Gian Carlo Ferretti
Poeta e di poeti funzionario
Il lavoro editoriale di Vittorio Sereni

"Nessuno, più di un poeta è adatto a dire cose concrete sulla poesia. Per contro, nessuno è meno adatto di lui a enunciare verità che escano da un ordine affatto personale ed entro certi limiti utili a lui solo e a lui solo necessarie."


L'attività editoriale di Sereni è analizzata da Ferretti con assoluta precisione documentaria, frequenti le citazioni di lettere o documenti, scritti da Sereni stesso, a suffragare le tesi esposte dell'autore, altrettanto frequenti le testimonianze di collaboratori o di amici del poeta a mostrare il dibattito che attraversa l'intera carriera di questo straordinario direttore letterario all'interno della più grande casa editrice italiana, la Mondadori.
Caratteristiche della sua attività sono un affermato "antideologismo e antintellettualismo", così come un voluto atteggiamento antiprofetico e antischematico, scegliendo piuttosto un cammino antiaristocratico e anticorporativo. Questo suo essere "anti" spesso coincide con quello che la direzione richiedeva, ma altre volte invece porta a un netto dissenso. A Sereni è comunque ben chiaro che il direttore letterario deve ritirarsi "di fronte alla necessità di valutare in senso economico la situazione" e questa consapevolezza gli permette di compiere scelte lungimiranti (certi autori sono da lui "fiutati" come possibili successi) ma molto concrete. Certo forte è l'irritazione per l'ossequio dato a certi "santoni", così lui li definisce, della letteratura contemporanea a cui è assicurata la pubblicazione, indipendentemente dalla qualità dell'opera scritta. Ma, dato che il lavoro editoriale era per Sereni "un mestiere come gli altri" (per altro anche quello di poeta lo era anche se contava "di più") e il "moderatismo" della Mondadori gli era ben noto, quello che viene via via acquisendo è un forte senso di responsabilità aziendale che lo conduce a non identificarsi col lavoro editoriale, ma a svolgerlo con assoluta dedizione e correttezza.
Nonostante sempre in Mondadori i processi decisionali siano stati rigorosamente verticali, Sereni conquista la possibilità di editare una collana di tipo sperimentale, Tornasole, i cui risultati non furono molto confortanti. Certo, afferma il poeta, i risultati non vennero anche perché la fiducia dimostrata all'interno della Casa editrice era molto bassa e nessuna opera e nessun titolo si può imporre se non ha l'appoggio pieno dell'editore. Caratteristica umana di questo direttore letterario è stata (e le testimonianze sono innumerevoli) la capacità di partecipare intimamente ai drammi privati di amici e collaboratori, capacità piuttosto rara in un ambiente competitivo e dalla forte connotazione gerarchica.
L'attività intellettuale e letteraria di Sereni ha sempre proceduto parallelamente e indipendentemente rispetto alla sua attività professionale, anche di certo la particolare sensibilità lo rese miglior editor di poeti che di narratori. Nel capitolo "Un'idea di poesia", Ferretti approfondisce il tema del rapporto con la poesia non solo di Sereni, in quanto poeta, ma anche di editor di poesia, di scopritore di nuovi talenti poetici e infine di teorico e critico di questo genere letterario. Da qui le riviste "Questo e altro" e "Paragone" nelle cui pagine dedicate alla poesia il discorso sereniano meglio e più compiutamente si è potuto sviluppare.
Con il procedere degli anni Sessanta "insofferenze, disagi, dissensi" tra Sereni e l'apparato Mondadori tendono ad inasprirsi. Ormai evidente è il distacco da quelli che definisce "managers e mercanti", pur mantenendo un corretto senso di appartenenza, soprattutto segnalando alla direzione il rischio di farsi "scavalcare" da altri editori concorrenti, e quel moderatismo della Mondadori da lui a lungo accettato, viene invece criticato anche da un punto di vista prettamente "commerciale". Così gradualmente c'è uno "sganciamento" dall'apparato, un rapporto che si fa di consulenza e quindi non organico. Tutto ciò coincide anche con una sua più esplicita scelta di campo in politica: al di là di posizioni prettamente partitiche, Sereni è uomo di sinistra e i suoi comportamenti diventano inequivocabili, e così le agitazioni e le rivendicazioni dei lavoratori dell'azienda lo vedranno attivo e solidale.
Il bel libro di Ferretti si chiude con un'immagine pregnante di Sereni negli ultimi anni di vita, consulente esterno alla Mondadori, "ormai sofferente e silenzioso, per un senso di impotenza, saturazione e inutilità: tanto puntiglioso ancora nell'esercizio della sua professionalità, quanto deluso nella pratica e nei risultati di ogni giorno".


Poeta e di poeti funzionario. Il lavoro editoriale di Vittorio Sereni di Gian Carlo Ferretti
Pag. 204, Lire 29.000 - Edizioni Il Saggiatore / Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori
ISBN 88-428-0743-5


Le prime righe

Un vuoto critico
e bibliografico


L'attività editoriale di Vittorio Sereni sembra essere stata oggetto di un generale processo di emarginazione, da parte della critica e dell'intellettualità italiana contemporanea. Del tutto assente uno studio specifico; scarse le altre voci bibliografiche e limitate a interviste o a testimonianze; generiche e lacunose le relative notizie nelle biografie e nelle cronologie. Si può dire insomma che quell'attività sia rimasta finora confinata nelle carte inedite degli archivi, e tra le pagine di alcuni carteggi via via pubblicati negli ultimi anni.
Una prima ragione di questo vuoto critico e bibliografico, si può rintracciare nel persistente pregiudizio tradizionale che ha contribuito al ritardo di analoghi studi passati, non sempre del resto esaustivi (Pavese, Vittorini, Calvino, Bazlen, Debenedetti), mentre altri sono ancora di là da venire (Ferrata, Natalia Ginzburg, Attilio Bertolucci, Gallo), nel quadro del più generale ritardo degli studi sull'editoria libraria. Quel pregiudizio cioè che tende a separare la figura e l'opera di uno scrittore o critico dal suo lavoro all'interno di una casa editrice, e che in particolare tende a sottovalutare o ignorare il suo ruolo progettuale e decisionale di intellettuale-editore: per una sorta di più o meno implicita contrapposizione tra la creatività come privilegio esclusivamente letterario e il lavoro editoriale come attività strumentale e subalterna. Si può anzi aggiungere che un limite ricorrente anche in contributi per molti versi interessanti, è l'insufficiente o assente analisi del rapporto tra la personalità complessiva, le idee, la produzione saggistica e letteraria, le scelte personali di un intellettuale-editore (consulente, direttore letterario o di collana o altro) da una parte, e dall'altra la sua collocazione dentro la macchina, la sua partecipazione o meno ai processi decisionali, alle politiche d'autore e di collana, all'elaborazione e costruzione di una politica editoriale, di un progetto, di un catalogo, di un'immagine della Casa in cui quell'intellettuale opera. E tutto questo, naturalmente, in una fitta rete di interazioni con altri livelli e ruoli editoriali interni, e con altre individualità e gruppi intellettuali esterni. E tutto questo, ancora, tra convergenze, compromessi e conflitti.

© 1998, il Saggiatore / Fondazione Mondadori


L'autore
Gian Carlo Ferretti, dopo anni di giornalismo e di editoria, è oggi ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Roma Tre. Ha pubblicato tra l'altro saggi critici su Bassani, Cassola, Pasolini, Testori, Volponi, Officina, Pavese, Vittorini, Calvino, Sereni, Gadda, Brancati. Da tempo studia i processi dell'editoria libraria e letteraria e i suoi rapporti con il mercato. Sono da ricordare a questo proposito Il mercato delle lettere (1979 e 1994), Il best seller all'italiana. Fortune e formule del romanzo "di qualità" (1983 e 1993), L'editore Vittorini (1992), Le avventure del lettore. Calvino, Ludmilla e gli altri (1997), oltre alla cura di Lettere di una vita. 1922-1975 di Alberto Mondadori (1996).




Joseph O'Connor
Il rappresentante

"Quinn alzò lo sguardo al soffitto e mi parve di scorgere nei suoi occhi vitrei un sorriso incerto, quasi imbarazzato. Fu allora che decisi di ucciderlo. Adesso lo so."


Nell'ultimo decennio il mondo artistico-culturale irlandese ha visto un fiorire di talenti, un generarsi di opere originali, di sperimentazioni di successo che hanno inondato il mercato occidentale sia nel campo musicale che in quello letterario, fornendo di questo Paese, forse in precedenza un po' dimenticato, un'immagine nuova. In una recente intervista radiofonica per RaiTre, O'Connor ha avuto occasione di esprimere orgoglio e stupore nel vedere un tale proliferare di talenti nella propria "piccola" isola. Se poi si scopre che tra questi talenti vi sono fratelli e sorelle, come nella famiglia O'Connor (la sorella di Joseph è la celebre Sinéad, l'ex cognato lo scrittore John Waters) il fenomeno si fa anche curioso. Di talento narrativo O' Connor ne ha molto: molta capacità d'introspezione, una forte carica critica e una notevole conoscenza della società irlandese, collegati a una trama retta da una buona impalcatura, danno vita a un romanzo che la critica ha accolto con interesse e talora con entusiasmo.
Un uomo, Billy Sweeney, non più giovane rappresentante di parabole, ex alcolizzato, racconta alla figlia una storia che è allo stesso tempo quella della sua vita e quella dell'Irlanda. Iniziando con le fasi di un processo, il processo a Donal Quinn. La figlia è ricoverata in un ospedale dopo un'aggressione, in coma. Forse si sveglierà, forse non si sveglierà più, forse ritornerà a vivere, ma con danni permanenti a qualche funzione importante. E gli autori di questa violenza sono Donal Quinn e tre suoi compari. Per Billy la vendetta diventa un'ossessione, anche perché Quinn riesce a fuggire pur essendo stato inizialmente catturato. Ma quando la vicenda raggiunge il punto in cui questa vendetta potrebbe avere luogo, in cui il colpevole potrebbe essere ucciso e la violenza riscattata, non accade nulla, tutto si ferma. La vendetta, come afferma lo stesso autore "è un una specie di sport nazionale" in Irlanda. Un paese abituato all'uso delle armi, alla difesa, ma anche un paese cattolico, in cui si insegna il perdono. "Posso capire benissimo le emozioni di chi, vedendo una persona cara colpita, desideri uccidere - afferma l'autore in un'intervista rilasciata a Oliviero Ponte di Pino per il manifesto - ma sono convinto che novantanove persone su cento, se si ritrovassero con una pistola in mano e la possibilità di farsi giustizia, non ne sarebbero capaci. Ecco, la domanda a cui ho voluto rispondere è proprio questa: che cosa succede quando hai rinunciato alla vendetta? Come procede la storia?". Potremmo aggiungere: cosa succede quando il vendicatore e il colpevole si ritrovano simili, scoprono di avere avuto esperienze di vita analoghe e di aver dovuto affrontare i medesimi ostacoli, le stesse difficoltà esistenziali?


Il rappresentante di Joseph O'Connor
Titolo originale dell'opera The Salesman

Traduzione di Eva Kampmann
pag. 381, Lit. 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-075-4


Le prime righe

PROLOGO

Glen Bolcain, Dalkey Avenue
Novembre 1994

Quando apro il mio diario di quegli ultimi, terribili mesi dell'anno scorso, amore mio, trovo di nuovo conferma del fatto che Donal Quinn lo vidi per la prima volta in assoluto quella mattina di ottobre nell'Aula 29 di Four Courts, dove l'aria puzzava di muffa e di vecchi libri polverosi rilegati in pelle. Il suo ingresso mi sorprese. Probabilmente mi ero aspettato che i presenti almeno alzassero gli occhi e tacessero quando le tre guardie lo fecero entrare e lo condussero al banco degli imputati. Invece no: continuarono indisturbati a chiacchierare, i funzionari e gli avvocati a passarsi documenti e voluminose cartelle, il patrocinatore della difesa a sogghignare raddrizzando una clip con i denti, i poliziotti sparsi nell'aula a ridere sotto i baffi e a darsi di gomito, oppure a camminare tutti impettiti e seriosi, quasi cercassero di farsi notare da qualche personaggio importante.
Ed ecco che entrò, sfrontato più che mai, con l'aria del padrone che non ha nessuna intenzione di vendere, mentre i corpulenti uomini in divisa scura intorno a lui sembravano più la scorta di un re che guardie di custodia. Padre Seán mi prese il polso con la punta delle dita e mi disse di stare calmo.
La prima cosa, credo, che mi colpì di lui mentre saliva i gradini del banco degli imputati fu la corporatura minuta. Aveva mani piccolissime e piedi delicati, eleganti. Si muoveva con rapidità, a scatti, come un dispettoso uccellino invernale. Indossava una cravatta a fondo azzurro sul quale tanti orologini bianchi e neri si fondevano gli uni negli altri, uno di quegli abiti dei grandi magazzini che fanno bella figura in una vetrina ma alla luce del giorno appaiono dozzinali, tristi e informi, e infine un paio di vecchie scarpe da jogging consunte, particolare, questo, che date le circostanze mi parve un po' strano. Portava le basette. Aveva le braccia corte e tozze, e un'aria di ripugnante efficienza. Lo si sarebbe scambiato facilmente per un pugile.
I capelli erano molto più chiari di quanto non sembrassero nelle fotografie dei giornali: di un biondo rossiccio, mal tagliati in un caschetto fuori moda e leggermente radi sul cocuzzolo. Sembrava che se li fosse tagliati da sé. Manifestò pochissimo interesse quando gli altri tre imputati furono condotti verso il banco e fatti sedere accanto a lui. Non lo vidi gettare uno sguardo in direzione della giuria - otto uomini e quattro donne - nemmeno una volta. Se ne stava seduto con aria annoiata e le spalle curve, l'indifferenza fatta a persona, con la testa appena inclinata da una parte.

© 1998, Ugo Guanda Editore


L'autore
Joseph O'Connor è nato a Dublino nel 1963 e si è presto affermato come uno dei migliori giovani talenti irlandesi. In Italia sono già stati pubblicati il volume di racconti I veri credenti e il romanzo Cowboys & Indians.



Antonio Rezza
Ti squamo
storia di un amore screpolato

"Giro a destra e raggiungo un incrocio a una forcazione: una possibilità di scrocio, una ciancia. Perché le possibilità di fuga assurgono a ciancia, a ciarloneria quando si fuga da se stesso portando dietro il medesimo stesso che tentava la fuga."


Un romanzo-racconto (direi qualcosa di meno di un romanzo e qualcosa di più di un racconto lungo) che risucchia il lettore in un gorgo che non lo espellerà se non nell'ultima pagina. Un gorgo, un vortice che prende vita da un pensiero che tormenta il protagonista sin dalle prime righe: il cibo e la parola passano attraverso lo stesso canale del nostro corpo, ma il cibo si trasforma in disgustoso scarto, mentre la parola può essere sublime, l'uomo con essa può raggiungere le vette più alte concesse dall'esistenza. Dunque le due funzioni non possono convivere: una delle due va eliminata, naturalmente quella più "bassa". Tutto il libro è la tormentata ricerca del possesso totale della parola e di ogni sentimento espresso attraverso essa. Un percorso che arriva all'anoressia fisica, ma che porta con sé anche quella mentale, un'anoressia della parola come menzogna, come significante senza significato.
Anche la donna che viene scelta come compagna ha grandi problemi con il cibo, e non potrebbe essere altrimenti. Lei è bulimica e il protagonista lo scopre con disappunto solo spiandola, dopo aver per qualche tempo creduto che oltre al gusto della parola li legasse anche la stessa forma di anoressia: il cibo non si vomita, non si avvicina neppure. Solitudine e isolamento, incomunicabilità espressa anche nel continuo ricercare affinità, senza mai trovarle, senza trovare più nemmeno persone in qualche modo simili. "Mi chiedo all'improvviso perché non ho amici, perché vivo da solo e sempiterno in bilico tra gioia e voglia di amputarmi. Da piccolo giocavo con i pari d'età e mi divertivo, tanti erano i pari età, dovunque mi girassi vedevo uno che aveva i miei stessi dati anagrafici, le mie simili e medesime esigenze di gioco. Crescendo io dovrebbero esser cresciuti anche i pari età, ed invece non li vedo, forse sono invecchiati e non li riconosco, forse sono scomparsi ed io non l'ho saputo."
C'è molto di autobiografico in queste pagine, è evidente. Traspare nettamente il suo non-amore per il cibo, la visione del nutrirsi come pura necessità di sopravvivenza (e forse si può, si deve sopravvivere alimentandosi solo di parole?) la quasi maniacale ricerca del modo migliore per volgere il pensiero in forma comunicativa. E questo rimanda, sotto molti aspetti, ai temi dei suoi spettacoli teatrali (ora sui palcoscenici italiani il suo nuovo testo "Io").
La scrittura di Rezza è molto raffinata, elaborata, per certi versi "profuma di rinascimento", di Cecco Angiolieri, di Lorenzo de' Medici e di Boccaccio. La sua analisi della forma, del termine, la sperimentazione e la ricerca di un linguaggio antico e modernissimo al contempo è operazione molto rara nel panorama letterario italiano.
Con lui abbiamo realizzato un'intervista al momento dell'uscita del primo romanzo, in cui già accennava a questa sua nuova opera e che vi consigliamo di leggere alla pagina http://www.librialice.it/cafeletterario/interviste/rezza.html di Café Letterario.


Ti squamo. Storia di un amore screpolato di Antonio Rezza
127 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3943-8


Le prime righe

Privazione

Privazione perché mi son privato di parole
che ormai non mi appartengono, non potrei
più scriverle, pezzi unici di una realtà
moltiplicata dalla stampa per raggiungere
il lettore.
E smette di essere esclusiva.
Brutta morte quella del boccone, prima annega nella saliva e poi, sul suo corpo affogato, battono denti incisivi che lo smembrano.
Solo da morto e brandello il cibo reca piacere a quella ghiandola papilla che decide se il mangiare soddisfa il suo buon gusto; la papilla funge da spia di controllo e le informazioni arrivano al palato, il vero cervello della degustazione.
Una volta che il giudizio palatino è di buon grado il povero boccone è deglutito: dalla bocca esce la parola e incontra il cibo che va a farsi merda. Per questo non parlavo, il pensiero che le parole e la pietanza usassero un sol canale mi inorridiva a un punto tale che sedevo a tavola, non mangiavo per non sporcare la parola e non parlavo per non mischiarla al cibo. Andai nel bagno e mi sedetti sulla tazza, non defecai ma sentii che qualche cosa usciva: mi alzai titubo e vidi nell'acquetta parole galleggiare ed emanare suoni di dissenso. Tiravo l'acqua ed affogavo la protesta.
Erano le ore piccole, quelle rattrappite dal peso della giornata, ore normali che si comprimevano per colpa di altre trascorse e sedute prepotenti sulle successive fino a farle piccole.
Aprii un libro, la copertina era cartonata, sotto la copertina il titolo e le prime insidie, qualcosa da capire, supporre associazione con il racconto che verrà. Dopo il titolo la prefazione, sei pagine per mettere le mani avanti quasi a voler giustificare eventuali insuccessi narrativi; dopo la prefazione una pagina bianca dove posare l'occhio per farlo riposare: presi l'occhio, lo appoggiai sulla pagina immacolata e chiusi il libro con un occhio posato e l'altro chiuso a riposarsi.

© 1999, RCS Libri


L'autore
Antonio Rezza è nato a Novara nel 1965, ma dopo solo un anno si è trasferito a Nettuno, in provincia di Roma. Nel 1989 vince il Primo premio al Festival Nazionale della Comicità di Cetona e conferma il suo talento di autore di corto e mediometraggi vincendo nel 1992 il Primo premio al Festival Nazionale della Comicità di Grottammare: i primi di una lunga serie di premi. Il suo primo romanzo è Non cogito ergo digito, di cui potete vedere una recensione su Café Letterario.



Andy Warhol
a

"Un nuovo genere di manufatto pop"

Literary Journal



Warhol scriveva nello stesso modo in cui fotografava. Con la macchina fotografica in mano, scattava ininterrottamente, ovunque, senza inquadrare, testimoniando casualmente la realtà circostante. E così trasportava su carta le proprie storie. In verità in questo caso non è del tutto esatto, perché per a non scrisse quasi nulla. Non è infatti dalla redazione di un testo che prende vita questo romanzo, ma dalla registrazione "sbobinata" di diverse ore di conversazione avvenuta tra il 1965 e il 1967. Voci sovrapposte, pluralità di storie, o storie inesistenti, dialoghi trascritti esattamente come si erano svolti, con rumori, suoni, musiche, voci di sottofondo. Il lavoro di trascrizione delle registrazioni fu fatto da collaboratrici che, per la fretta o per l'incapacità, lasciarono errori grammaticali e sintattici, che sarebbero dovuti scomparire dopo il primo rapido sbobinamento. Ma così non fu. Warhol fu entusiasta della prima versione e apportò solo alcune modifiche al testo, che aveva assunto, come le istantanee Polaroid, una veste di testimonianza oggettiva anche se parziale della realtà. Un romanzo definito pop e uscito nel 1968, ma mai pubblicato in italiano. L'intento era quello di realizzare, da un lato, un'opera di stampo surrealista, seguendo l'esempio della scrittura automatica di André Breton, e dall'altro un libro crudo, senza censure come alcune opere di Henry Miller. Leggerlo oggi è forse ancor meglio che allora, per l'apparato critico che ognuno si è nel frattempo costruito grazie alla conoscenza di autori anche successivi, e che permette di giudicare certa sperimentazione con maggiore consapevolezza e un certo distacco dai contenuti.
a è la prima lettera della parole anfetamina, regina delle giornate dell'entourage di Warhol in quegli anni. Ma il libro non è un inno alla droga. È semplicemente la sofferta (ma talora anche asettica) testimonianza di un momento storico di sperimentazione e ricerca che ha visto in questo gruppo newyorkese i suoi elementi più estremizzanti. Si può leggere in vari modi, anche senza alcuna consequenzialità, perché non ha una vera struttura. In appendice al volume un glossario dove sono elencati i vari personaggi che prendono parte alla conversazione, Warhol compreso, che nel testo è sempre citato col soprannome di Drella, nato dall'unione di Dracula e Cinderella, attribuitogli da alcuni amici.


a di Andy Warhol
Traduzione di Pietro Meneghello
539 pag., Lit. 24.900 - Edizioni Newton & Compton (Nuova Narrativa Newton n.18)
ISBN 88-8289-031-7


Le prime righe

1/ 1

Clang, gurgle, titìnn, tin.
Scatto, pausa, scatto, squillo.
Numero telefonico: selezione, selezione.
ONDINE--Tu hai detto (selezione) che, che, se, se be, beccavi 
la sorella del Sindaco all'altro capo (selezione, pausa, selezione 
selezione selezione), la sorella del Sindaco avrebbe saputo che 
noi, che (occupato, occupato, occupato).  DRELLA¬Dovremmo
 avviarci al parco, giusto?  Okay.  Hmm.  Monete 
che cadono. Soldi che tintinnano mentre vengono restituiti. Rumori di
 macchine nello sfondo.  Sei un intronato. Non ci sono stazioni 
sulla strada che dobbiamo (clacson, clacson)  tipo
  uh  io, che..  (rumore). Se attraversiamo, 
attraversiamo il parco, c'è un posto QUALSIASI in cui possiamo
 continuare a chiamare la tua uh, intendo per tutto il, uh,
  fare una telefonata. C'è un posto qualsiasi in cui possiamo 
continuare a chiamarlo se noi_  Una segreteria telefonica...Sei 
(clacson di macchine, ora più forti).  Ci sono alTRi 
posti¬ci sono altri posti in cui possiamo chiamare la tua segr¬oh.
  Vuoi un po' di dolce? Noo.  Un po' di succo di frutta, 
qualcosa?  So dove possiamo trovarlo.  in fretta¬oh sì, 
andiamo a prendercelo. Fantastico, baby. Sì. Bene. Oh be', non puoi 
far finta che non ci sei.  Oh, okay, d'accordo.  Sei 
proprio uh, voglio dire¬ Sì sì.  Sei, uh, sei uh, qui,
 sì. Okay. Ci sei.  Okay.  Ci sei veramente. 
Uh (rumore). Ehi, ma che ora è? Lo sai che sono esATTAmente¬sono le due?
  Uh, Gerry mi ha fatto, uh, dovevo aspettarmelo.  Non 
importa. Lo sai cos'è  successo?  Mi  sono 
addormentato sull'autobus. sorpreso¬Davvero? E, uh, ma 
sono sceso, uh, sono sceso in tempo e, ah, mi sono reso conto che la 
corsa è talmente lunga da farsi una risata. È, è¬che l'autobus della 
Quinta Avenue non arriva mai. Vediamo...L'autobus era, era, era¬ Ci 
siamo divertiti un po' ieri sera, ma niente di che. Um.  No, 
davvero (sospiro), ci siamo buttati addosso un paio di lenzuola 
e siamo andati a casa di qualcuno (risatina) a fargli paura, ha huh 
HUHha. Tutto qui. Mi sono sentito un fantasma. Sì, uh, una delle cause 
rubate di Rotten Rita. Eh, um, ho la gola malconcia.  Davvero?
  Sì.  Aha, e come mai? A forza di prendere roba?
  No, ieri sera non ho fatto proprio niente. Solo, in generale, 
capisci, sono solo stato su fino a tardi e tutto il resto, solo per 
parlare. Questo numero davanti a noi è proprio fantastico.


© 1998, Newton & Compton editori


L' autore
Andy Warhol (nato nel 1928 a Pittsburg, in Pennsylvania e morto nel 1987) è stato uno dei personaggi che più hanno influenzato l'era del dopoguerra, con le sue realizzazioni grafiche, fotografiche e pittoriche. Attorno alla sua figura e personalità hanno lavorato per anni i migliori artisti, musicisti, attori, registi di New York. Ora in questa città opera la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts.



Laura Zigman
Il teorema della mucca nuova

"Tutti i grandi impostori posseggono una caratteristica fondamentale cui devono il proprio parere. Nell'atto del raggiro vero e proprio costoro devono eccedere nella fiducia in se stessi: è tale fiducia che permette loro di parlare in modo così mirabilmente convincente a quelli che li circondano."

F. Nietzsche


Il libro risponde a canoni narrativi molto consueti: un innamoramento, un abbandono, il dolore post-abbandono, la consolazione (o meglio il tentativo di consolazione), la razionalizzazione della situazione dolorosa. Ma l'elemento particolarmente gradevole del romanzo è l'allegria e la leggerezza dei toni usati dall'autrice che invece di costruire una moderna tragedia provocata dalla crudeltà maschile e dalla fragilità femminile, inventa una specie di trattato di etologia umana.
Ogni capitolo è introdotto infatti da una citazione di un famoso scienziato o più precisamente di un etologo che mette in stretta relazione il comportamento animale (corteggiamento, accoppiamento, abbandono) e quello tipicamente maschile. E come si asserisce nel capitolo introduttivo, non c'è nessun toro che accetti l'accoppiamento con una mucca già assegnatagli dagli allevatori, anche se questa viene travestita da mucca "nuova", così anche il giovane maschio della specie umana non può che vagare alla ricerca di una nuova compagna dopo aver sperimentato la passione e l'abbandono della precedente. La protagonista, casualmente omonima della famosa studiosa di scimpanzé Jane Goodall, giunge alla spiegazione scientifica degli abbandoni da lei ingenuamente subiti, ne costruisce le categorie teoriche e riesce anche a divertirsi dopo aver pianto tutte le sue lacrime ed essersi miserevolmente consolata tra le braccia di un amico della razza dei maschi conquistatori infaticabili. Presi molti appunti circa la sua situazione, elaborata organicamente la sua teoria, Jane riesce a mettere a frutto questa "ricerca sul campo" facendone una professione. Ma il finale del romanzo ristabilisce un po' di tenerezza a questo "trattato" sui comportamenti sessuali del maschio contemporaneo, newyorkese, bello come un modello, vigliacco proprio come sarebbe un mediocre, insignificante maschietto qualsiasi.


Il teorema della mucca nuova di Laura Zigman
Titolo originale: Animal Husbandry

Traduzione di Edmonda Bruscella
Pag. 216, Lire 26.000 - Edizioni La Tartaruga (Narrativa)
ISBN 88-7738-284-8


Le prime righe

Prefazione

La Teoria della Mucca Nuova

Per sua natura l'uomo ama cambiare. È attratto dalla bellezza, è attratto dalla novità. A questo, lo Yoga Vasishtha fornisce una risposta filosofica: "Non appena si è ottenuto l'oggetto del desiderio, quello non è più desiderabile. Il desiderio di conquistare cessa nel momento stesso della conquista".

Kamasutra

Se un anno fa qualcuno mi avesse domandato perché secondo me gli uomini mollano le donne e non si fanno più vivi, avrei risposto:
Mucca Nuova.
Mucca Nuova sta per Teoria della Mucca Nuova, che a sua volta sta per Teoria della Mucca Vecchia e della Mucca Nuova che, in sintesi, illustra un'amara, triste verità: gli uomini mollano le donne e non si fanno più vivi perché a loro interessano solo le Mucche Nuove.
La teoria non è farina del mio sacco, anche se io le ho dato un nome nuovo e l'ho perfezionata in base alle mie esigenze. Il seme di questa teoria mi venne offerto da un articolo riguardante il comportamento maschile, che aveva catturato la mia attenzione in parte perché pubblicato su un quotidiano di tutto rispetto - e non in uno di quei manuali con titoli lunghi tre righe che pretendono di insegnarti a risolvere i tuoi problemi psicologici - e in parte, credo, anche per il momento in cui mi era capitato sottomano, ossia nove mesi dopo essere stata scaricata da Ray senza un motivo apparente e subito dopo aver scoperto che il suo non apparente motivo aveva sempre avuto un nome ben preciso:
Mucca Nuova.

La Teoria della Mucca Nuova si basava su alcune fondamentali ricerche, citate nell'articolo, in merito alle preferenze copulatorie del bovino maschio.
Durante un esperimento, al toro venne portata una mucca.
I due si accoppiarono.
Quando gli venne riportata la stessa mucca, per un altro accoppiamento, il toro non mostrò segni di interesse. Voleva una Mucca Nuova e quella era una Mucca Vecchia.

© 1999, La Tartaruga edizioni / Baldini & Castoldi


L'autrice
Laura Zigman è cresciuta a Newtonville, Massachusetts, e si è laureata presso la University of Massachusetts, ad Amherst. Dopo dieci anni trascorsi a New York, impegnata nel mondo dell'editoria, si è trasferita a Washington D. C. dove vive e lavora.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 febbraio 1999