calci persino quando dormiva, e a tentare di salirle in groppa, caro Zayde, galoppava sino alla porta, si piegava per passare sotto la sbarra del chiavistello, e se non facevi in tempo a saltare giù, Zayde, mein kind, ti prendevi addosso la sbarra e cascavi per terra. Anche rubare l'orzo al cavallo era una specialità dell'asina, nonché ridere fragorosamente e bussare con lo zoccolo sulla porta di casa per ottenere una caramella.
Un immenso eucalipto svettava nel cortile, la chioma ampia, profumata e perennemente frusciante. Nessuno sapeva chi l'avesse piantato, o quale vento ne avesse portato il seme. Più grande e più vecchio di tutti i suoi fratelli boschivi era l'eucalipto del cortile, che stava lì ad aspettare ancora prima che il villaggio fosse fondato. Più di una volta lo scalai, perché i corvi nidificavano sui rami più alti e già a quell'epoca mi interessavano le loro abitudini.
Mia madre è ormai morta e l'albero è stato tagliato tempo fa, la stalla è diventata una casa, mentre i corvi vanno e vengono, tornano alla polvere e sbucano dalle uova. E tuttavia, quei corvi, quelle storie, la stalla e l'eucalipto - sono le àncore, indelebili immagini della mia vita.
L'albero era alto una ventina di metri, con un nido di corvi quasi in cima, e nel folto dei rami più bassi si vedevano i resti della "casa di Tarzan" dei bambini arrampicatisi qui ancora prima che io nascessi.
Nelle vecchie foto aeree dell'aviazione inglese e nelle storie della gente del posto, esso appare inconfondibile, mentre oggi non ne resta altro che un ceppo sproporzionato, con la data del taglio incisa sopra come fosse una morte su una lapide: 10 febbraio 1950. Moshe Rabinovich, nel cui cortile di casa sono crecsiuto e nella cui stalla abito, l'uomo che mi ha dato il nome e mi ha lasciato in eredità la sua fattoria, tornato dal funerale di mia madre affilò la sua grande ascia e mise a morte l'albero.

2
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Per tre giorni interi Rabinovich continuò a tagliare.
Per un'infinità di volte l'accetta si alzò e ridiscese. L'uomo tagliava, gemeva e brandiva, sospirava e colpiva. Era basso, taciturno e corpulento, Rabinovich, con delle mani tozze. Ancora adesso, che è vecchio, la gente del paese lo chiama "Rabinovich la bestia", per via della sua forza e della pazienza, e la terza generazione di figli gioca con lui all'"orso pauroso": con una mano lui tiene le braccine di tre bambini, e loro strillano e ridono, ma senza mai riuscire a liberarsi dalla stretta.
Trucioli e sospiri abitavano l'aria, lacrime e sudore colavano, fiocchi di neve svolazzavano tutt'intorno, e malgrado le immancabili divergenze d'opinione intorno ai ricordi di un tempo passato - al nostro villaggio tutti concordano sul fatto che di vendetta si trattò. Lo sanno persino i bambini:

Ci vollero a Rabinovich una dozzina di asciugamani per tergersi la nuca e il volto.
Otto manici ruppe e sostituì.
Ventiquattro litri d'acuqa e sei teiere si scolò.
Ogni mezz'ora affilava la lama dell'ascia con la pietra e con una lima d'acciaio.
Dieci pagnotte ripiene di salsiccia divorò, oltre a una cassa d'arance.

A denti stretti, le dieci dita avvinghiate all'arma, il suo respiro lamentoso alitò nel freddo, sinché si udì il cigolio che preannunciava il grande crollo, accompagnato dal sospiro sonoro della folla, simile al mormorio che si levava al centro sociale quando si spegnevano le luci, ma più forte e più spaventato.
E poi grida di sconcerto e scalpiccio di passi in fuga e poi il rumore della morte, per il quale non c'è metafora che tenga e allora tanto vale raccontarlo così com'è: il frastuono della caduta e morte di un albero immenso, che chi l'ha mai sentito non se lo scorda più per tutta la vita - lo scricchiolio, il tonfo, lo schianto al suolo.
Nulla a che vedere con i suoni di una morte umana, ma in fondo anche quelli della vita dell'uno e dell'altro sono suoni affatto diversi, e silenzi diversi lasciano dietro di sé, quando non ci sono più.
Quello dell'albero mozzato è un silenzio che sa di sipario oscuro, ben presto squarciato dagli schiamazzi della gente, dagli aliti taglienti di vento, dai versi degli uccelli e del bestiame. Mentre il silenzio che avvolse il mondo alla morte di mia madre era sottile e limpido, dal nucleo cristallino, indelebile.
Eccolo, eccomi, fuori dalla frenesia che ci circonda. Quel silenzio non aggredisce, e nessuno se ne sente parte.


© 1999, Edizioni Frassinelli

biografia dell'autore
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Meir Shalev è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea. Discende da una famiglia nobile; padre di due figli, dopo un'esperienza come conduttore televisivo fra gli anni Settanta e Ottanta, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. Ha già pubblicato libri per l'infanzia, una raccolta di saggi e vari romanzi, diventati best-seller internazionali.


A cura di Grazia Casagrande


19 marzo 1999