Jorge Amado
Paloma Jorge Amado

La cucina di Bahia
ovvero
Il libro di cucina di Pedro Archanjo e le merende di Dona Flor

"L'oro dell'olio di palma, la dolcezza della jaca, affetto e violenza; il piccante del peperoncino, la sensualità delle donne bahiane con el vesti di pizzo bianco sulla pelle color cannella, belle figlie di Oxum che vendono acarajés: è tutto un universo di fascino, colore, profumo e sapore."


Un libro curioso che presenta un modo diverso di affrontare il testo letterario. L'approccio al romanzo avviene attraverso l'analisi di tutti i brani, tutte le frasi, tutti i passaggi in cui Amado parla di cucina, di ricette, di cibo. E da questo approccio nasce lo spunto per presentare i piatti della cucina tradizionale bahiana nella loro forma originaria. La struttura del libro è quella classica del testo di cucina con ricette raggruppate in base alle affinità degli ingredienti: il pollame, la selvaggina, le torte, le carni arrosto, i grandi piatti della cucina a base di olio... Ma, contrariamente al solito, esiste anche una suddivisione in due grandi voci: Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di Dona Flor, che riconducono palesemente ai protagonisti dei romanzi di Amado. Ciascuna ricetta è preceduta da un brano dello scrittore tratto da una delle sua tante opere: da I sotterranei della libertà a Gabriella garofano e cannella, da Teresa Batista stanca di guerra a Dona Flor e i suoi due mariti, tanto per citarne alcune. Ma, soprattutto, si legge la tradizione, gli usi, il colore della gente di Bahia. E tra le righe si può quasi sentire l'aroma di quei cibi, vederne i colori meravigliosi, gustarne il sapore... "virtuale", perché i piatti presentati non sono facilmente realizzabili, principalmente a causa della scarsa reperibilità degli ingredienti sul mercato italiano. Ci vorrà un po' di buona volontà e di fortuna per trovare i jenipapo o la farina di manioca, il latte di cocco denso e l'olio di palma, ma per onestà dobbiamo dire che non in tutte le ricette si trovano ingredienti tropicali ed esotici come questi.
Sono in programmazione altri due volumi dedicati al cibo e ispirati ai romanzi di Amado, fonte inesauribile di citazioni e idee: uno sui piatti del candomblé e un altro sulla frutta. Tutto il materiale della ricerca, come scrive la figlia Paloma, potrà essere consultato dagli studiosi presso la Fundaçao Casa de Jorge Amado, in Largo do Pelourinho, a Salvador.


La cucina di Bahia ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e le merende di Dona Flor di Jorge Amado, Paloma Jorge Amado
Titolo originale: A Comida Baiana ou O Livro de Cozinha de Pedro Archanjo com As Merendas de Dona Flor
Traduzione di Daniela Ferioli
Pag. 257, Lire 28.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-150316-2


Le prime righe

Di come un romanziere bahiano, romantico e sensuale, ha dato da mangiare ai suoi personaggi.
Tutto cominciò nel 1930 quando la bahiana vendeva, sull'angolo di una strada di Bahia, i suoi acarajés e i suoi mingaus. A diciotto anni, in Il paese del carnevale, Jorge Amado, anche se timidamente, nutriva i suoi personaggi. All'inizio non descriveva i grandi pranzi bahiani: lo spazio riservato alla cucina era piuttosto modesto.
Nello scenario del suo secondo libro, Cacao, la carne essiccata, i fagioli, la farina di manioca, la frutta colta sugli alberi, l'acquavite di canna da zucchero e la festa di San Giovanni si imposero e cominciarono ad aprire la strada a quello che è al contempo bisogno, gioia, sogno, festa, necessità, amore, vita: il mangiare.
Sono enormi la fame e la miseria a Bahia nelle vicende raccontate in Sudore. L'acarajé che Cabaça compera non è solo per sé, ma anche per un topo, uno dei tanti che dividono con lui e altri la vecchia palazzina del Pelourinho. Quando la fame è insopportabile si parla delle cose più strane: sarà vero che in Germania mangiano i nidi degli uccelli? Ma se un indio è capace di mangiare un uomo... "Un uomo non è un nido di uccellini... - Quale dei due sarà più buono? - Mangiali tutti e due e lo saprai".
In Jubiabá compare per la prima volta il cibo rituale, la cucina bahiana più africana, quella preparata per rendere omaggio al santo, che fa parte del cerimoniale del candomblé. I piatti conditi con l'olio di palma cominciano a tingere di giallo ocra le pagine del libro.
Mare di morte, Capitani della spiaggia... La moqueca, una zuppa di pesce senza eguali: sul veliero di padron Manuel, Maria Clara canta una canzone marinara - Maria Clara e padron Manuel, i due personaggi più ricorrenti nell'opera di Jorge Amado, fanno parte di vari romanzi a cominciare da Jubiabá: sono loro che trasportano la statua di Santa Barbara in Santa Barbara dei fulmini. Maria Clara canta al matrimonio di Guma e Lívia, quando il vecchio Francisco, aiutato da Rufino, prepara una feijoada per festeggiare gli sposi.

© 1998, Giulio Einaudi editore


Gli autori
Jorge Amado è nato a Bahia nel 1912. Ha iniziato giovanissimo la carriera giornalistica ed è diventato narratore di fama internazionale. Tra i suoi libri Gabriella garofano e cannella, Teresa Batista stanca di guerra, Terre del finimondo, Cacao, Tempi difficili.

Paloma Jorge Amado è sua figlia e oltre a questo volume ha recentemente pubblicato As Frutas de Jorge Amado ou O Livro de Delicías de Fadul Abdala.



Gian Paolo Caprettini, Cristina Carlevaris, Alessandro Perissinotto, Paola Osso
Dizionario della fiaba
Simboli, personaggi, storie delle fiabe regionali italiane

"È chiaro che prima di chiedersi donde abbia origine la favola bisogna chiarire in che cosa essa consista."

V. J. Propp, Morfologia della fiaba


L'approccio al mondo della fiaba è notevolmente mutato negli ultimi decenni. Una nuova visione di questo sterminato patrimonio culturale ha fatto sì che venissero alla luce aspetti fondamentali, e precedentemente ignorati, di un vero e proprio universo magico. Fondamentali in questo sguardo "allargato" sulla fiaba sono, da un lato, i celeberrimi testi di Propp (Morfologia della fiaba, la cui prima edizione data 1928, ma apparso in Italia nel 1966) e di Bettelheim (Il mondo incantato. Uso, importanza e significato psicoanalitici delle fiabe, 1976), dall'altro le raccolte sistematiche di fiabe tradizionali, frutto di una narrazione orale ormai quasi del tutto perduta, tra le quali non si può dimenticare il capostipite volume di Fiabe italiane curato da Italo Calvino, la cui prima edizione risale al 1956.
Ma la finalità di questo Dizionario non è né la descrizione psicoanalitica degli elementi e dei personaggi elencati (uomini, animali, ma anche "cose"), né la raccolta di testi. Come afferma Gian Paolo Caprettini (semiologo che si occupa di questo tema "da sempre") nell'Introduzione al volume, l'intento della ricerca è quello di studiare e catalogare la materia di cui sono fatte le fiabe. "Il testo non intende registrare i significati delle fiabe - scrive infatti Caprettini - ma la materia di questi sogni collettivi, di questi miti ottimistici, di queste storie arcaiche che hanno non soltanto il senso di sottoporre a prova qualcuno ma di veder premiati i suoi sforzi istituendo nuove alleanze, nuovi patti sociali così da irrobustire i valori di una tradizione." È un intento più antropologico, storico o, se vogliamo, semiologico: la ricerca di una serie di significati/significanti. Per questo sono stati individuati numerosi temi ricorrenti nella fiaba regionale italiana, e a loro è dedicata un'analisi mirata a individuare frasi e narrazioni che si ripropongono, sviluppi analoghi sul territorio, o eventuali differenze. Si va da Abito a Volpe, in questo dizionario di lemmi, per cercare di chiarire quali siano gli elementi comuni che compongono una fiaba e, in ultima analisi, cosa caratterizzi quella forma di narrazione che noi definiamo appunto fiaba.


Dizionario della fiaba. Simboli, personaggi, storie delle fiabe regionali italiane di Gian Paolo Caprettini, Cristina Carlevaris, Alessandro Perissinotto, Paola Osso
429 pag., Lit. 65.000 - Edizioni Meltemi (Gli Argonauti n. 47. Collana diretta da Luigi M. Lombardi Satriani)
ISBN 88-86479-71-9


Le prime righe

Introduzione
Gian Paolo Caprettini

Nella fiaba gli oggetti agiscono esatta-
mente come esseri viventi e da questo
punto di vista li possiamo convenzio-
nalmente chiamare 'personaggi'.
Vl. Ja. Propp

Il mondo disincantato: fisica e metafisica della fiaba

È davvero vasto il catalogo di quel che possiamo trovare nella fiaba, in particolare nella fiaba di magia o d'incantesimo, in cui la logica del mondo corrente è sospesa e l'eroe incontra qualcuno che gli donerà, a certe condizioni, un oggetto magico che gli consentirà di superare le prove impostegli. Ma dove e da chi? Normalmente da un re in un reame lontano allo scopo di maritare la propria figlia.
Il reame lontano, intanto. Non soltanto un luogo, ma un mondo, non facilmente accessibile, per entrare nel quale si vive l'avventura di uno spostamento meraviglioso, nella profondità della terra, sulla sua superficie o nella vastità dei cieli. Già quest'idea porta con sé una concezione cosmica organizzata su più livelli che richiama lontani retaggi sciamanici. Oppure evoca l'orizzonte mitologico mediterraneo di un'esplorazione sostanzialmente in superficie, orizzontale, all'interno di una geografia che sposta sempre più in là le frontiere conosciute. Lì incontriamo scale di origine biblica che salgono verso il cielo o baratri, come il Tartaro o l'Averno, sedi di un'aldilà raggiungibile soltanto da pochi eletti: eroi, musici, poeti, prima della morte.
Sotto quest'aspetto, perfino la Commedia di Dante è un'avventura onirico-fantastica che sfida la capacità umana di immaginare mondi differenti da quello dell'esperienza ma che con questo sono collegati da principi ultraterreni, metafisici.
Anche la fiaba ha la sua fisica e la sua metafisica. Quanto alla prima, incontriamo gli oggetti - setacci, ponti, cavalli, spade, scarpe, rane, rocce - e i personaggi della vita quotidiana - soldati, mugnai, osti, mamme, nonne, frati e fratelli. Quanto alla metafisica, ecco apparire fate, divinità dell'acqua, eremiti ambigui come quelli dei tarocchi, diavoli, streghe, orchi e orchesse. E infine, quel che conta di più, gli oggetti che derivano dalla commistione dei due ordini di realtà: bastoni che si muovono da soli, unguenti che rendono invisibili le persone o le fanno resuscitare, uccelli che si mettono a raccontare le malefatte di una regina, topi che fanno ridere le principesse, rane che si fidanzano con principi, ecc.

© 1998, Meltemi editore


Gli autori
Gian Paolo Caprettini è professore di Semiotica all'Università di Torino. Tra le sue opere: Segni, testi, comunicazione, Semiologia del racconto, Ordine e disordine.

Cristina Carlevaris e Paola Osso collaborano con la cattedra di Semiotica dell'Università di Torino.

Alessandro Perissinotto insegna Editoria multimediale all'Università di Bergamo. Ha curato Il gioco, segni e strategie e Semiotiche del testo ed è autore del romanzo L'Anno che uccisero Rosetta.



Philip K. Dick
Un Oscuro Scrutare

"A quindici anni di distanza dalla morte Philip K. Dick, chi è abituato a scrutare il futuro, a leggerne i segnali nella migliore fantascienza vive ancora nelle maglie del suo immaginario: cupo, pessimista, ossessionato da temi come la malattia mentale e l'irrealtà del reale."

(Bruno Arpaia, 1997)


"Invecchiare bene è complicato, specie per i romanzi di fantascienza, eppure le storie di Dick ci riescono" ha scritto Nicoletta Vallorani su Pulp. In base a questo genere di considerazioni, quindi, la casa editrice Fanucci, prosegue la ristampa dei romanzi di Philip K. Dick e offre ora questo thriller fantascientifico pubblicato per la prima volta nel 1977, ma introvabile. La storia è ambientata in un tempo per noi ormai passato: il 1994. Ma non ha alcuna importanza. La data è puramente indicativa di un futuro che rimane ancora istintivamente remoto, ma che, tuttavia, preannuncia temi già terribilmente attuali: l'osservazione continua e sempre più stretta da parte del potere delle comunicazioni personali dei cittadini, degli spostamenti, delle scelte e delle decisioni dei singoli; una netta separazione tra i quartieri "alti", blindati e difesi, e quelli di chi non ha soldi né potere; la diffusione capillare della droga, verso la quale è attratta una fetta sempre maggiore di popolazione. E proprio una nuova droga (la sostanza M o morte lenta) è al centro del romanzo, zeppo di visioni, angosce esistenziali e manie di persecuzione. Un oscuro scrutare appartiene, come sottolinea Filippo La Porta su Musica (ed è opportuno ricordarlo per comprendere meglio l'andamento della narrazione) all'ultima "fase creativa, psicotica e gnostica dello scrittore, conclusa con la trilogia di Valis".
I temi dei romanzi di Dick sono sempre affascinanti, coinvolgenti, profetici. I suoi mondi sono ambigui, non definiti e non certi, "in divenire" come, in fondo, è la realtà. Com'è stato detto, giorno dopo giorno il suo desolato "pessimismo cosmico" prende forma nel discutibile avanzare del progresso.
Morto d'infarto a 54 anni nel 1982, prima dell'uscita nelle sale cinematografiche di Blade Runner di Ridley Scott (tratto dal suo Do Androids Dream of Eletric Sheep?) e purtroppo prima che venisse riconosciuto il peso letterario del suo lavoro, Philip K. Dick ha scritto circa trenta romanzi e moltissimi racconti, ormai annoverati fra le più belle pagine della fantascienza mondiale. Il suo lavoro è la chiave di volta della letteratura fantascientifica contemporanea, la "piattaforma" su cui si è costituito il movimento Cyberpunk, inclusa l'opera di William Gibson.


Un Oscuro Scrutare di Philip K. Dick
Titolo originale dell'opera: A Scanner Darkly

Traduzione di Gabriele Frasca
349 pag., Lit. 14.000 - Edizioni Fanucci (AvantPop)
ISBN 88-347-0627-7


Le prime righe

CAPITOLO PRIMO


Una volta un tizio stette tutto il giorno a frugarsi in testa cercando pidocchi. Il dottori gli aveva detto che non ne aveva. Dopo una doccia di otto ore, in piedi un'ora dopo l'altra sotto l'acqua bollente a sopportare le stesse pene dei pidocchi, uscì e si asciugò, con gli insetti ancora nei capelli; anzi ne aveva ormai su tutto il corpo. Un mese più tardi gli erano arrivati fin dentro i polmoni.
Non avendo altre cose da fare o cui pensare, cominciò a occuparsi in via teorica del ciclo vitale dei pidocchi e, con l'aiuto dell'Enciclopedia Britannica, cercò di determinare a quale tipo appartenessero. Oramai gli avevano infestato la casa. Lesse di molte differenti varietà, finché non ebbe modo di notare la presenza di pidocchi anche nelle vicinanze di casa sua, cosicché concluse trattarsi di afidi. Dopo che tale conclusione gli s'infisse nella mente, non la modificò più, malgrado ciò che gli dicessero gli altri... che, ad esempio, "gli afidi non morsicano gli uomini".
Glielo dicevano perché le incessanti morsicature dei pidocchi lo tormentavano costantemente. Aveva preso l'abitudine di acquistare al 7-11, che apparteneva a una catena di negozi diffusa in quasi tutta la California, bombolette spray di Raid, Black Flag e Yard Guard. Spruzzava inizialmente tutta la casa, poi se stesso. Yard Guard sembrava essere il prodotto più efficace.
Da un punto di vista teorico, aveva potuto notare tre stadi nel ciclo evolutivo dei pidocchi. Durante il primo di questi, gli insetti erano stati portati per contaminarlo da quelli che chiamava i Portatori, persone ignare del ruolo che svolgevano nella loro diffusione. In questo stadio i pidocchi non avevano ancora mascelle o mandibole (imparò quest'ultima parola nelle settimane trascorse in ricerche scientifiche; un'occupazione libresca inusuale per un tipo che lavorava alla Freni e Pneumatici Per Tutti, a rifare le ganasce dei freni alla gente). Era questo il motivo per cui i Portatori non s'accorgevano di nulla. Lui se ne restava di solito seduto nell'angolo più lontano del soggiorno a guardare entrare i diversi Portatori (molti dei quali erano suoi conoscenti mentre altri gli erano ignoti del tutto) ricoperti di afidi ancora in questo particolare stadio amandibolare. Dentro di sé, allora, gli si allargava una sorta di sorriso, perché sapeva che quegli individui erano usati dai pidocchi e ne erano ignari.

© 1998, Fanucci Editore


L'autore
Philip K. Dick, nato a Chicago nel 1928, è considerato uno dei maggiori autori di fantascienza. Morto a 54 anni per infarto (anche per aver scordato di assumere le sue medicine abituali) aveva in precedenza tentato più volte il suicidio. Tra le molte opere della sua produzione letteraria, ricordiamo: Blade Runner, Ubik, Le presenze invisibili, I simulacri, La svastica sul sole, La trilogia di Valis, Cronache del dopobomba



George P. Landow
L'ipertesto
Tecnologie digitali e critica letteraria

"Molte caratteristiche degli ipermedia dipendono dalla loro capacità di creare la presenza virtuale di tutti gli autori che vi contribuiscono."


Particolare interesse suscita quest'opera se si tiene conto degli straordinari progressi sia tecnologici che di contenuto, realizzati in così poco tempo nel campo dell'ipertestualità.
Vengono in primo luogo introdotti i concetti di base e i diversi tipi di nessi esistenti e possibili, così come la possibilità di ipertesti "senza nessi", cioè lasciati alla libera costruzione del lettore. Per altro si dà esempio del già ampio utilizzo a livello accademico di ipertesti, ad esempio nelle presentazioni di testi letterari classici. L'autore stesso, nell'Università in cui è docente, la Brown University, utilizzava ampiamente Intermedia e Storyspace per creare delle versioni commentate dei racconti di Kipling e di Lawrence. Questa riconfigurazione del testo pone anche dei problemi di riconfigurazione concettuale: viene completamente superata la retorica lineare sequenziale, propria del testo a stampa, i lettori saranno infatti liberi di scegliere percorsi diversi e soggettivamente motivati. La dissoluzione ipertestuale della centralità diventa anche, di conseguenza, modello di una società, di una cultura, in cui nessuna disciplina, nessuna ideologia può dominare le altre in una sorta di democrazia della cultura, o più in generale di democrazia tout court, che nascono dalla perdita di una autorità centrale. È per altro possibile anche mantenere il proprio ordine di lettura (se non si vuole ricrearlo di volta in volta) grazie ai "segnalibro" (bookarks), una memorizzazione di luoghi e testi che permette di acquisire una volta per tutte l'itinerario intellettuale compiuto.
Anche l'autore perde così autorità a favore del lettore che conquista la facoltà di scegliere "il proprio cammino attraverso il metatesto". In effetti anche l'abitudine di scrivere i testi al computer ha modificato la stessa modalità dello scrivere: la possibilità di correggere il testo, di inserirne capitoli e sezioni, senza riscrivere il tutto; la facilità di svolgere il proprio lavoro in modo anche differenziato nei tempi e nei modi (note al testo, eventuali ricerche). All'autore resta però una importante funzione, che il lettore può per altro accettare o rifiutare: quella di creare orientamenti attraverso schermate di insieme, le home page, o altre possibilità di indicazioni di percorso guidato. Si possono portare vari esempi di questo tipo di procedure [http://www.cw98.ufl.edu/, http://www.librialice.it]. Le varie arti possono trovare anche un utile collegamento, prima impensabile [http://www.archivi900.com]. Tuttavia non è vero che si perda totalmente la linearità della lettura, solo che questa è affidata al lettore. Sono anche analizzati i timori degli intellettuali di fronte alle nuove tecnologie. Landow analizza poi alcuni ipertesti mostrando come l'approccio (dell'autore e del lettore) possa proporsi in modo estremamente vario (interessante è l'esempio di Storyspace. Da qui la necessità di riconfigurare lo studio della letteratura (e in questo capitolo affronta anche le perplessità e i dubbi degli specialisti), come dovrebbero cambiare gli insegnanti e gli studenti stessi (un valido esempio è il sito Freud Web o il sito Cybertext, hypetext & critical theory della Brown University. Viene poi analizzata la sfera politica relativa all'ipertesto. Chi ne può compiere il controllo? È legittimo pensare a una sorta di censura? Esiste ancora un "autore" di cui tutelare i diritti? Il tema è estremamente attuale e le risposte possibili sono complesse e non certo definitive. Questo volume pone comunque tutti i possibili quesiti che le nuove tecnologie suscitano e offre molti stimoli a chi oggi si interroga con sempre maggiore passione sulle innumerevoli trasformazioni che la rivoluzione tecnologica in atto ci presenta.


L'ipertesto. Tecnologie digitali e critica letteraria di George P. Landow, a cura di Paolo Ferri
Pag. 407, Lire 42.000 - Edizioni Bruno Mondadori (Sintesi)
ISBN 88-424-9343-0


Le prime righe

1. Introduzione all'ipertesto

"Il problema della casualità. Non è sempre facile determinare quello che ha provocato un cambiamento specifico all'interno di una scienza. Cosa ha reso possibile questa scoperta? Perché è apparso questo nuovo concetto? Da dove è venuta questa teoria? E quella? Simili domande sono spesso molto imbarazzanti perché non esistono principi metodologici ben definiti sui quali si possa fondare questo genere di analisi. L'imbarazzo aumenta nel caso dei cambiamenti generali che trasformano globalmente una scienza. Aumenta ulteriormente nel caso in cui si abbia a che fare con più cambiamenti che si corrispondono. Ma sicuramente raggiunge il suo apice nel caso delle scienze empiriche perché, se il ruolo degli strumenti, delle tecniche, delle istituzioni, degli avvenimenti, delle ideologie e degli interessi vi è del tutto manifesto, non si sa come agisce veramente un'articolazione al tempo stesso tanto complessa e diversamente composta."

Derrida ipertestuale e Nelson poststrutturalista?

Quando i progettisti di software esaminano le pagine di Glas o Della Grammatologia, si imbattono in un Derrida digitalizzato e ipertestualizzato; quando i teorici della letteratura studiano Literary Machines, scoprono un Nelson decostruzionista o postrutturalista. Queste sbalorditive sovrapposizioni possono aver luogo perché negli ultimi decenni la teoria della letteratura e gli studi informatici sugli ipertesti, due aree di ricerca apparentemente non collegate, si sono avvicinate sempre di più. Le affermazioni degli studiosi di letteratura mostrano oggi una notevole convergenza con quelle degli informatici. Nonostante abbiano spesso, ma non sempre, ignorandosi vicendevolmente, gli autori appartenenti a queste aree offrono materiali che ci permettono di indagare l'episteme contemporaneo in un momento di grandi cambiamenti. A parer mio, negli scritti di Jacques Derrida e Theodor Nelson, o in quelli di Roland Barthes e Andriès van Dam, ha iniziato a manifestarsi un mutamento di paradigma.

© 1998, Edizioni Bruno Mondadori


L' autore
George P. Landow è professore di inglese e storia dell'arte alla Brown University dove, dal 1985 al 1992, ha collaborato con l'Institute for Research in Information and Scholarship. Oltre a numerosi studi sull'arte e la letteratura vittoriana, ha pubblicato in italiano Ipertesto. Il futuro della scrittura. Tra i suoi lavori sull'ipertestualità: Hypermedia and Literary Studies, The Digital World: Text-Based Computing in the Humanities e Hyper/Text/Theory. Cura inoltre i siti Internet The Victorian Web e The Post Colonial Web.



Vittorio Sereni
La tentazione della prosa

"Non è mia abitudine tornare su cose da me scritte in passato per mutarle e modificarle. La coscienza, in me, di ciò che scrivo via via si perde ben presto. Posso dirlo senza falsa modestia; il credito che concedo a me stesso sta sempre tra l'ultima cosa scritta e la prossima da scrivere."


L'importante volume, edito recentemente dalla Mondadori, che raccoglie le prose di Vittorio Sereni è introdotto da uno scritto di Giovanni Raboni in cui si può osservare, come giustamente scrive Giancarlo Ferretti, "intelligenza critica e consonanza affettiva". Utile è l'organizzazione logica degli scritti, e della loro lettura, in quattro diverse categorie.
Quella critico-giornalistica, in cui sono osservati e analizzati aspetti o pagine di poeti amati o vi è qualche osservazione sull'attualità, che rappresenta un insieme di veri e propri Elzeviri da Terza pagina.
Gli scritti quindi che hanno una funzione di chiosa, di commento e di delucidazione della genesi e della stesura della produzione poetica di Sereni stesso.
La produzione in prosa di stampo più propriamente memorialistico, soprattutto relativa alla Seconda guerra mondiale, in cui risalta la sensazione del poeta di aver perso in modo irrecuperabile la possibilità di partecipare a quel grande momento di riscatto che è stata la Resistenza.
Infine le prose più specificamente narrative, racconti lunghi o pagine sparse, che segnalano al lettore la grandezza di un Sereni narratore, accanto a quella del poeta.
È possibile partire dalla dichiarazione dell'autore: "Scrivere fa parte dell'esistenza sebbene io abbia qualche dubbio in proposito. Il dubbio deriva, a seconda dei casi, dall'ipotesi di un di più di vitalità che lo scrivere rappresenta oppure, all'opposto, dal sintomo di incompletezza, di non adeguata attitudine a vivere pienamente", e quindi attraversare le pagine di questa raccolta di scritti scoprendo alternativamente proprio questo "di più di vitalità" o la dolorosa e sempre latente "non adeguata attitudine a vivere pienamente".
L'ottimo Apparato critico e l'Appendice, curati da Giulia Raboni, sono un buon strumento di lavoro per chi intenda lavorare in modo approfondito sul materiale qui proposto, così come davvero preziosa è la Bibliografia delle prose, esemplare nella sua ricchezza e completezza.


Le tentazione della prosa di Vittorio Sereni
Pag. 511, Lire 48.000 - Edizioni Mondadori
ISBN 88-04-44700-1


Le prime righe

Lettera d'anteguerra

Parma, maggio 1938

... Nella bella stagione puoi vederlo placidamente in giro, al cinema e al caffè, in bicicletta e a piedi; assai meno d'inverno perché pare di salute alquanto cagionevole (i maligni dicono che a questo proposito soffre di dolci manìe).
È bello essere indotti alla conoscenza e all'amore di una città, che prima era soltanto un nome, attraverso le parole di un poeta: a me ha fatto un certo effetto riscontrarla identica a come me l'ero immaginata leggendo Fuochi in novembre (è il titolo del secondo, e già vecchio di quattro anni, libretto di Bertolucci). E lui, che probabilmente non manca d'orgoglio, deve pensarla un po' come Giulio Cesare ai tempi della pretura in Spagna: meglio primo qui che secondo altrove, in qualche città tentacolare. Anche per questo non lo si direbbe poeta dalle rischiose evasioni. Il suo mito se l'è formato tra gli aspetti che lo circondano: ne è come bagnato, intriso dall'aurea luce di Parma. La sua è una sensibilità soprattutto ricettiva: accoglie e restituisce con estrema fedeltà il dono dell'aria e delle ore. Certe cose che si provano qui è inutile tentare di esprimerle in modo diverso da come lui le ha espresse: così almeno è per me; ha già detto tutto lui. D'accordo: la poesia non è soltanto questo. Ma in lui lo è essenzialmente, e in modo invidiabile. È forse anche il suo limite. Manca di mistero per questo? Non direi. Penso a certe case di campagna in cui la quiete istantaneamente si turba al frusciare di una tenda, allo sbattere di una porta, e la breve animazione che ne risulta diventa subito ossessione leggera. Di un'analoga, appena percettibile vicenda Bertolucci è spettatore e interprete a un tempo.

© 1998, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
Vittorio Sereni (Luino 1913 - Milano 1983) è stato poeta, traduttore e dirigente editoriale. Tra le sue opere più importanti ricordiamo Frontiera, Diario d'Algeria, Gli immediati dintorni, L'opzione e allegati, Gli strumenti umani, Stella variabile, Il sabato tedesco, Il musicante di Saint-Merry. Nel 1986 è uscito postumo Senza l'onore delle armi. Nel 1996 è stato pubblicato da Mondadori, curato da Dante Isella, il Meridiano Poesie a lui dedicato.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




11 dicembre 1998