Hugo Claus
La sofferenza del Belgio

"Corrono brutti tempi, dice la radio, dicono i giornali. No, la situazione non migliora, anzi, al contrario."


Un autore colpevolmente poco conosciuto in Italia, che invece ha internazionalmente una notevole fama, sottolineata dalla candidatura al Premio Nobel. Dunque un autore da leggere con grande attenzione, come è ovvio, essendo un contemporaneo destinato ad aggiungere il suo nome a quello dei classici della letteratura, già ora definito Il più grande scrittore vivente di lingua neerlandese. Eppure consultando la Bibliografia Nazionale Italiana si trova un'unica opera in traduzione, datata, forse, 1971 e intitolata Trieste. Un libriccino di circa 80 pagine sicuramente introvabile. È da salutare dunque come un evento la pubblicazione di questo ponderoso romanzo, considerato la sua opera più importante, che finalmente approda in Italia.
Si tratta di un romanzo di formazione, che affronta, in modo molto complesso e affascinante sia l'evoluzione personale di un ragazzo, sia il mutare del contesto in cui vive, verso approdi bui, tragici, impensati.
Nel 1939 Louis Seynaeve ha dieci anni. Sta per affrontare il difficile periodo personale dell'adolescenza e non sa che contemporaneamente il mondo intero sarà coinvolto nel terribile evento collettivo della guerra. La narrazione segue il suo percorso di crescita dal collegio di suore in cui studia nei primi tempi (e in cui inizia a rapportarsi con le regole, la censura, le punizioni da un lato e con la ribellione e la trasgressione dall'altro) al rientro in famiglia, dove scopre che le mutate condizioni politiche del Belgio, ora nel pieno turbine della Seconda guerra mondiale, hanno influito anche sul comportamento dei suoi genitori. Il nazismo, i combattimenti e la successiva pace, con la ricostruzione, hanno cambiato le persone e la realtà circostante, segnandole con esperienze tragiche o rendendole più insensibili, ma non cancellando ambiguità, corruzione, l'inconsistenza delle regole morali. Un ritratto, a volte impietoso, del Belgio, delle sue contraddizioni, della sua sofferenza.


La sofferenza del Belgio di Hugo Claus
Titolo originale dell'opera: Het Verdriet van België

Traduzione dal neerlandese di Giancarlo Errico. Revisione di Luisa Cortese
667 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01552-8


Le prime righe

1.
LA VISITA


Dondeyne si era nascosto uno dei sette Libri Proibiti sotto il grembiule e aveva convinto Louis a seguirlo. Andarono a sedersi sotto la vegetazione pendula nella grotta di Bernadette Soubirous.
Il Libro di Dondeyne era "ABC", il settimanale dei socialisti che sicuramente era all'Indice, e che gli era stato regalato da suo fratello quando era in ospedale. Ne era venuto via con un orecchio color rosso acceso che si stropicciava di continuo. Di giorno riponeva il Libro sotto il suo armadio, con un paio di stivali davanti.
Le quattro pagine che ora mancavano, lustre, sfrangiate lungo i bordi ma senza una sola piega, erano nascoste sotto un foglio di carta azzurra da pacchi, nel cassetto del banco di Dondeyne. Per sicurezza aveva fissato il foglio con delle punaises. (Devi proprio chiamarle punaises," disse il nonno di Luis, "quando abbiamo una parola fiamminga perfetta per indicarle, duimspijkers?" Ma Louis non la usava mai, perché tutti lo prendevano in giro per il modo in cui parlava.)
Le pagine aperte brillavano nel sole, penosamente divise nel mezzo dall'ombra e dallo strappo sfrangiato. Louis non avrebbe mai strappato delle pagine dai suoi Libri Proibiti, nemmeno se avesse rischiato di essere colto in flagrante. Ma Dondeyne era un Ottentotto.
I quattro Apostoli avevano sette Libri Proibiti. Vlieghe ne aveva tre: Amore nella nebbia, poi il programma dell'operetta Rose-Marie e, il più pericoloso, una biografia di G.B. Shaw, eretico e massone. Byttebier aveva Racconti dei Mari del Sud, e una fotografia di Deanna Durbin in sottoveste, riprovevole quanto bastava per essere considerata Libro Proibito. Se le suore avessero trovato il Libro di Louis, forse non gli avrebbe procurato seccature, e infatti Louis aveva potuto infilarlo fra i libri della "Fondazione Davids", un po' sgualciti e gradevolmente odorosi, che al rientro dalle vacanze pasquali aveva portato da casa: ma non era forse una colpevole premeditazione aver introdotto di nascosto fra le alte mura del Collegio un libro avvolto in una camicia da notte? Si chiamava Lo Stendardo Fiammingo, rilegato da Papà con una copertina di cartone rosso scuro; una rilegatura di Papà si riconosceva subito, perché lui tagliava i bordi usando la taglierina come una mannaia, impietosamente rasente al testo.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli editore


L'autore
Hugo Claus è nato a Bruges nel 1929. Autore di almeno quindici romanzi, testi teatrali (uno di questi gli costò la prigione nel 1968 per aver messo in scena tre uomini nudi), poeta e pittore (membro del gruppo Cobra nei primi anni cinquanta), ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui ricordiamo il "Premio dello stato belga per la narrativa" (1984) con La sofferenza del Belgio e il "Grande premio di letteratura neerlandese" per l'intera produzione letteraria (1986). Claus è tradotto in 14 lingue ed è stato più volte candidato al Premio Nobel.



Nicola Gallerano
Le verità della storia
scritti sull'uso pubblico del passato

"Va sottolineato il fatto che l'utilità pubblica della storia è la sua giustificazione originaria, in quanto attività che regola e definisce i rapporti tra memoria e oblio, tra ciò che è degno e ciò che non è degno di essere ricordato."


Se in Le verità della storia, Gallerano esprime il valore e il "ruolo dello storico nel contesto di un progressivo e ormai praticamente concluso dissolversi della figura dell'intellettuale impegnato", i testi che vi si possono leggere dimostrano quanto e quale peso abbia il dibattito storiografico nell'interpretazione e nel giudizio sul presente.
Sicuramente alcuni di questi saggi, o alcuni articoli, sono già stati letti, in quanto apparsi su "il manifesto" negli anni in cui l'autore collaborò al quotidiano, ma l'organizzazione del volume dà all'insieme un importante elemento di novità: il dibattito storiografico non è, e non deve essere, solo patrimonio degli specialisti, chiunque oggi si interroghi sul valore del passato, sul suo rapporto con sé e la propria memoria o con la memoria collettiva vi è implicato e ne trae materiale di riflessione. Gallerano esprime un sicuro impegno pedagogico, rivolto essenzialmente a sinistra, a quella sinistra culturalmente in difficoltà che oggi non rappresenta più una capacità di direzione culturale. Uomo intellettualmente libero, e capace di farsi contaminare, allarga il suo orizzonte oltre l'Europa e le metodologie storiografiche da questa espresse e affronta anche gli stimoli derivati dalla storia sociale americana, giungendo ad una sintesi che conduca alla prospettiva di una "molteplicità dei tempi storici che investono i diversi livelli di analisi" e portando ad approcci diversi, ma non tra loro contrapposti.
Esaminando "l'oggi" ne vede due aspetti peculiari, apparentemente contraddittori: un "accentuato e diffuso sradicamento dal passato" e, curiosamente, "un'ipertrofia dei riferimenti storici nel discorso pubblico". Processo di modernizzazione e sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa spiegano tale strana co-presenza di fattori tra loro in antitesi.
Così "l'uso pubblico della storia" opera una particolare selezione sul passato, sulla memoria, rispetto a quanto faccia la storiografia, e anche il rapporto con la politica è sicuramente diverso ed appare sempe subordinato al senso che viene attribuito alla politica stessa.
Nel saggio Menti come spari, con parole di sangue, Gallerano offre parole di assoluta attualità (il saggio è del 1991) sul significato della guerra e sull'uso pubblico che di questa viene fatto. Dalla Seconda guerra mondiale la guerra è stata fortemente connotata da un'opera di propaganda sia rivolta all'avversario che, e forse in modo ancora più pregnante, al proprio campo. Alcune caratteristiche possono essere enucleate da tale momento strategico del processo bellico: prima di tutto "la disumanizzazione del nemico", soprattutto se vi è una differenza razziale (ebrei o giapponesi allora, iraqeni e arabi in generale oggi). In secondo luogo "le strategie di mascheramento della morte dei nostri", mai presentata nella sua crudezza e violenza, ma resa sentimentalmente quasi desiderabile dalla gloria che la circonda, dalla commozione generale e dal calore affettivo che suscita. Ancora di più la menzogna viene utilizzata come fuga dalla realtà, come sogno, così da ottenere che neppure una realtà orribile come la guerra sia giudicata nella sua verità. E se dalle lettere di un soldato si viene a capire che questi uomini combattono solo per uccidere e per non essere uccisi e non certo per salvare la democrazia nel mondo, la propaganda invece suggerisce l'immagine di veri cavalieri immacolati che combattono per il Bene Assoluto, come dice in un suo saggio Fussell citato da Gallerano. Così l'immagine della "buona guerra" entra nell'immaginario collettivo e può essere smontata solo da uno studio critico, da una analisi delle fonti, da una ricerca disinteressata della verità. Questa è appunto la finalità di quest'opera (e più in generale dello storico): la ricerca di una verità anche difficile da sopportare e il disvelamento degli inganni storici operati dal potere.


Le verità della storia. Scritti sull'uso pubblico del passato di Nicola Gallerano
Pag. 305, Lire 26.000 - Edizioni manifesto libri (Clessidre)
ISBN 88-7285-168-8


Le prime righe

STORIA E USO PUBBLICO DELLA STORIA

Mi propongo di sviluppare il tema del rapporto tra la storia degli storici e l'uso pubblico della storia (d'ora in avanti ups): un rapporto - questa è la mia opinione - insieme di conflitto e di convergenza. Come si vedrà meglio più avanti, tale asserzione è tutt'altro che scontata: tra gli storici prevale piuttosto l'idea di un'opposizione, netta e non mediabile, tra le pratiche professionali della storia e il campo vastissimo e intricato del suo "uso pubblico".
Prima di inoltrarmi nell'analisi, devo esplicitare che cosa intendo per ups. Ne ho adottato, almeno in prima istanza, una definizione puramente estrinseca: con questa espressione mi riferisco a tutto ciò che si svolge fuori dei luoghi deputati della ricerca scientifica in senso stretto, della storia degli storici, che è invece scritta di norma per gli addetti ai lavori e un segmento molto ristretto del pubblico.
All'ups appartengono non solo i mezzi di comunicazione di massa, ciascuno per giunta con una sua specificità (giornalismo, radio, tv, cinema, teatro, fotografia, pubblicità, ecc.), ma anche le arti e la letteratura; luoghi come la scuola, i musei storici, i monumenti e gli spazi urbani, ecc.; e infine istituzioni formalizzate o no (associazioni culturali, partiti, gruppi religiosi, etnici e culturali, ecc.) che con obiettivi più o meno dichiaratamente partigiani si impegnano a promuovere una lettura del passato polemica nei confronti del senso comune storico storiografico, a partire dalla memoria del gruppo rispettivo. Infine, larga parte nelle manifestazioni più visibili e discusse dell'ups, e particolari responsabilità nella sua degenerazione, hanno i politici (tornerò su questo aspetto nelle conclusioni).
Alla luce di questa definizione estrinseca, partecipano dell'ups anche opere concepite e realizzate come lavori scientifici e che tuttavia hanno un impatto pubblico che trascende di gran lunga la cerchia degli addetti ai lavori: penso, per citare due esempi italiani di significato diversissimo, alla biografia mussoliniana di De Felice e la volume sulla Resistenza di Pavone. E non vi sfuggono neppure gli storici di professione, che fanno dell'ups quando scrivono sui mass-media, come è risultato evidente nel caso dell'Historikerstreit, della "disputa fra gli storici" tedeschi a proposito del nazismo.

© 1999, manifestolibri srl


L'autore
Nicola Gallerano (1940-1996) ha insegnato nelle università di Sassari, Trieste e Siena. È stato presidente dell'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza e membro del direttivo dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione. Ha fatto parte della direzione delle riviste "Movimento operaio e socialista", "Passato e presente" e "I viaggi di Erodoto".
Tra le sue opere: L'altro dopoguerra, Roma e il sud 1943-1945, Sul Pci. Un'interpretazione storica, Introduzione alla storia contemporanea.



Rodrigo Rey Rosa
Quel che sognò Sebastián

"Una curiosa miscela di dolcezza innocente e di brutale crudeltà: era questa la caratteristica principale della personalità collettiva del luogo."


Il mistero, la paura, riti e tradizioni arcaiche, lo stupore davanti a culture diverse e sconosciute: questi i temi che si ripetono nel romanzo di Rey Rosa, ambientato nella foresta Maya e vibrante di suggestioni. La natura che circonda il protagonista, Sebastián Sosa, non si mostra mai particolarmente ospitale e rassicurante; doveva essere per lui il rifugio dalle ansie e dalle nevrosi e si dimostra invece fonte di nuovi turbamenti. Un crimine commesso sulla sua proprietà lo coinvolge fin dall'inizio della narrazione e altre morti, altre forze oscure metteranno alla prova il suo equilibrio emotivo e la sua stabilità psichica. Ma che cosa crea il mistero intorno a quelle vicende? È un potere contro il quale è possibile combattere? È una forza oscura davanti alla quale si è sempre e comunque impotenti? La natura della foresta nasconde segreti, gli abitanti hanno racchiusi in sé misteri, la violenza, il male si sprigiona da ciò che non si sospetta e tutti ne sono consapevoli. Così archeologi e bracconieri, stregoni e giovani donne riempiono lo spazio narrativo senza dominarlo, in quanto è il mistero stesso il protagonista delle vicende. Antichi riti di morte e di vita, antichi odi senza spiegazione che chiedono vendetta si intersecano con situazioni di apparente normalità e logica. I sogni, gli incubi che tormentano Sebastián sono quasi la trasposizione inconscia della sua incapacità di misurarsi con ciò che lo circonda e lo spaventa.
Rey Rosa utilizza prevalentemente il dialogo per creare queste suggestioni, non si abbandona a descrizioni o ad analisi estranee agli eventi, è la durezza delle espressioni, l'incertezza delle brevi frasi spezzate che creano l'atmosfera di instabilità e di mistero che domina il romanzo. In questo la novità di un autore che non presenta le caratteristiche tipiche della narrativa latinoamericana, ma apre ad una nuova generazione di scrittori maggiormente contaminati dalla tradizione narrativa nordamericana.


Quel che sognò Sebastián di Rodrigo Rey Rosa
Titolo originale: Lo que soñó Sebastián

Traduzione di Vittoria Martinetto
Pag. 151, Lire 26.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-45837-2


Le prime righe

I


La ragazza era minuta e nervosa. Parlava spagnolo con accento francese e il suo argomento preferito erano i libri. Sebastián si era detto fin da subito che quella donna non faceva per lui, anche se gli piaceva. Da una vetrata con lettere rosse che si leggevano alla rovescia si vedeva scendere la scura pioggia tropicale.
"Paura? E perché?"
"A quanto mi dici, la casa è molto isolata."
"Un po', sì, ma vicino c'è una locanda. Ci vado quando mi stanco di quello che mi prepara il mio cuoco, o quando ho voglia di una birra o di una sigaretta, o anche solo di fare quattro chiacchiere. A volte ci si stufa di vivere soli."
La ragazza sorrise, come per dire: "So cosa intendi".
"Il posto ti piacerebbe. Posso ospitarti, se vuoi, oppure potresti alloggiare alla locanda. Cucinano benissimo, e le capanne sono veri e propri capolavori di ebanisteria. Nemmeno un chiodo. Per costruire la mia casa mi sono ispirato a certe soluzioni che ho visto applicate proprio lì. Si tratta di fare il possibile affinché, stando dentro, ci si senta all'aperto."
La ragazza fissava i fondi del caffè nella tazza.
"Mi piacerebbe venirci, un giorno o l'altro."
Sebastián si voltò a guardare il traffico lungo il viale sotto la pioggia; rammentò il suono della brezza che faceva frusciare le foglie di palma del tetto di casa sua ed entrava dalle finestre senza vetri. "Non verrà" pensò.
"Parti oggi pomeriggio?"
"Sì." Non gli piaceva l'idea di prendere l'aereo con quel tempo.
La cameriera portò il conto e Sebastián si affrettò a pagare.
"Aspettiamo che spiova?" suggerì la ragazza accendendosi una sigaretta.
"Un altro caffè" disse Sebastián.

Il giorno dopo, appena aprì gli occhi e si ricordò dov'era, volgendo lo sguardo ancora addormentato per la stanza attraverso la cortina trasparente della zanzariera, Sebastián prese la decisione di fare il giro della sua nuova proprietà. Scostando il velo per alzarsi, pensò: "È stata una pazzia". La terra che aveva appena comprato sul lato opposto della laguna era per metà palude, sicché in epoca di piogge gli sarebbe rimasta soltanto un'isoletta circondata di mangrovie sul cui punto più elevato, coperto d'alberi alti e vetusti, trovava rifugio una straordinaria varietà di animali.

© 1999, Arnoldo Mondadori S.p.A.


L'autore
Rodrigo Rey Rosa è nato a Città di Guatemala nel 1958. Dopo gli studi si è trasferito a New York, e successivamente in Marocco, prima di far ritorno in Guatemala. Amico e allievo di Paul Bowles ha scritto diversi romanzi, già tradotti o in corso di traduzione presso i principali editori europei.



Gitta Sereny
Grida dal silenzio
Storia di una bambina

"Le gravi manchevolezze di un sistema giudiziario in cui i bambini vengono processati in tribunali ordinari, destinati a imputati adulti, si manifestarono soprattutto quando le due imputate vennero chiamate a deporre."


Questo libro di Gitta Sereny è la tragica testimonianza di come applicare la legge in modo uguale per tutti possa essere profondamente ingiusto, soprattutto se l'imputato è un bambino. I tragici recenti episodi che, soprattutto in Inghilterra, hanno visto dei minori protagonisti di episodi di criminalità, le dure condanne (addirittura l'ergastolo) loro inflitte, la pubblica opinione, suggestionata da molta stampa, che ha considerato dei ragazzini di dieci anni pericolosi criminali e la legislazione inglese che è stata recentemente modificata a danno, appunto, di minori che compissero atti illeciti rendono questo libro-inchiesta straordinariamente attuale.
La storia è rappresentata dalla lunga conversazione (a metà tra il diario, la confessione, l'inchiesta giornalistica) che la scrittrice ha avuto con Mary Bell, colpevole all'età di undici anni dell'omicidio di due bambini, condannata nel 1968 all'ergastolo, e dopo moltissimi anni (nel 1980) ritornata in libertà, oggi finalmente madre e donna libera, sempre però tormentata dai ricordi e dai traumi di un'intera vita di sventure e dal peso del male commesso.
La Sereny aveva già nel 1972 esaminato questo caso giudiziario e aveva pubblicato un violento atto d'accusa contro chi, nel formulare un giudizio e una condanna così drammaticamente definitiva, aveva ignorato tutto ciò che aveva portato una bambina a compiere atti di grande crudeltà, ciò che le aveva potuto sconvolgere la mente fino al punto di uccidere senza motivo apparente degli altri bambini. La drammaticità dell'infanzia di Mary, i traumi subiti nei primi anni della sua vita, addirittura il rifiuto dimostrato verso di lei dalla madre che tenterà di ucciderla più volte e, non riuscendo nel suo intento, di cederla ad altri come un oggetto indesiderato, le violenze sessuali subite da quando aveva quattro anni: tutto ciò non era mai stato preso in considerazione dal tribunale che doveva giudicarla e dal giudice che definirà quella bambina un "criminale incallito". Vengono poi osservati i lunghi anni di carcere e se "quasi mai il carcere offre possibilità" a chi vi è rinchiuso, i primi anni trascorsi da Mary Bell nel riformatorio qualche sollievo le avevano dato. Soprattutto il rapporto di fiducia e di affetto nei confronti del direttore, signor Dixon, le aveva permesso di mettere in luce il suo aspetto meno aggressivo o manipolatore nei confronti del prossimo. Ma il passaggio al carcere vero e proprio, l'impatto immediatamente traumatico con esso (da ricordare l'episodio della prima visita ginecologica) fanno regredire il suo comportamento e inaspriscono le sue difficoltà. Per una ragazzina che trascorre chiusa in un carcere tutta la seconda infanzia e l'adolescenza, sembra impossibile anche la speranza di una vita normale. Eppure Mary faticosamente, tra momenti di caduta, dolore e violenza, riesce a ottenere la libertà vigilata, assaggia per tre mesi una realtà adeguata alla sua età (la scuola, lo studio, la spensieratezza) ma non potrà percorrere le strade della normalità. Lei non è una ragazza come le altre, la sua vita è, e lo sarà per sempre, segnata, però ricomincerà ad aver desiderio di vivere quando avrà una figlia, quando sua madre sarà morta, e quando riuscirà, come le ultime pagine del libro testimoniano, a ricostruire, a verbalizzare, quell'episodio lontano, quel delitto che non aveva mai saputo raccontare nemmeno a se stessa.
Una testimonianza efficace, un atto d'accusa per una società violenta nei confronti di chi è debole, un'inchiesta giornalistica condotta con serietà e passione, un libro da leggere per guardare la cronaca con occhi più attenti e responsabili.


Grida dal silenzio. Storia di una bambina di Gitta Sereny
Titolo originale: Cries Unheard

Traduzione di Brunello Lotti (I e II parte) e di Sergio Mancino (III, IV, V, VI parte e Conclusione)
Pag. 401, Lire 34.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-86029-8


Le prime righe

PROLOGO
Newcastle upon Tyne, 1968


Prima di entrare nel merito di questa storia, dobbiamo risalire indietro nel tempo, al 1968, alla graziosa città dell'Inghilterra settentrionale sulle sponde del fiume Tyne e ai due bimbi che vi morirono.
Oggi Newcastle è relativamente ricca. Ci sono nuove industrie, nuovi stabilimenti, nuove case. Soprattutto non mancano i posti di lavoro. Non sono sufficienti per tutti, ma sono infinitamente più numerosi di quanti ne esistessero nel 1968, quando Newcastle era una città in decadenza sull'orlo della rovina economica in seguito al declino delle industrie minerarie e dei cantieri navali. In quel periodo Newcastle si segnalava poco onorevolmente per il più alto tasso di criminalità, il più alto tasso di alcolismo e uno dei più elevati tassi di disoccupazione di tutte le città della Gran Bretagna. In nessun quartiere questo degrado era più evidente che a Scotswood, un'area di circa mezzo miglio quadrato sulle pendici di una collina a tre miglia di distanza dal centro cittadino in direzione ovest. Il quartiere, composto di case popolari malridotte, i cui inquilini pagavano al comune un affitto di 2 sterline e 4 scellini alla settimana, era attraversato da strade che scendevano in mezzo a lunghe file di case a schiera verso lo squallore della zona industriale lungo il fiume Tyne. Vi abitavano circa 17.000 persone e il tasso di disoccupazione superava il 50%.
Gli abitanti di Newcastle sono e sono sempre stati molto cordiali, anche se le loro reazioni possono essere esplosive e il loro linguaggio, nello scherzo come nell'ira, sa essere molto salace. Parlano il "Geordie", un dialetto quasi incomprensibile ai forestieri. Nella popolazione di Newscastle la cordialità e l'allegria sono congenite e, anche se per punire le birichinate dei bambini gli schiaffi volano senza esitazione, i bambini sono molto amati adesso come pure in quei brutti tempi alla fine degli anni Sessanta.
A Scotswood due lunghe strade, Whitehouse Road e, sotto di essa, St. Margaret's Road, scendono lungo il fianco della collina attraversate da poche altre strade minori e da strade a forma di mezzaluna dette crescent. Nel quartiere quasi tutti si conoscevano e intrattenevano buoni rapporti o almeno così sembrava agli estranei. In fondo a St Margaret's Road c'era una botteguccia, chiamata indifferentemente "da Dixon" o "da Davy" e vicino c'era l'asilo di Woodlands Crescents con il suo recinto di sabbia per i giochi dei bambini, un luogo che in parte sarebbe stato teatro dei terribili fatti di quella primavera.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Gitta Sereny è nata a Vienna, e vive oggi a Londra dove è stata per molti anni inviata di punta del "Sunday Times". Ha collaborato a numerose testate internazionali quali la "New York Review of Books", la "Zeit", il "Nouvel Observateur". È autrice di alcuni importanti libri a cavallo fra storia e cronaca: In quelle tenebre su Franz Stangl, il boia di Treblinka, e In lotta con la verità, la biografia di Albert Speer, amico e architetto di Hitler.



Margaret Weis e Tracy Hickman
L'Eredità della Spada Nera

"Come un essere vivente, la spada risucchiò tutta la magia da lui, quindi lo usò per continuare ad assorbire la magia che lo circondava."

La Spada Nera


Salutato con entusiasmo dai periodici specializzati, arriva il nuovo romanzo del ciclo di Darksword. Quasi mille link (tra siti e pagine) che rinviano a loro da un motore di ricerca come Altavista, la dicono già lunga sulla popolarità e il successo di Weis e Hickman, i due autori americani specializzati in saghe fantasy, una narrazione generalmente confinata nel "genere" e quindi destinata ad apparire come "di maniera". Non ci sembra sia questo il caso, anche per la qualità professionale dei due scrittori, premiati da molti successi internazionali, come il ciclo di Dragonlance, celeberrima saga fantasy annoverata ormai tra i classici di questo filone letterario. La storia si ricollega ai libri precedenti, ma può essere letta anche come romanzo a sé stante. Legacy of the Darksword è stato pubblicato per la prima volta nel 1997 e ha portato a cinque il numero totale dei libri della serie. La storia è ambientata circa vent'anni dopo gli eventi della originaria trilogia, e ripropone tutti i principali personaggi di quei libri. Diversamente dai precedenti romanzi, questo è scritto in prima persona e inserisce nella narrazione osservazioni soggettive riguardo al carattere degli altri protagonisti, alle vicende e alla storia stessa, aggiungendo un punto di vista originale al semplice svolgersi dei fatti.
Rispondendo alla domanda di un giornalista, Hickman brevemente racconta l'origine della storia: "Inizialmente Darksword fu concepito perché un certo numero di benpensanti e fanatici religiosi attaccava la TSR [la società che produce giochi di ruolo per cui lavoravano gli autori] sul gioco Dungeons & Dragon, nel 1980. Ho provato a immaginare come sarebbe il mondo se i maghi, gli stregoni diventassero la principale forza spirituale e se questi guardassero alla tecnologia come a una creatura demoniaca. In realtà si tratta anche di una storia che ricorda le vicende di Re Artù, in cui però sono invertiti i termini e gli elementi principali (mettere la spada nella roccia, ecc.)...". Insomma una favola fantasy in piena regola, che non deluderà di certo gli affezionati del genere e magari potrà incuriosire qualche lettore che non si è mai o quasi mai avvicinato a questi romanzi.


L'Eredità della Spada Nera di Margaret Weis e Tracy Hickman
Titolo originale dell'opera: Legacy of the Darksword

Traduzione di Nicola Gianni
342 pag, Lit. 25.000 - Edizioni Fanucci (Il libro d'oro)
ISBN 88-347-0648-X


Le prime righe

CAPITOLO PRIMO


Finalmente, un bambino può essere avvicinato al più insolito dei Misteri, il Mistero della Vita. Il taumaturgo, o Catalizzatore, anche se non ne possiede molta di per sé, è colui che distribuisce la magia. Egli è il Catalizzatore e in quanto tale estrae la Vita dalla terra, dall'aria, dal fuoco, dall'acqua, l'assimila all'interno del corpo, la fa crescere, quindi la trasferisce al mago in grado di usarla.

La Spada Nera

Saryon, che in questo momento, secondo il tempo terrestre dovrebbe avere un'età che oscilla tra i sessanta e i settanta anni, conduceva una vita estremamente tranquilla in un piccolo alloggio nella cittadina inglese di Oxford. Era nato a Thimhallan, però non si ricordava il giorno esatto, quindi io, che scriverò la storia che lui mi racconterà, non potrò fornirvi la sua età esatta. Saryon si è sempre basato sul sistema di misurazione del tempo in vigore su Thimhallan e non si è mai adattato molto bene a quello terrestre. La storia ha significato solo per coloro che ne sono un prodotto e il tempo non è altro che un mezzo per misurare la storia, sia quella recente che quella remota. Per Saryon, come per molti di coloro che vennero sulla Terra da Thimhallan, il tempo aveva avuto un altro punto di partenza. Il loro stupendo, magico e fragile regno natio, sembrava che fosse sempre esistito all'interno di una bolla. Purtroppo quando Joram aveva usato la Spada Nera per far scoppiare quel delicato involucro, il tempo aveva smesso di scorrere.
Tuttavia Saryon non aveva bisogno di misurare il tempo. Il Catalizzatore (così amava definirsi, anche se questo titolo in questo mondo non era di nessuna utilità) non aveva mai appuntamenti, non si serviva del calendario, raramente guardava i telegiornali serali e non aveva mai invitati a pranzo o a cena. Lui amava definirmi il suo amanuense, ma io ho sempre preferito usare un termine molto più informale: ero semplicemente il suo segretario. Era stato il principe Garald a mandarmi da Saryon.
Nella casa del principe avevo il ruolo di cameriere ed era lecito supporre che io dovessi mantenere le mie funzioni quando mi fossi trasferito a casa di Saryon, ma lui non me lo aveva permesso. Gli unici lavoretti che ero riuscito a compiere erano quelli per cui avevo combattuto o quelli che eseguivo furtivamente prima ancora che lui se ne accorgesse.

© 1999, Fanucci Editore


Gli autori
Margaret Weis e Tracy Hickman sono una delle più famose coppie di autori della narrativa di fantasy e fantascienza. Dopo essersi conosciuti presso la TSR, casa editrice del gioco di ruolo Dungeons & Dragon, nella quale la Weis si occupava di scrivere le avventure dei personaggi nelle ambientazioni che inventava Tracy Hickman, trovarono immediatamente una grande intesa tant'è che decisero di tentare la via della narrativa. È del 1985 il loro primo romanzo, primo anche di un ciclo assai famoso, il ciclo di Dragonlance al quale ha fatto seguito il ciclo di Death Gate. Da quel momento in poi hanno dato vita a più di 30 romanzi ed hanno raggiunto una grande popolarità grazie alla trilogia della Spada Nera.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 marzo 1999