Ien Ang
Cercasi audience disperatamente

"Per i produttori , l'audience è più che altro una categoria culturale, che si costituisce in base a diverse fonti, inclusa l'esperienza dell'audience che hanno derivato da programmazioni precedenti, le proiezioni personali su chi componga la loro audience, e la conoscenza dell'ambiente in cui lavorano."

P. Espinosa


In un periodo culturale e politico come l'attuale un saggio in cui si discuta di comunicazione, di scelte di programmi televisivi, di pubblico, e soprattutto del potere dato dalla conquista di una vasta audience all'interno di una economia rigidamente regolata dalle spietate leggi del mercato, appare davvero opportuno e interessante. Ma soprattutto è interessante cercare di capire che funzione può avere oggi un servizio pubblico televisivo che sappia, almeno in parte, prescindere dal consumismo dilagante anche in campo culturale. E poi che cos'è davvero l'audience? Di certo non ha alcun carattere di omogeneità. Ci si chiede allora: è una "collettività classificabile", vale a dire "un insieme di individui serializzati"? L'analisi che l'autrice fa dell'audience televisiva induce immediatamente a considerare sia l'aspetto più prettamente commerciale (l'audience-come-mercato) che quello culturale (l'audience-come-pubblico). Si arriva poi a concludere che "concepire l'audience televisiva come collettività classificabile significa negare il disordinato mondo sociale delle audience effettive: e cioè negare il fatto che la televisione è guardata da persone che vivono e agiscono in luoghi concreti, in un tempo reale". Tutto ciò può anche indurre a pensare programmi che prescindano dalle reali condizioni di vita, dalle reali aspettative di una parte del pubblico uniformata e appiattita sull'altra. E ciò da una considerazione solo "ideologica", come dice Ellis, teorico della ricerca critica sulla televisione, dell'audience, che prescinda cioè dalle individualità dello spettatore.
In qualche modo poi è possibile che lo studio degli spettatori arrivi ad essere un'altra forma di assoggettamento simile a quella già perpetrata in tante occasioni fondamentali e istituzionali della vita dei singoli: una "visibilità obbligata", un essere sottoposti ad esame (che, come dice Foucault in Sorvegliare e punire, è una delle più importanti funzioni esercitate per l'esercizio del potere disciplinante) che porta ad utilizzare le differenze individuali per pura strategia di controllo. Tale controllo può essere sia politico che economico, se non addirittura le due cose contemporaneamente, come oggi sembra sempre più spesso accadere. La paura del Grande Fratello non sembra allora così fantascientifica, così come non devono apparire romanzesche le tecniche di difesa che oggi si possono proporre allo spettatore.


Cercasi audience disperatamente di Ien Ang, edizione italiana a cura di Enrico Menduni
Titolo originale: Desperately Seeking the Audience

Traduzione di Cristina Demaria
Pag. 323, Lire 42.000 - Edizioni Il Mulino (Saggi n.484)
ISBN 88-15-05770-6


Le prime righe

Prefazione



Nell'autunno del 1986, a New York invitai a un pranzo informale Jo Holz, allora ricercatrice del Dipartimento Informazione della National Broadcasting Company (Nbc), uno dei tre principali network della televisione commerciale statunitense. Ciò che mi interessava era capire quale idea dell'audience avessero i professionisti dell'industria televisiva, e perciò parlammo delle ricerche a cui stava partecipando insieme ai suoi colleghi. Mi disse, con sincerità e senza mezzi termini, che senza dubbio lo scopo delle loro ricerche era "consegnare l'audience agli investigatori pubblicitari". Non era certo la prima volta che sentivo utilizzare questo concetto dai ricercatori accademici o dai giornalisti, per lo più in modo ironico e a volte cinico, quando si trattava di sottolineare la logica oggettivante, consumistica e perversa che governa la televisione commerciale. Ma la Holz mi chiarì che nell'industria televisiva tale espressione non aveva nulla di ironico. L'ironia non è infatti un atteggiamento adeguato ad un'impresa il cui stesso fondamento economico dipende dal "consegnare l'audience agli investitori". Chi lavora nelle imprese considera ovvio che questo sia il suo compito, e lo ritiene una questione estremamente seria, e ciò dimostra la rilevanza del contesto istituzionale nel determinare il modo attraverso cui l'audience viene percepita e valutata, concepita e problematizzata. "Infatti", aggiunse allora la Holz imprimendo una svolta alla nostra conversazione, "chi lavora nell'industria televisiva è molto più incline a considerare l'audience un elemento attivo di quanto non lo siano i critici che, dall'esterno, si preoccupano così tanto degli effetti della televisione. Non possiamo limitarci a pensare l'audience come un insieme di persone passive, disposte ad accettare tutto ciò che gli viene proposto". Trovai le sue osservazioni un esempio illuminante di autocoscienza istituzionale.
Tali osservazioni introducono il tema che verrà sviluppato nel corso di questo libro: nonostante, in apparenza, la televisione riesca a catturare stabilmente l'attenzione della gente, le audience televisive sono tutt'ora estremamente difficili da definire, da attirare e da mantenere. Le istituzioni televisive devono sempre "cercare l'audience disperatamente".

© 1998, Società editrice il Mulino


L'autrice
Ien Ang insegna Cultural Studies all'Università di Western Sidney Nepean, Australia, dove dirige il Research Centre in Intercommunal Studies. Tra i suoi libri Watching Dallas e Living Room Wars: Rethinking Media Audiences for a Postmodern World.



Lella Costa
Che faccia fare

"Davanti al nemico, sotto gli occhi di quelli che ti amano, quando guardi la tivù, quando la tivù guarda te, quando ti dicono che sei bellissima, quando non ce la fai più, quando vinci, quando hai perso, quando hai talmente paura che neanche i giochi... quando... quando... quando... Che faccia fare."


Questo è, innanzitutto, un libro divertente. A dispetto dei temi trattati i tre testi che formano questo libro, Magoni, Stanca di guerra e Un'altra storia, come gli spettacoli relativi, divertono. Lella Costa è un'attrice-autrice brillante e, ovviamente, brillante è il suo libro, il secondo. Lei, in realtà è solo uno degli autori dei testi a cui hanno collaborato Bruno Agostini, Sergio Ferrentino, Piergiorgio Paterlini, Gabriele Vacis, Massimo Cirri. Ma la sua presenza è fondamentale. Perché la sua personalità è forte, perché è sua la voce che media il rapporto tra testo e spettatori ed è tutta sua la scelta degli argomenti, la traccia da seguire, il canovaccio iniziale e il ritirare i fili nel finale.
I testi sono rapidi, stringenti, adatti alla sua trascinante affabulazione. "Accipicchia, ma è un razzo...! Coma fa?... Quante parole riesce a dire in un minuto?... Roba da Guinness dei primati... Quando ho visto Lella Costa la prima volta è questo che ho pensato", scrive Gabriele Vacis in una delle tante introduzioni (una per ogni coautore) che fanno da prologo ai testi. È la sua voce che ascoltiamo inconsciamente mentre proseguiamo nella lettura, il suo accento lombardo, la sua metrica e le sue pause. Anche quando, come in Stanca di guerra, il testo è principalmente opera di un altro, in questo caso di Alessandro Baricco: "Ho cominciato nel novantadue a chiedergli di scrivermi qualcosa - racconta nel suo Prologo - prima anche di Ronconi, prima della televisione e tutto. Nel novantasei ce l'ho fatta, credo unicamente per sfinimento (suo). Mi ha mandato la storia del nonno Peppino, che è la vera ossatura di Stanca di guerra." Sarebbe inutile, oltre che veramente difficile, raccontare qui in poche parole la trama di questi tre testi teatrali. Più che di una vera storia si tratta di un filo rosso che collega considerazioni e battute, frasi divertenti e pensieri drammatici, interiori. La loro bellezza sta nel leggerli "tutti d'un fiato", come farebbe lei, immergendosi in un'atmosfera da fossa magica.
Un palcoscenico, un occhio di bue, e lei, sola, piccola, ma che accentra ogni attenzione. Silenzio in sala, si legge.


Che faccia fare di Lella Costa
180 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Feltrinelli, (Universale Economica Feltrinelli n.1530)
ISBN 88-07-81530-3


Le prime righe

Magoni


Facciamo finta che sia una favola. Che comincia molti anni fa con un mio amico. Avevo un amico che non piangeva mai, non per una posizione ideologica, ma proprio perché non gli veniva facilmente da piangere. Era un tipo sobrio, trattenuto, scoppiava solo in lacrime irrefrenabili, vittima di un magone invincibile ogni volta che, più o meno per caso, gli capitava di vedere alla televisione Il mago Houdini, il film, quello con Tony Curtis. Non ce la faceva a trattenere le lacrime. Ogni volta che vedeva il povero Tony prigioniero di quella specie di enorme frigoverre subacqueo gli scoppiava questo magone e piangeva, si dannava l'anima. Non si capisce perché. Era un vero magone, assolutamente privo di motivi. Non aveva mai avuto un papà ex illusionista pentito, e mai nessun mago maldestro gli aveva segato una qualche fidanzata... No, era un vero magone. Molti anni dopo ho incontrato una poesia di Sylvia Plath, che si chiama La lunga attesa dell'angelo, che a un certo punto dice: "Avvengono miracoli. Se siamo disposti a chiamare miracoli quegli spasmodici trucchi di radianza". Ho pensato che ci potesse essere una storia, un percorso, un filo che conduce dai magoni ai miracoli, passando per i trucchi di radianza, le lacrime agli occhi, la visuale un po' appannata, i cerini, i fuochi fatui, le gibigianne... Forse tutto questo si può chiamare miracolo, perché avvengono, i miracoli. Se siamo disposti a chiamarli miracoli.

Questi sono dei musicisti. Direte "salta agli occhi", sì, ma non sapete che sono praticamente miracolosi, sono anche molto, ma molto magonici. Abbiamo una musica scritta apposta per evocare magoni e miracoli; abbiamo delle luci per fare i nostri trucchi di radianza, e per renderli ancora più spettacolari abbiamo una specie di schermo che ci separa e ci unisce, una sorta di sipario impalpabile, di materiale come il tulle che è leggerissimo eppure così significativo. Noi familiarmente lo chiamiamo la striscia di garza.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autrice
Lella Costa debutta come attrice nel 1980 e come autrice e attrice di Adlib nel 1987. Lavora anche per la televisione e il cinema, collabora con diversi giornali (dalla posta di Dire fare baciare edito da Smemoranda al magazine della Gazzetta dello sport), ma il suo mestiere resta il teatro. Ha già pubblicato la raccolta di testi La daga nel loden, nel 1992.



Michele Ferrato
La vita vista da sotto
Sette prove dell'esistenza dei vampiri
a cura di Michela Aveta

"L'uomo suonò il campanello delicatamente. Sul pianerottolo cominciarono a spandersi gli odori del suo dopobarba, della sua lozione profumata e della sua borsa di cuoio nuova. Qualcuno lo stava spiando dall'occhio magico della porta, ne era sicuro."


Non proprio un libro sui vampiri. O perlomeno, non sui vampiri intesi in modo tradizionale, quelli che vivono di notte, con gli occhi cerchiati e che succhiano il sangue. Questi sono vampiri più subdoli, più nascosti. Si mimetizzano, ma colpiscono all'improvviso, con continuità, ferocemente. Si travestono da insegnati o da genitori, da mariti o mogli e rubano energia, voglia di vivere, autonomia personale, tarpando ali e spezzando le volontà. Ma sono anche visioni che ritornano dal passato, che appaiono all'improvviso e più o meno volontariamente rientrano a far parte della vita, come un universo lontano nel tempo ma parallelo che improvvisamente si interseca con la contemporaneità. I protagonisti dei racconti di Ferrato non si liberano mai dei vampiri che li circondano, mai. Rimangono ancorati tutta la vita a queste personalità, ai loro ricatti e alla loro aggressività, anche se hanno solo attraversato la loro vita come una meteora, sparendo poi nel nulla. In sette racconti l'autore esprime proprio questa sua visione dell'esistenza, un po' pessimistica, in fondo, in cui l'umanità combatte costantemente con subdoli nemici travestiti da uomini normali, che succhiano al prossimo la libertà e l'autonomia di pensiero.
Sette racconti, ascrivibili marginalmente alla corrente letteraria della New Age, scritti in modo lineare, con una forma narrativa dai toni sostanzialmente pacati e con l'uso di un linguaggio tradizionale, un po' "controcorrente" rispetto alla tendenza della narrativa italiana contemporanea (pulp e non solo), alla ricerca di neologismi e di nuovi filoni linguistico-culturali.


La vita vista da sotto. Sette prove dell'esistenza dei vampiri di Michele Ferrato
a cura di Michela Aveta
220 pag., Lit. 15.000 - Edizioni digamma, (Monstre size monsters)
ISBN 88-86694-13-X


Le prime righe

LA SCAVATRICE


Il giovedì, alla prima e alla seconda ora, c'era Disegno. Non Italiano, o Latino o Storia, o una delle sette materie su otto in cui Michelino andava bene, anzi benissimo. No: Disegno, ovverosia l'incubo della totale incapacità. Bastava che prendesse in mano la matita e improvvisamente Michelino tornava un bambino di due anni, anziché un ragazzetto di dodici: la mano tremava, si aggranchiava inutilmente attorno a quello strumento così elegante e profumato di legno fresco, il polso si faceva rigido come fosse ingessato e un senso di impotenza ineluttabile congelava ogni suo gesto.
Come accadeva ogni giovedì, anche quel giorno tutte quelle semplici azioni mattutine che normalmente egli compiva con naturalezza e con calore, si avvelenarono di un senso di malessere definitivo che Michelino immaginò identico a quello che si prova quando si è moribondi. I sapori della colazione, gli odori di casa, la voce incalzante della mamma gli generavano un senso di struggente nostalgia, mentre le lancette dell'orologio avanzavano inesorabili verso il momento in cui si sarebbe ripetuta quell'esperienza di totale inadeguatezza che era la lezione di Disegno.
Arrivò a scuola in netto anticipo, come gli accadeva ogni giovedì, prolungando angosciosamente l'attesa della campanella che invitava gli alunni a entrare in classe; affranto, se ne stette in disparte, evitando di mischiarsi nelle chiacchiere dei compagni che invece, perfettamente a loro agio, commentavano la partita di coppa dei campioni della sera prima.
In classe, mentre l'onda del tramestio di sedili, cartelle, matite e astucci si andava assestando su toni regolari, il suo sguardo corse macchinalmente al grosso crocefisso sulla parete dietro alla cattedra ed egli sussurrò una preghiera affinché, quel giorno, almeno ci fosse disegno geometrico e non a mano libera. Nel disegno geometrico era, sì, capace di organizzare pasticci indescrivibili, ma in quello a mano libera superava ogni possibile aspettativa, popolando i fogli del suo album di orrendi simulacri di case, alberi e persone e suscitando l'ilarità folle del professore, il quale si divertiva ad esporre al ludibrio dei compagni gli informi risultati delle sue fatiche.

© 1998, digamma


L'autore
Michele Ferrato lavora da diversi anni nel campo editoriale curando collane e pubblicazioni. Oltre che un esperto di letteratura fantastica, è un profondo conoscitore del mondo letterario cavalleresco e un attento osservatore dei fenomeni culturali legati alle principali correnti New Age.



Santo Piazzese
La doppia vita di M. Laurent

"Era un sabato di fine ottobre che ormai sconfinava in una domenica che non prometteva niente di buono. Come il resto del millennio. Il Nuovo avanzava implacabile, senza fare prigionieri."


Santo Piazzese è uno scrittore siciliano che pubblica per Sellerio e in più scrive gialli: questo è sufficiente per indicarlo subito come il nuovo Camilleri, cioè un altro fenomeno editoriale partorito dalla ricca produzione dell'isola. Di fatto anche l'opera di Piazzese è molto interessante e degna di un rilievo particolare nella panoramica letteraria nazionale; e non solo per il contenuto narrativo, ma anche per l'aspetto formale e linguistico, ma la sua narrazione non è così vicina a quella del celebre conterraneo. Matteo Collura afferma in una sua recensione: "mentre per Camilleri il dialetto siciliano è di tipo folcloristico, e perciò espressione di una rassicurante Sicilia così come la immaginiamo o la vorrebbero milanesi e trevigiani, per Piazzese è uno stereotipo giovanilistico, come certe espressioni di lingua inglese. Non importa se pronunciate alla Vucciria, al quartiere Prenestino o al Giambellino". La Palermo di Piazzese è meno "autentica" di quella di Camilleri, ma assume aspetti più nazionali, meno localistici, quasi universali. Certi luoghi potrebbero essere in uno qualsiasi dei quartieri delle principali metropoli americane, ad esempio, che del resto rappresentano luoghi e atmosfere cui l'autore certamente si ispira. E si "legge" nelle sue pagine anche certa narrativa poliziesca americana. Forse talora un po' troppo spy-story, più del necessario. La vicenda inizia in modo "classico", con un uomo ucciso da un colpo di pistola e le conseguenti indagini alla ricerca dei motivi e dei colpevoli. Lo sviluppo è, in fondo, tutto italiano, tra le vie e il calore di una città come Palermo che, per quanto possa essere appiattita su uno standard occidentale, mantiene quel lato di individualità calda e mediterranea che ne fa un humus fertilissimo per la crescita di un romanzo.


La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese
330 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio, (La memoria n. 414)
ISBN 88-389-1428-1


Le prime righe

I
"September song", anche se era ottobre


-Ti ci porto io - avevo detto a Spotorno - mi viene di passaggio.
E non mi veniva affatto di passaggio.
Sono le frasi dall'apparenza più innocua quelle che celano dentro di sé i più subdoli inneschi a orologeria.
Ma forse è meglio se prima di continuare con la storia del morto ammazzato, della ugro-finna, della vedovallegra, e tutto il resto, io racconti com'è che mi trovassi a casa del signor commissario. Perché la Verità è sempre rivoluzionaria, dicono. Anche quella meteorologica.
Il punto è che c'erano i lampi, c'erano i tuoni, c'era la pioggia e la grandine a tempesta contro i vetri, e puntuale come una nemesi temporalesca, c'era pure il solito buio targato Enel, che a Palermo si sa quando comincia...
Dunque, era una notte buia e tempestosa, che ci posso fare? Buia nera. E tempestosa senza rimedio. Ed io ero confuso.
Era una confusione esistenziale, da autunno vero, non uno di quei metaforici autunni della vita che ci affliggono per tutto l'anno dalle strofe dei più pervertiti cantautori post-marxisti-neoprévertiani. Si era in ottobre, e dall'avvento della Seconda Repubblica l'autunno mi riserva un ottobre confuso. Giorni in cui ti sembra di avere un Bronx dentro la testa, pensieri da trattare con cautela, attento a ogni svolta e agli angoli bui, prima di approdare al conforto di un daiquiri ghiacciato al punto giusto. Persino il mio privatissimo hi-fi mentale si era adeguato, perché dall'inizio di ottobre mi colpiva ogni tanto a tradimento trasmettendomi September song, nelle più svariate edizioni amatoriali. E la contraddizione è solo apparente: non era anche quello un indice di confusione?
Per questo mi trovavo in casa Spotorno. A che servono gli amici, se no? E non era nemmeno la prima volta, quel mese: le mie visite a casa di Vittorio, di norma rare come i papi polacchi, erano ormai numerose come i seminaristi di Cracovia.

© 1998, Sellerio editore


L' autore
Santo Piazzese, biologo, è nato nel 1948 a Palermo, dove vive e lavora. Ha pubblicato I delitti di via Medina-Sidonia nel 1996.



Karl R. Popper
Il mondo di Parmenide
Alla scoperta della filosofia presocratica

"Nulla conosciamo secondo
verità; perché la verità è nel
profondo"
Democrito


"La storia della filosofia greca, specialmente da Talete a Platone, è splendida. Troppo splendida per essere vera": proprio partendo da questa affermazione penso che vada letta questa importante raccolta di saggi di Popper che chiarifica non solo il pensiero dell'autore nei confronti della filosofia greca presocratica, ma anche e soprattutto l'eredità che al pensiero contemporaneo deriva da questa.
La grandezza eccezionale del pensiero presocratico prende avvio forse dalla semplicità e dall'audacia degli interrogativi che vengono posti. La razionalità infatti è frutto di questa capacità di sottoporre a giudizio una teoria che si va elaborando. Anche l'atteggiamento critico tipico del pensiero di Popper, e di tanta parte del pensiero contemporaneo, deriva da qui. Lo stesso razionalismo fallibilista che tanto dibattito ha aperto e che da molti è considerato il prodotto della crisi dei valori assoluti, tipica del pensiero del Novecento in ogni campo del sapere, dalle scienze, alle arti, alla filosofia appunto, in realtà ha una matrice ben più lontana.
Senofane, Eraclito, Parmenide sono i filosofi che con maggiore acutezza di analisi l'autore prende in considerazione.
Il razionalismo di Parmenide è figlio della consapevolezza degli errori dei sensi, di come la percezione sensibile possa essere in realtà ingannatrice e di come, senza teoria, non si dia mai alcuna autentica conoscenza. Esistono infatti cose che l'occhio sensibile non può vedere e che solo la ragione, in grado di far violenza sul senso stesso, confutandolo, può definire: "possiamo dire che la ragione attacca la soggettività dei sensi", dice Popper.
L'idea di movimento elaborata dalla filosofia di Democrito, conseguenza dell'affermazione dell'esistenza di "atomi e vuoto", nasce proprio dalla critica alle posizioni di Parmenide. Da ciò la deduzione che uno dei maggiori meriti di questo filosofo è l'aver elaborato un pensiero che potendo essere sottoposto a critica, ha portato a una modificazione innovativa. Infatti solo la discussione critica e il confronto critico-razionale può portare a un livello di maggiore verità.
Per Senofane la conoscenza congetturale è l'unica possibile e ciò porta anche a una nuova teoria etica. Come si può infatti mettere in discussione che i principi fondamentali del pensiero di Popper in particolare, e del pensiero contemporaneo in generale (principio della fallibilità, principio della discussione razionale, principio dell'approssimazione alla verità), non portino a una nuova consapevolezza che ha come risultato la modestia intellettuale di chi non crede che le proprie teorie siano eterne e inconfutabili?
"Una conoscenza non può non essere confutabile e modificabile, proprio perché immersa in una o più tradizioni concettuali e dentro queste può essere compresa, comunicata, studiata e criticata" e soprattutto esistono tante diverse forme di conoscenza, ciascuna riferibile ad una specifica tradizione, ciascuna verificabile all'interno di questa e in essa, per strade specifiche, superabile.


Il mondo di Parmenide. Alla scoperta della filosofia presocratica di Karl R. Popper, a cura di Arne F. Peterson, con l'assistenza di Jørgen Mejer, edizione italiana a cura e con una Prefazione di Fabio Minazzi
Pag. 432, Lire 50.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-2966-9


Le prime righe

PREFAZIONE


Il presente volume contiene diversi tentativi di comprensione della prima filosofia greca ai quali ho lavorato per molti anni. Mi auguro che grazie a questi saggi emerga, con chiarezza, la tesi che tutta la storia è, o dovrebbe essere, storia di problemi e che seguendo questo principio possiamo agevolare la comprensione dei presocratici o di altri pensatori del passato. Questi saggi cercano inoltre di mostrare la grandezza dei primi filosofi greci che hanno donato all'Europa la sua filosofia, la sua scienza e il suo umanesimo.
I saggi non sono disposti nell'ordine nel quale furono scritti. Dopo uno dei più vecchi, Ritorno ai presocratici, che presenta alcuni primi tentativi di comprensione dei principali e più rilevanti risultati conseguiti dai presocratici, seguono alcuni studi consacrati alla discussione dei problemi centrali sui quali possono aver lavorato Senofane e Parmenide. Questi ultimi saggi sono stati riscritti più volte nel corso degli ultimi anni e solo uno di loro (il terzo) è già stato pubblicato. Per alcuni aspetti questi saggi sostituiscono Ritorno ai presocratici, sebbene quest'ultimo tratti di problemi in parte diversi da quelli affrontati nei contributi più recenti. Il che spiega perché vi siano temi ricorrenti e ripetuti tentativi di traduzione dei testi degli antichi greci: in questa raccolta sono state infatti mantenute le differenti traduzioni giacché in ogni saggio i temi principali appaiono in contesti e luci differenti - luci riflesse dallo splendore della filosofia presocratica.
Il più lungo dei saggi inediti (il Saggio 7), originalmente intitolato La razionalità e la ricerca degli invarianti, risale agli anni Sessanta. Questo saggio cerca di mostrare come Eraclito ("tutto muta") e Parmenide ("Nulla muta") siano stati riconciliati e congiunti nella scienza moderna che ricerca l'invarianza parmenidea nel flusso eracliteo. (Il che, come ha osservato Emile Meyerson, si realizza in fisica con le equazioni differenziali). Il titolo definitivo di questo saggio indica che "la ricerca degli invarianti" può essere proficuamente sostituita da una teoria della comprensione fondata sulle antiche idee di Senofane.
Quando, studente sedicenne, lessi per la prima volta il meraviglioso poema di Parmenide, imparai a guardare a Selene (la Luna) e a Elio (il Sole) con occhi nuovi - con occhi illuminati dalla sua poesia. Parmenide mi aprì gli occhi alla bellezza poetica della terra e dei cieli stellati e mi insegnò a guardare loro con un nuovo sguardo indagatore: intento a cogliere, come fa la stessa Selene, la posizione di Elio sotto l'orizzonte della Terra, seguendo la direzione del suo "sguardo bramoso".

© 1998, Edizioni Piemme Spa


L'autore
Sir Karl R. Popper è considerato unanimemente uno dei più importanti e influenti filosofi del nostro tempo. Nato a Vienna nel 1902, lasciò l'Austria nel 1937. Dal 1946 al 1969 ha insegnato alla London School of Economics, oltre a tenere cicli di lezioni e conferenze in molti Paesi europei, in America e in Giappone. Autore di alcune opere considerate pietre miliari della filosofia contemporanea e tradotte in trenta lingue, il corpus dei suoi scritti contiene libri, saggi, articoli, testi di conferenze. Membro di numerose accademie, tra le quali la Royal Society, la British Academy, l'Institut de France; gli sono stati attribuiti prestigiosissimi premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Popper è morto a Londra nel 1994.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




18 dicembre 1998