Silvia Ballestra
La giovinezza della signorina N.N.

"Si sa come fanno i ricordi, alle volte, specialmente quando viaggi da solo in treno e il millennio che finisce sembra a ogni costo volersi congiungere con l'epoca nuova che verrà: hai quasi trent'anni, e cos'altro puoi fare? Ripensi al passato..."


I ricordi potrebbero a volte apparire dei miti giovanili dolorosamente confrontati con un piatto presente. Nulla di tutto ciò nello scoppiettante romanzo di Silvia Ballestra: l'allegria dei diciassette anni, si confronta con la serena leggerezza di una maturità che non si sente sconfitta. Non certo abile negli affari la signorina N. N., si trova a fare i conti con una florida azienda di famiglia da lei, in poco tempo, ridotta al fallimento, e a questo affare unisce il ritorno alla terra d'origine, le Marche, e il ritorno al pensiero di un amore lontano, incompiuto, un amore fatto di suoni, musiche, colori, sbandamenti, frenesie di una generazione sempre un po' sopra le righe, sempre un po' al limite. Gli amici di allora, rivisti dopo anni, non sembrano noiosamente adulti: alcuni sono spariti, altri sono arricchiti, c'è chi spera di avere qualche possibilità in più da "un'età dell'Ulivo" forse più favorevole. E la vita le riporta quel Monsieur Renault, Signor Tenebra, o pastore Samuele o Sam Shepard, come meglio lo si voglia ricordare. Bello, tenebroso (forse più nel pensiero che nella realtà), un culto per la giovane studentessa che vive l'esperienza della vita collettiva a Bologna, tra film di Wenders e analisi semiotiche. E così "se dovesse anche venir fuori che questa non è affatto una storia d'amore commerciale, non importa, poiché l'insieme di tali supremi pettegolezzi è, per prima cosa, un fragoroso addio a tutte le puttanate dell'estrema giovinezza, ma non un funerale, cavoli, bensì una festa di liberazione". E proprio questa sensazione di liberazione domina il romanzo, liberazione da tutte le tortuose angosce dell'adolescenza, dalle passioni e dalle ebbrezze che ne derivano, sia che si tratti di una bottiglia di gin, che della velocità di una corsa, che dell'innamoramento per un giovane musicista francese. E Silvia Ballestra è davvero brava nel ricostruire le emozioni, le allegrie di quell'età e le emozioni, le allegrie dell'età immediatamente successiva di questa signorina N.N. che, guarda caso ha più o meno la sua età, il suo taglio di capelli, la sua deliziosa energia vitale.


La giovinezza della signorina N.N. Una storia d'amore di Silvia Ballestra
Pag. 156, Lire 24.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (Romanzi e Racconti n.142)
ISBN 88-8089-330-0


Le prime righe

Canzoncina del ricordo

Circa dodici anni prima, al tempo dell'Oceanic, una discoteca per ragazzi che oggi è un magazzino di scarpe, nel mite cuore d'una notte rockettina, la giovane N.N. e il signor Tenebra, un monsieur parigino che faceva le funzioni di chitarrista e cantante nel complesso degli "Ehhh", si buttarono, a bordo d'un invitante carrello della Coop, giù per una certa discesa che dopo un piccolo spiazzale s'affacciava sulle scintillanti vetrine d'una rivendita di veicoli Ford.
La notte era splendida, e le stelle ardevano con tanta grazia nel dolce fitto del buio, che né brontolii di tuono né movimenti di nuvole contro la volta potevano interrompere il beato sogno dei due cari giovani - già disponibile, anzi, quel sogno, a prendere velocità insieme a loro e seguirli giù giù per l'esaltante pendenza.
In fondo alla discesetta scorgevi uno spigolo d'edificio color marrone che sotto lo spiovente d'una luce stradale occhieggiava, il brillìo d'una rete di metallo che assecondava la curva, e una porzione del piccolo spiazzale, così che al di là di questi, solo potevi immaginarle, le sorprendenti vetrate tirate a lucido della concessionaria, l'industriale tesoro che dietro esse dormiva - di giardinette e berline fiammanti appena uscite di fabbrica.
Il signor Tenebra era in vena.
Rideva, assecondando l'abbrivio del carrello che scodinzolando partiva; rideva, e l'ultima spinta prima di salire "a bordo" con giovanile, gioviale furore, l'aveva data lui insieme a un gran bel colpo di reni.
Poi, una volta rannicchiato all'interno, per un istante aveva trovato il modo di dire una quantità di sciocchezze. Ridendo, diceva che non sarebbe stato male se si fossero a un tratto imbattuti in un ostacolo non previsto, magari ricoperto di muschio - un qualche Ape o una Prinz parcheggiati in un'ombra e ormai fermi da secoli, aveva detto, sognando, la compagna di bordo signorina N.N. - magari popolato di gufi, aveva riso il francese, affinché potessero ripararvi all'interno e affinché, nonostante l'evidente sereno, una gran folgore li uccidesse...

© 1998, Baldini & Castoldi s.r.l.


L'autrice
Silvia Ballestra è nata nelle Marche nel 1969. Da qualche anno vive e lavora a Milano. Questo è il suo quinto libro dopo Compleanno dell'iguana, La guerra degli Antò, Gli Orsi e l'intervista a Joyce Lussu, Joyce L.. Suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi europei. È laureata in Lingue e letterature straniere.




Vikram Chandra
Terra rossa e pioggia scrosciante

"Ascoltate. Racconterò una storia che crescerà come un loto rampicante, si avvolgerà su se stessa e si espanderà senza fine, finché ciascuno di voi entrerà a farne parte, e gli dèi verranno ad ascoltare, finché tutti noi parleremo in un'armoniosa confusione che contiene il passato, ogni attimo del presente, e il futuro infinito."


Scusate se, per una volta, mi soffermo anche sull'aspetto estetico di questo volume, ma non posso proprio ignorarlo. Appena ho avuto in mano il libro, con piacere l'ho sfogliato e osservato: costa nera in stoffa con disegni indiani stampati (bianchi su fondo rosso), copertina con belle immagini tradizionali e foto dell'India di oggi, inserite in una grafica originale, di Dennis Leigh, risguardi con riproduzioni a colori di motivi di tessuto e pallu di sari, cornici decorative in bianco e nero nelle prime pagine e in tutti i capitoli interni, sul bordo esterno della pagina, con disegni differenti per ogni capitolo. Non sarà certo fondamentale la veste editoriale per un'opera letteraria (un capolavoro è tale sia che sia stampato su carta speciale e racchiuso in una copertina di pelle, sia che si presenti in edizione economico-tascabile) ma ciò non toglie che quando si offre un prodotto così raffinato, non si possa, per lo meno, non sottolinearlo.
E ora parliamo del testo. Seguendo le antichissime regole della reincarnazione, uno spirito, quello di Parasher, è rinato nel corpo di una scimmia e "riemerge" nel momento in cui la scimmia subisce una grave ferita. Presto, alla scimmia moribonda appare Yama, Signore della Morte, giunto ancora una volta a condurlo con sé, che gli prospetta una "punizione" per la sua inadeguatezza a vivere il proprio dharma di scimmia: secoli di muta disperazione, di vite da topo o da granchio "alla deriva in acque melmose", una condizione terribile e quasi eterna in cui essere ciò che un tempo gli era parso desiderabile, cioè inconsapevole, incapace di capire. E proprio quando, perdendo ogni speranza, Parasher sta per abbandonarsi alla morte, Hanuman, dio-scimmia, interviene in suo aiuto, fornendo a Yama una via d'uscita onorevole per entrambi, finalizzata alla salvezza dell'anima di poeta di quella scimmia-uomo ferita: come poeta la sua sfida sarà tenere desta l'attenzione del piccolo pubblico dei suoi attuali compagni (la famiglia del giovane che lo ha ferito e con la quale comunica attraverso una macchina da scrivere, non potendo, in quanto animale, parlare con voce umana) e dei loro amici per almeno due ore al giorno, raccontando storie affascinanti. A leggere le pagine dattiloscritte sarà Saira, la piccola di casa. Da qui ha inizio il vero fulcro del romanzo, una sorta di moderna versione de Le Mille e una Notte, in cui si susseguono storie complesse e intrecciate come un tessuto, adornate dai temi tradizionali della cultura indiana ma composte anche dai fili che danno vita alla nuova trama della civiltà occidentale.
Chandra è un autore dell'ultima generazione internazionale, uno di quegli scrittori che hanno totalmente superato i confini del proprio Paese per diventare davvero universali. Ma al tempo stesso ha saputo conservare così bene le sue radici nazionali che, inserite in questo contesto cosmopolita, le ha trasformate semplicemente, senza sforzo, in radici di tutti. Quelle che ci presenta sono le storie della Storia, comuni ad ogni popolo, alle quali dovremmo guardare per proseguire il nostro cammino nel Tempo.


Terra rossa e pioggia scrosciante di Vikram Chandra
Titolo originale dell'opera: Love and Longing in Bombay

Traduzione di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi
747 pag., Lit. 38.000 - Edizioni Instar Libri (Narrativa/Mente n.6)
ISBN 88-461-0020-4


Le prime righe

... prima

Il giorno prima che sparasse alla scimmia dal muso bianco Abhay si svegliò in un bagno di sudore mentre, tagliente come un rasoio, l'emicrania gli s'irradiava dalla fronte al centro della testa. Rimase sdraiato a fissare il ventilatore appeso al soffitto che a ogni giro nell'aria torrida raccoglieva polvere, accumulandone un nuovo strato sulle pale già sporche. Assai più tardi scese dal letto e si diresse a passo incerto verso la porta, sfregandosi la faccia con la palma delle mani. Guardò il cortile illuminato dal sole, gli occhi appena straniti di quelli che partono a cuor leggero e nel ritornare a casa scoprono di essere stati in un lungo esilio: sua madre ondeggiava sull'impiantito di mattoni rossi con un fardello di abiti lavati poggiato su un fianco, e presto sparì dietro la scala che conduceva alla terrazza sul tetto. In una stanza sull'altro lato del cortile, diagonalmente opposta a dove si trovava lui, il perpetuo tic-tic della macchina da scrivere antidiluviana di suo padre batteva l'ennesima missiva urgentissima a un quotidiano nazionale circa lo stato della democrazia in India. Un corvo solitario gracchiava senza requie. Abhay si costrinse a uscire nell'abbacinante quadrato di calore, con il sole che gli ustionava la nuca, e si rifugiò nell'umida oscurità del bagno. Si spogliò e si mise sotto la doccia arrugginita, girando e rigirando fiducioso i rubinetti. Un profondo gorgoglio sotterraneo scosse i tubi, dallo spruzzatore uscirono poche gocce tiepide, poi ci fu silenzio.
-Abhay, sei tu? Alle dieci tolgono l'acqua. Vieni a mangiare.
Dopo essersi buttato l'acqua di un secchio sulle braccia e sul viso, uscì dal bagno: sua madre aveva apparecchiato per colazione il tavolo accanto alla porta della cucina, e suo padre scrutava le pagine del giornale attraverso lenti bifocali cerchiate d'acciaio.
-Se domani Parikh batte bene abbiamo qualche speranza di vincere l'incontro, - annunciò solenne il Signor Misra - ma si sa che sotto pressione crolla.
-Chi è Parikh? - chiese Abhay. Di un titolo sulla prima pagina del quotidiano riusciva a leggere le parole MINACCE TERRORISTICHE.
-Uno dei più forti tra i nuovi arrivati. Non ti sei certo sprecato a seguire il cricket.

© 1998, Instar Libri


L'autore
Vikram Chandra è nato a New Delhi nel 1961, è cresciuto nel leggendario Rajasthan e, negli anni universitari, ha avuto modo di conoscere approfonditamente la cultura americana. È uno scrittore a suo agio fra gli dèi del pantheon induista come fra i divi di Mtv, amante della letteratura ma anche programmatore di computer, abituato a trascorrere metà dell'anno nella sua nativa India e l'altra metà a Washington.




Lunario dei giorni d'amore
365 giorni di letture e di passione
A cura di Guido Davico Bonino

"La scrittura d'amore è come un filo rosso che attraversa la letteratura dell'intero Occidente, dai greci sino a noi, e assomma tra loro poeti e prosatori di lingue e culture diverse."


Si può affermare senza tema di smentita che un'antologia rappresenti il gusto, le modalità di scelta e di ricerca e la competenza del suo autore. E ciò è vero particolarmente in un caso come questo, in cui la scelta spazia dall'origine della letteratura, nelle sue radici più antiche, ai giorni nostri. Ed è ancora più vero per un curatore come Guido Davico Bonino, uno dei maggiori esperti italiani (che vanta una ormai quarantennale frequentazione quotidiana con il testo poetico) originale e anticonformista, attento recettore dei messaggi provenienti dalle più svariate fonti culturali, che siano le consolidate letterature nazionali o i testi musicali, i tanghi argentini o le voci precolombiane, egizie e babilonesi. Tante testimonianze, tanti modi per esprimere un sentimento che lega una donna a un uomo, ma anche una madre a un figlio, o fratelli e sorelle: tutte le forme dell'amore. Su questo tema Davico Bonino ha selezionato i 365 testi che compongono il volume, legati ai giorni dell'anno (proprio come un lunario, appunto) e preceduti sempre da una breve introduzione, indispensabile per collocare storicamente l'autore e l'opera.
Impossibile citare tutti gli scrittori inclusi in questa ricca antologia. A partire dai lirici greci e latini (Saffo, Catullo, Marziale) si arriva ai classici della letteratura italiana come Castiglione, Della Casa, Leopardi, d'Annunzio; di quella francese come Baudelaire o Mallarmé; spagnola (Lope de Vega fra i tanti); inglese (Shakespeare e Yeats, per citare solo i più celebri), tedesca, russa (Puskin, Tolstoj) e americana (Stevens, Whitman). Ma anche gli autori contemporanei sono ricordati: Ungaretti, Sandro Penna, Pasolini, Marina Cvetaeva, Montale, Franco Fortini, Mario Luzi, Sylvia Plath, Robert Lee Frost, Spender, Proust, Manuel Vázquez Montalban... Una finestra aperta sulla storia della letteratura mondiale estremamente interessante e un livre de chevet per un anno intero.


Lunario dei giorni d'amore. 365 giorni di letture e di passione
A cura di Guido Davico Bonino

538 pag., Lit. 19.500 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Letteratura n.576)
ISBN 88-06-14962-8


Le prime righe

Gennaio

Iº gennaio

ANONIMO BABILONESE (sec. XIX a. C.)

Ci piace aprire questo Lunario con una delle più antiche testimonianze letterarie dell'umanità: la versione in prosa di una sequenza in versi del babilonese Poema di Gilgamesh. Questo poema, presumibilmente in dodici canti, per un totale di forse tremilacinquecento versi, narra del leggendario re di Uruk (qui, Erech) e del suo amico e collaboratore Enkidu. Costui era, sulle prime, un mostro "fiero e violento", dalla vita simile a quella degli animali, cui si apparentava. Ma l'incanto e il rapimento dell'Amore, colto nelle rustiche grazie d'una ragazza di strada, lo umanizza, rendendolo generoso, forte e bello. La versione in prosa che proponiamo è di appassionato divulgatore moderno.

La forza rigeneratrice dell'Amore

C'era una volta nella città di Erech un essere grande e terribile che aveva nome Gilgamesh. Per due terzi egli era divino, e solo per un terzo era umano. Era il più potente guerriero di tutto l'Oriente; nessuno poteva uguagliarlo nel combattimento, nessuno poteva vincerlo con la lancia. L'intera popolazione di Erech era dominata dal suo potere e dalla sua forza; egli governava gli abitanti con mano di ferro, prendendo tutti i giovani al suo servizio e facendo sua ogni donna che desiderava.
Alla fine, gli abitanti di Erech, non potendo più oltre sopportare le sue sopraffazioni, implorarono aiuto dal cielo. Il Signore del cielo intese la loro preghiera e chiamò la dea Aruru, quella stessa dea che nei tempi antichi aveva plasmato l'uomo dall'argilla.
-Vai, - disse il Signore del cielo, - e plasma dall'argilla un essere che abbia la stessa forza di questo tiranno, affinché lo combatta e lo vinca, e liberi la popolazione di Erech dal suo dominio.
Udite tali parole, la dea si inumidì le mani e, presa dell'argilla dal suolo, la impastò, dandole la forma di una mostruosa creatura, alla quale impose il nome di Enkidu. Fiero e violento era Enkidu, come il dio della battaglia, e l'intero suo corpo era coperto di pelo. Aveva trecce lunghe come quelle di una donna, e andava vestito di pelli. Trascorreva le giornate vagando per la campagna insieme con gli animali, e come questi si nutriva di erbe selvatiche e si dissetava all'acqua dei ruscelli.

© 1998, Giulio Einaudi editore


Il curatore
Guido Davico Bonino è nato a Torino nel 1938. È professore di storia del teatro nell'Università della sua città. Collabora a "La Stampa" e alla Rai. Nel 1997 ha pubblicato il Lunario dei giorni di quiete.



Denis Mack Smith
La storia manipolata

"È ancora difficile stabilire, poi, in quale misura la produzione di prove false abbia contribuito a creare lacune e malintesi sulla storia contemporanea."


Un testo di storiografia potrebbe apparire indicato solo per gli "addetti ai lavori" o per gli appassionati della disciplina, in realtà questo agile volume di Mack Smith è assolutamente da consigliare a chiunque voglia capire qualcosa di più sul passato e sul presente.
Magna est veritas et praevalebit, ottimistico motto conclusivo del libro, può essere la traccia che ha spinto l'autore a indagare su certi giudizi che la tradizione ha trasmesso come incontrovertibili, ma che alla prova dei fatti si sono dimostrati piuttosto fragili. Vittorio Emanuele II, noto in tutti i testi di storia come "Re Galantuomo", forse avrebbe potuto avere ben altro giudizio da parte dei posteri se a questi fossero state note certe sue dichiarazioni ("Si possono governare gli italiani in due soli modi: con le baionette o con la corruzione..."), circa il valore dei suoi sudditi e si fossero sapute le indicazioni spietate date (e per fortuna non applicate) contro gli eroi garibaldini.
Ma, dopo alcuni capitoli introduttivi in cui la storia dell'Ottocento confrontata all'attualità (Mani Pulite) offre spunti di tipo più generale, l'autore si sofferma maggiormente sul periodo fascista e sulle falsificazioni storiche da quel regime compiute. Primo regime politico che abbia utilizzato a piene mani i mezzi di comunicazione di massa, il fascismo ha visto nella propaganda politica un suo punto di forza. Ma propaganda ha anche significato lettere falsificate, documenti sottratti, archivi sbarrati e libri non pubblicati. Tale estrema opera di falsificazione non è stata del tutto smascherata, nemmeno dopo il 1945.
Così la conoscenza dei complessi rapporti tra politica e mafia, determinanti in Italia per troppi anni, ha subito una censura dovuta in gran parte al potere di alcuni personaggi non ancora del tutto esclusi dal gioco politico.
Se Mazzini e Garibaldi sono stati in passato oggetto di un tendenzioso e interessato discredito, in tempi più recenti questo è successo a Gramsci, e più recentemente ancora non possiamo ignorare il veleno sparso su certi magistrati o su uomini politici di sicura onestà.
Male tipicamente italiano? Non credo e sembra che nemmeno l'inglese Mack Smith lo pensi, forse tutta la Storia, dai primi documenti all'oggi ha subito una manipolazione che ha in parte impedito una corretta conoscenza degli eventi e più fondati giudizi sui suoi protagonisti. Eppure la grandezza di certi statisti continua a stagliarsi a dispetto di ogni falsificazione, così come la miseria di altri, spesso popolari personaggi della cronaca, più che della Storia.


La storia manipolata di Denis Mack Smith
Traduzione di Marina Chiarioni
Pag. 112, Lire 18.000 - Edizioni Laterza (Sagittari, n. 112)
ISBN 88-420-5646-4


Le prime righe

1.
I resoconti tendenziosi della storia

In ogni paese c'è stata talvolta la tentazione di dare resoconti tendenziosi della propria storia, e con motivazioni che possono essere considerate di volta in volta giuste oppure no. Il patriottismo, se non è portato all'eccesso, è un sentimento nobile e legittimo. E nemmeno dovremmo condannare in modo sbrigativo e indiscriminato qualunque tentativo di alimentare quei miti storici che aiutano a consolidare il nostro senso di identità nazionale. Allo stesso tempo si deve pur ammettere che le leggende storiche possono avere esiti disastrosi se prese troppo seriamente, tanto più quando sono state manipolate o persino inventate nel deliberato tentativo di influire sulla politica o ingannare i posteri. Nei libri di testo per la scuola elementare oppure nella stampa popolare una certa dose di manipolazione della storia può sembrare abbastanza innocente, ma queste manipolazioni sommandosi possono generare nell'opinione pubblica illusioni pericolose oppure concezioni errate relativamente alla potenza di una nazione e ai suoi reali interessi. Nessun paese è immune dalla tentazione di portare queste esagerazioni alle estreme conseguenze. Accade in ogni nazione che alcuni storici, invece di cercare semplicemente di comprendere e raccontare il passato, siano condizionati da interessi legati alla politica del momento e abbiano in mente piuttosto un qualche futuro idealizzato per il quale cercano una giustificazione storica. In casi estremi un tale atteggiamento può essere portato fino al punto di falsificare le prove documentali, magari assolvendo l'operato di un tiranno per legittimare poi una politica nazionale aggressiva, oppure per difendere la discriminazione razziale o la lotta di classe, o ancora per nascondere la corruzione di una élite governativa.
Quando si scrive la storia si può incorrere naturalmente in inesattezze di tipo diverso: si può trattare di inesattezze casuali o involontarie, derivate forse dal fraintendimento di un testo, o dovute a ricerche affrettate, o ancora al fatto che chi scrive è effettivamente all'oscuro dell'esistenza di prove che offrono una differente versione dei fatti.

© 1998, Gius. Laterza & Figli


L' autore
Denis Mack Smith (Londra 1920) è lo storico inglese più noto nel nostro paese. Tra le sue opere: Il Risorgimento italiano, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Le guerre del Duce, la Breve storia della Sicilia e la fortunatissima Storia d'Italia dal 1861 al 1997.



Claudio Paglieri
Mi chiamo Dog. Dylan Dog
Vita e imprese di un playboy fifone

"Il Caos, in Dylan Dog, è sempre stato molto più affascinante e creativo dell'Ordine."


In pochi anni (la sua prima apparizione in edicola risale al 1986) Dylan Dog si è ritagliato uno spazio nell'Olimpo del fumetto divenendo personaggio di culto e, da quando Umberto Eco ha dichiarato la sua assoluta passione per lui ("passerei giorni e giorni a leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog"), un vero e proprio mito.
E come tutti i miti che si rispettino, ha anche subito quella metamorfosi che vede il personaggio che assurge ai vertici della popolarità trasformarsi da soggetto in oggetto di analisi, di critica, di discussione. Sono nati così alcuni saggi dedicati a Dylan Dog, tra cui l'ottimo testo di Paglieri, che affronta tutti i lati della personalità dell'investigatore ideato da Tiziano Sclavi, sviscerando anche le più piccole pieghe del carattere, facendone una vera e propria analisi psicoanalitica non priva di ironia e senza dimenticare il lato grottesco delle storie. Non ha perso un numero di Dylan Dog Paglieri, e ne ha colto quasi statisticamente una serie di aspetti ricorrenti o meno, importanti o marginali: tutti i difetti e i pregi di una storia di successo. E ha suddiviso le sue considerazioni per temi: sappiamo così quali siano le idee politiche di Dylan Dog, come sia il suo rapporto con l'amore, quali siano i suoi nemici "storici" e gli amici fidati, le imprecazioni ricorrenti, il legame con il fedele ma imprevedibile Groucho... Nell'ultima parte del volume compare addirittura una tabella di più pagine in cui sono elencate tutte le donne di Dylan Dog con una breve descrizione delle caratteristiche fisiche, della professione, della vicenda che le vede protagoniste.
Ma aldilà delle statistiche e delle elencazioni dettagliate, resta l'aspetto di critica e di analisi letteraria, nonché di approfondimento contenutistico, alla ricerca delle ragioni fondamentali del successo straordinario dell'investigatore dell'incubo. "Uno dei motivi che stanno alla base della fortuna di Dylan, della sua grandezza come personaggio e della ventata di aria nuova che ha portato nel mondo del fumetto, sta nel coraggio di andare controcorrente" afferma a un certo punto l'autore. E, forse, nell'aver saputo realizzare quel delicato equilibrio tra impegno e avventura, letteratura e divertimento che mancava nel panorama del fumetto italiano.


Mi chiamo Dog. Dylan Dog. Vita e imprese di un playboy fifone di Claudio Paglieri
138 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Marsilio (Gli specchi della memoria, a cura di Frediano Sessi)
ISBN 88-317-7025-X


Le prime righe

1.

LICENZA DI UCCIDERE

"Mi chiamo Dog, Dylan Dog". L'indagatore dell'incubo si presenta così ai lettori, mentre già sta palpeggiando la prima cliente destinata, nella migliore tradizione jamesbondiana, a finire a letto con lui nell'ultima inquadratura della storia. Dell'agente segreto, però, il buon Dylan non ha proprio niente altro: non è disposto a morire per la Regina né tantomeno per la signora Thatcher, usa le armi il meno possibile, non conosce le arti marziali, odia viaggiare e sostiene che chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù (all'inferno).
Dylan Dog è un investigatore privato molto particolare, che si fa pagare per catturare i mostri ma in realtà fa il tifo per loro. Se avete intenzione di rivolgervi a lui pensateci bene, perché il rapporto tra casi esaminati e casi risolti non è proprio brillante. Se siete maschi e diventate clienti di Dylan, avete un'alta probabilità di non arrivare vivi alla fine della storia oppure di scoprire, sciocchini, che i colpevoli siete proprio voi. Se siete donne e diventate clienti di Dylan, oltre a correre gli stessi rischi dovrete pure diventare sue amanti. Va bene che è un tipo belloccio e simpatico, ma tenete presente che è depresso cronico, misantropo, soffre di complesso di Edipo, sindrome di Peter Pan, insonnia, incubi; che è sempre senza un soldo e oltre a portarvi in una squallida pizzeria vi farà pure pagare il conto; che dopo cinque minuti vi chiederà di sposarvi ma il mese dopo, misteriosamente, sarà già alle prese con un'altra cliente.
Perciò, se avete da investire 50 sterline al giorno più le spese, vi conviene rivolgervi al vero 007, o a un massaggiatore professionista.
Aldilà di questi difetti, non si può dire che il povero Dylan non si sia dato da fare, in tutti questi anni, per rendere un po' meno affollata questa valle di lacrime: la domanda cosmica del nostro eroe non è "perché mettere al mondo un infelice?", ma "perché lasciarcelo?"

© 1998, Marsilio editori


L'autore
Claudio Paglieri è nato a Genova nel 1965. È giornalista e lavora al "Secolo XIX". Ha il terrore dei pipistrelli, soffre di vertigini appena sale sul marciapiede e non sa suonare il clarinetto, dunque sarebbe un ottimo indagatore dell'incubo. Ha scritto Liguri, quelli che mugugnano e Non son degno di Tex.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




15 Gennaio 1999