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Antonio Rezza Ti squamo storia di un amore screpolato "Giro a destra e raggiungo un incrocio a una forcazione: una possibilità di scrocio, una ciancia. Perché le possibilità di fuga assurgono a ciancia, a ciarloneria quando si fuga da se stesso portando dietro il medesimo stesso che tentava la fuga." Un romanzo-racconto (direi qualcosa di meno di un romanzo e qualcosa di più di un racconto lungo) che risucchia il lettore in un gorgo che non lo espellerà se non nell'ultima pagina. Un gorgo, un vortice che prende vita da un pensiero che tormenta il protagonista sin dalle prime righe: il cibo e la parola passano attraverso lo stesso canale del nostro corpo, ma il cibo si trasforma in disgustoso scarto, mentre la parola può essere sublime, l'uomo con essa può raggiungere le vette più alte concesse dall'esistenza. Dunque le due funzioni non possono convivere: una delle due va eliminata, naturalmente quella più "bassa". Tutto il libro è la tormentata ricerca del possesso totale della parola e di ogni sentimento espresso attraverso essa. Un percorso che arriva all'anoressia fisica, ma che porta con sé anche quella mentale, un'anoressia della parola come menzogna, come significante senza significato. Anche la donna che viene scelta come compagna ha grandi problemi con il cibo, e non potrebbe essere altrimenti. Lei è bulimica e il protagonista lo scopre con disappunto solo spiandola, dopo aver per qualche tempo creduto che oltre al gusto della parola li legasse anche la stessa forma di anoressia: il cibo non si vomita, non si avvicina neppure. Solitudine e isolamento, incomunicabilità espressa anche nel continuo ricercare affinità, senza mai trovarle, senza trovare più nemmeno persone in qualche modo simili. "Mi chiedo all'improvviso perché non ho amici, perché vivo da solo e sempiterno in bilico tra gioia e voglia di amputarmi. Da piccolo giocavo con i pari d'età e mi divertivo, tanti erano i pari età, dovunque mi girassi vedevo uno che aveva i miei stessi dati anagrafici, le mie simili e medesime esigenze di gioco. Crescendo io dovrebbero esser cresciuti anche i pari età, ed invece non li vedo, forse sono invecchiati e non li riconosco, forse sono scomparsi ed io non l'ho saputo." C'è molto di autobiografico in queste pagine, è evidente. Traspare nettamente il suo non-amore per il cibo, la visione del nutrirsi come pura necessità di sopravvivenza (e forse si può, si deve sopravvivere alimentandosi solo di parole?) la quasi maniacale ricerca del modo migliore per volgere il pensiero in forma comunicativa. E questo rimanda, sotto molti aspetti, ai temi dei suoi spettacoli teatrali (ora sui palcoscenici italiani il suo nuovo testo "Io"). La scrittura di Rezza è molto raffinata, elaborata, per certi versi "profuma di rinascimento", di Cecco Angiolieri, di Lorenzo de' Medici e di Boccaccio. La sua analisi della forma, del termine, la sperimentazione e la ricerca di un linguaggio antico e modernissimo al contempo è operazione molto rara nel panorama letterario italiano. Con lui abbiamo realizzato un'intervista al momento dell'uscita del primo romanzo, in cui già accennava a questa sua nuova opera e che vi consigliamo di leggere alla pagina http://www.librialice.it/cafeletterario/interviste/rezza.html di Café Letterario. Ti squamo. Storia di un amore screpolato di Antonio Rezza 127 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Bompiani ISBN 88-452-3943-8 Le prime righe Privazione
Solo da morto e brandello il cibo reca piacere a quella ghiandola papilla che decide se il mangiare soddisfa il suo buon gusto; la papilla funge da spia di controllo e le informazioni arrivano al palato, il vero cervello della degustazione. Una volta che il giudizio palatino è di buon grado il povero boccone è deglutito: dalla bocca esce la parola e incontra il cibo che va a farsi merda. Per questo non parlavo, il pensiero che le parole e la pietanza usassero un sol canale mi inorridiva a un punto tale che sedevo a tavola, non mangiavo per non sporcare la parola e non parlavo per non mischiarla al cibo. Andai nel bagno e mi sedetti sulla tazza, non defecai ma sentii che qualche cosa usciva: mi alzai titubo e vidi nell'acquetta parole galleggiare ed emanare suoni di dissenso. Tiravo l'acqua ed affogavo la protesta. Erano le ore piccole, quelle rattrappite dal peso della giornata, ore normali che si comprimevano per colpa di altre trascorse e sedute prepotenti sulle successive fino a farle piccole. Aprii un libro, la copertina era cartonata, sotto la copertina il titolo e le prime insidie, qualcosa da capire, supporre associazione con il racconto che verrà. Dopo il titolo la prefazione, sei pagine per mettere le mani avanti quasi a voler giustificare eventuali insuccessi narrativi; dopo la prefazione una pagina bianca dove posare l'occhio per farlo riposare: presi l'occhio, lo appoggiai sulla pagina immacolata e chiusi il libro con un occhio posato e l'altro chiuso a riposarsi. © 1999, RCS Libri L'autore Antonio Rezza è nato a Novara nel 1965, ma dopo solo un anno si è trasferito a Nettuno, in provincia di Roma. Nel 1989 vince il Primo premio al Festival Nazionale della Comicità di Cetona e conferma il suo talento di autore di corto e mediometraggi vincendo nel 1992 il Primo premio al Festival Nazionale della Comicità di Grottammare: i primi di una lunga serie di premi. Il suo primo romanzo è Non cogito ergo digito, di cui potete vedere una recensione su Café Letterario. |
5 febbraio 1999