Antony Beevor
Stalingrado

"Quelli di noi che hanno visto il cielo scuro di Stalingrado in quei giorni non lo dimenticheranno mai. Minaccioso e severo, ecco cos'era, con fiamme purpuree che lo lambivano."


Beevor, nella stesura di questo imponente testo, ha usufruito anche di molto materiale inedito proveniente dagli archivi russi e tedeschi e quindi, pur nella buona conoscenza che si ha di questa storica e leggendaria battaglia, ha saputo dare informazioni nuove e narrare interessanti episodi, finora trascurati, che danno particolare vivacità al volume.
Il libro si apre sui momenti immediatamente precedenti l'attacco russo e sulla situazione, anche psicologica, che caratterizza i rapporti tra Germania e Unione Sovietica.
Stalin viveva nel timore costante di provocare Hitler, per cui aveva invitato i suoi generali a "non cadere nelle provocazioni tedesche", ma la volontà aggressiva tedesca si esprime nell'accusa di von Ribbentrop contro l'Unione Sovietica di compiere molti atti di ostilità, tra cui la "violazione militare del territorio tedesco". Così viene annunciato, a invasione iniziata, l'attacco. La risposta di Dekanozov, ambasciatore sovietico a Berlino, a von Ribbentrop è davvero premonitrice: "Rimpiangerà questo attacco insultante, provocatorio e assolutamente proditorio all'Unione Sovietica. La pagherete cara!". La dichiarazione di guerra, consegnata a Molotov due ore dopo il primo attacco, non viene immediatamente comunicata a Mosca dalla radio, né la popolazione è informata, anche dopo le prime clamorose sconfitte, della situazione reale, dovuta in buona parte alle pessime difese approntate sui confini. Tutto ciò, unito all'opinione di Hitler che l'Unione Sovietica fosse una "impalcatura marcia" destinata a crollare fa sì che "l'operazione Barbarossa", questo è il nome della Campagna di Russia tedesca, apparisse davvero facile e rapida. Ma errore fondamentale dei generali tedeschi era stato l'aver sottovalutato Ivan, come dice Beevor, cioè il soldato semplice sovietico, la cui resistenza si dimostrò davvero eroica e invincibile.
Va tenuto anche conto che le truppe tedesche in Russia erano nel più completo scompiglio morale in quanto le promesse di una rapida e vittoriosa passeggiata in Unione Sovietica si stavano dimostrando false. Morte, freddo, paura diventano, giorno dopo giorno, mese dopo mese, insopportabili, quotidiane compagnie.
Dopo la straordinaria impresa che aveva visto la caduta dell'armata tedesca, il morale sovietico era alle stelle e, in seguito alla "dura lezione di storia" che sapevano aver impartito ai nazisti, gli esiti della guerra sembravano ormai decisi. In effetti quella carneficina, quell'orrore, ma anche quell'indomabile coraggio furono determinanti per l'esito della Seconda Guerra Mondiale.


Stalingrado di Antony Beevor
Traduzione di Sergio Mancini
Consulenza tecnico militare di Maurizio Pagliano
Pag. 512, Lire 38.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-86011-5


Le prime righe

CAPITOLO 1

La spada a doppio taglio di Barbarossa

SABATO 21 GIUGNO 1941 l'estate era iniziata come meglio non avrebbe potuto. Molti berlinesi avevano preso il treno per Potsdam per trascorrere la giornata nel parco di Sans-Souci. Altri erano andati a fare il bagno sulle spiagge del Wannsee o del Nikolassee. Nei caffè, il vasto repertorio di battute sulla fuga di Rudolf Hess in Gran Bretagna aveva lasciato il posto a ipotesi su un'imminente invasione dell'Unione Sovietica. Ma molti, sgomenti all'idea di un ampliamento della guerra, speravano ardentemente che Stalin avrebbe ceduto all'ultimo momento l'Ucraina alla Germania.
All'ambasciata sovietica nell'Unter den Linden i funzionari erano ai loro posti. Un messaggio urgente da Mosca chiedeva "un'importante chiarificazione" sui vasti preparativi militari lungo le frontiere che andavano dal Baltico al Mar Nero. Valentin Berezkov, primo segretario e capointerprete, aveva telefonato al ministero degli Esteri tedesco nella Wilhelmstrasse per organizzare un incontro. Gli era stato detto che il ministro Joachim von Ribbentrop era fuori città e che il segretario di Stato, barone von Weizsäcker, non poteva essere raggiunto per telefono. Nel corso della mattinata, messaggi sempre più affannosi giungevano da Mosca con richieste di notizie. Al Cremlino dominava un'atmosfera d'isteria repressa mentre apparivano sempre più chiare le intenzioni della Germania, in aggiunta ai più di otto avvertimenti ricevuti durante gli otto mesi precedenti. Il vicecapo dell'NKVD aveva appena riferito che c'erano state non meno di "trentanove incursioni aeree sui confini di Stato dell'URSS" negli ultimi giorni. La Wehrmacht non aveva fatto niente per nascondere i preparativi, eppure proprio la mancanza di segretezza sembrava confermare l'idea escogitata dalla mente contorta di Stalin che tutto questo dovesse far parte di un piano di Hitler per ottenere maggiori concessioni.
Vladimir Dekanozov, l'ambasciatore sovietico a Berlino, condivideva la convinzione di Stalin che si trattasse di una campagna di disinformazione avviata in origine dagli inglesi. I rapporti del suo addetto militare sulle 180 divisioni schierate lungo il confine non lo avevano minimamente preoccupato.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Antony Beevor, romanziere e saggista, è stato per cinque anni ufficiale di carriera dell'esercito britannico prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Tra le sue opere ricordiamo i saggi sulla guerra civile spagnola e sulla battaglia di Creta e, da ultimo, Paris after the Liberation, 1944-1949, scritto con la moglie Artemis Cooper.




Cesare G. De Michelis
Il manoscritto inesistente
I "Protocolli dei savi di Sion": un apocrifo del XX secolo

"Apocrifo vale etimologicamente scritto nascosto, segreto, ma è passato a significare un testo falsamente attribuito a un'epoca o a un autore: i PSM si presentano come un apocrifo nel primo senso del termine, ma risultano esserlo nel secondo."


La questione ebraica è una delle chiavi di volta di questo secolo, uno dei perni su cui, nel bene e nel male, è ruotata la storia del Novecento. Studiarne le motivazioni e, soprattutto, analizzare quali furono le tappe fondamentali che portarono alle tragiche conseguenze dell'Olocausto, è indispensabile per capire la storia dell'Occidente, la nostra storia. Nella questione ebraica, importante ruolo ebbero i cosiddetti Protocolli di Sion, apparsi per la prima volta nel 1903 su un quotidiano russo di estrema destra (ma risalenti a qualche anno prima) sotto il titolo Programma della conquista del mondo da parte degli ebrei con una specifica indicazione circa i Protocolli delle sedute dell'alleanza mondiale dei frammassoni e dei savi di Sion. L'origine dei Protocolli è misteriosa e la loro diffusione ha assunto nel tempo un alone di leggenda: agenti segreti, circoli occulti, donne fatali, complotti di corte, furti accompagnerebbero i testi lungo le loro varie edizioni. Apparvero sulla scena internazionale per dimostrare quali fossero le "vere" intenzioni del popolo ebraico, come testimonianze e documenti sviluppati nell'ambito di riunioni elitarie e segrete. Sulla loro autenticità non si dubitò, specie nei centri di potere fascisti e nazisti nei quali si "cavalcò" immediatamente la possibilità di indicare nelle lobbie ebraiche il vero nemico da combattere. Dal punto di vista dei contenuti si tratta di un programma politico-sociale destinato a rivoluzionare il governo dei paesi occidentali, finalizzato ad instaurare un potere di stampo massonico-monarchico-populista; ma già a una prima lettura appare non privo di palesi ingenuità e, pur se dettagliato, assolutamente carente sotto molti punti di vista. I nodi essenziali dei Protocolli, potremmo dire le "parole-chiave", sono state indicate da P. A. Taguieff nel 1992: complotto, antisemitismo, falso, anti-teologia. In ultima analisi si tratta di un importante tassello "apocrifo" della storia "montata" nel tempo (e dalle radici ben più antiche) di un complotto giudaico-massonico. De Michelis svolge un approfondito lavoro di analisi formale e linguistica sulle varie edizioni dei Protocolli per risalire ad una possibile fonte originaria e scendere poi verso le varie traduzioni, interpretazioni e deformazioni successive. Una vera e propria indagine per riscoprire l'origine dei testi attraverso una nuova strada, quella critica e linguistica, che potrebbe offrire la soluzione all'annosa e affascinante questione della paternità dei Protocolli, cui non è stata ancora data una risposta definitiva.


Il manoscritto inesistente. I "Protocolli dei savi di Sion": un apocrifo del XX secolo di Cesare G. De Michelis
311 pag., Lit. 45.000 - Edizioni Marsilio (Saggi)
ISBN 88-317-7075-6


Le prime righe

I.
I PRIMI EDITORI

Nel suo studio sui PSM, N. Cohn conclude così l'esame delle loro origini:

spesso, nel cercare di dipanare la storia iniziale dei Protocolli si incontrano ambiguità, incertezze ed enigmi. Non bisogna preoccuparsene troppo, [perché] la vera importanza sta nel grande influsso che [essi] hanno esercitato sulla storia del XX secolo (1969, p.77).

Questo punto di vista s'è sostanzialmente imposto; P. A. Taguieff dice nello stesso senso (1992, I, p.8):

se oggi bisogna rimettersi a studiare i Protocolli è meno per risolvere alcuni problemi che rimangono in ordine alle loro origini [...], che per interrogarsi su questa impermeabilità d'una costruzione mitica alle critiche razionali.

Malgrado ambiguità ed incertezze, i due studiosi sono convinti, con la letteratura loro precedente (Rollin [1939] 1991, Laqueur [1965] 1991), e con quella coeva e successiva (Tazbir 1992, Dudakov 1993, Eco 1994), che

è praticamente certo che i Protocolli siano stati fabbricati fra il 1894 e il 1899, e con ogni probabilità nel 1897 o 1898. Il paese fu senz'altro la Francia (Cohn 1969, p. 73),

ossia

a Parigi nel 1897-1898 [...] dai servizi della polizia segreta dello Zar, l'Oxrana, diretta in Francia da Pëtr Ivanovic Rackovskij (Taguieff 1992, I, p. 17).

Per cercare di risolvere gli "enigmi" all'origine dei PSM niente va dato per scontato (dunque, nemmeno la compilazione a Parigi attorno al 1897 da parte di Rackovskij e dei suoi agenti, tanto meno la stesura in epoca imprecisata presso una misteriosa centrale ebraica), ma bisogna volgere l'attenzione al testo e alla sua trasmissione: Jouin (1922) ha dato una collazione, peraltro sommaria, di due diverse edizioni (N e B), e il contribuito più serio, di I. Cerikover, è rimasto inedito.

© 1998, Marsilio Editori


L'autore
Cesare G. De Michelis (Roma 1944), ordinario di letteratura russa all'Università "Tor Vergata" di Roma e membro della Società puskiniana, ha avuto il Premio Calabria per le letterature straniere (1997). Si è occupato di cultura russo-antica (La valdesìa di Nobgorod), moderna (Fofanov) e contemporanea (I Saggi di B. Pasternak) e dei rapporti italo-russi (Il futurismo italiano in Russia, D'Annunzio nelle culture slave). Ha curato l'edizione de L'ombra di Barkòv di A. Puskin e de I dodici di A. Blok.



Gaston Leroux
La poltrona maledetta

"Era una poltrona come tutte le altre, né più né meno, con quattro piedi e uno schienale quadrato, ma era proprio su quella poltrona che monsignor d'Abbeville aveva l'abitudine di assistere alle sedute e nessuno, dopo la morte del prelato, vi si era più seduto."


Una poltrona vacante per una carica di prestigio all'Accademia Francese; la morte, improvvisa e pressoché identica, dei tre candidati successivi alla poltrona; la maledizione di un candidato respinto: questi gli elementi chiave attorno cui ruota la vicenda.
Con grande ironia e divertimento Leroux racconta una storia quasi surreale in cui i membri della più prestigiosa Accademia francese sono succubi di una collettiva superstizione credendo alla cattiva sorte e alla maledizione. Dopo tre successive morti, inevitabilmente iniziano a "scricchiolare" alcune certezze e i membri dell'Accademia, che si sono sempre fregiati della denominazione di "Immortali", cominciano a dubitare anche di questa immortalità, forse non propriamente acquisita.
Non si muore così, all'improvviso, in due, nello stesso posto, dicendo quasi le stesse parole e a poche settimane di distanza, senza che tutto questo non sia preparato! Ma da chi è stato preparato, per quale scopo? Forse proprio il respinto Eliphas de Saint-Elme de Taillebourg de la Nox, l'uomo che pronunciò la fatidica frase Sia maledetto chi vorrà occuparla prima di me è il colpevole di questo complotto? È davvero un esperto di occultismo? E la sua origine è proprio aristocratica, o si tratta di un millantatore? L'indagine, una vera e propria indagine poliziesca, cercherà di mettere a fuoco tutte queste circostante, riportando la questione nei termini della razionalità.
Con un linguaggio molto moderno e una narrazione ricca di dialoghi serrati e talora farseschi, Leroux traccia un ritratto di quella società elitaria d'inizio secolo, chiusa nel suo interno, serrata nelle sue regole e restia ad aprirsi al "diverso", ma per questo punita dal destino in modo quasi grottesco.


La poltrona maledetta di Gaston Leroux
Titolo originale dell'opera: Le fauteuil hanté

A cura di Sabrina Leo e Elisa Musso
213 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n. 420)
ISBN 88-389-1364-1


Le prime righe

Capitolo primo
Morte di un eroe

-Certo che è proprio un brutto momento...
-È vero, ma dicono che sia un uomo che non paura di niente...
-Ha figli?
-No... Ed è vedovo, per giunta!
-Meglio così!
-E comunque, bisogna sperare che non ci rimetta la pelle... Ma sbrighiamoci, ora!
Sentendo questi discorsi funebri, Gaspard Lalouette - un brav'uomo, mercante di quadri e antichità, residente da dieci anni in rue Laffitte, e che quel giorno passeggiava lungo quai Voltaire, osservando le bancarelle di anticaglie e vecchie stampe - alzò il capo...
In quel momento venne leggermente spinto sullo stretto marciapiede da un gruppetto di tre giovanotti con il cappello dei goliardi; erano appena sbucati dall'angolo di rue Bonaparte e continuavano a chiacchierare senza neanche degnarsi di chiedere scusa.
Gaspard Lalouette, non avendo la minima intenzione di suscitare un vespaio, trattenne la stizza per quell'atto di inciviltà e pensò che quei giovani stessero correndo ad assistere ad un duello di cui temevano l'esito fatale.
Riprese così ad esaminare attentamente un cofanetto gigliato che pretendeva di risalire all'epoca di San Luigi e di aver forse contenuto il salterio di Bianca di Castiglia. Fu allora che una voce dietro a lui disse:
-Qualsiasi cosa si pensi, è un uomo veramente coraggioso.
E un altro ribatté:
-Dicono che abbia fatto per tre volte il giro del mondo!... Ma a dire il vero io sono ben contento di non essere al suo posto. Sempre che non arriviamo in ritardo!...
Lalouette si voltò. Passavano due vecchi che camminavano in fretta verso l'Istituto.
"Questa poi!" pensò Lalouette. "Non saranno mica impazziti anche i vecchi, oltre ai giovani?". (Lalouette aveva circa quarant'anni, l'età in cui non si è né giovani né vecchi...). "Eccone altri due che hanno tutta l'aria di essere diretti allo stesso sgradevole appuntamento degli studenti di poco fa".

© 1998, Sellerio editore


L'autore
Gaston Leroux (1868-1927) fu autore di trentaquattro romanzi cui arrise un vasto successo popolare. Suo è, celeberrimo, Il fantasma dell'Opera (1911). Fra gli altri titoli sono da ricordare Il mistero della camera gialla (1907) e Il profumo della signora in nero (1909), divenuti testi classici della narrativa poliziesca.



Arturo Pérez-Reverte
Il maestro di scherma

"Il giorno in cui si estinguerà l'ultimo maestro d'armi, quanto di nobile e onorevole possiede ancora la lotta ancestrale dell'uomo contro l'uomo scomparirà."


Uno scrittore ancora piuttosto giovane, un giornalista, un reporter di guerra in punti caldi del mondo che si dedica ai romanzi storici può apparire curioso, eppure Pérez-Reverte ha ormai raggiunto una grande notorietà internazionale proprio grazie a libri che appartengono a un genere narrativo ormai ben poco frequentato, tanto da ottenere dal New York Times Book Review il riconoscimento di "miglior romanzo straniero dell'anno" per una sua opera precedente. Amore della tradizione? Spirito da hidalgo? Forse semplicemente la capacità di mostrare come in epoche lontane e in situazioni difficilmente oggi ripetibili, le emozioni, i sentimenti, gli intrecci delle coscienze, siano simili a quelli attuali.
Un maestro di scherma (quale arte appare più desueta?) si trova ad addestrare una donna giovane e bella. Oltre allo sconcerto per un allievo così poco abituale, don Jaime, il suddetto maestro, deve fronteggiare anche l'intelligenza e l'orgoglio della fanciulla che dimostra coraggio e abilità fuori dal comune. Un colpo segreto, difficile e pericoloso è quello che la bella Odela de Otero vuole imparare. Quanto di simbolico ci sia nella scelta narrativa dell'autore è, credo, piuttosto facile intuire, così come è prevedibile che l'anziano maestro ben presto si innamori di quell'allieva così inconsueta. Sentimenti tormentati che emergono quando la bella Odela chiede di poter sostenere un incontro con il marchese Luis de Ayala, di cui don Jaime è geloso e di cui non apprezza la superficialità. Ma anche altri turbamenti pervadono l'onesto maestro di scherma, quelli politici, da cui tutta la Spagna è pervasa in questa seconda metà dell'Ottocento. Si sta preparando una rivoluzione, uno sconvolgimento che scuota questa nazione così arroccata sulle sue posizioni conservatrici. E così l'autore descrive sentimenti diversi, emozioni contrastanti in questo romanzo in cui l'amore e forti passioni civili si intrecciano, in cui il tradimento è un tradimento politico e nello stesso tempo amoroso.
Il linguaggio tradizionale e ormai topico di un certo tipo di narrativa, dà al libro un sapore "antico", che può affascinare un certo pubblico di lettori.


Il maestro di scherma di Arturo Pérez-Reverte
Titolo originale: El maestro de esgrima

Traduzione di Paola Tommasinelli
Pag. 284, Lire 32.000 - Edizioni Tropea
ISBN 88-438-0167-8


Le prime righe

Sul cristallo dei panciuti bicchieri da cognac baluginava il riflesso delle candele che ardevano su candelabri d'argento. Tra una boccata di fumo e l'altra, intento ad accendere un robusto sigaro di Vuelta Abajo, il ministro, senza darlo a vedere, studiava il suo interlocutore. Non aveva il minimo dubbio che quell'uomo fosse una canaglia; ma lo aveva visto arrivare davanti alla porta di Lhardy su un'impeccabile carrozza trainata da due superbe giumente inglesi, e sulla mano dalle dita sottili e ben curate che sfilavano la fascetta dell'avana brillava un prezioso solitario montato in oro. Tutto ciò, oltre alla sua elegante disinvoltura e alle dettagliate informazioni che aveva fatto raccogliere su di lui, lo collocava automaticamente nella categoria delle canaglie di classe. E per il ministro, che si riteneva dotato di una certa flessibilità morale, non tutte le canaglie erano uguali; la loro accettabilità sociale era strettamente collegata alla distinzione e alla fortuna di ognuno. E soprattutto alla possibilità che una piccola violazione al codice morale procurasse importanti vantaggi materiali.
"Ho bisogno di prove" disse il ministro, ma era una frase di circostanza. In realtà, ne era già assolutamente convinto: le informazioni erano preziose. Il suo interlocutore sorrise appena, come chi ascolta proprio quello che spera di sentirsi dire. Continuando a sorridere si aggiustò i polsini della camicia, d'un bianco immacolato, facendo rifulgere vistosi gemelli di diamanti, e infilò la mano nella tasca interna della finanziera.
"Prove, naturalmente" mormorò con sottile ironia.
La busta chiusa con ceralacca, senza alcun sigillo, rimase sulla tovaglia di filé, allineata al bordo del tavolo, vicino alle mani del ministro. Ma lui non la toccò, come se temesse il contagio, e si limitò a osservare il suo interlocutore.
"Vi ascolto" disse. L'altro si strinse nelle spalle facendo un gesto vago diretto alla busta; sembrava che il contenuto non lo interessasse più dal momento in cui aveva abbandonato le sue mani.

© 1998, Marco Tropea Editore s.r.l.


L' autore
Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagena, in Spagna nel 1951. Ha lavorato per ventun anni come inviato per giornali, radio e televisione ed è stato reporter di guerra nei punti più caldi del mondo. Nel 1986 ha iniziato la sua carriera di scrittore. Il successo internazionale è arrivato nel 1990 con il terzo romanzo, La tavola fiamminga, segnalato dal "New York Times Book Review" come miglior romanzo straniero dell'anno. Da qualche anno ha ormai abbandonato il giornalismo per dedicarsi alla letteratura.



Graham Swift
Ultimo giro

"Lui mi guarda mentre sto seduta al suo capezzale, tenendogli la mano, muove piano il pollice in piccoli cerchi secchi alla base del mio e io penso: Non ci restano ancora molte volte per guardarci in faccia, non ci restano ancora molte volte per parlarci. Prima si contano gli anni, i decenni, poi all'improvviso sono ore e minuti."


Forse bisognerebbe essere nati in quelle zone tra Londra e il mare dove il romanzo è ambientato. Forse sarebbe meglio leggerlo in lingua originale, per cogliere quelle sfumature sottilissime che si possono percepire solo se si condividono con lo scrittore radici comuni. Sarebbe almeno necessario avere respirato qualche volta quell'aria, l'aria dei pub, delle vie londinesi (anche di periferia) e dei paesi dell'hinterland, dei negozi e delle campagne, per riconoscere gli odori, per capire il senso dei pensieri... Ma, anche se tutto ciò non è possibile, Ultimo giro rimane un romanzo che colpisce e lascia il segno. Per il tema, innanzitutto: quattro amici portano le ceneri dello scomparso Jack fino al pontile di Margate, dove verranno disperse in mare, secondo le ultime volontà del morto. Il viaggio non è lungo, ma permette il riaffiorare della memoria collettiva, che comprende episodi comuni ma anche singoli e non necessariamente legati alla figura dell'amico Jack. Un riemergere di odi e affetti, di rancori e questioni irrisolte, nel bene e nel male. Con la presenza "esterna" delle donne, le compagne, in particolare della moglie del defunto, Amy. Un tema drammatico, non facile, affrontato nel modo più diretto, duro, senza retorica né possibili fraintendimenti. Tutto è messo in discussione, analizzato e ricostruito: l'amicizia, l'amore, l'odio, il lavoro, i divertimenti, le risse, la malattia, la tragedia della fine.
Swift appartiene alla generazione attualmente "al potere" in Inghilterra, quei quaranta-cinquantenni che stanno creando la nuova società e il nuovo pensiero collettivo. Ma ci sarà davvero un rinnovamento, una svolta, o tutto rientrerà nelle solite maglie del conformismo borghese, benpensante e non-pensante? Interessante decifrare anche sotto questa luce le storie, le riletture del passato, le prospettive che emergono in queste pagine. Il dialogo è brillantissimo, spesso ironico, pungente, sarcastico. La narrazione è collettiva, le voci dei singoli protagonisti si susseguono, in brevi capitoli in cui si confrontano e si scontrano. Anche con chi legge.


Ultimo giro di Graham Swift
Titolo dell'opera originale: Last orders

Traduzione dall'inglese di Grazia Gatti
270 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01550-1


Le prime righe

BERMONDSEY

Mica un giorno qualsiasi.
Bernie mi spilla una birra e me la mette davanti. Mi guarda perplesso, con quella sua faccia dalle guance molli, da mastino, ma capisce che non sono in vena di chiacchiere. È per questo che sono qui, cinque minuti dopo l'apertura, per un piccolo silenzioso a tu per tu con una pinta di birra. Nota la cravatta nera, nonostante siano passati quattro giorni dal funerale. Gli do cinque sterline e lui va alla cassa e mi porta il resto. Appoggia le monete sul bancone di fianco al mio bicchiere, superpiano, senza mollarmi con gli occhi.
"Non sarà più come prima, eh?" fa, scuotendo il capo e guardando più in là lungo il bancone, come verso un posto vuoto. "Non sarà più come prima."
Io dico: "Non se n'è ancora andato per sempre".
E lui: "Come?".
Bevo un sorso di schiuma dalla birra. "Ho detto che non se n'è ancora andato per sempre."
Bernie si gratta una guancia, guardandomi accigliato. "Certo, Ray," fa e si allontana.
Mica volevo fare una battuta.
Butto giù un dito di birra e mi accendo una cicca. Ci saranno altri tre o quattro mattinieri, oltre a me, e il locale non è al suo meglio. Freddo, odore di disinfettante, troppo spazio vuoto. Un raggio di sole entra dalla finestra, pieno di granelli di polvere. Fa venire in mente una chiesa.
Sto lì seduto a guardare il vecchio orologio, dietro il bancone. Thos. Slattery, Orologiaio, Southwark. Le bottiglie in fila sulla mensola come canne d'organo.
Lenny è il primo ad arrivare. Non porta la cravatta nera, anzi non la porta proprio, la cravatta. Dà una sbirciatina a come sono vestito e tutti e due abbiamo la sensazione di non averci azzeccato.
"Offro io, Lenny," dico. "Birra?"
"È un'occasione speciale," risponde lui.
Bernie si avvicina e fa: "Nuovo orario, è così?".
"Buondì," dice Lenny.
E io: "Una pinta per Lenny".
"Siamo andati in pensione, eh Lenny?" fa Bernie.
"Sono troppo vecchio per la pensione, non ti pare Bern? Mica sono come Raysy qui, libero come un fringuello. Il mondo degli ortofrutticoli ha bisogno di me."

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Graham Swift è nato a Londra nel 1949. È autore di cinque romanzi tra i quali ricordiamo Waterland (selezionato per il Booker Prize), da cui è stato tratto l'omonimo film con Jeremy Irons. Ultimo giro ha vinto il Booker Prize 1996.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




29 Gennaio 1999