Claude Allègre
Dio e l'impresa scientifica
Il millenario conflitto tra religione e scienza

"Spesso aggredita, oppressa dalle religioni, l'impresa scientifica è uscita vittoriosa da questi assalti. Ma, con timore, ci si chiede oggi: è un successo definitivo o rivedremo, magari in Iran o in Algeria, processi come quelli a Galileo o ad Averroè, o addirittura un rogo come quello di Bruno?"


Il rapporto tra scienza e religione è da sempre complesso e delicato. Non si può definire in termini di interscambio, quanto piuttosto di competizione, discussione, spesso incomunicabilità. Ma se al suo nascere la scienza dovette fronteggiare radicate e forti credenze religiose e con difficoltà aprì un varco sempre maggiore nel pensiero umano per fare posto alle teorie che via via produceva, ora il rapporto si è pressoché invertito, ed è Dio che non trova più spazio in una struttura mentale allenata al ragionamento scientifico. Il credo religioso indietreggia di fronte alle certezze scientifiche e sembra quasi deporre le armi, tranne nei suoi picchi di fondamentalismo acceso per i quali il progresso è ancora "male" e le dottrine scientifiche una sorta di arma del demonio da combattere e sradicare dalla società. L'autore propone pochi ma significativi episodi di questa millenaria storia, cogliendo in situazioni estreme alcuni importanti momenti di svolta. Uno di questi è la vicenda di Galilei, vista nel suo evolversi e di cui si sottolineano alcuni aspetti: "innanzitutto dal punto di vista storico, per come illustra la politica della Chiesa destinata a ripetersi in seguito. Poi da quello psicologico: da un lato, una Chiesa meno chiusa di quel che si dice, che vorrebbe avvicinare la scienza; dall'altro, una scienza che fa valere più arroganza di quanto si pretenda". Un altro ganglio preso in esame è il difficile evolversi dell'idea della terra non più centro dell'universo, ma sua parte infinitesimale, periferica, generata da un iniziale Big Bang, ora visto da alcuni teologi come prova della superiorità del pensiero religioso ebraico-cristiano. E, altro tema di grande interesse, il rapporto tra religione e scienza medica. Se per ebrei e musulmani (che seguirono sin dall'inizio una interpretazione biblica favorevole alla figura del medico) questa scienza non era da condannare, per i cristiani fu invece fonte di continue critiche e di ostracismo. E fino al secolo scorso l'atteggiamento della Chiesa "resta guidato da un'idea semplice: l'uomo come tale deve soffrire, è questo il prezzo che deve pagare per il peccato originale. Perché alleviarlo?" E dunque non è difendibile una scienza che intenda aiutare l'uomo nel suo cammino terreno se, ancora nel XIX secolo, "la Chiesa si oppone alla vaccinazione antivaiolosa, sostenendo che Dio risparmia chi vuole o che Dio ha fatto la natura con le epidemie, e non è compito dell'uomo rettificare la creazione". Per non parlare dell'approccio negativo nei confronti dell'evoluzionismo, dello studio della fisiologia umana, della biologia, della genetica... Molti passi si sono fatti verso un ravvicinamento tra religione e scienza che, parlando un diverso linguaggio e partendo da presupposti così differenti, si sono allontanate sempre più (e non solo in Occidente), tuttavia il dibattito è quanto mai acceso. Le tante fedi termineranno di stigmatizzare la scienza? E, viceversa, la scienza potrà definire l'esistenza di Dio? Forse il millenario conflitto tra religione e scienza non avrà mai termine.


Dio e l'impresa scientifica. Il millenario conflitto tra religione e scienza di Claude Allègre
Titolo originale dell'opera: Dieu face à la science

Traduzione di Corrado Sinigaglia
VII-218 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee, collana diretta da Giulio Giorello)
ISBN 88-7078-549-1


Le prime righe

1
"EPPUR, SI MUOVE!"


Il 22 giugno 1633, Galileo Galilei, all'età di sessantanove anni, entra, indossando la veste bianca dei penitenti, nella grande sala del convento della Minerva a Roma. Su richiesta esplicita e pressante di papa Urbano VIII, compare in giudizio davanti al tribunale inquisitore della Congregazione del Sant'Uffizio, composto da dieci cardinali designati all'uopo.
Comparire in giudizio è un termine impegnativo nel lessico moderno: Galileo dovrà accontentarsi di ascoltare la sentenza, senza dibattito preliminare. Da sei mesi è tenuto "prigioniero" a Roma. Mentre i subalterni dell'Inquisizione gli suggeriscono di abiurare, gli si impedisce di vedere il Papa, di cui era stato amico, o anche un cardinale. L'hanno privato del contatto dei colleghi più cari. Monta in collera, si ribella, chiede un contraddittorio con i suoi accusatori, ma invano. È tenuto all'oscuro di quanto si trama ai suoi danni e di quel che deciderà la sua sorte. Non vedrà mai i giudici prima del 22 giugno, non avrà un vero processo e dunque mai l'occasione di dispiegare quella meravigliosa intelligenza che aveva sedotto, e persino soggiogato, tanti ecclesiastici per oltre trent'anni.
Eccolo, davanti al tribunale dell'Inquisizione. In ginocchio, ascolta, teso, pallido, silenzioso, l'intimidatoria dichiarazione, quella dichiarazione che si ritiene egli abbia scritto, ma di cui in realtà viene a conoscenza per la prima volta, letta da un altro:
Io Galileo, figl.lo del q. Vinc.o Galilei di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente in giuditio, et inginocchiato avanti di voi Emin.mi et Rev.mi Cardinali, in tutta la Repubblica Christiana contro l'heretica pravità generali Inquisitori; havendo avanti gl'occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che ho sempre creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica et insegna la S.ta Cattolica et Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Off.o, per aver io, dopo essermi stato con precetto dell'istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova e che la Terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non dovessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina e dopo essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Santa Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata et apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna solutione, sono stato giudicato vehementemente sospetto d'heresia, cioè d'haver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e immobile, e che la Terra non sia centro e si muova; pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d'ogni fedel christiano questa vehemente sospitione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie, et generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simile sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d'heresia, lo denontiarò a questo S. Offitio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d'adempire et osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcune delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da' sacri canoni et altre consitutioni generali et particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le mie proprie mani.
Io Galileo sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono abbligato come sopra; et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiuratione et recitata di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.


© 1999, Raffaello Cortina editore


L'autore
Claude Allègre, geochimico, è ministro della pubblica istruzione e della ricerca nel governo di Lionel Jospin. Professore all'Università di Paris VII, è autore di numerosi libri, tra cui Economizzare il pianeta e Storia della terra, dal big bang alla comparsa dell'uomo.



Régis Debray
Vita e morte dell'immagine
Una storia dello sguardo in Occidente

"Nessuna immagine è innocente. Ma nessuna, ovviamente, è colpevole perché siamo noi che ci autoobblighiamo attraverso di essa. Allo stesso modo, non avendo alcuna rappresentazione visiva un'efficacia in e per se stessa, il principio di efficacia non deve essere cercato nell'occhio umano, semplice ricettore di raggi luminosi, ma nel cervello che sta dietro. Lo sguardo non è la retina."


Fondamentale è la distinzione, ed è il presupposto dell'intero discorso condotto da Debray, tra la possibilità di guardare e la capacità di vedere, in quanto dote "di ordinare il visibile e organizzare l'esperienza". Infatti lo sguardo non è, né dovrebbe mai essere, simile a una macchina fotografica, piuttosto è "un occhio che interpreta". Proprio questo fa sì che la ricerca condotta dall'autore risalga alle prime forme di immagine-comunicazione, immagine-memoria, immagine-rappresentazione, legate in modo indissolubile alla concezione della morte e all'angoscia di vederne gli elementi di dissoluzione. "Né il sole, né la morte si possono guardare in faccia" e quindi nasce l'esigenza di fissare nella rappresentazione quel particolare viso, quel corpo che ben presto sarebbero diventati fonte di orrore. "Rappresentare è rendere presente l'assente", quindi esiste un potere straordinario e misterioso che solo l'immagine possiede.
Così, anche il potere magico assegnato, da quasi tutte le culture, a determinate figure e a determinate reliquie, è chiaramente da attribuirsi al credere umano in tale potere (per altro questo è un elemento che rende efficaci anche moderne discipline quali la psicoanalisi): se "il magico è una proprietà dello sguardo non dell'immagine", diventano comprensibili molti dei miracoli che le varie tradizioni religiose attribuiscono a determinati oggetti.
Il rapporto tra parola e raffigurazione è studiato con particolare interesse dall'autore che sviluppa un'analisi sulla funzione e sulla diversa finalità di queste due tecniche umane. Se la parola è univoca, l'immagine è necessariamente ambigua. Se la parola si rivolge al singolo, l'immagine è diretta al gruppo. Se è possibile un'interpretazione definitiva di un testo, ciò non potrà mai avvenire con una raffigurazione. Se è possibile fruire di un suono o di un'impressione visiva in dormiveglia, questo non potrà mai avvenire con la pagina di un libro. Questo perché "come la voce o la musica, e contrariamente al testo, l'immagine ci lavora nel corpo" e il segreto della forza delle immagini è senza dubbio la forza dell'inconscio in noi. Infatti non può esservi nessun "equivalente verbale di un'immagine colorata", in quanto le intense, inconsce emozioni che può suscitare non sono passibili della razionalizzazione della parola.
Da queste premesse si giunge a spiegare il senso della definizione e dell'utilizzo di una nuova modalità di indagine che Debray chiama "metodo mediologico" che contesta la frattura dell'estetica e della tecnica. Se "l'immagine fabbricata è al tempo stesso un prodotto, un mezzo d'azione e una significazione", l'invenzione estetica è quasi prolungamento della tendenza tecnica e vi è un inestricabile legame tra economia, politica e semiotica di un fatto artistico.
Oggi, nell'era delle macchine visive, è nata una nuova poetica, all'interno di questa vera rivoluzione tecnica e morale, che non rappresenta di certo il trionfo dello spettacolo, in quanto si è stabilita una supremazia dell'udito e si "fa dello sguardo una modalità dell'ascolto". Così il passaggio dall'analogico al digitale attua una vera rivoluzione dello sguardo: la simulazione abolisce il simulacro. E se "il campo delle bellezze possibili si organizza secondo linee di forza tracciate nei laboratori", sono gli ingegneri e non gli artisti a detenerne la chiave. E così se il mondo è effettivamente divenuto la mia rappresentazione e non esiste più un altro con cui il mio sguardo può incrociarsi si è davvero giunti alla fine della storia, alla fine della morale. Tali letture apocalittiche dell'oggi, possono però trovare anche i sostenitori del suo esatto contrario, e questo deriva dallo stravolgimento nato con l'improvviso cambio di mediosfera avvenuto negli ultimi dieci anni.


Vita e morte dell'immagine. Una storia dello sguardo in Occidente di Régis Debray
Titolo originale: Vie et mort de l'image

Traduzione di Andrea Pinotti
Pag. 313, Lire 34.000 - Editrice Il Castoro (gli Imprevisti)
ISBN 88-8033-139-6


Le prime righe

Capitolo I

La nascita dalla morte

Un giorno bisognerà aprire la porta d'ombra, avanzare verso i
primi gradini, cercare una luce per riconoscersi in tenebre così
antiche che la carne umiliata già ci è abituata.
Michel Serres

La nascita dell'immagine è strettamente connessa alla morte. Ma se l'immagine arcaica scaturisce dalle tombe, è per un rifiuto del nulla e per prolungare la vita. La plastica è un terrore addomesticato. Ne consegue che più si cancella la morte dalla vita sociale, meno viva è l'immagine, e meno vitale risulta il nostro bisogno d'immagini.

Perché, da così tanto tempo, i miei simili ci tengono a lasciare dietro di sé delle figure visibili su superfici dure, lisce e delimitate (sebbene la parete paleolitica sia sbalzata e senza contorni, e la cornice del quadro un fatto molto recente)? Perché questi glifi, queste incisioni e questi disegni rupestri, perché questi volumi eretti, cromlech, betili, acroliti, colossi, erme, idoli o statue umane? Perché, insomma, vi è immagine piuttosto che niente? Ammettiamo per un momento di non saperne nulla e varchiamo la porta d'ombra.

Radici

La sorgente non è l'essenza, e il divenire è importante. Ma ogni cosa oscura s'illumina ai suoi arcaismi. Dal sostantivo arche, che significa a un tempo ragion d'essere e cominciamento. Chi arretra nel tempo avanza nella conoscenza. Cominciamo questo viaggio alle sorgenti dell'immagine con i mezzi che abbiamo: i nostri poveri occhi, le nostre povere parole. Sepolture dell'Aurignaciano e tracciati d'ocra su ossi, -30.000. Composizioni irraggianti di Lascaux: un uomo supino, con la testa d'uccello, un bisonte ferito, dei cavalli che fuggono sotto le frecce, -15.000. Ritorno insistente, per millenni, del simbolismo congiunto della fecondità e della morte: la zagaglia-pene opposta alla ferita-vulva.

© 1999, Editrice il Castoro S.r.l.


L'autore
Régis Debray dopo essere stato imprigionato in America Latina (1967-1971) ha svolto la funzione di consigliere del presidente della Repubblica in Francia (1981-1988) per poi tornare a occuparsi di filosofia e di scrittura. Tra i suoi libri apparsi in lingua italiana Lettera ai comunisti, Saggi sull'America Latina, Lo Stato seduttore.



Dacia Maraini
Buio

"Il volto umano parla, ma dice altre cose da quelle che si vorrebbero conoscere. I tratti, come anche il linguaggio, possono essere espliciti nel rivelare la cultura, l'origine sociale, le abitudini professionali."


Una raccolta di storie tragiche: tante vittime e tanti carnefici uniti nella tragedia dal "buio" di certi anfratti della mente umana, dai "luoghi oscuri" della coscienza, dal dolore di vite sbagliate, dai rifiuti e dalle solitudini incolmabili. Adele Sòfia è una commissaria, una donna di mezza età golosa di liquirizia come una bambina, ma ricca di umanità e intuito nell'apparente durezza. È lei ad indagare su queste vicende, su delitti spesso apparentemente risolti, o altrimenti irrisolvibili che, grazie alla sua tenacia e al suo prepotente desiderio di giustizia, trovano una soluzione, affermano una verità molto spesso scomoda. Lo spunto di molte storie è la cronaca. Dacia Maraini interpreta liberamente fatti realmente accaduti e apparsi sulle prime pagine dei giornali, storie di ordinaria follia, di innocenti, di deboli, diventati vittime sacrificali in un momento di raptus omicida. Donne e bambini ne sono i protagonisti, una sessualità malata ne è il motore, l'indifferenza e la solitudine la causa più diretta. E questo vale per il piccolo Grammofono, ucciso da un assistente sociale pedofilo, del primo racconto; per la impaurita Agata, offerta per duecentomila lire a un vecchio degenerato da una nonna che pure la ama; per Tano, per Clementina, per Mario figli di un padre bello e perverso. Arriverà ad uccidere il figlio minore che gli resiste, cercherà di incriminare quello che lo denuncia, dopo aver distrutto la vita della figlia, violentata fin da piccola, trattata poi come una prostituta e ridotta ribelle e bugiarda. Ma, oltre ai figli, c'è un'altra vittima di questo uomo, così apparentemente gradevole, ed è la moglie. Donna insignificante, spaventata e perdutamente innamorata del marito, ne copre le colpe, i delitti, non per malvagità, ma per debolezza sconfinata.
Bellissimo, a mio parere, è l'episodio che riguarda suor Attanasia. Violentata, e rimasta incinta, ama dal primo momento quel bambino innocente che le cresce nel grembo. L'autorità ecclesiastica però considera troppo scandaloso l'evento e dopo la nascita della bambina, avvenuta in convento contro la volontà del potere religioso, ne impone l'allontanamento. Suor Attanasia non resiste a quella separazione e muore. Muore di dolore, vittima innocente di chi dovrebbe interpretare più di ogni altro la legge dell'amore, del perdono e che invece uccide chi già era stato vittima di una violenza, imponendogliene un'altra ancora maggiore.
Un libro doloroso e angosciante, il cui titolo, Buio, ben rappresenta l'atmosfera che pervade la narrazione, condotta forse con qualche eccesso di emotività e forse anche troppo legata all'attuale dibattito su questi spinosi temi.


Buio di Dacia Maraini
Pag. 215, Lire 28.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-68019-2


Le prime righe

Il Bambino Grammofono e l'Uomo Piccione


Il padre l'ha chiamato Grammofono. È piccolo per la sua età. Ha le orecchie a sventola e una faccia tutta punte con due occhi accesi e mobili.
Grammofono, detto Gram, compie fra pochi giorni sette anni. Quando cammina, saltella. Quando ride, si piega in due perché ridere gli fa venire mal di pancia. Soffre di una rinite cronica e ogni tanto il naso prende a colargli irrefrenabilmente. Allora lui si pulisce col dorso della mano che poi si stropiccia contro i pantaloncini corti. La madre gli dice che lascia tracce lucenti come le lumache. "Invece che Grammofono dovevamo chiamarti Lumachino." E ride, facendogli il solletico. La madre ha solo ventritre anni e con questo figlio ci gioca come con un compagno un po' goffo e buffo. Lo afferra per le orecchie, gli soffia in bocca, lo solleva da terra come fosse un cagnolino, o si diverte a farlo cadere lungo disteso con uno sgambetto inaspettato.
Il padre non è quasi mai a casa. Nessuno sa che lavoro faccia. Esce di mattina e torna la sera, quando torna. Porta i capelli lunghi sulle spalle, qualche volta stretti da un laccetto colorato. "È bello come Cristo" dicono di lui i negozianti quando lo vedono entrare per comprare il latte e i biscotti al suo bambino.
A Gram piace giocare con il lungo orecchino in forma di minuscola campana che pende all'orecchio del padre: "posso tirare, pà?".
"No che mi fai male, Gram."
"Posso fare din don?"
"Lo faccio io, guarda." E scuote la testa in modo che l'orecchino ciondoli e suoni proprio come una campanella gioiosa.
Anche la madre si assenta spesso e non torna che a sera inoltrata. Il bambino rimane solo a giocare con i trenini. Ne ha una decina che corrono come frecce sui binari che il padre gli ha amorevolmente sistemato lungo i corridoi di casa.
Ogni tanto Gram esce sul balcone e rimane incantato a guardare i piccioni che svolazzano in su e in giù cercando cibo.
A volte urla "attento" verso un piccione particolarmente ardito che si posa in mezzo alla strada per raccogliere una briciola di pane nell'intervallo fra una macchina e l'altra. Il bambino si porta una mano al cuore come per calmarlo: se la bestiola venisse schiacciata dalle ruote di una auto gli salterebbe tanto nel petto da uscirgli di bocca. Ma i piccioni si salvano sempre: riescono a scappare in volo proprio un attimo prima che l'auto li investa. Allora Gram sorride contento e caccia indietro le lagrime che già gli spuntavano sotto le palpebre.

© 1999, R.C.S. Libri S.p.A.


L'autrice
Dacia Maraini, nata Firenze, di famiglia siciliana, ha trascorso alcuni anni della sua infanzia in Giappone.
Compagna di vita di Moravia per alcuni anni, fu legata a Pier Paolo Pasolini da una forte amicizia. Le problematiche della condizione femminile sono al centro della sua ampia produzione letteraria.
Attualmente vive a Roma.



Paolo Mazzarello
Il genio e l'alienista
La visita di Lombroso a Tolstoj

"La sera del 27 agosto 1897 Tolstoj annotava nel suo diario: È venuto Lombroso. Vecchietto ingenuo e limitato."


Nel vasto panorama delle edizioni di consumo, dei libri "usa e getta", della saggistica di divulgazione spesso retorica e priva di reali dati d'interesse, ecco invece apparire, talora ad opera di case editrici minori, piccoli saggi, non presuntuosi, non supponenti, dall'apparenza anche modesta, ma che coinvolgono come un romanzo, sanno appassionare e avvincere il lettore e, soprattutto, forniscono informazioni concrete e un reale arricchimento culturale. È il caso di questa piccola opera di Mazzarello in cui "prendono la parola" due miti della cultura occidentale: Lombroso e Tolstoj. Dopo aver inizialmente tratteggiato i passi principali dell'opera e delle teorie di Lombroso (premessa necessaria per comprendere meglio la natura del suo incontro con il grande scrittore russo), nonché, in alcuni divertenti passaggi, averci fornito un ritratto del suo carattere impulsivo e confusionario, l'autore segue lo psichiatra-criminologo, all'epoca celeberrimo in tutta Europa per le sue teorie innovative (espresse in saggi come l'Uomo delinquente e l'Uomo di genio), nel suo viaggio verso la Russia. L'occasione è un Congresso medico organizzato a Mosca, dove Lombroso improvvisamente decide di recarsi. La tendenza alle decisioni immediate e "spiazzanti" è un'altra caratteristica della personalità del medico piemontese che emerge dalla narrazione. Accolto a Mosca con grandi onori, malgrado le sue origini ebraiche, Lombroso partecipa a una riunione che vede presente l'élite medica internazionale. Ma a un certo punto decide di far visita a Tolstoj, che considera il massimo scrittore vivente. D'altronde, come lui stesso scrive, "avendo studiato per lunghi anni i fondamenti patologici del genio, avevo trovato in diverse opere di Tolstoj tanti punti a favore della mia teoria (ad esempio, la malattia ereditaria, le stranezze ed eccentricità dell'età giovanile, gli attacchi di epilessia, l'eccitazione psichica che raggiunge l'allucinazione) che avevo motivo di sperare di trovare alcune conferme a ciò anche nella viva personalità del celebre artista e romanziere". Dunque una visita anche "professionale". D'altro canto Tolstoj, ormai divenuto scrittore di enorme fama internazionale e addirittura detto il "secondo zar" per l'importanza e l'influenza nel proprio paese, "aborriva le idee di Lombroso sul genio e sulla sua fondamentale assonanza con la follia. E sicuramente gli erano ben noti i brevi riferimenti che il criminologo italiano gli aveva dedicato". Tuttavia anche Tolstoj era interessato ai meccanismi che originano la pazzia e ai folli, in tutt'altra forma, però. E, soprattutto, non si riteneva affatto matto. Con queste premesse si svolge l'incontro tra i due, descritto dettagliatamente attraverso la ricostruzione del dialogo ritrovata nei diari di Lombroso e in alcuni accenni di Tolstoj, impegnato a sottrarsi all'analisi del criminologo italiano. Incontro tutto da leggere, che avrà ripercussioni sulla stesura di Resurrezione ma sostanzialmente fallimentare: "Il Genio e la Follia di entrambi non erano riusciti ad entrare in contatto perché erano di specie troppo diversa per trovare un punto d'intesa."


Il genio e l'alienista. La visita di Lombroso a Tolstoj di Paolo Mazzarello
94 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Bibliopolis (Saggi Bibliopolis n.59)
ISBN 88-7088-301-9


Le prime righe

I

IL GENIO E LA FOLLIA


Era il luglio 1897. A Cesare Lombroso continuavano a giungere inviti per il XII Congresso Medico Internazionale che quell'anno si sarebbe tenuto a Mosca. I seguaci della Nuova Scuola di Antropologia Criminale e Diritto Penale insistevano per una sua adesione. Non si poteva lasciare libero campo ai nemici che in passato avevano tentato di ridicolizzare la nuova Verità. Come un albero che si ramifica e genera frutti, Lombroso aveva disseminato questa verità sulle riviste di mezzo mondo. Esisteva un profondo legame, una simmetria, fra Genio e Follia. Non si trattava di due polarità opposte, irriducibili. Al contrario, come in uno spazio non-euclideo in cui i due estremi si toccano, genio e follia erano le due facce della stessa realtà psicobiologica; una realtà distorta, alterata, disturbata. Ma, come un raggio di luce si rifrange in tanti colori attraverso un prisma, questa stessa realtà pareva investire altri campi della patologia mentale, dotandoli di nuovi significati. E così il binomio genio-follia finiva con l'abbracciare gli stessi abissi della mente criminale.
Lombroso era il profeta di questa concezione rivoluzionaria che, come un torrente in piena, defluiva dalla bocca degli intellettuali di mezzo mondo. Con un suo codice di decrittazione, nel quale erano utilizzate anatomia, psichiatria, antropologia, storia, etnologia, linguistica comparata, pensava di aver trovato il principio unificatore di fenomeni mentali apparentemente tanto lontani. Essi differivano solo per un elemento quantitativo, ma erano della stessa dimensione qualitativa. Perciò è comunissimo trovare autentici lampi di genialità nei pazzi, come è altrettanto frequente riscontrare tratti di pazzia nei geni. Nella sua lunga frequentazione di manicomi Lombroso aveva avuto modo di studiare una lunga sequela di alienati i quali, per "legge di compensazione", erano anche poeti, pittori, filosofi. Come quel "povero matto", che aveva visitato quarant'anni prima, "rinchiuso nel Manicomio [di Pavia] dal 1850 per delirio di persecuzione cominciato dopo alcune reali persecuzioni politiche, allucinato nella vista e nell'udito, senza memoria al punto da non riuscir a recitare qualche parola nel teatrino del Manicomio", le cui idee erano degne di Jakob Moleschott.

© 1998, Bibliopolis - Edizioni di filosofia e scienze


L'autore
Paolo Mazzarello è medico neurologo e dottore di ricerca in Scienze Neurologiche. Incaricato di ricerca presso l'Istituto di Genetica Biochimica ed Evoluzionistica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia, collabora con il Museo per la Storia dell'Università di Pavia.



Georg Qúpersimân
Il mio passato eschimese

"Il mondo artico è stupendamente evocato nel suo biancore e nel suo ghiaccio... nella bellezza degli iceberg e degli abbaglianti specchi d'acqua che fa risaltare, per contrasto, l'estrema povertà e durezza dell'esistenza."

Claudio Magris, Corriere della Sera


Il mio passato eschimese è un libro di memorie un po' romanzo e un po' saggio antropologico, scritto con grande semplicità e immediatezza. È la testimonianza diretta di un eschimese, o inuit, il cui destino è quello di diventare sciamano. È il racconto della sua infanzia e della giovinezza, raccolto dal pastore protestante Otto Sandgreen, che negli anni Quaranta ebbe modo di conoscerlo nel momento in cui si convertì al cristianesimo. Un racconto che si presuppone trascritto fedelmente, senza elaborazioni successive, senza interventi letterari.
I sentimenti espressi sono forti, le sensazioni sono quelle primordiali: la fame, il freddo, la stanchezza, la paura. La salvezza è legata alla fortuna, all'abilità, al coraggio. I pericoli sono infiniti: i profondi crepacci nel ghiaccio, le freddissime acque, i feroci orsi polari, il gelo penetrante, i violenti compagni che da un momento all'altro possono trasformarsi in assassini. E proprio con un omicidio inizia la storia: l'omicidio del padre di Georg Qúpersimân, che si ritrova così solo con la madre, catapultati entrambi in quell'oceano di difficoltà che caratterizza la sopravvivenza in un luogo così ostile per l'uomo. Dove è arduo vivere, dove l'esistenza è sempre in pericolo, l'essere umano diventa duro, implacabile, spesso feroce. Con questa umanità madre e figlio devono fare i conti. Ma, malgrado le enormi difficoltà, Georg cresce e, ora uomo, decide di vendicare la morte del padre diventando uno sciamano e potendo così contare sull'aiuto degli "spiriti ausiliari". In un mondo in cui per sopravvivere alle carestie si disseppelliscono i morti lasciati nel ghiaccio e si cuociono, in cui la violenza sulle donne, oppresse anche da un gran numero di tabù, è quasi sempre lecita e i bambini arrivano all'età adulta solo se sono forti abbastanza da resistere a tutte le prove cui vengono sottoposti dalla natura, la presenza di forze misteriose, di spiriti superiori e amici da usare a proprio vantaggio, è indispensabile. Anche in queste terre l'uomo ha un'anima e una sensibilità, desideri e passioni che vuole vedere realizzati. Il desiderio di Georg è quello della vendetta, ma non attraverso la violenza omicida, ma con un'altra arma abituale tra gli inuit e patrimonio degli sciamani: il canto denigratorio, un testo cantato dal contenuto così duro e diretto da rovinare l'assassino di fronte a tutta la comunità. Non è importante sapere se Georg porterà a termine la sua vendetta. La validità del libro sta nella sua funzione di testimonianza diretta, sebbene in qualche modo mediata dalla trascrizione, di un modo di vivere così distante dal nostro da essere quasi incomprensibile, in un mondo affascinante, con paesaggi e colori dai toni drammatici, con suoni violenti o enormi silenzi e un clima al limite della sopravvivenza, che non potremmo scoprire se non esistessero pagine come queste.


Il mio passato eschimese. Memorie di uno sciamano della Groenlandia di Georg Qúpersimân
A cura di Otto Sandgreen
Titolo originale dell'opera: Min eskimoiske fortid

Traduzione di Eva Kampmann
211 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Ugo Guanda (Biblioteca della Fenice)
ISBN 88-8246-016-9


Le prime righe

Io

Sono venuto al mondo a Igdluluarssuit, un po' a nord di Skjoldungen, in una località chiamata Narssalik; come appresi in seguito, fu nell'anno 1889, in autunno, probabilmente in ottobre, in ogni caso nel periodo in cui la neve appena caduta cessa di sciogliersi.
Mio padre si chiamava Qúpersimân e mia madre Qapâje. Pitsuana era il mio nonno paterno, e Igdluluarssuit la sua dimora preferita.
Voglio spiegarti subito chi sono, e per farlo comincerò dicendoti come mi chiamo: mi chiamo Qârtsivaq, è questo il nome che mi diedero mio padre e mia madre. Mia madre mi chiamava anche con un altro nome, Nangãq: lo usava solo quando mi cantava la ninna nanna - ebbene sì, mi cantava la ninna nanna - quindi Nangãq è il mio vezzeggiativo. Mia zia materna Qingmâjik mi chiamava Pîtsíngîkajik; mio zio Îjarsilarteq, che era il nome della moglie morta. Più tardi, quando iniziai a prepararmi per diventare sciamano, mi facevo chiamare Qipínge, il nome di un grandissimo sciamano e di uno spirito ausiliario. È questo per me il mio vero nome. Infine mi è stato imposto il nome di Georg quando, in età adulta, sono stato battezzato, e quello di mio padre, Qúpersimân, come cognome. Ti sembrano troppi? Ho sentito dire, e poi l'ho verificato di persona, che anche i groenlandesi dell'Ovest ne hanno parecchi. Io non credo di averne troppi. Chi me li ha dati, mi ha donato una parte del suo patrimonio per dimostrarmi che mi voleva bene, e quindi sono contento di tutti i miei nomi.
Da quando hanno inizio i miei ricordi, non avevo più un padre e avevamo abbandonato il luogo dov'ero nato; ci eravamo trasferiti in una località nei pressi di Kap Dan, chiamata Sîtsivaraq. Qualche tempo dopo ripartimmo per raggiungere Sermilik, un grande fiordo al quale sono rimasto molto legato. Lì cambiavamo spesso dimora. Più tardi ti dirò perché amo tanto Sermilik, senza il quale la storia della mia vita sarebbe breve e insignificante.

© 1999, Ugo Guanda Editore



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




19 febbraio 1999