Francisco Coloane
La scia della balena

"Sedendosi sulla brandina, nella cabina che serviva al tempo stesso da sala consultazione mappe, il capitano Albarrán fece battere i tacchi dei suoi grossi stivali da cacciatore di balene come per contrastare il rumore del mare, simile ai passi di un gigante che si avvicina ma non arriva mai."


Notevole narratore di avventure e viaggi, Francisco Coloane compirà 90 anni nel 2000. Un grande vecchio della narrativa, dunque, che solo recentemente gli italiani hanno conosciuto. Ora, l'opera di quest'uomo incanutito ma non meno brillante di un tempo è lentamente tradotta anche nel nostro paese e, al ritmo di un romanzo l'anno, dal 1997 abbiamo cominciato a riconoscere il suo stile narrativo nel grande panorama della letteratura sudamericana (in precedenza era stato tradotto solo Terre d'oblio per le Edizioni Lavoro nel 1987). Una narrazione strettamente legata alle sue terre d'origine e alle esperienze vissute in prima persona: guardiano di un faro, tosatore di pecore nelle vaste terre cilene, baleniere. Proprio quest'ultima intensa pratica di mare ha generato le affascinanti pagine de La scia della balena (pubblicato in Cile per la prima volta nel 1962). Si tratta di un romanzo di formazione, nel senso più tradizionale del termine: formazione personale, ma anche "professionale", come marinaio e cacciatore di balene. È l'iniziazione alla vita di un ragazzo, Pedro, già provato da un'infanzia difficile e ulteriormente colpito dalla morte della madre. Sin troppo facile il confronto tra il giovane marinaio e il suo maestro (un "capitano coraggioso" a caccia di balene) e il mitico capitano Achab di Melville. In queste pagine, però i protagonisti non camminano verso un destino inevitabile, verso l'unico riscatto possibile rappresentato dalla morte. Per Coloane la caccia ai cetacei rappresenta un mestiere, una fonte di guadagno e non una missione, la balena non è l'incarnazione del male. Il capitano è un padre, "i sacrifici imposti dall'andare a caccia di balene in Antartide potevano essere ricompensati solo con un buon guadagno, e questo proveniva esclusivamente dalle balene, e, soprattutto, dal fiuto del capitano nell'individuarle e dalla sua mira con l'arpione. Era, dunque, come un padre che dava una mascada [una somma di danaro, n.d.r.] a tutti i suoi figli ogni volta che lui centrava il bersaglio" e come un padre lo vede il giovane Pedro, che approda alla sua nave dopo tanti incerti della vita e dopo aver conosciuto la cattiveria, l'ingordigia, la falsità umana in molte forme. Pedro diventerà uomo in un mondo naturale e selvaggio, sempre spazzato da un vento implacabile metafora del male di vivere, e riuscirà a superare anche la terribile lotta con la balena e la forza immensa dell'oceano, pronto per la vita.


La scia della balena di Francisco Coloane
Titolo originale dell'opera: El camino de la ballena

Traduzione di Pino Cacucci e Gloria Corica
306 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Guanda (La frontiera scomparsa. Collana diretta da Luis Sepúlveda)
ISBN 88-8246-010-X


Le prime righe

1


Quella notte accaddero cose piuttosto strane a Quemchi, piccolo porto del legname. Non fu tanto per la tempesta che si era scatenata a metà pomeriggio facendo colare a picco un battello carico di legna, perché la gente dell'arcipelago è abituata a sopportare la furia delle grandi depressioni atmosferiche che si susseguono provenienti dal lontano sudovest. Gli eventi singolari furono quelli che seguirono alle raffiche di pioggia notturne.
La barca a vela stava doppiando il piccolo promontorio di Pinkén quando venne capovolta da una di quelle raffiche traditrici. L'unico uomo a bordo, un modesto padre di famiglia che era andato a raccogliere legna per la sua casa, si arrampicò sulla chiglia e, stando a cavalcioni come se fosse sul dorso di un cetaceo, si aggrappò con unghie e denti alla sua unica zattera di salvataggio.
Quando sembrò che ormai nessuno si sarebbe azzardato a uscire per recuperare il naufrago che si dibatteva tra la vita e la morte in mezzo al mare comparve alla vista degli abitanti il battello di Raúl Carnot, un pescatore, che evitando abilmente gli scogli di Pinkén usando la sola vela del fiocco, arrivò fino alla barca rovesciata, rimasta a galla grazie al carico di legname, e trasse in salvo Pedro Santana, la cui moglie correva disperata sulla riva con il suo scialle nero simile alle ali di un corvo svolazzante tra le onde.
Tutto il villaggio di Quemchi provò un grande sollievo di fronte al gesto di Carnot. Gli uomini, soprattutto, quella notte andarono a letto più sereni, pensando che l'indomani avrebbero potuto guardarsi in faccia con la stessa franchezza di prima, senza quel velo di vergogna che in simili occasioni le tempeste lasciano sul loro volto.
Tuttavia, non riuscirono a dormire tranquilli per un altro motivo: a notte fonda vennero svegliati da un angoscioso pigolare di uccelli migratori che avevano cercato rifugio sotto le grondaie. Molti abitanti uscirono dalle case cercando di farsi luce nella burrasca con torce di lino; ma riuscirono soltanto a intravedere sotto le tegole di larice delle sfuggenti ombre grigiastre, stesso colore della tempesta, che battevano le ali pigolando atterrite, anche se erano più sicure lì che tra le chiome squassate degli alberi, dato che il vento impetuoso stava scuotendo il bosco fin dalle radici.

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Francisco Coloane, nato a Quemchi (Cile) nel 1910, interrompe giovanissimo gli studi per iniziare una vita avventurosa e girovaga nelle più remote regioni meridionali del continente americano: sarà pastore e caposquadra nelle haciendas della Terra del Fuoco, parteciperà alle ricerche petrolifere nello Stretto di Magellano, vivrà insieme ai cacciatori di foche e navigherà per anni a bordo di una baleniera, prima di iniziare (nel 1940) l'attività di scrittore. Fra i suoi libri: El último grumete de la "Baquedano", Rastros del Guanaco Blanco, Terra del Fuoco, Capo Horn e I balenieri di Quintay.



Roberto Cotroneo
L'età perfetta

"Francesca era bella, ma in un modo diverso da Nunzia, che pareva sottrarre al mondo ogni sfrontatezza, per portarla con sé, come una dote. Che Francesca lo sapesse non c'era dubbio. Che ne soffrisse credo ancora di poterlo affermare."


Il romanzo di una passione, una storia che si srotola lungo i versi del più sublime dei libri della Bibbia, il Cantico dei Cantici.
Un giovane professore di greco e latino decide di rinunciare a una brillante carriera universitaria in Germania e va ad insegnare nel ginnasio di un piccolo paese della Sicilia, richiamato là dall'amore per una ragazza conosciuta in Germania, Francesca che era ritornata, dopo una serie di sventure familiari, nell'isola a prendersi cura dei beni ereditati dai genitori morti. Ma nella quarta ginnasio a cui viene assegnato, il professore si trova come alunna la giovane sorella di Francesca, Nunzia, adolescente perturbante e sensuale, per la quale inizia a sentire in sé una passione ingovernabile. I rapporti con la prima fonte del suo desiderio, la sorella maggiore sempre più diversa dalla ragazza che lo aveva portato lì e per la quale aveva rinunciato a fama professionale e stima sociale, diventano sempre più freddi e staccati. Il messaggio che le aveva mandato appena giunto in paese, erano due versi di quel Cantico dei Cantici che rappresentava per loro una specie di codice amoroso segreto. Quello stesso libro viene da lui utilizzato anche come testo scolastico e la lettura, nella sensualità di certe pagine, appare invece come tramite tra di lui e la giovane allieva, vibrante e rapidamente accesa dalla indomabile passione di quel particolare professore. In un paese siciliano, alla fine degli anni Cinquanta, una ragazza dalla così evidente bellezza che porti in giro, da sola, la sua sfrontata sensualità, già era fonte di scandalo e di chiacchiere. Il fatto che le due sorelle vivessero praticamente da sole, nella grande casa paterna, attorno alla quale già si narravano storie per lo meno ambigue, orfane di una madre morta pazza, totalmente libere nella gestione della loro vita, rappresentava di certo una fonte di turbamento e di pettegolezzi. Tutto ciò però non può spegnere, né frenare quel rapimento dei sensi, quel turbine indomabile che assale il giovane professore e la ragazza che si offre a lui con passione. Tra i turbamenti del confessore, il moralismo delle autorità laiche e religiose, i pruriti dei compaesani, la vicenda si conclude classicamente con l'allontanamento della ragazza, mandata in collegio in Germania e la fuga del suo complice in amore, che ormai non ha più alcuna ragione di restare a subire i giudizi moralistici e invidiosi dei siciliani. In questo romanzo sensuale e passionale Cotroneo ripercorre alcuni "topi letterari" e ci propone una vicenda in realtà molto intellettuale e poco carnale, ambigua e sofisticata, del tutto accattivante.


L'età perfetta di Roberto Cotroneo
Pag. 172, Lire 25.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86022-0


Le prime righe

1

C'è una legge di natura che sappia spiegare perché il mio desiderio per Nunzia sia rimasto intatto, a dispetto del tempo? Una legge che mi dica perché non c'è più una sola notte che io non desideri quel corpo, fino a sentirmelo addosso, come se Nunzia fosse ancora con me, in quelle stanze che dànno sul giardino? Se questa legge esiste, certo mi è ignota. E quando il cancello del giardino non si aprì, mi sentii perduto, come non potessi più godere della vita.
Il giardino era segreto, chiuso su tre lati da finestre che quasi lo imprigionavano. Soltanto una facciata interna del palazzo aveva al primo piano un piccolo balcone esposto a oriente, che prendeva sole per poco. Poi il sole scendeva fino a scomparire dietro le case ammassate una sull'altra, a formare vie storte, che un tempo le carrozze non giravano, e ora le automobili hanno il loro bel da fare.
Arrivai in città e il primo ricordo è per Antonino, quel tipografo senza un braccio che mi chiese perché mai volessi pubblicare un annuncio che non si capiva, sul foglio che leggevano tutti, ma di nascosto. C'era un odore strano in quella tipografia, di piombo e mandarini.
"Volete davvero scrivere questa cosa? Proprio così in questo modo?"
Proprio così. Così volevo. Con tutta la mia aria da giovane professore, e i pantaloni ancora macchiati dal vino rosso che mi avevano offerto sul treno.

"Volete, volete veramente signore?"
"Professore, se permettete."
"Vogliate scusarmi, professore. Se leggo con proprietà debbo comporre le lettere su due righe: "Soffiate sul mio giardino". E poi sotto: "Esalino i suoi profumi". "Esalino" con una "s" soltanto?"
Persino il giornale profumava di mandarino: lasciato là a marcire sul tavolino del caffè Tripoli, al sole, proprio sotto l'insegna Martini & Rossi. Se non fosse stato per il cane che entrava e usciva tutto pareva una fotografia. Ferma come quel foglio di giornale fondato e diretto dal cavalier Attilio Corpaci sin dal 1951. Corpaci era massone (tutti dicevano), e soprattutto gran conoscitore del mondo: pronto a vendersi per una notizia contro il vescovo o quei democristiani dell'ultima ora, in verità vecchi monarchici ancora delusi dal referendum, nonostante fossero passati più di dieci anni.

Il cavaliere, così lo chiamavano tutti, era stato socialista. Nel 1913 era a Milano con Mussolini: all'"Avanti!". Fu per questo che poi i fascisti lo lasciarono in pace, con tutto che non aveva mai preso la tessera. Il Duce l'aveva ordinato con un dispaccio al prefetto: che fosse controllato, ma niente di più. E lui neanche un saluto romano, quando la domenica il federale portava la signora a passeggio.

© 1999, R.C.S. Libri S.p.A.


L'autore
Roberto Cotroneo ha 37 anni e vive a Roma. Ha pubblicato un saggio Se una mattina d'estate un bambino. Lettera a mio figlio sull'amore per i libri e due romanzi, Presto con fuoco e Otranto. I suoi libri sono tradotti in otto lingue.



Lorenzo Renzi
Proust e Vermeer
Apologia dell'imprecisione

"A questo punto della stesura della Recherche, Proust aveva fretta, molta fretta: sapeva ormai che la fine della Recherche si giocava in una lotta all'ultimo minuto con la morte che si avvicinava."


Un saggio così serio e rigoroso, può avere inaspettate valenze di indagine poliziesca, può improvvisamente tratteggiare la figura del critico letterario come un investigatore alla ricerca di indizi per scrutare a fondo l'opera letteraria in esame? Renzi dimostra di sì, affrontando un passo de la Recherche (più precisamente la storia della morte di Bergotte, vecchio scrittore alter ego di Anatole France e dello stesso Proust che si accascia davanti a un quadro di Vermeer particolarmente amato) in modo meticoloso ma non privo di ironia, con gli strumenti dell'analisi storico-critica, ma con la passione di chi vuol risolvere un "caso". Il caso in questione è l'imprecisione con la quale Proust ha affrontato la descrizione e l'analisi del dipinto, sottolineando particolari inesistenti.
Curiosamente ne emerge un lato dello scritto che rasenta la superficialità, in cui le valutazioni, le analisi di esperti d'arte e la rapida visione personale vengono mescolate per dare vita sì a una pagina esemplare della Recherche, ma una pagina densa di stimoli e spunti critici. Ne la Prigioniera, a proposito del dipinto Veduta di Delft di Vermeer, Proust scrive: "il piccolo lembo di muro giallo (...) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d'arte cinese, d'una bellezza che poteva bastare a se stessa". Ma un muro giallo nel quadro non esiste. Questo colore è presente nella realizzazione di alcuni tetti, "il solo muretto in predicato è quello all'estrema destra (in particolare quello centrale della serie della sequenza di tre muri), ma il colore giallo è quello del tetto inondato di sole. Proust deve aver associato il muretto di sinistra con il colore del tetto più a destra", scrive Renzi nel suo saggio. E su quali elementi oggettivi Proust valuta l'influsso orientale dell'opera? Con quali motivazioni? Certo è che l'arte olandese del periodo era influenzata in qualche modo dall'estetica cinese, anche grazie alla sempre più diffusa presenza di collezionisti appassionati. Dunque un certo influsso poteva aver toccato anche l'opera di Vermeer. Altrettanto sicuro l'avvicinarsi della morte per Proust, che lo condizionava nella scrittura, rendendolo ansioso di concludere la sua opera della vita. Ma, come in ogni indagine che si rispetti, non diremo l'esito finale della ricerca di Renzi, interessante e curiosa e talora divertente come un giallo.


Proust e Vermeer. Apologia dell'imprecisione di Lorenzo Renzi
112 pag., ill., Lit. 20.000 - Edizioni il Mulino (Intersezioni n.190)
ISBN 88-15-06746-9


Le prime righe



Jan Vermeer, Veduta di Delft, L'Aja, Mauritshuis.
Per Proust «il più bel quadro del mondo».

I

Proust e Vermeer:
il grande tema della reminiscenza


Se Proust non fosse Proust e avesse voluto solo raccontarci, circa alla metà della Prigioniera, come è morto Bergotte, gli sarebbero bastate ben poche parole.
Benché ammalato, e a dispetto del divieto del dottore, l'anziano scrittore Bergotte decide di uscire di casa per visitare un'esposizione di arte costituita con opere inviate da musei olandesi. Bergotte è attratto dall'idea di guardare con attenzione un particolare del quadro di Vermeer che raffigura una veduta di Delft, particolare segnalato da un critico in un giornale, e che Bergotte non ricorda. Si tratta di un "petit pan de mur jaune" (un "piccolo lembo di muro giallo") vicino a una tettoia. Questo particolare, a detta del critico, richiamerebbe l'arte cinese. Proprio mentre Bergotte ammira questo particolare, è colpito da due successivi colpi apoplettici. Prima di morire Bergotte ha avuto modo di paragonare la sua arte a quella di Vermeer, e in particolare all'effetto ottenuto nel muretto di Delft: così, pensa, avrebbe dovuto scrivere...
Questa esigua materia narrativa, che si potrebbe senza fatica ridurre ad ancora meno righe, lievita in Proust fino a occupare sei pagine.
Ogni lettore sa che la lunghezza è caratteristica di Proust. Ma chiediamoci: come Proust amplia la sua materia, con che tecnica, e a che fine?
La Recherche, come si sa, ha una "struttura sinfonica", sinfonica nel senso wagneriano del termine. In Proust, come in Wagner, la narrazione avanza per temi. Durante tutto l'episodio quattro temi si rincorrono, temi proprio nel senso dei "temi conduttori", Leitmotive, della musica di Wagner. Sono: il tema della malattia, quello della gloria letteraria, quello dello spuntino di patate, quello della filosofia e della religione. Nelle sei pagine che costituiscono l'episodio, questi temi appaiono e scompaiono, per apparire ancora. Si intrecciano, insomma, proprio come dei Leimotive wagneriani.
Non tutti questi temi hanno la stessa ampiezza o la stessa importanza. Il tema delle patate quando appare occupa una sola riga, e la seconda volta tre.

© 1999, Società editrice il Mulino


L'autore
Lorenzo Renzi è professore di Filologia romanza all'Università di Padova. Ha pubblicato, tra l'altro la Nuova introduzione alla filologia romanza, Come leggere la poesia ed è curatore della Grande grammatica italiana di consultazione.



Ingo Schulze
Semplici storie

"Anche se ero così ingenua e sprovveduta, dicono, avevo fatto presto a capire - quando gli altri si cullavano ancora nelle illusioni - avevo già capito come sarebbe andata a finire, qui da noi."


Un romanzo che si svolge attraverso ventinove episodi, che intreccia numerosi personaggi, che testimonia la recente condizione di incertezza economica ed esistenziale non solo della nuova Germania unificata (che rappresenta emblematicamente la situazione più acuta), ma tutto l'Occidente.
Schulze non tende a dimostrare nulla, non si pone l'obiettivo di lanciare messaggi etici o ideologici al lettore, anzi: mancano sicuramente valori comuni, tensioni morali, speranze salvifiche sul futuro. Le storie sono minimali, quotidiane e spesso banali; i personaggi non hanno nulla di eroico o di particolarmente drammatico, sono uomini e donne qualsiasi. E proprio questo è il centro di interesse del libro: autentica quotidianità, autentica crisi culturale, onesta (e nitidissima) fotografia del presente.
Indicativo è il terzo episodio, Finalmente una buona storia!. Tra la febbrile vitalità di una economia di mercato appena scoperta, tra i primi sintomi di un consumismo tanto facilmente penetrato in un Paese (la Ddr) così a lungo rigidamente separato dal mondo Occidentale e una contrapposizione sociale tenuta sotto controllo energicamente dalla polizia, si sviluppa la vicenda della giornalista Danny. Tra i residui di un regime crollato, di cui restano forse solo alcuni mobili, la violenza delle guerre per bande giovanili, lo storico "debito" nei confronti degli ebrei, e un capo, giovane e rampante, politicamente prudente e ben attento al mercato, Danny cerca "storie" da raccontare, storie autentiche, interessanti e forti, ma è solo la finzione, la banale fantasia degli altri quello che riesce ad avere. Lei stessa, forse, è la storia più interessante.
Un altro episodio che mi sembra emblematico dello stile narrativo di Schulze è il nono, Dispatcher. La precarietà economica di tanti cittadini, prima forse miseramente garantiti, ma comunque garantiti, dallo stato socialista, il problema di lavori da doversi inventare, la difficoltà di collocare se stessi, magari laureati, però ormai "fuori mercato" e un'insicurezza esistenziale che si trasforma in superstizione, ultimo, ingenuo appiglio: il tutto tradotto in gesti insignificanti, parole quotidiane, dialoghi formali.
Quella descritta in questo romanzo è la piccola, normale disperazione di ogni giorno, la scontata angoscia del vivere, la brutale forza del denaro e la paura della miseria sempre in agguato, la relativa forza dei sentimenti, la mancanza di passioni e di ogni tensione morale, insomma questa nostra civiltà, questo Occidente malato, questa vita trascinata e incerta.


Semplici storie di Ingo Schulze
Titolo originale: Simple Storys
Traduzione di Claudio Groff
Pag. 274, Lire 29.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-45838-0


Le prime righe

1

Zeus


Renate Meurer racconta di un viaggio in pullman nel febbraio del '90. Nel giorno del ventesimo anniversario di matrimonio i coniugi Meurer si trovano per la prima volta all'Ovest, per la prima volta in Italia. Un guasto al pullman nei pressi di Assisi spinge il compagno di viaggio Dieter Schubert a un atto sconsiderato. Scambio di ricordi e di provviste.

Non era proprio il momento giusto. Cinque giorni col pullman: Venezia, Firenze, Assisi. Per me era come sentir parlare di Honolulu. Chiesi a Martin e a Pit cosa diavolo gli era venuto in mente e da dove saltavano fuori i soldi e come se lo immaginavano, un viaggio illegale per i vent'anni di matrimonio.
Avevo contato sul fatto che Ernst dicesse di no. Quei mesi erano stati un inferno, per lui. Avevamo ben altro in testa che l'Italia. Invece non aprì bocca. E a metà gennaio chiese se non ci fosse niente da preparare - saremmo dovuti partire il 16 febbraio, un venerdì durante le vacanze scolastiche - e come avremmo superato il confine italiano, e quello austriaco, con i nostri documenti Ddr. Quando gli dissi quello che sapevo dai ragazzi, che avremmo ricevuto carte di identità tedesco-occidentali, probabilmente falsificate, dall'agenzia di viaggi di Monaco, ecco, pensai, ci siamo, qui la storia finisce, con Ernst Meurer non funziona. Ma lui chiese soltanto se era per questo che avevamo fatto le due foto tessera. "Sì" risposi, "due foto tessera, data di nascita, altezza e colore degli occhi... Non hanno bisogno d'altro."
Andò come sempre. Infilammo la nostra roba nella valigia verde scuro, nella borsa a scacchi rossi e neri mettemmo posate, piatti e provviste: würstel e pesce in scatola, pane, uova, burro, formaggio, sale, pepe, fette biscottate, mele, arance e due thermos con tè e caffè. Pit ci portò fino a Bayreuth. Al confine chiesero dove eravamo diretti, e Pit disse shopping.
Il treno fermava in ogni paesucolo. Non vedevo granché, a parte neve, strade illuminate, automobili e stazioni. Eravamo seduti in mezzo a gente che andava al lavoro. Quando Ernst sbucciò un'arancia, per la prima volta pensai sul serio all'Italia.
Devono essersi riconosciuti alla stazione di Monaco, Ernst e lui. Io non mi accorsi di niente. Come facevo a sapere che aspetto aveva? Non sarei stata neanche in grado di indicare il suo nome.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore


L'autore
Ingo Schulze è nato a Dresda nel 1962. Dopo gli studi di filologia classica, ha lavorato come drammaturgo e giornalista. Ha esordito nel 1995 con 33 Augenblicke des Glücks (33 attimi di felicità), raccolta di brevissimi racconti che lo ha imposto in Germania come lo scrittore più originale e interessante della giovane generazione.



Simona Vinci
In tutti i sensi come l'amore

"Penso alla scogliera in cima al paese. Di sera, in questa stagione, è immersa in un blu fondo. L'acqua è liscia, immobile. Lenta copre i sassi, gli scogli appuntiti. Non fa schiuma. E il cielo, riflesso in quel foglio d'acqua nera, brilla senza tremare. Non c'è nessuno, a quest'ora. Il silenzio lassù dev'esser teso come una corda. Durissimo e freddo, appena scaldato dal frusciare secco della lampada dal faro che si apre e si chiude come un occhio."


Sin dal suo primo libro, Dei bambini non si sa niente, Simona Vinci ha catturato l'interesse di critici e lettori, suscitando anche un dibattito abbastanza acceso sul tema della sua opera. Provocatorio l'approccio al mondo infantile, alla sessualità e alla violenza, temi destabilizzanti per un adulto, ma già molto presenti nel bambino, secondo l'autrice. Con questa raccolta di racconti, la Vinci cambia ottica e si rapporta con il concetto di amore, in tutte le sue forme. Ma sempre un amore difficile tormentato e doloroso, anche quando non sembrerebbe, sempre un amore di cui esprimerne i limiti e le forme è arduo, se non impossibile. Un amore vissuto con i vari sensi del corpo, vero protagonista delle storie: il corpo come mente, ma soprattutto come fisicità. E l'intento è dichiarato sin dal titolo e ben espresso già nel primo racconto, Agosto nero, in cui il disagio della madre e la sua fatica d'amare (anche se in modo mediato) si riflette sulla figlia, sul suo comportamento, sul suo isolarsi dal mondo. Amore non corrisposto, come quello di Carne, in cui un uomo si scopre necrofilo, anche se non vorrebbe ammetterlo neppure a se stesso. Amore oscuro e tormentato come ne Il cortile. Amore non voluto, amore come fastidio, rigettato indietro, sino alle estreme conseguenze, come in Notturno. Amore e morte in Due. Amore, scabroso, incomprensibile, faticoso ma comunque amore fisico, sempre strettamente legato alla corporeità. "Quando non si può agire più su nulla, sul corpo si può ancora", scrive la Vinci presentando il volume. E in 13 racconti ci dimostra come.
Ogni vicenda inizia con una citazione: una frase o una poesia strettamente legati alla storia e che suggerisce una chiave di lettura, un'ispirazione o, più semplicemente, un riassunto con altre, differenti parole. E mentre siamo in tema di ispirazioni e analogie, consiglio di leggere o rileggere Amore® di Tiziano Scarpa, per confrontare due modalità differenti di approccio al tema in autori della medesima generazione letteraria, che proprio per questo sono accomunati da comuni decodificazioni della realtà.


In tutti i sensi come l'amore di Simona Vinci
196 pag., Lit. 14.000 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile libero n. 588)
ISBN 88-06-14722-6


Le prime righe

Agosto nero

Tanta pioggia, tanta vita come il cielo gonfio
Di questo agosto nero.
DEREK WALCOTT, Dark August

I vetri della macchina sono sempre sporchi. È una macchina vecchia e io, a dir la verità, non è che faccia molto perché si noti di meno.
Le gomme sono lisce e tutte le volte che passiamo sopra un velo d'acqua, mi tremano le braccia per la paura. Il cruscotto è coperto di polvere: la sabbia della spiaggia alla Corte dei Butteri dove ho portato la bambina a camminare per due o tre giorni. A raccogliere le conchiglie bianche che le piacciono tanto.
Le raccoglie dentro una busta di plastica gialla che tiene in macchina, in mezzo al delirio di sacchetti e valigie. Si rompono. Si spezzano tutte, sballottate di qua e di là e schiacciate dal peso delle borse che cambiano posizione ogni mattina, quando usciamo dagli alberghi. Ma la bambina non lo sa. Quelle che ha raccolto non le guarda più, non le tira mai fuori dalla busta gialla. Pensa già a quelle che raccoglierà oggi, e poi domani. Quando arriviamo in vista di una spiaggia, comincia ad agitarsi, si volta verso il sedile posteriore per tentare di afferrare la busta, ma anche quando ce la fa, non la apre. Se la appoggia sulle gambe e guarda dritto davanti a sé. Guarda la linea bianca della spiaggia, gli occhi puntuti e il naso arricciato come un cane da tartufi.
Oggi non c'è sole. Una giornata di fine agosto, come ce ne sono spesso sul mare: il cielo velato, il mare buio, il vento che fa fremere la superficie dell'acqua. Di gente sulla spiaggia ce n'è poca. Qualche ombrellone dimenticato, chiuso. Due o tre sedie a sdraio buttate a terra. Qualche camminatore solitario. Un cane che abbaia alle onde.
L'ho portata qua lo stesso. Per raccogliere le conchiglie non c'è bisogno di sole. Le fa bene. Camminare a piedi nudi sulla sabbia fresca, respirare l'aria pulita, stare impegnata in questa cosa del raccogliere le conchiglie.

La guardo con la coda dell'occhio, di tanto in tanto, mentre guido. È una bambina abbastanza piccola, con i capelli lunghissimi, biondo scuro, raccolti in una coda di cavallo bassa. Sembrano sempre sporchi. Come la macchina, come tutte le cose di cui sono io a dovermi occupare. Mi viene in mente questa cosa, sempre mentre guido, il piede destro schiacciato sull'accelleratore e la mano serrata al cambio, tutto quello che mi appartiene è così: sporco, messo male, un po' cadente. Anche mia figlia, oltre la macchina, la casa, il giardino.
Ma la bambina non sembra soffrire di questo. Tiene lo sguardo dritto davanti a sé, pensa alle conchiglie. Sta bene.

© 1999, Giulio Einaudi editore


L'autrice
Simona Vinci è nata a Milano nel 1970 e vive a Budrio, in provincia di Bologna. Il suo primo romanzo, Dei bambini non si sa niente, Premio Elsa Morante opera prima, è stato il caso letterario dell'anno ed è in corso di traduzione in molti paesi, europei e non.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




12 febbraio 1999