Paola Capriolo
Il sogno dell'agnello

"E il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia, e il regno di questa si coperse di tenebra."


Una fiaba triste e fortemente simbolica; un lieto fine così come avviene in ogni fiaba che si rispetti, ma dai toni apocalittici; due protagonisti inconsueti e un po' magici nella loro assoluta normalità: queste le caratteristiche salienti del più recente libro di Paola Capriolo.
In un villaggio assolutamente perfetto, dove nulla è fuori posto, oggetti, animali, persone, dove ogni problema viene risolto dall'alto, dove anzi viene evitato che gli stessi problemi sorgano, appare un vecchio vagabondo. I suoi capelli bianchi stupiscono, le sue rughe incuriosiscono: mai nessuno ne aveva viste, il tempo non ha infatti più la libertà di lasciare le sue tracce sui volti degli uomini. L'eterna giovinezza è una conquista generalizzata, così come l'ordine delle case, il benessere diffuso e il divertimento garantito a tutti. Anche gli animali che popolano il villaggio sono puramente funzionali ai loro padroni, veri e propri oggetti ornamentali e la morte non è prevista per nessuno: uomini e bestie hanno assicurata una vita perfetta, di una perfezione asettica e immune da turbamenti, emozioni, paure. Eppure quel vecchio che possiede alcune strane abitudini quali lo scrivere, il lavorare con le mani, il pensare in modo autonomo, crea un vero cataclisma. Gli abitanti non lo rifiutano né lo allontanano dalle loro case: anche una certa generosità e tolleranza fa parte di quel mondo privo di passioni. Ma pian piano il germe del dubbio che il Principe (questo è il nome che il vecchio dice di avere) porta con sé, corrode le sicurezze, frantuma quella perfetta e precostruita felicità. Si alza lentamente una nebbia su tutto, sempre fitta, sempre più spaventosa. Il televisore, che già era oggetto di censura, arriverà a non trasmettere più nulla. Meno si sa del mondo esterno, meglio si sta, così almeno pensano i "grandi burattinai", coloro che hanno sostituito alle menti degli abitanti un progetto di perfezione tecnica che tolga ogni elemento doloroso dalla vita.
Ma quando la morte inizia a colpire, prima un cigno, poi tutti i pesci, infine tutti gli animali, anche gli uomini iniziano a sentirsi minacciati e allora la patina superficiale di tolleranza e di accoglienza si spezza e riemergono gli odi, le rivalità, le violenze. Il vecchio Principe ha un'unica amica, una bambina diversa da tutti gli altri, una bambina che pensa e soffre, che dubita e si pone domande, una bambina emarginata dalla comunità. E sarà proprio contro i due diversi che si scatenerà l'odio collettivo: eliminarli sarà considerata l'unica possibilità di sopravvivenza. Ma il male non è da cercare al di fuori, il vizio è tutto interno ad un sistema che naturalmente si autodistruggerà e gli unici che potranno salvarsi saranno proprio i non omologati, il vecchio e la piccola Sara.


Il sogno dell'agnello di Paola Capriolo
Pag. 248, Lire 29.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3946-2


Le prime righe

1


Sulle prime, la signora non riesce a capire cosa sia quella grossa macchia scura che contamina l'aiuola centrale del suo giardino. Scosta dalla finestra le tendine bianche spingendole ai lati verso il muro bianco (mentre compie questo gesto la bianca manica della vestaglia scivola indietro scoprendole l'avambraccio) e nel tentativo di vedere meglio si avvicina ai vetri fin quasi a toccarli con la punta del naso.
Per quanto incredibile sembri, e almeno a lei sembra assolutamente incredibile, esaminata in tal modo la macchia sull'erba finisce col rivelare fattezze umane. Lo vede bene, ora, eppure stenta a convincersene, tanto forti sono le ragioni che portano a escludere nella maniera più categorica una simile presenza nel suo giardino. Nessuno degli abitanti del villaggio porterebbe mai abiti del genere, di un tessuto grigiastro, a quanto pare non troppo nuovo né pulito, e nessuno si introdurrebbe in una proprietà altrui per stendersi a dormire sull'erba. In bella vista, per giunta, come uno di quei barboni, o vagabondi, o come altrimenti si chiamino ("clochards", pensa la signora con una punta d'orgoglio), di cui rammenta di aver appreso l'esistenza guardando certi vecchi film.
Improvvisamente si sente stringere il cuore. "Un clochard, un vagabondo," ripete a bassa voce, e volge lo sguardo allo schermo del televisore che è acceso e tuttavia abbuiato, un rettangolo nero dal quale si leva sommessa una melodia d'arpe.
"Un clochard, un vagabondo." Presenza strana eppure poetica, presenza soprattutto degna di pietà, e infatti la signora si sente già prudere gli occhi quasi che le lacrime fossero lì in agguato, pronte a sgorgare alla minima provocazione. "Un povero fagotto di stracci," aggiunge infierendo su se stessa, forse per amor di precisione, poiché davvero la somiglianza è innegabile, la metafora calzante. Come poi il povero fagotto di stracci sia riuscito ad arrivare fin lì, pensa la signora, è senz'altro argomento da approfondire, se necessario con un reclamo scritto al servizio di vigilanza. Intanto però...
Intanto però, mentre le arpe ammutoliscono e lo schermo si illumina esibendo le tinte trionfalmente accese del cartone animato Arcighiotto l'orsacchiotto, il vagabondo, ovvero il clochard, ha cominciato a stiracchiarsi sul suo giaciglio d'erba, e pare ammonire la padrona di casa che il tempo stringe ("Mio Dio, si sveglia!"), che urge prendere una decisione ("E adesso?") e che il modo peggiore per fronteggiare quell'evento così straordinario consiste appunto nel restarsene davanti alla finestra avvolta nella propria vestaglia tormentando pensosamente con le dita la mussola bianca delle tende.

© 1999, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Dopo aver esordito nel 1988 con la raccolta di racconti La grande Eulalia ha pubblicato i romanzi Il nocchiero, Il doppio regno, Vissi d'amore, La spettatrice, Un uomo di carattere e Barbara. Ha pubblicato anche raccolte di fiabe e saggi. Collabora inoltre alle pagine culturali del "Corriere della Sera" e svolge attività di traduttrice, specie dal tedesco.



Filippo La Porta
Manuale di scrittura creatina
per un antidoping della letteratura

"La narrativa più bella, più commovente, è quella che possiede una luce di innegabile autenticità, che sappia parlare della vita di fuori, ha osservato uno scrittore postmoderno e destrutturante come Pynchon. Ci sembra doveroso e nient'affatto massimalista chiedere precisamente queste cose ai nostri scrittori."


Se è vero, come è vero, che per affrontare la lettura, non intesa come saltuario appuntamento con un libro iniziato ben prima di Natale e finito a Pasqua dopo una sosta del volume sul comodino di almeno... sei mesi, ma concepita come esercizio quotidiano del proprio diritto/dovere all'informazione e al divertimento, è necessario munirsi di un adeguato apparato critico di valutazione, questo è un buon testo per iniziare, o un valido spunto per riflettere. La Porta non ha paura di trattare temi anche spinosi legati all'editoria italiana, alle scelte editoriali, al mercato economico che ruota attorno ad esse, agli universi del giornalismo culturale e della critica letteraria. E non risparmia accuse dirette, precise e forti nei confronti delle tante inadempienze o di una generale impreparazione, denunciando con chiarezza colpe ascrivibili agli scrittori o a un mercato gonfiato ad arte, i cui protagonisti spesso sono assolutamente inadeguati al ruolo cui vengono destinati. Non è frequente, come potrebbe apparire leggendo recensioni, critiche, quarte di copertina, interventi pubblici, trovare il capolavoro, l'opera radicalmente innovativa, lo scrittore dotato di un tale talento da giustificare l'abbondanza di aggettivi che vengono usati per definirlo. Eppure, se non proprio quotidianamente, con grande frequenza si parla di opere eccezionali, di "straordinaria inventività" o di "autentica rivelazione" e così via, dando vita a una sorta di "droga" culturale che modifica artificialmente il panorama letterario.
Molto divertenti i ritratti di alcune figure-chiave di questo mondo "dopato": il Giovane Critico, il Giovane Scrittore, il Giovane Conduttore, la Postfemminista, il Giovane Editore, il Giovane Politico, tutti personaggi un po' finti, molto costruiti, attori di uno spettacolo "plastificato" che all'apparenza giocano un ruolo preciso ma che all'atto pratico sono pronti a rinnegarlo di fronte all'utilità di vestire nuovi panni o di affermare nuove convinzioni. Insomma, si sente la necessità di un antidoping per la letteratura, che disintossichi e ridia autenticità alla scrittura e alla critica, formando nuovi "attori" che dimostrino nei fatti e non con "gonfiature innaturali" la propria capacità, senza cadere nella tentazione di andare verso direzioni precostituite, secondo matrici identificabili o effetti, come li definisce La Porta, indicandone alcuni: l'effetto Adelphi o iperculturale, l'effetto De Gregori o ultralirico, l'effetto Spielberg o arcispettacolare, l'effetto Bobbio o del politicamente ultracorretto, l'effetto Fonzie o supergergale...
Non gonfiamo la letteratura, non aiutiamola a crescere al di là delle proprie forze con anabolizzanti e altre sostanze che ne distorcano l'immagine reale: così non otterremo che lettori delusi e sempre meno fiduciosi. Diamole invece una mano a farsi conoscere, facilitiamone la distribuzione "sul territorio", togliamola dalle mani di un'élite culturale "finta" per farla rientrare tra la gente "vera". Mi sembra che la morale (in senso buono, naturalmente) del saggio possa essere: la lettura non è sempre frizzante, sconvolgente, sensazionale, è anche fatica, in certi punti può essere noia; se non viene mai detto non si preparerà nessuno a svolgere questa attività con successo.


Manuale di scrittura creatina per un antidoping della letteratura di Filippo La Porta
76 pag., Lit. 12.000 - Edizioni minimum fax (filigrana n.17)
ISBN 88-86568-67-3


Le prime righe

Premessa

Quanti di voi sanno cos'è quella misteriosa sostanza chiamata "creatina"? Innanzitutto dovete aver trascorso l'estate del 1998 nel nostro paese, soffrendo molto smagliature dell'ozono e ripercussioni del "Niño". Poi occorre un minimo di curiosità populista verso i titoli delle notizie sportive. Se avete soddisfatto questi prerequisiti e sapete vagamente di cosa si sta parlando, provate allora ad applicare la metafora della creatina a vicende extracalcistiche. Un esercizio immaginativo stravagante che può avere però effetti in qualche caso sorprendenti.
Ma cominciamo dall'inizio. Dunque sull'uso e abuso di questa sostanza farmaceutica da parte dei giocatori di calcio è esplosa (grazie a un intervento un po' guascone dell'allenatore della Roma Zdenek Zeman) una delle interminabili polemiche-tormentone dell'estate, dilatata oltremisura dai media e assurta per qualche tempo a caso nazionale. Non meriterebbe dunque ulteriore attenzione né ulteriori commenti. In fondo vale esattemente quanto lo "scandalo" di Monica Lewinski e Bill Clinton (che, sia detto per inciso, ha soprattutto fatto emergere l'ammiccante volgarità del grande giornalismo nazionale e internazionale), o quanto le copertine, le barzellette e i talk show piccanti dedicati al tristo caso del Viagra.
Mi sembra inoltre impossibile, per un non esperto, venirne davvero a capo con sufficiente cognizione. Abbiamo solo capito, al di là della guerra spietata tra club calcistici, che si tratta di una molecola naturale usata come integratore alimentare, di una sostanza insomma non proibita (al contrario di certi steroidi-anabolizzanti a base di ormoni) ma "sperimentale", i cui effetti dunque non sono completamente noti, almeno oltre un certo consumo quotidiano (intorno ai sei grammi).
Eppure, nonostante queste incertezze sui rischi connessi al suo abuso, la creatina ci sembra offrire una metafora particolarmente calzante per le grame sorti delle patrie lettere. Oltre naturalmente alle molte associazioni che, accanto al termine "scrittura", può evocare. Ma occorrerebbe subito chiedersi: e se la nostra società letteraria (o almeno ciò che ne resta) avesse il suo intrepido Zeman nella persona dello scrittore-critico Andrea Carraro, che proprio in agosto, e in modo decisamente ruvido, ha posto, come si dice, alcune questioni urgenti sul tappeto attraverso un articolo apparso su "l'Unità" (e in seguito è stato accusato, proprio come l'allenatore della Roma, di essere confuso)?

© 1999, minimum fax


L'autore
Filippo La Porta (1952) è autore di La nuova narrativa italiana e Non c'è problema e curatore di Racconti italiani d'oggi. Collabora a "Diario", "Musica", "il manifesto" e ad altre testate.



James Lasdun
L'assedio e altri racconti

"Quattro anni e un oceano la separavano da un marito che forse era ancora vivo, forse no, eppure era sempre sposata all'idea di lui. Era sorprendentemente facile consacrarsi a un mistero, un po' come addormentarsi nella neve."


Una raccolta di nove racconti che danno vita a personaggi molto diversi tra loro: giovani nauseati da tutto e adulti nevrotici, ruoli fissati dal censo e tentativi di evasioni morali. La realtà descritta così com'è con i momenti, rari, di piacere (certi paesaggi, certe emozioni) e le tante frustrazioni, le tante stanchezze che permeano il quotidiano. Nasce a Londra ma approda e si sviluppa in India la storia che apre il volume, Delirio da eclissi. Due ragazzi, uniti solo da un attimo di comune voglia di lontananza da casa e da attrazione reciproca vanno come volontari in India. Qui la ragazza, Clare, ritrova una naturalezza del vivere e una carnalità genuina che forse prima non sapeva esprimere, mentre per Jackson, il ragazzo, vi è una malattia che oltre al corpo occupa la sua fantasia provocandogli una gelosia inconsulta, una specie di morbo dell'anima che lo divora, ma a cui si arrende con un perverso piacere. In Lavoro morto il protagonista è lacerato dall'attrazione che, da una parte, ha su di lui non tanto la giovane amica che gli procura un banale lavoro da giornalista mondano, quanto il mondo facile e avvolgente con cui entra in contatto e, dall'altra, il richiamo all'impegno, ad un'attività intellettuale più complessa richiestagli da un amico morente.
Il racconto che dà il titolo al volume e da cui è stato tratto il film di Bertolucci, L'assedio, è sicuramente uno dei più interessanti della raccolta. Una ragazza, Marietta, immigrata in Europa, in fuga da un regime che l'ha perseguitata, lavora come cameriera, per mantenersi agli studi, presso un timido e mite rappresentante della buona borghesia. L'amore che nasce pian piano nell'uomo e che viene espresso attraverso doni pieni di rispetto, è respinto dalla ragazza, fedele all'idea del marito lontano, incarcerato e solo. La richiesta, fatta quasi con rabbia da Marietta, di liberarle il marito se l'uomo aspira al suo amore, viene in silenzio esaudita da Kinsky, il padrone. Giorno dopo giorno, però, la ragazza sente quel marito, che sta per ricongiungersi a lei, sempre più estraneo, mentre la dolce dedizione, l'amore disinteressato di Kinsky la conquistano, ne risvegliano i sensi troppo a lungo tenuti sotto il freddo controllo della ragione.
L'ultimo racconto, Ciò che il cuore desidera, propone uno spaccato di società ricca e snob, la noia di un sabato sera che si vuole rendere emozionante a tutti i costi, violenza, sesso, stupro come parte di un gioco malsano. Tutti sembrano giocare una parte: chi subisce la violenza e chi la perpetra fingendo, forse anche a se stesso, il consenso della vittima. Ma la stessa vittima, ancora sotto choc, cerca di ricomporre quella maschera trasgressiva e sensuale che l'aveva resa facile preda.
Una società, quella descritta da Lasdun (quella che ci circonda) che mostra tutte le sue crepe, le sue nevrosi, le sue patologie. Forse solo chi ne è estraneo, o riesce a fuggirvi, può fare emergere da sé sentimenti forti e autentici, può amare, può sentirsi davvero vivo.


L'assedio e altri racconti di James Lasdun
Titolo originale: Delirium Eclipse and Other Stories

Traduzione di Daniela Guglielmino e Laura Noulian
Pag. 181, Lire 25.000 - Edizioni Garzanti (Narratori Moderni)
ISBN 88-11-66177-3


Le prime righe

DELIRIO DA ECLISSI


Lewis Jackson aveva a disposizione circa dieci milioni di dollari da investire in aiuti multinazionali. Era una somma enorme da gestire per un uomo giovane come lui, ma Lewis era pienamente consapevole della responsabilità e fiducioso nella sua capacità di assumersela.
Era asceso alle gerarchie più alte con una carriera rapida e scorrevole. Il volto ancora infantile aveva già la patina tipica di chi lavora per il successo. Si ritrovava ora a occupare una posizione strategica nel sistema economico mondiale e si sentiva il battito del potere nelle vene.
La sua missione era la prima di una certa importanza che gli fosse stata assegnata, ed era nell'India meridionale: doveva amministrare i fondi per una serie di progetti, dallo scavo di pozzi artesiani nei villaggi, a piantare e irrigare alberi da frutta per migliaia di ettari.
Mancavano sei settimane all'inizio dell'incarico, e decise di trascorrere quel periodo visitando i grandi monumenti dei Moghul nel nord del Paese.
Poco prima della partenza, a una festa in una casa di Kilburn occupata abusivamente incontrò una ragazza di nome Clare. Dalla finestra cui erano affacciati, vedevano il luccichio bronzeo del canale. Alla luce artificiale, i mattoni delle case di fronte erano color seppia e il cielo viola.
"Immagina se questo canale fosse il Gange, e quelle case dei templi", fu la prima frase di Jackson, dopo di che, con disinvoltura, riuscì a portare il discorso sui dieci milioni di dollari e sui suoi progetti. Parlò di pesche, prugne, manghi e lime, di funghicidi e di fertilizzanti, di raccolti in attesa di essere decuplicati... La sua loquacità si era fatta ancor più animata per l'immediatezza del coinvolgimento personale, così che se anche Clare non fosse stata interessata all'argomento, non avrebbe potuto fare a meno di notare l'esuberanza del racconto. Fu quest'entusiasmo che l'attirò a lui.
Clare era una donna serena, rilassata e senza malizie. Si manteneva grazie al sussidio di disoccupazione e trascorreva il tempo tra le lezioni di danza, di lingue straniere e d'artigianato che il municipio locale metteva a disposizione di chi non aveva lavoro, a un costo simbolico.

© 1999, Garzanti Libri s.p.a.


L'autore
James Lasdun è nato a Londra nel 1958 e vive attualmente a Woodstock. È una delle voci più originali della letteratura contemporanea. Ha pubblicato due raccolte di poesie, A Jump Start e Woman Police Officer in Elevator, un libro di viaggi e diversi volumi di racconti: The Silver Age, Delirium Eclipse e Three Evenings.



Gianni Moriani
Il secolo dell'odio
Conflitti razziali e di classe nel Novecento

"Eccoci qui, alla fine di questo secolo, a frugare tra le immani rovine di una umanità vilipesa nella sua dignità."


Il Novecento purtroppo offre infiniti e tragici spunti di riflessione su genocidi e eliminazioni di massa distribuiti lungo tutto l'arco del secolo e in ogni continente. Un dramma sempre in agguato, un pensiero mai sotterrato definitivamente da nuovi valori. Dopo l'olocausto della Seconda guerra mondiale sembrava impossibile che l'umanità potesse ripetere medesimi rituali di sterminio programmato, di fredda eliminazione fisica di un popolo intero. E invece ancora si sono riproposti scenari analoghi nella ex-Jugoslavia, in Ruanda con il genocidio dei Tutsi (800.000 morti), nella Cina Popolare con la persecuzione e lo sterminio del popolo tibetano (più di un milione di morti, il 25% della popolazione del Tibet), nella Cambogia della fine degli anni Settanta (1.860.000 morti), in Sudafrica con le teorie dell'apartheid basate sul protestantesimo calvinista, in Amazzonia, con l'etnocidio delle tribù amerinde... È di questi giorni il riacuirsi del problema curdo, che riapre ancora una volta questa piaga terribile dell'umanità, una cui parte, in taluni momenti e situazioni, pensa di risolvere problemi di convivenza, di equilibrio nazionale e di stabilità economica semplicemente eliminando l'altra parte, considerata in qualche modo avversa e concorrente. Dunque un saggio drammaticamente attuale (basti pensare che da un milione circa di rifugiati nel 1960 siamo passati agli attuali 22 milioni), il cui interesse non risiede solo nell'analisi storica di conflitti ormai cessati, ma proprio nella possibilità concreta del loro ripetersi in tempi e luoghi magari assai differenti, ma con le medesime modalità.
Il testo si apre con un'interessante analisi generale che suddivide le varie forme di conflitti
che nel Novecento hanno portato alla persecuzione e all'odio di un popolo verso l'altro, di una categoria sociale nei confronti di quella individuata come nemica e così via: dalla lotta di razza e quella inter-etnica, dalla lotta di classe a quella politica. Nell'ambito di queste grandi categorie si possono successivamente individuare punti comuni, strategie generali che si ripetono, idee aberranti che ritrovano di volta in volta dei sostenitori. E non solo nella Germania nazista con l'eugenetica, l'eutanasia, il genocidio programmato, o nell'Italia fascista e razzista, ma anche negli Stati Uniti, primo paese al mondo ad autorizzare la sterilizzazione con finalità eugenetiche, da cui non sono state immuni nemmeno la "civilissima" Svezia e le socialdemocrazie norvegesi e danesi (106.000 sterilizzazioni tra il 1934 e il 1976)... Nei capitoli finali l'attenzione si sofferma sulle forme di genocidio "politico" attuate nei paesi dell'America Latina, in Unione Sovietica, nella Cina Popolare (anche in tempi successivi alla Rivoluzione Culturale), nella Cambogia dei Khmer rossi.
In Appendice la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, strumento fondamentale, ma spesso ancora inascoltato, per basare su valori inalienabili la Storia futura.


Il secolo dell'odio. Conflitti razziali e di classe nel Novecento
262 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Marsilio (I grilli n.57)
ISBN 88-317-7123-X


Le prime righe

I. Le radici dell'odio


Tra le rivoluzioni inglese del 1688 e francese del 1789 si consolidò in Europa quel movimento culturale che va sotto il nome di Illuminismo. Periodo in cui la borghesia rivestì degli ideali progressisti, di libertà e uguaglianza la sua lotta per affermarsi nella società. Il suo messaggio di uguaglianza, tuttavia, non riguardava il "popolo" (Voltaire) e neppure gli schiavi delle colonie, ma solo le persone di "qualità": "si dovrebbe ricordare che fu proprio nell'era dell'Illuminismo che il commercio degli schiavi e le piantagioni delle Indie Occidentali godettero di maggior prosperità" (Davis 1966). Una contraddizione troppo palese in seno all'emancipatrice borghesia che spingerà quest'ultima a dare delle giustificazioni al suo agire diseguagliante. Viene così invocato il diritto di conquista per legittimare la schiavitù e si avvia un processo scientifico per "oggettivare" la diversità tra gli uomini da cui far discendere l'ineguale dignità: una nutrita schiera di biologi, medici e antropologi darà il suo contributo all'affermarsi di questa causa con l'invenzione della razza, per poter costruire innaturali differenze tra i gruppi umani.
Le idee illuministiche di uguaglianza, diffondendosi nella società, diedero anche vita a un movimento (socialista) che si prese cura di quel "popolo" e che nel suo sviluppo, con Marx ed Engels, giunse ad elaborare una vera e propria scienza della storia (il materialismo storico) la quale, giustificando la lotta di classe, indicò come meta la dittatura del proletariato.
Questa scientificizzazione delle differenze dentro e fra i raggruppamenti umani avviene nella prima metà dell'Ottocento, in un'Europa dove, sotto la pressione di una borghesia trionfante e del prorompente sviluppo scientifico e tecnologico, si consuma la frantumazione del sapere. Al sapiente si sostituisce lo specialista che esasperatamente coltiva la sua disciplina fino a elaborare un proprio linguaggio, sempre più incomprensibile agli altri saperi. Sia nelle scienze industriali che in quelle sociali l'irrefrenabile corsa al risultato, da raggiungere a tutti i costi, induce una divaricazione sempre più profonda tra scienza e morale. La logica che si afferma è riassunta nel motto: "il fine giustifica i mezzi" che, disancorando l'operare umano dai principi etici, apre ampi spazi a un agire sempre più cinico. Sono infatti proprio questi anni a preparare le fortune degli uomini cinici che, nell'ambito sia delle professioni scientifiche sia di quelle politiche, cominceranno a irrompere sui posti di comando fin dalla prima metà del XX secolo.

© 1999, Marsilio Editori


L'autore
Gianni Moriani insegna presso il Centro Internazionale di Studi Ambientali del Pontificio Ateneo Antonianum di Roma. È autore di Pianificazione tecnica di un genocidio, Storia della salute dei lavoratori (con Franco Carnevale) ed è curatore de Il giorno dopo. Gli effetti della guerra nucleare.



Giuseppe Prezzolini
Diario 1968-1982

"Il mondo è quello che è, nulla di più, nulla di meno, non si può moltiplicare, sottrarre, dividere con nessuno, non è apparizione o apparenza, non è ricordo o speranza o promessa, è l'assoluto del nulla, una irrinunciabile condanna che non si può abolir nemmeno col suicidio, perché quello che è stato, è stato e non si può cancellare..."


Questo diario di Giuseppe Prezzolini che copre il suo ultimo periodo di vita, cioè gli anni dal 1968 al 1982, propone pagine di straordinaria ricchezza e interesse. Brani, spesso molto brevi, intuizioni fulminee, commenti pieni di humour o analisi lucide del presente: sempre, fino a pochi mesi prima della morte e ormai più che centenario, la testimonianza di una mente acutissima e vivace, di una intelligenza brillante e profonda, di una personalità forte e tormentata. Alcuni temi attraversano le pagine del diario: principalmente la presenza calda e amorosa della moglie e il pensiero del suicidio per sentirsi padrone della propria vita anche in questa scelta estrema.
L'età avanzata, alcuni malanni, le molte medicine da prendere sono fastidi accettati di malavoglia, grande è il timore di perdere autonomia, di essere di peso, di diventare un problema per quella donna, sua compagna e amica, per la quale prova una tenerezza e una riconoscenza incommensurabili. Ma le note che riguardano l'attività quotidiana, mostrano al lettore una vecchiaia estremamente attiva: molti gli incontri, i legami epistolari, la produzione giornalistica, la revisione di proprie opere, le letture.
Da lontano Prezzolini non cessa mai di osservare la situazione sociale e politica italiana. Conservatore, profondamente anticomunista, vede con timore le tensioni degli ultimi anni Sessanta e dei primi anni Settanta. Teme l'avvento di un regime comunista, ma non guarda certo di buon occhio i democristiani, laico e rigoroso quale è; plaude alla vittoria del referendum sul divorzio in quanto prova di una società non più bigotta e manovrabile dalla Chiesa. La Svizzera, sua patria adottiva ("Sento di appartenere a una città quando incomincio a conoscere le abitudini delle nuvole") gli offre quella serenità e quella sicurezza a cui aspira, ma frequenti sono i suoi spostamenti in Italia, per conferenze, incontri, impegni giornalistici. Questo intellettuale che, ancor vivo, faceva già parte della storia della letteratura italiana, soprattutto per il dibattito con Gobetti e per l'esperienza de "La Voce", mostra incredibile umiltà e quasi incredulità per gli omaggi resigli, senso di sconfitta per la cattiva gestione di sé e della sua produzione e non solo da un punto di vista economico. Capace di provare emozioni e di vivere turbamenti causati da sogni d'amore o dal bacio di una giovane donna, Prezzolini appare sempre stimolato dalla vita, dalle letture, da un presente pur giudicato tanto amaro. Eppure, frequente, ritorna il tema della morte e del suicidio, come gesto libero, scelta consapevole e estrema affermazione di sé, ma i vari tentativi, talvolta un po' ingenui, di mettere in atto tale proposito vengono sventati da vicini attenti o da medici solerti. La morte giungerà invece, mite e inavvertita (così almeno viene detto da chi gli era vicino all'amico di sempre Indro Montanelli), il 14 luglio del 1982.


Diario 1968-1982 di Giuseppe Prezzolini, edizione curata da Giuliano Prezzolini, presentazione di Indro Montanelli
Pag. 170, Lire 29.000 - Edizioni Rusconi
ISBN 88-18-12191-X


Le prime righe

1968

4 settembre 1968

[...] Domani avremo a cena i Guarnieri e mi son impegnato a fare il risotto. Se ci riuscirò, chi lo sa. Non bisognerebbe mai impegnarsi. È proprio allora che le cose vanno male. [...]

18 settembre 1968

Quando m'accade di vedermi (perché non mi guardo mai) nello specchio, mi domando: "Ma com'è che gli uomini non mi detestano, quando mi vedon così?".

20 settembre 1968

Un uccellino grigio, con un becco lungo e lunghe zampette, entrò ieri da noi, poi fuggì sulla terrazza. Non poteva volare. Abbiam cercato di nutrirlo, ma non c'è riuscito. Forse voleva dei vermi e glieli abbiam procurati soltanto oggi quando l'abbiam trovato morto. Che peccato. Ci eravamo affezionati e lo avevam nominato Benvenuto, e poi Benny. [...]
[...] La minaccia della guerra mondiale cresce. La Russia manda altre navi nel Mediterraneo. Che cosa accadrà di noi? Sopravviveremo senza soldi in questo paese? Meglio sarebbe ammazzarsi. [...]

22 settembre 1968

Giornata di splendido sole, di profili netti di monti, e di gente contenta per le strade. Andammo alla Villa Favorita a vedere la collezione di pitture. È una meraviglia, la villa e la collezione. Mi pareva di ritrovar dei vecchi amici di Firenze, di Monaco, di Venezia (Cranach, Antonello, Ghirlandaio, forse Cimabue etc.). Passeggiata lunga per arrivarci, felicissimo con la mia Pigia. Non mi è riuscito di scrivere un articolo per il Carlino ma ieri compilai recensione Apollonio che spedirò domani raccomandata, precauzione contro ipocrisie del mio direttore. Come sarei contento di farne a meno.

2 ottobre 1968

Sognato stanotte i soliti sogni d'impossibilità e frustrazione, non so come Freud possa dir che i sogni sono sempre la soddisfazione di un desiderio. Per me ripetono invece spesso le insoddisfazioni della vita, le nostre ricerche impossibili. Col tempo cattivo uscii di casa per andare a trovare un generale, pioveva e mi accorsi di non essermi messo le soprascarpe, ora mi bagnerò i piedi, dicevo, ma andai avanti, e si fece buio e dicevo: arriverò tardi, infatti arrivai che tutte le porte eran chiuse, e addio generale. Poi continuai a trovarmi in mezzo a molta gente, col cappotto bagnato e pesante, e incespicai e caddi, e un ragazzino mi parlò, e mi pare, ma non son sicuro, con la madre commentavano il mio stato, e io cercavo di riprendere cappotto e cappello bagnati e di ricoprirmi per tornare a casa. Ma prima, non so se sogno o dormiveglia, pensai di scrivere una delle mie massime (Ideario): Noi che ragioniamo bene e a fondo ci accorgiamo finalmente che gran parte degli uomini, ma, meglio, tutti gli uomini, non ragionano a fondo, e finalmente finiscon per agire irrazionalmente; ma allora ecco un corollario del primo ragionamento, anche noi facciamo lo stesso, essendo uomini, anche noi siamo irrazionali volendo sottoporre tutto al ragionamento. Bisogna che scriva questo pensiero, dissi. (E lo penso ancora, tanto che lo faccio). [...]

© 1999, Rusconi Libri s.r.l.


L'autore
Giuseppe Prezzolini, critico, saggista e giornalista, nacque a Perugia nel 1882 ed morì a Lugano nel 1982. Autodidatta, attento ai più diversi richiami culturali e ideologici, si avvicinò alla filosofia di Bergson e al pragmatismo. Fondò nel 1903 la rivista "Il Leonardo" con Papini, e scrisse con lui il volume La cultura italiana. Dal 1908 al 1914 diresse "La Voce", rivista da lui fondata. La sua posizione nei confronti del fascismo fu piuttosto ambigua e per la sua concezione dell'intellettuale al di sopra delle parti, entrò in vivace polemica con Gobetti. Si trasferì negli Stati Uniti dove insegnò alla Columbia University, ritornato in Europa, visse a Lugano da dove collaborò a giornali e riviste.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




26 febbraio 1999