Lucia Annunziata
La Crepa

"È possibile che questa situazione, evidente ai giornalisti e anche ai soccorritori fin dalle prime ore del 6 maggio, ancora non fosse avvertita, in tutta la sua drammaticità, dalle autorità?"


Lucia Annunziata è una giornalista nota al più vasto pubblico. Dura, sicura di sé, considerata da molti, anche da molti redattori della Rai che l'hanno avuta come superiore, autoritaria e accentratrice. Questo libro mostra come tutte queste caratteristiche caratteriali possano essere davvero preziose per affrontare un tema estremamente scomodo: una sciagura naturale, un governo progressista, una totale sottovalutazione della situazione, dei morti da vendicare, delle responsabilità da attribuire.
La Crepa si apre sulla situazione immediatamente precedente alla sciagura, sul clima che esiste in paese, a Sarno, sulle varie vicende private di alcuni cittadini, diversi tra loro, per classe sociale, cultura, abitudini di vita e sulla strana incapacità di previsione del disastro da parte di tutti, compresi quelli che ne avrebbero avuto istituzionalmente il compito.
Nessuno dà il sensato ordine di evacuazione, ma anche laddove si invita la popolazione ad allontanarsi, "molti non vogliono andarsene. In questa resistenza, nelle sue ragioni, c'è un pezzo di cultura del paese: c'è l'attaccamento dei vecchi ai loro luoghi, il loro orgoglio, ma c'è anche la passività dell'abitudine". E questa cultura meridionale, unita alla dominante paura di sbagliare (l'errore temuto è politico, non civile o morale) porta davvero a compiere i gesti più colpevoli, porta alla sottovalutazione e al silenzio laddove era necessario un lucido grido d'allarme da rivolgere sia alla popolazione che alle autorità statali.
E poi inizia la tragedia: la frana, i crolli, il buio e la solitudine, i morti e i dispersi. Vite di adulti e di bambini stroncate in un attimo da un fiume di fango, altre che l'inettitudine e la mancanza di organizzazione e di strumenti adeguati regala colpevolmente alla morte.
Il commissario straordinario Barbieri non appena arriva sul posto capisce, nonostante le rassicurazioni degli amministratori locali, l'entità del disastro e l'inadeguatezza dei soccorsi. Barbieri è meridionale, e dice la Annunziata:
"È un caso questa identità meridionale? È un caso che questa sensibilità alla tragedia scatti solo in quelli che da lì provengono?".
In Umbria, poche ore dopo il terremoto, i soccorsi erano già efficaci. In Umbria il numero di morti è stato limitatissimo. In Umbria l'informazione è stata immediata. In Umbria la collettività aveva in poche ore attrezzato luoghi di accoglienza e pasti caldi. Qui invece...
Questo disastro non fa nemmeno audience, pochi e distratti i casi di solidarietà, le presenze politiche piuttosto smarrite e confuse, i dati comunicati approssimativi e tutto, sempre, minimizzato. Dal libro della Annunziata forse solo D'Alema sembra avere qualche immediata consapevolezza, anche se nell'intervista che poi viene qui trascritta, non sa dare risposte sincere ad alcuni perché. L'Italia dell'Ulivo perché non ha visto la mobilitazione della sinistra su questa tragedia? Perché non c'è stato quel popolo di militanti che tante volte si è visto attivarsi in situazioni di crisi? E l'ultima parte del libro, la lunga lettera del padre dell'autrice che racconta di sé e della sua vita e della sua maturazione di uomo e di cittadino, fino all'incontro con la politica e al "nuovo modo di vivere" che l'iscrizione al Pci gli aveva dato, sembrano la denuncia più diretta della perdita di quei valori e di quell'energia morale che storicamente in Italia la sinistra aveva avuto.


La Crepa di Lucia Annunziata
Pag. 224, Lire 28.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-68036-2

le prime pagine
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INTRODUZIONE

Il 5 maggio la pioggia su Sarno era insistente, sottile, tiepida; a coprirsi si sudava perché maggio aveva già quasi portato, come sempre nel Sud, l'estate.
Un unico presagio, cui non si badò molto al momento, e che riaffiora soltanto nella memoria: la montagna era da giorni ricoperta da una fittissima nuvola, scesa fino alle sue pendici. Era una nuvola, non nebbia - che da queste parti non c'è mai, perché la terra non si raffredda davvero mai. Una nube nera di pioggia, pesante, tale da impedire totalmente la visuale. "Se solo avessimo potuto vedere" dicono oggi molti dei superstiti.
Ma la rabbia della montagna, covata a lungo, non voleva avere testimoni. Luogo di miti greci, di antropomorfismi che affiorano naturali nella mente degli abitanti: come non pensare a quella nuvola come al segno di una volontà assassina?
Da dietro quella maschera iniziò la vendetta, che per essere più efficace, più crudele, doveva continuare a essere fino all'ultimo imprevedibile.
Rilasciò così, molto piano, le sue creature. 143 frane, 14 solo su Sarno. Iniziarono alle 4 del pomeriggio, e continuarono con la costanza di uno stillicidio. Ma sempre sorprendenti.
Scesero a velocità diverse, e con rumori diversi.
Alcune furono silenziose e improvvise. Altre passarono con lo sferragliare di un treno. Altre ancora si annunciarono con colpi simili a dei tuoni. Alcune più liquide, altre solidificate dal peso della terra che gli si arrendeva man mano.
Non ci fu mai un solo fronte da cui guardarsi.
Scesero in luoghi sempre diversi: prima divisero il paese a metà, poi lo circondarono, lo isolarono facendo saltare luce e telefoni, e continuarono a ricomparire, sempre altrove, trasformando alla fine Episcopio e Sarno in una piccola scacchiera, di aree sommerse e aree asciutte, dove ognuno venne intrappolato senza sapere cosa ci fosse dentro il buio e di là del muro di materiali immondi che lo isolava.
Disorientante.

Il terremoto accomuna. Il tremore prende tutti, dà un allarme generale. Chi sopravvive sa che ad altri potrebbe essere accaduto qualcosa. Non così le frane, non nel buio progressivo di una serata piovosa. Silenziosa, la frana travolge chi c'è; poi si ferma. Chi è dieci metri più in là non se ne accorge. Il metodo si rivelò così molto efficace per una vendetta: molti restarono a vedere convinti che il peggio fosse passato. Molti restarono perché non capirono.
E a mezzanotte, mentre arrivava la convinzione che comunque peggio di così nulla poteva esserci, venne il colpo finale.
Con un rombo che questa volta sembrò un terremoto venne rilasciata la frana di proporzioni maggiori. Una colata larga cento metri, in alcuni punti alta trenta, seguendo il terreno o inglobandolo, cancellò una intera fetta del paese, e l'ospedale, simbolo della lotta che comunque si era opposta fino a quel momento alla catastrofe.
La colata lasciò in aria una nube di polvere marroncina, leggermente fosforescente contro l'alone delle luci riverberate in cielo dalla ricca valle ai piedi del Vesuvio. Nella notte rimasero solo i trilli dei telefonini ancora carichi, e le urla dei sopravvissuti che gridavano nel vuoto di un luogo che, per quello che a quel punto capivano, poteva essere stato inghiottito.

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Come le guerre non sono tutte uguali, e ognuna infatti si scardina intorno a un atto o a un'arma per eccellenza - il Kalachnikov delle guerriglie sudamericane, le bombe auto del Libano, gli Scud iracheni, il fucile con cannocchiale dei cecchini di Sarajevo - così le tragedie hanno ognuna una propria firma, una meccanica che ce ne svela l'identità. Il Vajont, il terremoto del Messico, l'esplosione del vulcano Nevado del Ruiz in Colombia, il tornado della Florida, il terremoto recente dell'Umbria: ognuno di questi disastri, indipendentemente persino dal numero dei morti, ci ha svelato qualcosa delle popolazioni colpite, della loro cultura e, soprattutto, del posto che esse occupavano nel mondo. Dandoci delle lezioni.
La frana che si abbatte su Sarno - e parleremo di questo paese, per indicare comunque tutti gli altri abitati colpiti, Quindici, Bracigliano, Siano, San Felice a Cancello - ricostruita nella sua meccanica si rivela come la tragedia della incomprensione e della solitudine. Dei cittadini fra loro. Ma anche fra loro e le istituzioni. Locali e nazionali.
Il disastro di Sarno diventa, suo malgrado, un test.
In questa cittadina dell'hinterland napoletano si congiungono infatti una serie di politiche di ieri e di oggi, che, tutte insieme, costituiscono lo stato presente delle cose, nella ormai eterna, e insostenibile, transizione italiana.
Le cause della frana sono in gran parte pregresse: risultato di anni di politiche speculative. Ma il presente non ne viene illuminato meglio. Ritardi nei soccorsi, caos burocratico, lentezza nel percepire, promesse non mantenute, scarsa solidarietà sociale, svelano aspetti inquietanti anche nell'Italia di oggi. Ricordano bruscamente che l'entrata in Europa non è tutto, che la nostra è ancora una nazione a doppia cittadinanza, e aprono un dubbio profondo sulla natura del passaggio al governo della sinistra. Guardando alla solitudine di Sarno in quelle ore e nei mesi successivi, è difficile infatti non ripensare alle visite di Belinguer e di Pertini in Irpinia, è difficile non paragonare le manifestazioni di solidarietà e volontariato costruite intorno ad altre tragedie, ed è difficile non domandarsi se diverso sarebbe stato l'impegno del Paese nel caso che la sinistra fosse stata all'opposizione.
In questo senso, la frana che seppellisce Sarno apre una prima crepa anche nella facciata fino a quel momento sicura e perfetta della sinistra. E fa temere che il passaggio al governo finisca con l'approdo a una concezione tecnicistica della politica, affetta da una certa pavidità, un certo distacco e, infine, da una certa indifferenza del cuore.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

biografia dell'autrice
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Lucia Annunziata, giornalista, è stata conduttrice di trasmissioni politiche televisive e direttrice del TG 3. Vive attualmente a Mosca. Ha pubblicato un primo libro nel 1990, Bassa intensità, per le edizioni Feltrinelli.


A cura di Grazia Casagrande


18 dicembre 1998