Franco Cardini
Giovanna d'Arco
La vergine guerriera

"Accanto alla vita religiosa ed ecclesiale, Giovanna era immersa nella cultura tradizionale della sua comunità familiare e insediativa: una cultura fatta di proverbi, di espressioni consuete, di conoscenza tecniche e materiali, di credenze e di leggende."


Cardini, storico medievalista, pone la figura di Giovanna d'Arco al centro dell'epoca in cui è vissuta. La Guerra dei Trent'anni quindi, la società della Francia della prima metà del 1400, la religiosità mistica propria del Medioevo sono temi che l'autore tratta in modo approfondito ed estremamente brillante.
La biografia dell'eroina francese, la vede terza figlia di una famiglia conosciuta nel paese: il padre aveva avuto cariche pubbliche e la madre era nota per la sua religiosità. Quando Giovanna inizia a "sentire le voci" è una ragazzina, una dodicenne, età a quei tempi non più considerata infantile. Quando la chiamata alle armi si fa improrogabile, l'ambiguità della situazione che vede una ragazza partire con i soldati, ma non travolta da qualche amore o passione come spesso capitava, quanto in abiti militari, diventa molto difficile da sopportare per la famiglia. Giovanna viene così affidata alle autorità religiose per interrogatori che rivelino il suo equilibrio mentale e psicologico e la sincerità della fede da lei espressa.
Segue la narrazione delle imprese politico-militari della Pulzella e degli attacchi che iniziano ad esserle inferti, della prigionia e dell'evidente pericolo rappresentato dal Tribunale dell'Inquisizione che, per motivi più politici che religiosi, inizia a fermare la sua attenzione su questa vergine-guerriera.
Così inizia la drammatica avventura conclusiva di questa eroica fanciulla, rimasta nell'immaginario di molti, primo tra tutti l'autore, con le sembianze di Ingrid Bergman. Incarcerata in una prigione inglese "con guardiani maschi" e trattata non come accusata da un tribunale religioso, ma come "prigioniera di guerra", non ottiene nemmeno l'ottemperanza delle regole giuridiche vigenti a quel tempo. La sua condanna non sarà confermata da nessun tribunale laico; l'esame della sua verginità (compiuto alla presenza della duchessa di Bedford, moglie del reggente e sorella del duca di Borgogna) non appare neppure tra gli atti del processo: ma tali errori sembrano all'autore dipendere dall'ingenuità degli inglesi più che da esplicita malafede. "Durante il processo emerse tuttavia con chiarezza che in quell'esile corpo di poco più che adolescente abitava una forza immensa". Cardini offre ampio spazio all'intero svolgersi del processo e l'interesse da parte del lettore è assicurato dalla vivacità della narrazione e dal tono avvincente del resoconto. La Pulzella sale sul rogo e tale evento viene ampiamente pubblicizzato, ma il risultato ottenuto è ben diverso da quello desiderato: un alone di leggenda inizia a circondare Giovanna, diventata ben presto protagonista, nella tradizione orale e nella letteratura, di poemi e narrazioni epiche che la collocano tra le eroine di tutti i tempi.


Giovanna d'Arco. La vergine guerriera di Franco Cardini
Pag. 195, Lire 28.000 - Edizioni Mondadori (Le Scie)
ISBN 88-04-43255-1


Le prime righe

I
LA MIA GIOVANNA

Perché Giovanna? Perché questa ragazza, vissuta nel XV secolo, vestita di ferro e morta sul rogo per un decreto inquisitoriale, quindi riabilitata con una successiva sentenza, poi santificata (sì, ma quasi mezzo millennio dopo la sua tragica fine), in seguito diventata emblema ora di cattolici tradizionalisti ora di populisti anticlericali, ora della destra ora della sinistra, ora di meetings patriottici ora di movimenti femministi? Ha un senso riproporre nello scorcio fra II e III millennio questa giovane nata ai confini della Francia e innalzata a simbolo centrale della nazione francese; questa contadinella che non volle rassegnarsi al suo destino di povera figlia della campagna e volle farsi guerriero e kingsmaker, che sfidò la morale del suo tempo vestendo e cavalcando come un ragazzo, che si ostinò nel rivendicare il suo ruolo profetico di fronte a un tribunale di dotti teologi e di illustri giuristi che la richiamava al suo dovere d'inchinarsi dinanzi all'autorità istituzionale e mediatrice della Chiesa?
Il Novecento ha incontrato più volte Giovanna: con Péguy e con Claudel, con Show e con Brecht, con Dreyer e con Bresson. Alla Pulzella hanno prestato i loro volti bellissimi - forse troppo belli per lei - Jean Seberg e Michèle Morgan, Ingrid Bergman e Sandrine Bonnaire. Ha rischiato di degradarsi a simbolo politico e d'essere usata come passe-partout demagogico. È finita anche nei cartoni animati giapponesi. Vergine guerriera, conserva il suo fascino archetipico: come le amazzoni, come la vergine Camilla cara a Virgilio e a Dante, come Bradamante e Clorinda. L'hanno paragonata a donne politiche, a paladine dei diritti umani, a protagoniste del nostro tempo. E d'altra parte, dal poema eroicomico di Voltaire in poi, è stata spesso ridicolizzata e magari dissacrata. Le sue immagini oleografiche, i suoi occhi perduti nel cielo, la sua mano sul cuore, la sua corazza risplendente e la sua bandiera immacolata si sono spesso trasformati in fin troppo facili oggetti di ironia. Destino paradossale d'una ragazza giustiziata perché aveva osato andar fino in fondo contro il suo tempo - lei, donna, aveva voluto combattere come un uomo; lei, cristiana, non s'era piegata dinanzi a un tribunale della Chiesa - e poi troppo spesso denigrata come simbolo di devozione convenzionale e di retorica da sacrestia.

© 1998, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
Franco Cardini insegna storia medievale all'Università di Firenze. Da Mondadori ha pubblicato Il Barbarossa, Francesco d'Assisi, La vera storia della Lega Lombarda, Quell'antica festa crudele, Alla corte dei papi, L'avventura di un povero crociato.



Bohumil Hrabal
Sanguinose ballate e miracolose leggende

"Andai alla cassa della stazione e dissi alla signorina: Un biglietto! La cassiera si sporse dallo sportello e disse calma calma: Eh, sì, ma per dove, signor manovratore! E allora mi misi a riflettere e mi passai la mano destra sulle sopracciglia: Andrò, signorina, dove i suoi occhi guarderanno per la prima volta."


L'uscita di quest'opera di Hrabal, per la prima volta pubblicata in Italia, è stata accompagnata da una polemica che verte sulla qualità della traduzione (ci riferiamo in particolare all'articolo di Giuseppe Dierna per la Repubblica "Povero Hrabal che cosa ti fanno dire"). Ovviamente la critica si incentra sul lavoro del traduttore e non sulla qualità del testo originario, che, anzi, si considera sminuito da questa versione ritenuta approssimativa. Non vogliamo entrare nel merito del dibattito, se non per sottolineare che è in ogni modo interessante affrontare la lettura di Sanguinose ballate e miracolose leggende, magari proprio con l'avvertenza di mediare un po' l'opera del traduttore con la propria esperienza di lettore. Peraltro la stessa Annalisa Cosentino (l'autrice della traduzione "incriminata"), nella postfazione al volume, sottolinea la complessità del gergo hrabaliano (caratterizzato da termini tecnici e parole tedesche o derivate dal tedesco "anche per contaminazione") che la traduzione può riprodurre solo approssimativamente. Si tratta di una raccolta di racconti (pubblicati in Cecoslovacchia nel 1968), espressi in schemi differenti e, come suggerisce il titolo, rielaborati principalmente nella forma di ballate e leggende. Brani di diari, notizie di cronaca nera, ricordi di amici, discorsi dai tratti surreali estrapolati dai tanti ascoltati in fumose osterie, vicende raccontate in prima persona da uomini e da donne. Due esempi notevoli di quest'ultimo genere: La leggenda di Caino e Ballata della regina della notte. Da leggere con attenzione la Ballata scritta dai lettori, che apre il volume, dove una serie di commenti anche pesanti contro l'autore (opera, com'è ovvio, dello stesso Hrabal), con accuse, rimproveri e note di disapprovazione, sottolineano in realtà le caratteristiche salienti della sua narrazione, in una originale forma di autocritica e di autorecensione.


Sanguinose ballate e miracolose leggende di Bohumil Hrabal
Titolo originale dell'opera: Moritáty a legendy

Traduzione dal ceco di Annalisa Cosentino
224 pag., Lit. 25.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-367-7


Le prime righe

Ballata scritta dai lettori

Signor Hrabal, mi creda, ma da quando ho letto i Suoi libri non ho più pace, continuamente mi torturano e mi perseguitano la bellezza indicibile, la fragilità, lo scherzo, il dolore, la saggezza, cristo, signore mio.
Quello sporcaccione va alla ricerca delle situazioni in cui poter esplicare il suo sesso perverso. Da quando l'ho letto non ho pace, mi ossessiona il pensiero dei danni che provoca tra i giovani che crescono.
La ritenevo uno dei professori della vicina scuola edile. Soltanto, non riuscivo a immaginare quale materia insegnasse. Quello che in Lei è dolce e quindi bello, gli occhi azzurri come veroniche, indagatori, non resi pallidi dagli anni. Sa, la veronica è un fiorellino che si fa largo tra le pietre e nell'azzurro del fiore ha delle piccole venature bianche.
Ma tu, brutto schifoso, vecchio senile con tendenze adolescenziali, porco senza pudore, dovresti andare in galera, la buoncostume dovrebbe fare quattro chiacchiere con te, dovresti stare dietro le sbarre di una prigione o di una casa di matti.
Ho qui davanti a me la Sua intervista, tutti i Suoi libri, la fotografia del giornale con sulla fronte un enorme incrocio di rughe lungo le quali potrebbero viaggiare tutti i treni strettamente sorvegliati fino al regno degli zii Pepin, al regno della comprensione totale.
Lei ha l'aspetto di un vecchiaccio che si fruga nel naso per la noia, e io provo rabbia per questa rappresentanza dei nativi di Brno. Per questo Le ho scritto dritto in faccia, chiaro e tondo, come fa a non vergognarsi, bevitore di birra senza fondo che non è altro.
E l'anima davvero ha bevuto acqua limpida e trasparente. Esultavo durante la lettura. Da tempo non mi sentivo così bene al cuore. Malgrado tutto, l'uomo nel suo nucleo è buono, no?, e una piccola opera come Pábitelé fa risuonare appunto le corde migliori di cui è intessuto lo strumento musicale più ideale: l'anima umana.

© 1998, Edizioni e/o


L'autore
Bohumil Hrabal (1914-1997) è uno dei maggiori scrittori del nostro secolo. Tra le sue numerose opere ricordiamo Ho servito il re d'Inghilterra, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Una solitudine troppo rumorosa e Treni strettamente sorvegliati.



Gabriele Lolli
Beffe, scienziati e stregoni
La scienza oltre realismo e relativismo

"L'universalità come argomento a favore della realtà oggettiva delle leggi dipende dall'assenza di alternative di leggi valide per gli stessi fenomeni nella scienza e in differenti culture."


Il volume di Lolli analizza la situazione del dibattito sulla "natura della conoscenza scientifica", visto attraverso il superamento delle due posizioni oggi definite "relativismo" o "postmodernismo" e "realismo" o "oggettivismo", che in realtà rappresentano l'antica contrapposizione tra cultura e natura, rivisitata alla luce dell'attuale cultura scientifica e politica. Prendendo spunto da due articoli di Vattimo apparsi sulla Stampa si entra immediatamente in medias res, cioè la possibile dicotomia tra natura e cultura/storia, cioè realtà oggettiva e interpretazioni. Diverse le strategie e, di conseguenza, anche l'aspetto politico della questione. Punto di partenza del dibattito è stata l'apparizione di un articolo di Alan D. Sokal su un numero interamente dedicato a una discussione "sulla rilevanza per il discorso sulla scienza dell'impostazione relativista", di una rivista di studi culturali americana. Contemporaneamente appariva su di una rivista universitaria un altro articolo in cui Sokal dichiarava che quanto scritto era uno scherzo, una parodia per deridere la faciloneria che accompagna questo tipo di studi: affermazioni senza senso, errori vistosi, uso strumentale di parole-chiave oggi utilizzate nel dibattito. Da qui la reazione di chi si è sentito preso in giro e la nascita di un serio dibattito, tanto che nel 1997 si potevano contare ben 84.272 diversi siti Internet con parola-chiave Sokal Affair.
Lolli inquadra così le caratteristiche della polemica: "Se le motivazioni, la foga e gli obiettivi sono politici, gli argomenti usati, o più spesso solo citati, vengono da studi rigorosi, e sono stati elaborati nella ricerca teorica della filosofia della scienza". Ma poi sente l'esigenza di esaminare come "tutto questo è nato, dal punto di vista concettuale". Se, attraverso l'esame delle rivoluzioni scientifiche, "si è diffusa la consapevolezza della dipendenza dei risultati e dei metodi della ricerca da un quadro prestabilito", anche i problemi e i dati stessi appaiono influenzati da ciò che una teoria consente di vedere. Maggiore peso hanno quindi i preconcetti, le "pre-assunzioni metafisiche", anche di tipo cognitivo. Da qui il considerare i concetti portanti della scienza come "costruzione sociale", idea che ha influenzato non solo la sociologia della conoscenza, ma addirittura la ricerca scientifica stessa.
Si può quindi considerare centrale al volume il problema gnoseologico o più specificamente epistemologico. Come si colloca allora lo scienziato davanti ai tre possibili atteggiamenti, "quello realista ingenuo, quello filosofico fondazionale e quello sociologico"? A questa domanda l'autore tenta di dare risposta in un volume di accessibile anche a chi non abbia competenze specifiche della materia, pur nel rigore e nella serietà dell'impostazione.


Beffe, scienziati e stregoni. La scienza oltre realismo e relativismo di Gabriele Lolli
Pag. 199, Lire 28.000 - Edizioni Il Mulino (Saggi 487)
ISBN 88-15-06720-5


Le prime righe

CAPITOLO PRIMO

La beffa di Sokal

Quello che si vogliono sentire dire, da un fisico, i suoi interlocutori degli studi culturali, a cui Sokal viene abilmente incontro, si trova espresso in diverse pubblicazioni di larga diffusione del nuovo variegato movimento. Vogliono sentirsi dire, e dal di dentro, addirittura dal campo che rappresenta l'oggetto per eccellenza della loro opposizione - la famigerata fisica - che proprio le acquisizioni della scienza confermano alcune delle loro tesi sulla relatività delle conoscenze; che l'oggettività e l'universalità delle conoscenze scientifiche è un mito smentito dalla pratica stessa della scienza, e che gli sbandierati valori oggettivi sono invero al contrario un ostacolo sia al progredire della ricerca scientifica (cosa che magari interessa meno, anche se menzionata), sia a un processo di liberazione umana; e che questi valori, e connessi metodi, sono imposti da corporazioni di potere che soffocano anche gli stimoli spontanei più libertari.
L'articolo di Sokal è disseminato di citazioni che vanno in questa direzione, presentate con apparente completa adesione; alcune citazioni di contorno riguardano incursioni nella fisica di intellettuali che non sanno cosa si dicono, come ad esempio Bruno Latour sulla relatività:

Come si può decidere se un'osservazione fatta in treno sul comportamento di una pietra in caduta può essere fatta coincidere con l'osservazione della stessa pietra dalla banchina? Se c'è solo un sistema di riferimento, o anche due, nessuna soluzione può essere trovata. La soluzione di Einstein è quella di considerare tre attori...

o Robert Markley secondo cui la teoria dei quanti è non lineare, quando è l'unico esempio di una teoria fisica perfettamente lineare, o la femminista Luce Irigaray che deplora il fatto che i matematici trascurino gli spazi con confini (sic). Non manca la citazione da Jacques Derrida, recentemente al centro di molte polemiche nell'accademia americana, a proposito di riconoscimenti proposti e rifiutati:

La costante einsteiniana non è una costante, non è un centro. È il concetto stesso di variabilità - è, alla fine, il concetto del gioco. In altre parole, non è il concetto di qualcosa - di un centro partendo dal quale un osservatore potrebbe dominare il campo - ma è proprio il concetto del gioco.

© 1998, Società editrice il Mulino


L'autore
Gabriele Lolli insegna Logica matematica all'Università di Torino. Ha pubblicato tra l'altro Introduzione alla logica formale, Incompletezza, Capire la matematica. Il suo titolo più recente è Il riso di Talete.



Laura Rangoni
Focaccia e altre estasi
Come alleggerire l'anima dai chili in più

"In principio era la depressione... poi venne la fame."


Divertente pamphlet, curiosa somma di notizie e riflessioni, ricette e brani letterari. Un libro ironico che nasconde un'anima quasi drammatica. L'autrice ha attraversato (ce lo dice lei stessa nella prefazione) le varie fasi della depressione, uscendone, alla fine, ma con molti chili in più. La trasformazione fisica è andata di pari passo, come sempre avviene, con quella mentale, con la ricerca di se stessi, con l'accettazione della nuova immagine che lo specchio trasmetteva di questo corpo ingrossato. Riaccettarsi, in più nel momento in cui si esce da una fase depressiva, è cosa non facile. Eppure è un'esperienza comune a molte persone che nel cibo e nei piccoli piaceri quotidiani hanno trovato il modo per uscire dai momenti di crisi. Tuttavia "mangiare o divorare una focaccia può essere segno di malessere psicologico, di solitudine, di depressione, ma anche della capacità di gioire delle piccole cose che non lo psicoanalista, ma la panetteria sotto casa sa offrirci". In quest'ottica e con questo spirito l'autrice approccia le possibili "estasi" quotidiane che arrivano dal cibo. Evidentemente, tuttavia, lei stessa non ha ancora accettato pienamente questo ruolo di "diversa", di grassa in un universo composto per la maggior parte da magri, dove la magrezza è sinonimo di successo, di carriera, di bellezza, d'amore... Difficile sentirsi a posto in una società che emargina di fatto i grassi e lo fa, in particolare, se si tratta di donne. Talora con toni estremi, la Rangoni asserisce che "noi grassi siamo gli ebrei della situazione, e non importa che ci appuntino la stella di David sul petto, come per i negri basta la nostra situazione fisica a ghettizzarci". È una provocazione, ma che lancia un'accusa a questa società discriminatoria che vuole trasformare tutti secondo un canone standard, dimenticando chi, felicemente, vive bene un'altra condizione fisica, in un certo senso anticonformista.
Insomma, tra sensi di colpa e atteggiamenti consolatori, tra psicoanalisi e ricerca delle proprie radici familiari, Laura Rangoni sviluppa, con toni spesso leggeri, un discorso complesso, partendo dal difficile rapporto madre-figlia per arrivare al momento in cui una donna si considera matura, indipendente, slegata da vincoli affettivi ricattatori e da imposizioni sociali. Per essere grassa, se lo vuole, e mangiare quei piatti succulenti di cui ci fornisce le ricette, piccoli, ma intensi piaceri della vita.


Focaccia e altre estasi di Laura Rangoni
151 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Publigold
ISBN 88-7934-113-8


Le prime righe

A mo' di premessa

La depressione è un mostro che s'impossessa di noi, ci vive dentro. E non ci lascia mai completamente. Se riusciamo ad annientare i suoi effetti letali in una parte della nostra psiche, lui torna, subdolamente, a guastarne un'altra.
Ecco quello che ho scritto alcuni anni fa - grazie a Dio con un po' di ironia - a proposito di un fastidioso "effetto collaterale" della depressione: l'insieme dei disturbi della condotta alimentare.
La depressione cambia il nostro modo di vedere le cose, ma soprattutto noi stessi. E scatena nel nostro interno lotte senza quartiere, che mirano a un unico bersaglio: lo stomaco. Questo organo subdolo è un potente alleato del "Mostro", e a volte si apre a dismisura, mentre altre volte si chiude ermeticamente. Nel primo caso si parla di bulimia o di iperfagia, nel secondo di anoressia.
Nel mio caso, tuttavia la vita è stata una lotta contro un oggetto metallico che in lingua italiana viene definito bilancia, e che ha sancito condanne su condanne.
Sono stata sempre una bambina grassa, un'adolescente grassa, ed ora sono un'adulta grassa.
Sono una scrittrice grassa, una giornalista grassa, una figlia grassa, una fidanzata grassa, una paziente grassa, un'amica grassa.
Questo essere grassa ha determinato buona parte del mio carattere (dicono che i grassi siano più simpatici dei magri: John Goodman insegna! Ricordate quel simpatico telefilm "Pappa e Ciccia"?) e del mio stile di vita: coltivo piante grasse, allevo gatti e criceti grassi, ho amici grassi, genitori grassi.

Il grasso è sempre stata un'ossessione, anche quando, da adolescente, pesavo un poco di meno. A volte mi guardavo nello specchio e vedevo il grasso deformarmi le gote e la gola, gonfiarmi le dita, depositarsi sulle caviglie.
Ho pregato molte volte di poter diventare anoressica per un mese all'anno. Non c'è stato niente da fare.

© 1998, Publigold


L' autrice
Laura Rangoni, bolognese di origine, vive tra Bosco di San Giovanni Bianco e Milano, dove si è laureata in Lettere. S'interessa di storia del cibo e dei rapporti tra cibo e psicologia. Ha pubblicato Il mostro dentro, I secondi di pesce, La cucina a microonde, Polenta e bruscitti. È presidente del CeSTAG (Centro Studi Tradizioni Alimentari e Gastronomiche).



Jørn Riel
Safari artico

"La primavera artica. Anton si scompigliò i capelli confuso e si guardò intorno. Il suo sguardo cadde sulle impronte dello zigolo. Sottili fili neri, una filigrana, un disegno senza senso. Fissò quelle impronte e vi lesse la sua propria vita."


La Groenlandia: spazi immensi, distese sterminate, montagne candide, ghiacci azzurri, fiordi neri. E tanto, tanto freddo. Ma ad Anton, un diciannovenne affamato di avventura, sembra un paradiso terrestre da raggiungere per essere finalmente libero e felice ricalcando le orme dei primi esploratori, imparando a cacciare, a condurre una slitta trainata da cani, a sopravvivere senza gli agi della "civiltà", ormai lontana, della Danimarca.
Ma è difficile sopravvivere in una terra così desolata, così lontana dal resto dell'umanità, in compagnia solo di alcuni cacciatori misantropi e scorbutici, anche se, a modo loro, interessanti. Dopo un periodo iniziale di adattamento entusiastico, Anton scopre ciò che realmente significa vivere isolato e senza poter essere né visto né ascoltato. Il suo sogno romantico di diventare un eroe popolare, un continuatore delle imprese dei grandi esploratori artici, svanisce proprio di fronte all'impossibilità di "pubblicizzare" le proprie avventure. Ma alla fine dei conti non ha importanza, perché la cosa più stimolante è proprio il fascino di questa zona ai confini del mondo. Con umorismo e un pizzico di cinismo Riel narra le varie fasi della trasformazione di Anton, ragazzo poco più che adolescente, in un uomo dei grandi ghiacci, uno come i cacciatori con cui condivide le case, il cibo, le lunghe notti buie, la grande solitudine. Fino al punto di non poter più tornare indietro e fare dell'Artico la propria terra.
La narrazione di Riel è fluida, intensa, molto descrittiva. Si legge l'esperienza personale di vita (sedici anni in Groenlandia li ha trascorsi egli stesso) nelle piccole e nelle grandi immagini che di quel paese e di quella gente l'autore ci offre. La sensazione è quella di trovarsi davvero immersi in un'atmosfera "artica" e vivere con Anton esperienze eccezionali, accompagnati da personaggi semplici e saggi, pur nelle loro manifestazioni estreme, talora un po' folli.


Safari artico di Jørn Riel
Titolo originale: Den kolde jomfru og andre skroner

Traduzione dal danese di Silvana Lucia Convertini
147 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-077-6


Le prime righe

LO ZIGOLO DELLE NEVI

Essere soli. Essere totalmente soli su una costa praticamente deserta, tagliati fuori dal resto del mondo. Dipendere dalle proprie capacità, dalla propria volontà, essere padroni e servitori di se stessi: non erano cose che Anton Pedersen si fosse realmente prospettato quando aveva fatto domanda per un posto di cacciatore di pelli presso l'ufficio della Compagnia. Perché Anton aveva solo diciannove anni e tutt'altri pensieri per la testa. Il suo mondo artico era popolato di eroi polari, uomini indomiti avvolti in grandi pellicce, uomini pronti a mettere a repentaglio la loro vita per riempire le numerose chiazze bianche della carta geografica. La sua Groenlandia era fatta di lunghi viaggi in slitte trainate da cani latranti, straordinarie cacce all'orso e al tricheco, meravigliosi incontri con eschimesi incontaminati e un cameratismo senza incrinature che legava i membri della spedizione fino ai limiti del regno della morte. Era un pioniere di quel tipo che Anton desiderava ardentemente diventare.
La Groenlandia era grande e vi si trovavano ancora zone inesplorate. Ma il tempo stringeva, pensava Anton, e le macchie bianche si riducevano a gran velocità. Per questo urgeva partire quanto prima. D'altra parte, non avendo da esibire nient'altro che un diploma di maturità di fresca promozione e un paio di medaglie d'argento di un qualche circolo della caccia, arrivò presto a rendersi conto che, per quel che lo riguardava, non c'erano che due vie che portavano all'Artide. O prendeva la strada dell'ovest attraverso la Reale Compagnia Commericale di Groenlandia, o partiva per l'est come cacciatore. A dire il vero, la Groenlandia dell'ovest non lo attraeva più che tanto: certo avrebbe potuto trovare impiego come assistente commerciale, ma l'avventura rimaneva una prospettiva lontana. Quanto al lavoro, sarebbe stato con tutta probabilità altrettanto noioso della sua denominazione e, a suo parere, addirittura umiliante per un aspirante filosofo. Perciò scelse la Compagnia. Come cacciatore avrebbe sicuramente potuto vivere la vita di un vero eroe polare. Avrebbe compiuto lunghe spedizioni in slitta nel deserto artico e, da quanto aveva capito dal direttore della Compagnia, la sua esistenza sarebbe stata più o meno conforme a quella degli antichi esploratori. Fu così che Anton Pedersen diventò cacciatore. Aveva una gran voglia di vivere, una buona testa ed era fresco come un gheriglio di noce.

© 1998, IPERBOREA


L'autore
Jorn Riel nasce nel 1931 a Odense, la città natale di Andersen. Ha pubblicato circa quaranta libri con tirature di oltre duecentomila copie nella sola Danimarca. Dopo i sedici anni trascorsi in Groenlandia in mezzo a quei cacciatori di cui racconta le avventure, ora vive in Malesia con la moglie, i figli e un suo piccolo branco di scimmie. È per la prima volta tradotto in Italia.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




22 Gennaio 1999