Ursula Hegi
Come pietre nel fiume

"Le storie crescevano e cambiavano mentre le metteva a punto, cercando di capire fin dove potevano arrivare, quanto si poteva aggiungere e quanto no, ma tutte nascevano da un nucleo autentico, fatto di ciò che lei sapeva o intuiva delle persone. E non è che lei inventasse, piuttosto ascoltava attentamente se stessa."


Com'è il mondo visto con gli occhi di chi non ha la fortuna di essere "normale"? E come può essere la storia della Germania nazista raccontata con le parole e il punto di vista di chi ne vede gli orrori possibili gettare ombra sulla propria pelle? Come può crescere e diventare adulta un piccola donna infelice sin dall'infanzia, desiderosa di uniformarsi, di confondersi con gli altri e continuamente frustrata dalla realtà? Crescere con la consapevolezza di essere affetti da nanismo è un'esperienza quasi inimmaginabile. Eppure l'autrice è riuscita a farci penetrare nell'intimità del sentimento e del dolore di una ragazzina che diventa donna con questo forte handicap e in un periodo storico difficilissimo per la sua nazione. Piano piano entriamo a far parte della sua difficile esistenza, conosciamo la madre, una donna tormentata che la rifiuta appena si accorge della sua diversità, riesce a avvicinarsi a lei per un breve periodo e poi ricade nei suoi tormenti esistenziali fino alla follia e alla morte, lasciandola sola, bambina, ad affrontare l'incerto futuro che l'aspetta. E conosciamo il padre. Fortunatamente sin dai primi giorni di vita, Trudi, questo è il suo nome, può contare sulla fondamentale figura del padre, Leo Montag, punto di riferimento costante sia affettivo che morale. È il padre che funge da tramite tra lei e la madre e sarà lui a svolgere la medesima funzione tra lei e la società, anche attraverso la piccola biblioteca che gestisce. Ma la grandezza di Trudi sta nel riuscire a crescere, malgrado tutto, da sola. La sua forza sta nell'intelligenza e nel coraggio. E l'eccezionalità della scrittrice sta proprio nella capacità di raccontarci questa vicenda, così intensa e drammatica, così triste in alcuni momenti, senza minimamente opprimere con una forma di narrazione "angosciosa", che poteva insinuarsi subdolamente tra le righe e prendere poi il sopravvento. Il personaggio di Trudi, che con il suo aspetto sgradevole poteva suscitare solo rifiuto, allontanamento, derisione, si trasforma invece in una sorta di confidente, di conservatrice di storie e di fantasie, se non, materialmente, custode di memorie collettive raccontate nelle pagine dei libri messi al bando dal regime nazista e nascosti amorevolmente in collaborazione con il padre, in attesa di tempi diversi. Trudi elabora storie e racconta, a sé e agli altri, le sue fantasie, sempre basate su principi di verità. E cresce in lei la consapevolezza di essere diversa anche intellettualmente da questo universo rigido e brutale che la coinvolge, dallo spirito nazista e dalla forza delle regole che la Germania vuole trasmettere al mondo. Regole che lei non accetta, irregimentazioni che rifiuta e rifiuterà sempre per essere libera di pensare e di dire tutto ciò che desidera e di essere differente da tutti gli altri, ma libera di vivere.
In una bella intervista a Natalia Aspesi per La Repubblica, l'autrice racconta: "Nel mio romanzo precedente (Floating in my mother's palm non ancora tradotto in italiano) la protagonista era una bambina nella Burgdorf della fine degli anni '50, che viveva le mie stesse esperienze infantili, e Trudi non era che un personaggio secondario. Poi cominciò ad ossessionarmi, assieme al bisogno di sapere di più e di raccontare i tempi che non avevo vissuto, la Germania dimenticata. E un essere da tanti ritenuto mostruoso, mi parve il personaggio più adatto a far rivivere i tempi mostruosi, quelli in cui essere diversi, per esempio ebrei, o appunto malformati, come Trudi, era una condanna a morte."


Come pietre nel fiume di Ursula Hegi
Titolo originale dell'opera: Stones from the river

Traduzione di Valeria Raimondi
549 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01549-8

le prime pagine
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1.
1915-1918


Da bambina Trudi Montag pensava che tutti sapessero che cosa passava per la testa agli altri. Questo accadeva prima che capisse la forza di essere diversa. L'agonia di essere diversa. E il peccato di sbraitare contro un Dio inutile. Ma prima di questo momento - per anni e anni - aveva pregato di crescere.
Ogni notte si addormentava pregando affinché, durante il sonno, il suo corpo si allungasse, crescesse fino a diventare delle dimensioni di quello di altre ragazzine della sua età che vivevano a Burgdorf - non le più alte come Eva Rosen, che per breve tempo sarebbe diventata la sua migliore amica di scuola, ma che almeno si trasformasse in un corpo con braccia e gambe di lunghezza normale e con una testa piccola e dalla forma aggraziata. Per dare una mano a Dio, Trudi si appendeva agli stipiti delle porte, tenendosi fino a quando le dita non diventavano insensibili, convinta di sentire le ossa allungarsi; molte notti si legava i foulard di seta di sua madre attorno alla testa - uno intorno alla fronte, l'altro sotto il mento - per evitare che si espandesse.
E come pregava. Ogni mattina, quando le sue braccia erano ancora tozze e le gambe non arrivavano a terra e, una volta fuori dal letto, rimanevano penzoloni nell'aria, si accusava di non aver pregato abbastanza o si diceva che non era ancora giunto il momento, e così continuava a pregare, desiderando e credendo che qualunque cosa per cui pregava con tanta intensità, di certo le sarebbe stata accordata, se solo fosse stata paziente.
Pazienza e obbedienza erano quasi inseparabili, e l'addestramento cominciava sin dai primi passi: imparavi a obbedire ai tuoi genitori e agli altri adulti, poi alla tua chiesa, ai tuoi insegnanti, al tuo governo. Gli atti di disobbedienza erano puniti subito e con efficacia: una botta sulle nocche col righello, tre rosari, l'isolamento.
Da adulta Trudi avrebbe disprezzato quegli sciocchi che, con tanta pazienza, se ne stavano inginocchiati in chiesa ad aspettare. Ma quando era bambina andava a messa tutte le domeniche e cantava nel coro; ogni tanto durante la settimana, tornando da scuola, scivolava in chiesa e si lasciava confortare dal sacro aroma dell'incenso mentre sussurrava le sue preghiere ai dipinti dei santi che affollavano le pareti della chiesa di San Martino: san Pietro, accanto al confessionale, con le sopracciglia perennemente inarcate in un'espressione di spaventato stupore, come se avesse origliato ogni peccato che la gente di Burgdorf aveva sussurrato a generazioni di preti stanchi e annoiati; sant'Agnese, con gli occhi addolorati alzati al cielo e le dita incollate al petto come se stesse rivivendo infiniti altri attacchi alla sua purezza; santo Stefano, con una pila di pietre color cioccolato che gli nascondevano i piedi - tranne un alluce pallido - e le braccia sanguinanti tese come per invitare i nemici a lanciargli pietre ancora più grandi e assicurargli così la salvezza eterna.
Trudi pregava tutti loro, e il suo corpo cresceva, ma, come se le sue preghiere fossero state fraintese e trasformate in un orribile scherzo, non si allungava verso l'alto come lei pensava avrebbe fatto, sebbene non l'avesse mai precisato in ogni singola preghiera, ma si espandeva nel senso di una solida larghezza che alla fine avrebbe reso i suoi avambracci massicci come quelli di Herr Immers, il macellaio, e la sua mascella forte come quella di Frau Weiler, la proprietaria della drogheria a fianco.
A quel punto Trudi era già arrivata a capire che pregare per qualcosa non faceva sì che quella cosa accadesse. Era così e basta: non c'era un Dio magico, lei era bassa e lo sarebbe sempre stata, un giorno sarebbe morta, e qualunque cosa le fosse successa, da lì al giorno della sua morte, sarebbe toccato a lei decidere. Capì tutto ciò con una chiarezza così agghiacciante che quella domenica d'aprile del 1929 nel fienile dei Braunmeier si sentì paralizzata sino in fondo al cuore, quando i ragazzi di strinsero in cerchio intorno a lei - quei ragazzi che le aprirono le gambe, che le aprirono l'anima finché ebbe la sensazione che quel moccio secco sulla sua faccia vi sarebbe rimasto per sempre, tirandole la pelle come albume d'uovo - e vide se stessa da vecchia e, nello stesso momento, si vide bambina, come se il passato e il futuro stessero ai due capi opposti di un elastico teso che qualcuno aveva lasciato andare solo per un istante, facendo sì che tutta la sua vita, ogni minuto che aveva o che avrebbe vissuto, si raggomitolasse su se stessa e toccasse il momento in cui lei era nel fienile, e lei seppe che sarebbe stata capace di vedere ancora in quel modo. Vide se stessa che tirava fuori la madre dal suo nido nella terra dietro casa; che smantellava una parte del muro di pietra della cantina e scavava un tunnel segreto fino alla casa dei Blau; che accarezzava la schiena del suo amato con entrambe le mani e toccava l'ovale di peli alla base della sua schiena mentre il cielo notturno turbinava intorno a loro; che si ritraeva dal calore delle fiamme che erompevano dalle finestre rotte della sinagoga e inondavano la scuola e il Theresienheim con scintille dello stesso colore della stella, la stella di David, che la sua amica, Eva Rosen, avrebbe dovuto portare sul cappotto.


© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autrice
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Ursula Hegi è nata nel 1946 in Germania. A diciott'anni si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti, dove insegna scrittura creativa alla Eastern Washington University. È autrice di quattro romanzi e una raccolta di racconti. Come pietre nel fiume, pubblicato in America nel 1994, ha ottenuto uno straordinario successo, vendendo oltre un milione di copie.


A cura di Giulia Mozzato


26 febbraio 1999