Yu Hua
L'eco della pioggia

"...non sono affatto un uomo disposto a morire per le proprie convinzioni, amo troppo il gorgoglio della vita che scorre nel mio corpo. A parte la vita in sé, non riesco a trovare altre ragioni per cui valga la pena di continuare a vivere."


Un romanzo della memoria, un romanzo di formazione, un quadro della società cinese contemporanea: questo e molto altro ancora è L'eco della pioggia di Yu Hua. I capitoli si susseguono senza seguire un andamento rigorosamente cronologico, gli eventi sono descritti così come la memoria li collega, tanto che il romanzo si chiude, quasi circolarmente, sull'arrivo al paese natale dell'autore undicenne, dopo anni passati in città, e sul ricongiungimento alla famiglia d'origine. Il fuoco dell'incendio, citato ad apertura e a chiusura del libro, determina tutto il rapporto, o meglio la difficoltà del rapporto, tra il ragazzino smarrito che ritrova il suo nucleo parentale e i singoli componenti di quello, soprattutto il rifiuto sospettoso che il padre dimostra immediatamente nei suoi confronti. La sensazione di solitudine che circonda quasi tutti i personaggi è quasi il riflesso di quella profonda carenza di rapporti autentici con padre, fratelli, madre stessa dell'autore/narratore. Unica eccezione è il nonno paterno, per altro piuttosto emarginato e disprezzato soprattutto per la mancanza di produttività e capacità lavorative dovute alla vecchiaia e alle difficoltà fisiche insorte in lui da un incidente. L'infanzia così è tutt'altro che mitizzata, ma neppure descritta come momento di disperazione irrecuperabile, gli eventi, le morti dimostrano come in fondo l'essere sopravvissuti poteva già essere considerata una fortuna. Ed è in effetti la morte, compagna quotidiana, alla cui vista però non ci si abitua mai, che fa scattare alcune dinamiche emotive nell'autore ragazzo e nei suoi familiari. Quando il fratello annega, per salvare un compagno di giochi in pericolo, Yu Hua si tiene lontano dal luogo dell'incidente, non partecipa ai lamenti e alle grida di disperazione che si alzano intorno a quel piccolo cadavere e così sancisce la sua diversità, la sua estraneità, e anche la sua inettitudine. Pudore, mancanza di sintonia sentimentale, timore del giudizio: questi i motivi sostanziali che lo avevano tenuto a distanza. Era già avvenuto così in molte altre occasioni e questo gli era costato la totale indifferenza, anzi il disprezzo del padre che lo considerava un elemento estraneo e di disturbo. L'infanzia dell'autore non è l'unica a venire rappresentata nel romanzo, ad essa si uniscono le immagini forti di quella di tanti suoi coetanei: i bambini di città con i loro giochi e le loro risate un po' misteriose, i compagni di gioco spesso più sventurati, così come lo è il piccolo amico che insegue la madre imprigionata, lacero e solo, mendico d'amore. Ma all'infanzia si unisce il quadro di una adolescenza turbata, di sensazioni che provocano reazioni di smarrimento e di paura, di una sessualità repressa e vissuta come colpa, anche perché l'esuberanza di un abbraccio rubato ad una coetanea, in quella società e con quel regime, è punito con il carcere e con l'isolamento. Ma sono proprio le pulsioni vitali e le prime ingenue esperienze sessuali a riempire quegli anni giovanili di un sapore tutto nuovo, di una frenesia nascosta, di aspettative perturbanti, soprattutto se confrontate con la spregiudicatezza adulta, paterna in particolare che, senza molta attenzione, passava nottetempo dal letto della moglie a quello dell'amante, amante per altro di tutto il paese.
Anche l'amicizia appare un tema importante nel libro. Soprattutto quelle infantili, interrotte da distruttivi interventi degli adulti, o quella adolescenziale rotta, in modo irrimediabile, dalla morte prematura del giovane amico. E questa morte è descritta in modo mirabile. La distrazione familiare in quelle ultime ore, quando il ragazzo colpito da ictus viene giudicato solo un po' pigro, non nasce da mancanza di affetto, ma dai ritmi quotidiani che non si interrompono mai, e quando la morte che si avvicina, le luci accecanti e il nulla incombente sono rappresentati dal punto di vista del morente e restano di certo impressi nella mente del lettore.
Tutta la società cinese postrivoluzionaria, soprattutto quella contadina, trova in questo libro una rappresentazione corale, una voce "dall'interno", che testimonia, in particolare a noi occidentali, una realtà quasi sconosciuta o nota solo attraverso l'oleografia ideologica, una verità ricca di contraddizioni, di desiderio di modernità e di legami ancestrali con i miti e la superstizione del passato. Un romanzo insomma che, come la più recente cinematografia cinese, apre lo scenario autentico di un mondo globalizzato nell'economia e così ignoto nella sua sostanza culturale e umana.


L'eco della pioggia di Yu Hua
Titolo originale: Zai xiyu zhong huhan

Traduzione di Nicoletta Pesaro
Pag. 285, lire 26.000 - Edizioni Donzelli (Narrativa)
ISBN 88-7989-443-9

le prime pagine
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I

Nanmen

Nel 1965 il bambino che io ero cominciò a temere in modo inesplicabile l'oscurità della notte. Ho riportato alla memoria quella sera pervasa da una sottile pioggia fluttuante: m'ero già addormentato; ero così piccolo, mi avevano poggiato sul letto come si fa con un giocattolo. Il ticchettio dell'acqua sulle grondaie esaltava il silenzio; il sonno si era a gradi impadronito di me, come io poco a poco avevo cacciato nell'oblio il gocciolio della pioggia. Deve essere stato nel momento in cui calmo e fiducioso mi abbandonavo al sonno che mi apparve una strada remota e tranquilla, a cui alberi e ciuffi d'erba lasciavano ordinatamente il passo. Da lontano si sentì una donna che chiamava con voce di pianto. Quella voce roca che risuonò improvvisamente spezzando l'incomparabile silenzio di prima pervase di brividi l'infanzia che rivive adesso nella mia memoria.
Ho visto me stesso, un bambino impaurito dagli occhi spalancati per il terrore, il cui viso era indistinguibile nel buio. Il grido di quella donna durò a lungo: con quanta ansia e paura attesi, sperai che giungesse un'altra voce, un grido di risposta al richiamo della donna, che potesse acquietare il suo pianto, ma non vi fu. Ora ho compreso la ragione di quel mio terrore, e cioè l'aver sempre aspettato invano una voce che rispondesse al richiamo. Non c'è nulla che faccia rabbrividire quanto un grido disperato di abbandono lanciato nella solitudine di una vasta e nera notte di pioggia.
Un altro ricordo che si affaccia subito dopo è rappresentato da alcuni agnelli bianchi che avanzano tra l'erba tenera lungo il bordo di un fiume. Si tratta evidentemente di un'impressione in pieno giorno che viene a consolarmi come una carezza per l'inquietudine causatami dal ricordo precedente. Solo non riesco a definire con certezza dove mi trovassi quando ricevetti questa impressione.
Qualche giorno dopo, forse, mi parve di udire una voce che rispondeva al grido della donna. Era verso l'imbrunire, un violento acquazzone era appena passato e nel cielo rotolavano grosse nuvole nere come fumo. Io sedevo sul bordo dello stagno dietro casa, e nell'umidità che circondava il paesaggio mi si fece incontro uno sconosciuto. Era interamente vestito di nero, nel camminare l'abito nero fluttuava come una bandiera sotto il cielo coperto di nuvole. Quell'immagine che si stava avvicinando all'improvviso riprodusse dentro di me nitidamente il grido di quella donna. Lo sguardo tagliente di quell'uomo sconosciuto cominciò a fissarmi da lontano e continuò fino a che mi fu vicino. Proprio quando la mia paura era giunta al colmo, egli svoltò lungo il bordo di un campo e mano a mano si allontanò da me. Il largo abito nero, sollevato dal vento, produceva un suono frusciante. Ora, da adulto, quando ritorno col pensiero al passato mi soffermo sempre a lungo in questo luogo, e mi stupisco di aver interpretato il suono frusciante di quel vestito come una risposta al richiamo di quella donna in una nera notte di pioggia.
Ricordo una mattina, una mattina di limpide trasparenze, io correvo al seguito di alcuni bambini del villaggio, sotto i miei piedi la terra porosa e l'erba fresca che danzava nel vento. La luce del sole, più che un bagliore accecante, appariva allora come una tavolozza di tenui colori dipinti sui nostri corpi. Noi correvamo, sembravamo quegli agnelli lungo il fiume. Mi pare che corremmo a lungo, quindi giungemmo a un antico e decrepito tempio, dove notai delle enormi ragnatele.
Deve essere accaduto qualche tempo prima, un bambino del villaggio arrivò camminando da lontano. Ancora oggi ricordo il pallore del volto, le sue labbra tremanti sferzate dal vento; egli ci disse:
- Laggiù c'è un morto.
Il morto giaceva sotto le ragnatele, lo guardai: era l'uomo dal vestito nero che la sera prima camminava verso di me. Nonostante gli sforzi, adesso mi è impossibile ricostruire i miei sentimenti di allora. Il ricordo ormai ha sottratto al passato il mio stato interiore di allora, ne ha lasciato soltanto il guscio. Lo stato d'animo contenuto in questo istante è lo stato d'animo di oggi. La morte di uno sconosciuto in quel bambino di sei anni che ero allora poteva suscitare soltanto un lieve stupore, non certo un prolungato sospiro d'emozione. Era disteso supino sulla terra umida, gli occhi chiusi, un'espressione composta e serena. Notai che il vestito nero era cosparso di macchie di fango, tutto screziato come quei fiori scuri senza nome lungo i bordi dei campi. Era la prima volta che vedevo un morto, apparentemente sembrava dormisse. Questa è la vera sensazione dei miei sei anni: scoprii che morire era come addormentarsi.


© 1998, Donzelli editore

biografia dell'autore
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Yu Hua è nato ne Zhejiang, in un villaggio della Cina meridionale, nel 1960. Figlio di un medico di campagna, dopo essersi occupato di medicina si è dedicato interamente alla narrativa. È considerato uno dei più importanti scrittori cinesi della nuova generazione. Nel 1997 ha vinto il Premio Grinzane Cavour con il romanzo Vivere!.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Yu Hua, Torture. I 'Racconti crudeli' dello scrittore più estremo della Cina d'oggi, 1997, 192 p., Lit. 14000, "Einaudi tascabili. Stile libero" n. 476, Einaudi (ISBN: 88-06-14338-7)

Yu Hua, Vivere!, tr. di Pesaro N., 1997, 180 p., Lit. 20000, "Narrativa", Donzelli (ISBN: 88-7989-342-4)


A cura di Grazia Casagrande


29 gennaio 1999