Giorgio Manganelli
De America
Saggi e divagazioni sulla cultura statunitense

"Il 'modo di vivere' americano si appoggia ad una struttura civile singolarissima in tutta la storia umana: condizione che non può non illuminare forme di inaudita tensione tragica. Per essere intesa, dunque, la cultura americana non vuole né benevolenza, né sufficienza: ma una severa simpatia per il suo compito specifico."


Dotato di una scrittura brillante e personalissima, Giorgio Manganelli ha la capacità di consentire ad ogni lettore comprensione e interesse anche per tematiche sicuramente complesse e forse giudicate da molti solo "da specialisti". Proprio per questo la raccolta, compiuta con intelligenza da Luca Scarlini, di brevi saggi, trascrizioni di trasmissioni radiofoniche, recensioni, articoli giornalistici, e altro materiale anche inedito, offre grande interesse e molte suggestioni critiche, ancora oggi attualissime, pur essendo alcune pagine scritte da oltre trent'anni.
Chiare le simpatie e le antipatie verso scrittori noti o notissimi: divertentissime le pagine su Martin Eden, romanzo dell'adolescenza, furbamente studiato per la fascinazione dei giovani aspiranti geni, americano nella ricerca del successo e nel rimorso una volta conquistatolo.
Ma sono le pagine su Ambrose Bierce quelle che paiono mettere in piena luce l'intelligente verve critica di Manganelli. La sua definizione di Devil's Dictionary è davvero esemplare: "una gemma lutulenta della provincia americana tra Ottocento e Novecento". E forse questo scrittore dotato di una "sofferenza cruda e non sottile" e di una "onestà repressa e un poco viziosa che è il fascino segreto e perverso del moralista", ben rappresenta l'esigenza di divertimento, originalità, lucida intelligenza di Manganelli lettore e critico. Studioso della letteratura inglese americana, osservatore di queste due società, riesce a cogliere la presunzione europea dell'una e la tenace e contraddittoria sofferenza davanti al proprio benessere dell'altra. Così è anche uno dei primi critici a guardare con interesse ad alcuni generi considerati dai più meno degni di analisi: l'horror, il giallo, la letteratura fantastica in generale. Anche nell'attenzione per la letteratura ebraico-americana e la scoperta di sue peculiarità rispetto al resto della produzione statunitense mostrò doti di innovatore e di intellettuale culturalmente libero.
L'approccio alle opere di Nabokov e di Salinger, al loro successo e alle polemiche censorie da loro suscitate, è altrettanto stimolante. Lolita è un romanzo "irrimediabilmente passionale" e il suo autore è un "letterato sottile e di onesta malizia, mistificatore leale, amante delle situazioni estreme e rovinose, ma riluttante al tragico esplicito"; La vera vita di Sebastiano Knight, opera di Nabokov del 1941, viene definita "un caso esemplare di 'letteratura': nome di privilegiata infamia, che designa atti inutili, anche viziosi, di arbitraria, provocatoria libertà". Così per Salinger e il suo The Catcher in the Rye: Holden è "una figura collettiva", "è un mito" "una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva" e il fascino del libro "è appunto in questa costante ambiguità e duplicità di sensi". E Salinger è un "mistificatore tragico" che possiede il dono di "costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame".
Analisi critiche piene di improvvise intuizioni geniali, sempre caratterizzate dalla soggettività del giudizio e dall'arbitrarietà dichiarata dello stesso. Una raccolta di saggi da leggere con attenzione perché capaci di fornire delle chiavi di lettura originali, dei suggerimenti e dei consigli spregiudicati, ma soprattutto una rara e intelligente varietà di interessi e sollecitazioni.


De America. Saggi e divagazioni sulla cultura statunitense di Giorgio Manganelli, a cura di Luca Scarlini
Pag. 154, Lire 22.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Le Sorgenti n.1)
ISBN 88-7168-245-9


Le prime righe

Storia del romanzo americano


Pubblicato in "Il Gatto selvatico", febbraio 1956.

La storia del romanzo americano è una sola cosa con la storia della "gioia di raccontare", e, naturalmente, della gioia di stare ad ascoltare; e il gusto per il romanzo, per il lungo racconto, è qualcosa di caratteristico del nostro secolo e di quello che l'ha preceduto, un elemento non meno importante, per capire la nostra civiltà, delle scoperte scientifiche e dell'organizzazione sociale.
Da un secolo e mezzo a questa parte si sono differenziate diverse civiltà dello scrivere e dello stare ad ascoltare: noi oggi riconosciamo una gioia di raccontare inglese, prolissa, intricata, talora un poco macabra, amante dell'umorismo, che sa di lunghi indugi accanto a grandi camini, di poderosi boccali di birra, di una tecnica della convivenza perfezionata in lunghe serate in lotta contro il freddo, il sonno, la solitudine; c'è il discorso astratto, inquietante, problematico degli scrittori russi; c'è lo spirito terrestre, laico, realistico e patetico della grande tradizione francese, che ci reca documento di una civiltà lieta e orgogliosa di sé, e attenta ai propri problemi ed alle proprie inquietudini: fra tutte queste, e altre ancora, la gioia di raccontare americana fu una delle ultime a venire al mondo, e fin da principio portò nel circolo dei forbiti parlatori un impeto affascinante e sregolato, esperienze affatto inedite, veramente quello che diciamo un nuovo mondo.
Incominciò quella letteratura con un nome che ancor oggi è caro ai ragazzi: Fenimore Cooper, scopritore del formidabile, inesauribile deposito dell'avventuroso West: pellirosse, lotte nelle praterie, la lenta e continua avanzata verso il Pacifico: ma Fenimore ha ancora la struttura intellettuale del gentiluomo inglese; e in lui basterà notare la novità della materia, di per sé impetuosa e fantastica, che in lui, scrittore educato al gusto europeo, si fa tuttavia un poco smorzata e smussata. È appena un presentimento dell'America. Questa scopriamo invece subitamente in un altro scrittore di poco posteriore, che con gli americani fu in polemica continua, e che fu letto e capito in Europa assai prima che dai suoi compatrioti: Edgar Allan Poe. Il suo Nuovo Mondo, che egli raccontò nella sua prosa accesa, poetica, melodiosa, è una terra di inquietudini interiori, di disordini ed incubi: chiunque abbia letto i suoi racconti sa bene che l'orrore nel soggetto, il mostruoso, il perverso possono accordarsi con la più perfetta e fiduciosa gioia di ascoltare. È la prima figura internazionale di quella letteratura, e di americano porta il gusto dell'avventuroso, del nuovo: come un westerner inoltratosi con temerario candore tra sinistre paludi.

© 1999, Marcos y Marcos


L'autore
Giorgio Manganelli (Milano 1922 - Roma 1990) fece parte del Gruppo 63. Fu professore di letteratura inglese, collaborò al "Corriere della Sera", si rivelò ai lettori italiani nel 1964 con la Hilarotragoedia. Successivamente pubblicò opere divenute celebri, fra cui ricordiamo Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979).
Postumi sono usciti Esperimento con l'India, La palude definitiva, Il Presepio.



Milena Moser
L'isola delle cameriere

"Irma stava seduta sul divano con le gambe strette al petto. In una mano teneva un bicchiere, pieno di un amaro liquore marrone scuro, nell'altra una sveglia da viaggio. Stava a guardare come i minuti ticchettavano via e cercava di immaginarsi come sarebbe stato l'indomani."


Cosa sogna una cameriera? E come si organizza la giornata di lavoro quando la padrona di casa non c'è? Cosa accade quando tra domestica e datrice di lavoro si instaura un rapporto di amore-odio (più odio che amore, in verità)? E se la padrona di casa nasconde un segreto di cui la cameriera viene a conoscenza? E non è un segreto da poco... In cantina è nascosta la suocera! Irma, questo è il nome della cameriera, è una donna molto alta e piuttosto infelice, perché ha dovuto abbandonare la danza, sua grande passione, proprio per il fisico imponente, eccessivo, ripiegando su un lavoro non proprio soddisfacente... Nelly, la suocera, è una donna altrettanto triste e scontenta, segregata dalla sua famiglia, resa quasi cieca e quasi muta in un buio scantinato. Queste due esistenze improvvisamente si incontrano, quando Irma, infrangendo il divieto impartito dalla sua datrice di lavoro (la dottoressa Schwartz), apre la porta della cantina chiusa a chiave e scopre il piccolo, rugoso e sporco corpo di Nelly. Rapidamente decide di "rapirla" e la porta a casa sua, la pulisce, la riveste, le dà da mangiare, le parla con compassione, ma anche con rispetto. L'anziana signora riacquista una dignità, riprende a parlare, si riappropria della sua personalità. Piano piano tra le due donne nasce una complicità forte, motivata, indirizzata contro la malefica nuora-padrona che con il suo astio e la sua crudeltà ha rovinato la vita a entrambe (ma anche a figli e marito). Ma come vendicarsi? Uccidendola? No, troppo facile! Togliendole le cose che più ama facendola soffrire: la reputazione, la carriera politica, la famiglia, i figli, il giardino... (una soluzione che ricorda quella del celeberrimo film di Susan Seidelman She devil, con Meryl Streep nella parte della "cattiva" e Roseanne Barr in quella della vittima vedicativa). Lentamente si stringe la rete e si attua il piano, con un ritmo da spy story. Punto per punto la dottoressa Schwarz viene colpita su tutti i fronti, accerchiata e costretta a fare i conti con la realtà, sino al finale, un po' cinico e crudele, ma assolutamente liberatorio per le ex-vittime, ora libere di volare verso Maiorca che "suona molto meglio dell'isola delle cameriere". Un romanzo brillante e divertente, scritto col ritmo di una commedia cinematografica e costellato di personaggi delineati in brevi ma essenziali tratti in cui tuttavia c'è sempre posto per la sorpresa e il colpo di scena.


L'isola delle cameriere di Milena Moser
Titolo originale dell'opera: Die Putzfraueninsel

Traduzione di Elena Doria
187 pag., Lit. 24.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-374-X


Le prime righe

Prologo

Nelly Schwarz morì l'ultimo giorno delle vacanze di Natale.
Si era svegliata presto. Aveva dormito male. Al pianterreno dell'albergo c'erano tre discoteche, un casinò e un videobar. Niente era come se l'era immaginato. Quattordici gradi l'acqua del mare. Troppo fredda per fare il bagno. Scale senza fine tagliate nella roccia portavano dall'albergo alla spiaggia. Nelly scendeva spesso di mattina presto. Si sedeva su una roccia, guardava l'acqua o raccoglieva qualche conchiglia. Doveva portarsi una giacchetta. A quell'ora il sole splendeva tenue. L'albergo era un casermone brutto e massiccio, tutto arancione, con camere standard e pareti sottili. Nelly poteva sentire tutto quello che accadeva nella camera accanto. Giorno e notte.
Ah questi giovani, sospirò.
Nelly si era svegliata, perché d'un tratto s'era fatto un gran silenzio. Mentre dormiva, poco e male, tutti i rumori erano cessati. Diede un'occhiata all'orologio della radio incassata nella testata del letto.
Le cinque e quarantasette minuti. Si alzò e guardò dalla finestra che non si poteva aprire. Per via dell'aria condizionata. Il cielo era striato di rosa. Il mare si stendeva trasparente in lontananza. Nelly indossò un costume da bagno colorato come quelli da bambini, un paio di sandali di plastica lilla e un accappatoio corto a fiori. Si guardò nello specchio: dimostrava più di settantasei anni. Ovvio, dopo tutto quello che aveva sopportato negli ultimi anni. Aveva un'aria contenta però. Un po' testarda. Come un vecchio mulo. Col completo da spiaggia dai colori sgargianti sembrava un'americana eccentrica. A Eugen piacerebbe, pensò Nelly, gli piace tutto quello che è americano. Capita alla sua età.
Nelly sorrise. Eugen era davvero ancora un bambino. L'aveva invitato unicamente perché Irma non restasse sola se a lei fosse successo qualcosa. Nelly aveva saputo fin dall'inizio che non sarebbe ritornata da quel viaggio. Dall'isola delle cameriere. Irma amava Eugen. Nelly lo sentiva.
Giorno e notte.

© 1999, Edizioni e/o


L'autrice
Milena Moser, nata nel 1963, vive a Zurigo. È autrice di romanzi e racconti di prossima pubblicazione.



Giovanni Reale
Corpo, anima e salute
Il concetto di uomo da Omero a Platone

"L'uomo occidentale ha sempre rappresentato e pensato il proprio essere come corpo e anima?"


Pur essendo un saggio di non facilissimo approccio, questo libro si rivela estremamente affascinante. Superato un primo impatto, che per lettori "arrugginiti" in materia di dissertazioni filosofiche potrebbe apparire più forte di quanto poi in realtà sia, la lettura diventa addirittura appassionante. Perché è il concetto stesso di uomo che viene messo "in gioco". E perché viene esaurientemente spiegata la genesi di questo concetto inteso nei termini in cui ora siamo abituati a tradurlo nell'ambito della cultura occidentale, come è efficacemente scritto nell'Introduzione: "Il sottotitolo, ossia Il concetto di uomo da Omero a Platone, indica lo scopo principale che ci siamo riproposti, ossia quello di fare entrare il lettore in un circolo ermeneutico che lo porti a comprendere quei concetti e quelle strutture di base con cui ed entro cui l'uomo ha cominciato a pensare se stesso, fino a giungere all'impostazione platonica, che ha rappresentato il fulcro attorno al quale si è poi mosso come in circolo - in vario modo amplificato oppure ristretto - il pensiero successivo".
È importante ricordare che il concetto di corpo come noi lo intendiamo si è imposto essenzialmente nel quinto secolo a.C. Proprio partendo da questo presupposto, Reale inizia la sua indagine, analizzando i poemi omerici (opere che stanno alla base della nostra cultura) per rispondere alla domanda: "e allora prima di questo periodo l'uomo come immaginava e come pensava sé medesimo?" Se per Omero il termine soma, che successivamente indicherà corpo, significava cadavere, "non in vita ma solo con la morte l'uomo greco si divideva in corpo e anima". Dunque sarà interessante, anzi, fondamentale per l'uomo moderno, capire in quale misura la comprensione di sé dipenda dalla "rivoluzione concettuale operata dai filosofi, e in particolare da Socrate e da Platone". Risalendo dai poemi omerici all'Orfismo, alla concezione di "psyche" nei primi filosofi, all'identificazione della "psyche" con la personalità dell'uomo operata da Socrate, fino alla scoperta socratica della "cura dell'anima" e alle prime idee di psicoanalisi nei dialoghi platonici, l'autore ricostruisce l'evoluzione del pensiero occidentale nei confronti dell'idea di uomo. In particolare il saggio si sofferma sul pensiero di Platone, vero punto di svolta di quel modo di vedere il corpo in antitesi con l'anima cui si lega la ricerca della salute e i metodi per la sua conservazione e il suo recupero. Il concetto di "salute" è stato desunto da Platone dalla medicina del suo tempo, ma è stato da lui portato " al più alto livello speculativo". In particolare, come si legge nell'Introduzione, "ci sembra di una modernità straordinaria la concezione platonica della salute dell'uomo considerato in senso globale: come non si può curare un organo o una parte del corpo umano se non tenendo sotto controllo il corpo nel suo insieme, così non si può curare l'uomo nella sua interezza senza curare anche l'anima. Platone dice con gran fermezza che molti dei mali del corpo si possono curare solo curando i mali dell'anima". Inutile sottolineare l'attualità di questa affermazione per un uomo che sente di aver perso l'armonia tra corpo e anima e ne va alla ricerca.


Corpo, anima e salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone di Giovanni Reale
376 pag., Lit. 39.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee, collana diretta da Giulio Giorello n.49)
ISBN 88-7078-550-5


Le prime righe

INTRODUZIONE
CONTENUTI, METODO E SCOPO
DELLA PRESENTE OPERA

L'uomo è posto fittiziamente come animale,
e si finisce con lo scoprire che come animale
è estremamente imperfetto e addirittura impossibile.
H. FREYER

La necessità di autoconoscersi che ha l'uomo

Uno dei bisogni più radicali dell'uomo, un bisogno difficile da soddisfare, è quello di conoscere se stesso.
Arnold Gehlen, nel suo celebre L'uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, giustamente scrive: "[...] c'è un essere vivente, che tra le sue caratteristiche più rilevanti ha quella di dover prendere posizione circa se stesso, cosa per la quale è precisamente necessaria un'"immagine", una formula interpretativa. Circa se stesso significa: circa le proprie pulsioni e qualità percepite, ma anche circa i propri simili, gli altri uomini; infatti, anche il modo di trattare gli uomini dipende da come li si considera e da come si considera se stessi. Questo, però, vuol dire che l'uomo deve interpretare la sua natura e perciò assumere un atteggiamento attivo e tale da prendere posizione rispetto a se stesso e rispetto agli altri - il che non è tanto facile a farsi".
Ma perché la soluzione del problema si rivela così ardua?
Una risposta in realtà c'è, ed è stata da tempo colta, ma è stata espressa nei modi più diversi, addirittura antitetici. Infatti l'uomo è una realtà che è tale in sé e per sé, e quindi oggettiva e incontrovertibile; ma si tratta di una sorta di realtà che, a seconda della prospettiva da cui la sia guarda, la si interpreta in modi differenti e addirittura in netto contrasto fra loro.
La realtà dell'uomo risulta essere un qualcosa che potremmo ben indicare come ontologicamente intermedio fra l'animale e ciò che va oltre l'animale, ed è proprio l'interpretazione di questo "intermedio ontologico" che risulta problematica. Ed ecco quali sono i modi antitetici in cui tale "realtà intermedia" viene vista, i quali vanno da una dimensione di straordinaria "grandezza" a un'opposta dimensione di straordinaria "piccolezza".
Incominciamo dalla prima.

© 1999, Raffaello Cortina Editore


L'autore
Giovanni Reale insegna Storia della filosofia antica presso l'Università Cattolica di Milano. Molti suoi libri sono tradotti in inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, polacco e russo. Tra le sue opere: Per una nuova interpretazione di Platone; Raffaello, la "Scuola di Atene"; Raffaello, la "Disputa"; Platone, Alla ricerca della sapienza segreta; Saggezza antica.



Elena Soprano
Alice del pavimento

"In realtà io cerco qualcuno che come me voglia svincolarsi dai limiti di una materia che, per quanto bella possa essere, è destinata a rovinarsi, imbruttirsi e decomporsi. Credo che andare oltre la forma e la materia non vuol dire rinnegarle, ma semplicemente passarci attraverso."


Un curioso "romanzo di formazione" che partendo dall'oggi ripercorre le tappe fondamentali dell'evoluzione sentimentale e sessuale di una ragazza di trent'anni, libera, autonoma, forse solo apparentemente spregiudicata, in realtà molto romantica.
Elena, la protagonista-narratrice, è una trentenne tipo: indipendente e gelosa della sua autonomia, con un leggera tentazione a perderla che ogni tanto fa capolino, piena di storie amorose, alcune impegnative, altre più leggere, ma tutte in ogni caso coinvolgenti. Il pavimento è il luogo degli amplessi, il letto (collocato in un soppalco) quello delle fantasie solitarie: spettatore degli uni e delle altre è un coniglio, quasi il magico aiutante delle fiabe.
Il partner di Alice, è presentato solo con una sigla "M.". È un ragazzo, anzi direi (almeno secondo i miei criteri di giudizio) un uomo con caratteristiche di stabilità affettiva ancora piuttosto adolescenziali: non vuole sentirsi vincolato ad un rapporto unico e stabile, ma nello stesso tempo vorrebbe poter avere libero accesso alla privacy di Elena: insomma non poter salire sul soppalco lo infastidisca alquanto. Le performances amorose sul pavimento provocano infatti anche alcuni inconvenienti: occhiali rotti, coniglio invadente, scomodità di posizione. E Elena, o meglio Alice, riempie la sua vita di citazioni letterarie che danno il titolo alle riflessioni o ai ricordi. Ricordi d'infanzia e di prima adolescenza: sostanzialmente lungo questo libro l'autrice ripercorre l'iniziazione al sesso, la scoperta delle emozioni derivate da questa attività a cui la fantasiosa protagonista si dedica con costanza fin da ragazzina, i ragazzi e gli uomini che le hanno provocato turbamenti e passioni, il tutto con una straordinaria leggerezza narrativa e una ironia delicata che dà il tono generale del romanzo. L'atteggiamento nei confronti dell'amore di Elena è quello di un cucciolo, a ogni uomo dà un "affetto incondizionato" che non sempre può venire apprezzato, ma non nascono tragedie dagli abbandoni o dalle frustrazioni, anche se a volte viene compromesso non solo l'equilibrio sentimentale, ma anche quello economico. Elena infatti si riesce a trovare senza soldi, senza casa, senza compagno ma non si piange addosso, riapre subito l'offensiva alla vita e entra di nuovo in gioco.
La freschezza e la spontaneità del libro sono sicuramente le ragioni dell'ampio successo che ha ottenuto tra i lettori, in genere piuttosto giovani, con i quali di certo l'autrice stabilisce un rapporto di complicità e d'intesa piuttosto divertente.


Alice del pavimento di Elena Soprano
Pag. 104, Lire 20.000 - La Tartaruga edizioni (Narrativa)
ISBN 88-7738-295-3


Le prime righe



Innanzitutto il letto. Ha quattro zampe da fenicottero perché è un soppalco. E io dopo tutti i miei scazzi coi maschi ho deciso che non ci porto più su nessuno. Tranne il mio coniglio, che dorme nella sua gabbia, verso il muro. Quando porto un uomo in casa si fa tutto sul pavimento.
All'inizio per gli uomini è molto eccitante. Si adattano a posizioni mai fatte. Dopo la terza volta che ci incontriamo, più o meno, dicono che farlo in un letto, senza specificare che intendono dire proprio il mio, sarebbe meglio. Spiego che il soppalco non reggerebbe al peso prodotto da massa più movimento. Non dico che la fine della notte, l'inizio del giorno li voglio sempre e soltanto miei.

M. ogni tanto è spinoso. Ha altre storie in giro. Ma lui non le dichiara. E io non gliele chiedo. Perciò ci vediamo a intervalli piuttosto dilatati. Se fa sesso con una delle sue e il giorno dopo con me, io me ne accorgo. C'è un dubbio che gli zavorra l'erezione. Devo essere io a iniziare. Poi, per fortuna, ridiventa tutto fisico quasi subito e si riappropria del testimone di se stesso.

Quando M. non c'è penso spesso di fare l'amore con la sua testa. Lui si fa delle menate pazzesche perché ha pochi capelli e li porta da skin. Ma il suo cranio è un glande perfetto che gli sorride sul collo.
"Ma ti capita di pensarmi, ogni tanto?"
"Eh... cazzo, purtroppo sì."
"E dopo, cosa fai?"
"Niente, penso: Chissà che cazzo sta facendo..."
"Senti, ma ogni tanto, ti manco?"
"No, però è una figata. Non mi manchi e questa è una figata."
Un discorso tra noi, questo. Ma è come se uno si stesse parlando da solo. Domande e risposte: intercambiabili scenografie di pensieri nascosti in quinta.

Se non c'è lui, allora la mia mano. E più che la mia mano, l'odore di dopo, sottile ed espanso fino al centro del midollo.

M. è anche uno un po' strano, non in generale ma per me sì. Quasi sempre mi piace moltissimo, ma a volte lo guardo e gli vedo gli occhi di un altro, con cui sono stata due o tre anni, con cui mi sembra di continuare a stare ogni volta che ho i coglioni girati.

© 1999, La Tartaruga edizioni


L'autrice
Elena Soprano è nata nel 1965. Vive a Milano con un cane e una tartaruga. Il suo primo libro, La maschera, Premio Lerici 1995, tradotto in Francia, Germania, Spagna, Olanda, Grecia, stava per diventare un film che Marco Ferreri non fece in tempo a realizzare.



Emilio Tadini
La distanza

"È sulla separazione che si fonda la Distanza? Ma forse sarebbe meglio formulare la domanda in un altro modo. È la separazione che produce la Distanza?"


Nel lessico quotidiano molte parole hanno ormai perso il "peso" originario, la ricchezza e la complessità dei significati, vanificando in parte la profondità del pensiero che potenzialmente si nasconde dietro di esse. Proprio negli ultimi mesi si è riacceso il dibattito sul senso della parola, sull'importanza lessicale dei termini e sulla necessità di riscoprirne gli aspetti dimenticati. Così sono apparsi importanti interventi su periodici linguistico-letterari, ma anche articoli su quotidiani nazionali. E infine saggi che individuano alcune parole fondamentali, analizzandole e rivivificandole in prospettiva di un uso quotidiano più "mirato". È il caso di questa breve analisi di Emilio Tadini sul termine distanza, che apre inaspettate porte verso la conoscenza di sé e degli altri. Perché distanza ha molti significati, accompagnandosi a pensieri che vanno dalla più facile analisi spazio-temporale a quella elaborata della psiche, della società, della politica, della cultura, dell'arte. Tutti ambiti in cui la parola assume significati precisi e tuttavia assai diversi. Sta a noi saperli cogliere nella complessità dell'espressione e della società che ci circonda, che apparentemente opera per l'annullamento di ogni distanza, ma concretamente lascia l'individuo ancora solo e dunque lontano psicologicamente e moralmente dagli altri individui. Se distanza è incomunicabilità, solitudine, lontananza fisica da luoghi anelati, può essere anche creatività (la poesia è solitudine e distanza) e stimolo alla comprensione, come nella lingua della pittura (un esempio preso non a caso da Tadini) in cui "il soggetto si sforza ogni volta di ricomporre in un senso, davanti alla Distanza, tutta quell'infinità di solitudini con cui ha a che fare".
Quest'opera si inserisce in un lavoro a vasto raggio che l'Einaudi intende svolgere in collaborazione con alcuni scrittori, a cui è stato o sarà affidato un lemma del nostro lessico da "rivisitare", riscoprire e da reimmettere nel parlato quotidiano con nuova forza significante.


La distanza di Emilio Tadini
175 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Einaudi (Einaudi Contemporanea n.63)
ISBN 88-06-14248-8


Le prime righe

I.

La domanda alla quale questo testo vorrebbe cercare di dare qualche risposta non è: "Che cos'è la distanza?" È invece: "Che cosa si potrebbe dire sulla distanza?"

La "cosa" che pensa davanti alla "cosa" data all'estensione, allo spazio...

Si potrebbe incominciare con il dire: ogni distanza è rappresentabile da un segmento di linea, misurabile in quanto limitato da due punti. Si potrebbe anche dire: la distanza è ciò che è definito nello spazio da una serie di gradi misurabili di lontananza o di prossimità fra due punti, o cose, o persone. Ma sentiamo che non basta.

Noi sappiamo che si danno distanze immense, sappiamo che si danno distanze minime. Ultra-distanze, le une e le altre, per quanto riguarda i nostri sensi, ultra-distanze per le quali non possiamo fare altro che usare quelli che potremmo chiamare i nostri iper-sensi tecnici - dal microscopio al telescopio, per esempio. Ultra-distanze che possiamo soltanto dedurre, o supporre, calcolando. Ma neanche questo basta.

L'aereo ha dato concretezza alla distanza calcolata lungo la retta che unisce due punti. È quella che noi chiamiamo "distanza in linea d'aria". Ma qual è la distanza che separa un uomo che sta nella sua stanza al primo piano di una casa da un altro che sta al quinto piano? È una retta - o piuttosto una linea tortuosa che passa per porte aperte e chiuse, corridoi, pianerottoli e scale? Calcola e indica, questa distanza, un percorso pensato insieme a un percorso compiuto da tutto il corpo? E questa distanza cambia in qualche modo, se i due uomini in questione non si conoscono o se sono amici intimi?

Noi usiamo comunemente l'espressione "a distanza di tempo". Da che cosa immaginiamo che ci si possa allontanare e a che cosa immaginiamo che ci si possa avvicinare nel tempo? Soltanto da e a una certa ora o una certa data?

Quando noi diciamo o pensiamo la parola "tempo" vogliamo indicare soltanto qualcosa che si può misurare - con un orologio o con un calendario? Che cosa vogliamo indicare - nella poesia o nel discorso più comune - quando diciamo "il Tempo"? Che cosa pensiamo, quando pensiamo "il Tempo"?

© 1998, Giulio Einaudi editore


L'autore
Emilio Tadini è nato a Milano nel 1927. Artista, critico e scrittore, ha pubblicato, tra l'altro L'Opera, La Tempesta, L'insieme delle cose, L'occhio della pittura, La deposizione.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




12 marzo 1999