Guido Piovene
Il ragazzo di buona famiglia

"Ma io non voglio continuare a vivere in un mondo d'avanzi, che simula la giovinezza per disperazione."


Questo romanzo di Piovene, scritto a vent'anni e rimasto finora inedito, mostra già embrionalmente le tematiche fondanti dell'autore. La trama vede tre generazioni a confronto, o meglio tre uomini legati da stretti rapporti parentali (padre, figlio e nipote), ma tra loro sostanzialmente estranei. L'evento che dà l'avvio al racconto è il ritorno dalla guerra di Giacomo, il figlio, e il mutamento imprevisto dell'atteggiamento del padre nei suoi confronti. Un ripensamento? Un affetto che improvvisamente emerge? Un desiderio di compensare tutta l'indifferenza degli anni passati? No, nulla che nasca dai sentimenti: Marco, il vecchio, ha solo rinunciato a tutto. Sempre più isolato e lontano, sempre più volutamente "vecchio", cede, senza neppure opporre resistenza agli avventurosi progetti economici del figlio e, morendo, lo lascerà erede di un debito impossibile da onorare.
Giacomo, il figlio, eterno adolescente, inconcludente e superficiale ha uno stanco rapporto con la moglie, così più saggia, ma anche fredda e "banale". E così inevitabile è il suo coinvolgimento in una speculazione che solo la sua incoscienza poteva ritenere fruttuosa, solo il bisogno di affermarsi, indipendente dal come questo fosse potuto avvenire, solo l'esigenza di dare un senso alla vita, qualunque fosse il mezzo, lo gettano in un'impresa fallita in partenza. Una miniera in Sardegna, un miraggio di ricchezza, una certezza in realtà di fallimento. Eppure l'energia infantile che lo guida, l'inganno continuo verso gli altri ma anche e soprattutto verso se stesso, paiono nascere da un impulso vitale, da una spinta positiva. La storia così si sposta da Milano, una Milano attiva e grigia, la città del primo dopoguerra che sembra offrire mille possibilità a chi sia in grado di coglierle, alla Sardegna, una terra dalla natura feroce, acqua e sole che non hanno mai moderazione nel loro manifestarsi. Qui la realtà dell'incapacità di gestire quell'impresa, il fallimento, il danno provocato non solo a sé, ma anche a chi era stato coinvolto in questa avventura, la voce realistica e severa della moglie, portano Giacomo alla disperazione: l'unica possibile via d'uscita è la morte. E il tema del suicidio, così ricorrente nel Piovene "maggiore", appare già in questa prima prova letteraria. Un suicidio come fuga, come soluzione, come prova dell'incapacità di vivere.
Contemporaneamente a questa vicenda si può osservare il cammino che compie l'ultimo uomo di questa triade parentale, il nipote. Carlo, un ragazzo così poco "giovane", un ragazzo di buona famiglia, che cerca di trovare una soluzione alla propria vita attraverso una sistemazione matrimoniale. E anche qui non sono i sentimenti a guidare i rapporti, ma calcoli per lo più sbagliati, per lo più inconsistenti. Proprio questa inconsistenza, questa mancanza di autenticità rende tra loro così simili i tre personaggi, anche se l'unico che mostri un barlume di "giovinezza" sembra proprio essere Giacomo, la generazione centrale, che ha fatto la guerra (quasi vergognandosene, certo senza nessuna tensione eroica), che progetta successi, che sbaglia che muore.
Se, per riprendere quanto dice Bettiza nella prefazione al romanzo, il "valore unico" di quest'opera è la sua "lettura estetica" e il suo carattere di premonizione su quale sarà il "declino e la fine terrena di Piovene", si può però aggiungere che appaiono piuttosto evidenti delle ingenuità narrative e delle fragilità soprattutto nell'impianto forse eccessivamente rigido della trama.


Il ragazzo di buona famiglia di Guido Piovene
Pag. 308, Lire 30.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86005-0

le prime pagine
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 I

Nessuno, nell'autunno del 1918, s'era accorto del grande cambiamento avvenuto in Marco Gaffurio: avvenuto da ben tre anni. Il Gaffurio non ne dava altro segno esterno, se non proprio quello che lo sottraeva all'osservazione degli altri: un grande, e nuovo in lui, amore per l'isolamento; con cui contrastava (ed era l'unica cosa che gli altri osservassero) il suo contegno negli affari, nel tempo stesso intraprendente, disinteressato e arrendevole; tale, insomma, che per capirlo bisognava entrare nella sua testa. Anche ora, ritornato il figlio dalla guerra, l'assecondava ciecamente nei suoi progetti.
L'assecondava negli affari: ma di lui pareva non essersi nemmeno accorto, tant'era occupato a meditare i fatti suoi; pareva, anzi, che accedesse alle richieste del figlio per non essere disturbato; come chi, interrotto in un calcolo, risponde di sì senza nemmeno aver ascoltato l'importuno. È vero che, anche prima che il figlio partisse, non aveva molta tenerezza per lui. Comperato per speculazione un appartamento in una casa nuova del centro di Milano, aveva lasciato passare il momento buono per rivenderlo; e perciò s'era ritirato a viverci con la moglie, cedendo al figlio tutta la casa vecchia. Dopo, si videro poco, anche dopo che la moglie di Marco morì: soprattutto perché Marco e la nuora non andavano d'accordo. Ma, prima della guerra, l'indifferenza verso il figlio era di genere ben diverso: e lo portava all'avarizia piuttosto che alla prodigalità.
Al ritorno, Giacomo Gaffurio, il figlio, l'aveva trovato dunque diverso. Prima, sarebbe stato difficile indurlo all'affare rischioso, di cui parleremo in seguito: Marco era prudente, sospettoso, nemico delle innovazioni, come i vecchi in genere, e specialmente i solitari. Adesso, cedeva alla prima domanda, non vagliava i progetti, con quello strano miscuglio d'incuria e d'audacia.
Qual era dunque il cambiamento avvenuto in lui, subito dopo i settant'anni? Era tutto intimo; si potrebbe definire un improvviso ritorno d'amore per gli splendori e le solitudini dell'adolescenza. Prima dei settant'anni, era un uomo di giudizio; pensava, ogni giorno, alle poche cose necessarie alla vita; aveva imparato dall'esperienza a lasciare che il mondo corresse a suo modo, senza cercare di sforzarne l'andamento. Ora gli pareva di dibattersi tra un'infinità di pensieri. Era sempre, è vero, la stessa urgenza fittizia che, tormentandolo, gli appariva in mille aspetti che, ben guardati, gli si sarebbero rivelati inconsistenti; la medesima febbriciattola che, serpeggiandogli nelle vene, gli si presentava da tutte le parti, illudendolo d'avere nel sangue una sorgente, sconosciuta e presentita appena, di ricchezze. Questo non pensava con precisione: ma era il senso della sua nuova vita. Era come un fiume, su cui, d'un tratto, s'aprano la via migliaia di tributarî: non sa più mantenersi nell'alveo, teme che quell'improvvisa dovizia lo travii. L'oscuro spavento obbligava il Gaffurio ad isolarsi, a chiudersi in se stesso; e, di tutta la nuova fioritura che rampollava in lui, aveva un'angosciosa, scrupolosa sensazione di responsabilità: come se, quella nuova forza, egli dovesse esaurirla interamente e farla fruttare, prima... prima di che? Egli non pensava alla morte. L'improvviso fermento, doveva pur estinguerlo: e gli appariva perciò necessario che la sua vita si prolungasse a lungo. Tanto più s'illudeva che la sua foga si prolungasse quanto più la trovava oscura: conosciuta nelle fronde, ma non nelle radici. Il Gaffurio stava di fronte a se stesso come uno che, avendo veduto qualche esempio di flore esotiche, s'arrovella che la sua fantasia non basti nemmeno lontanamente per immaginare le fioriture di quelle regioni. Dai pochi detriti che giungevano alla superficie, Marco si sentiva come un lago senza fondo; e s'esasperava che, frugando, le ricchezze non venissero alla luce, ma solo altri detriti e preannunci. Questo sarebbe stato meno angoscioso se, trovandosi davanti a tale città sconosciuta, non gli paresse di doverla descrivere prima di sera, non genericamente, ma abitante per abitante, sasso per sasso, focolare per focolare. Forse, se avesse guardato in faccia ai suoi pensieri, avrebbe veduto quanto v'era di funebre nella sua urgenza: ma l'ultima adolescenza del Gaffurio aveva la caratteristica di vivere di rapimenti, di non guardarsi mai in faccia. Era un modo di vivere, che possono capir meglio gli adolescenti che gli uomini maturi: e, nella stessa sua infanzia, il Gaffurio ricordava un'ora simile a quei suoi ultimi tre anni.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

biografia dell'autore
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Guido Piovene nacque a Vicenza nel 1907. Esordì con una raccolta di racconti, cui dieci anni dopo seguì il suo primo romanzo, Lettere di una novizia. Presto si affermò come giornalista-reporter, pubblicando le sue corrispondenze sul Corriere della Sera e La Stampa. I suoi viaggi gli ispirarono libri celebri, e fu anche un attento osservatore critico del mondo comunista. Dopo una lunga permanenza londinese, nel '49 fu chiamato a Parigi a dirigere la sezione Arti e Lettere dell'Unesco. Fra i suoi numerosi libri, ricordiamo La coda di paglia del '62, in cui espresse un coraggioso ripensamento della sua adesione al fascismo. Nel '70 vinse il premio Strega. Fondò con Indro Montanelli il quotidiano "Il Giornale nuovo". Morì a Londra nel 1974.


A cura di Grazia Casagrande


11 dicembre 1998