Isabella Bossi Fedrigotti
Il catalogo delle amiche

"Servire la esalta, la fa sentire viva, utile, amata. Serve con frenesia, senza stancarsi, e i benevoli riconoscimenti che riceve significano per lei la massima delle gioie."


Dieci donne, dieci personalità caratteristiche della tipologia femminile, dieci casi di nevrosi e infelicità, ma quasi sempre di una misteriosa capacità di trovare un particolare equilibrio che permette a tutte di vivere.
Solo una fra tutte crolla, rinuncia, fugge, prende il suo bel mucchietto di pillole e si allontana dalla gara della vita e dell'amore. Troppo dedita a quel suo uomo incostante e indeciso, troppo paziente e capace di accettare tutto da lui: una sola cosa non può sopportare, l'idea di perderlo. Le amiche avevano cercato in mille modi di convincerla, ripetendole che lei doveva pretendere qualcosa di meglio dalla vita, ma in quel frangente finale lei non cerca le amiche, non vuole consigli, non ha più bisogno di loro. Ma chi sono queste amiche di cui la Bossi Fedrigotti esamina il "catalogo"? Una alla volta sfilano nei ritratti che scandiscono in capitoli il libro. Quasi tutte hanno un più di trent'anni, tranne la sedicenne figlia di una di queste, nessuna ha problemi economici seri, hanno un lavoro, hanno una normale vita di relazione, ma tutte nascondono qualcosa che le rende particolari. C'è chi è ossessionata da un seno troppo grosso, chi da una madre troppo ingombrante. Una di loro trova vivacità e entusiasmo solo davanti alle sventure, facendo il pompiere di ogni tipo di incendi, e consolando, se le viene la voglia, i mariti delle amiche che accudisce in caso di malattia. C'è chi dà senso alla sua vita nel servire, in ogni modo e in ogni campo, un marito pigro, ma che poi forse trova interessante anche qualcuno che vuole essere servizievole con lei. C'è chi passa le serate a costruire di sé un'immagine artefatta, simile a quella delle ragazze che appaiono sulle riviste. Chi ha trovato una vocazione letteraria che pensa renderla più interessante e appetibile a uomini meno banali di quelli che l'hanno fino a quel momento avvicinata. E infine chi invidia tutte le altre, perché in qualche modo le appaiono più fortunate di lei. Tante donne, impegnate a conquistarsi un uomo, un amore che dia loro un senso, un'immagine di sé che le soddisfi, e che forse sono emerse dall'attività giornalistica dell'autrice, dalle lettere di ragazze, più o meno giovani che le hanno confidato pensieri segreti, angosce mascherate, solitudini dolorose.


Il catalogo delle amiche di Isabella Bossi Fedrigotti
Pag. 165, Lire 24.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86004-2


Le prime righe

Cristina


Cristina dà il meglio di sé quando la casa è in fiamme. Preferibilmente se è la casa altrui e se le fiamme sono alte. La prassi quotidiana, il piccolo alto e basso del giorno dopo giorno la annoiano, la rendono apatica, pessimista e di cattivo umore. Anche acida, scontrosa, aggressiva. O bugiarda. Bisogna starle alla larga allora, aspettare che succeda qualcosa di grave, attraverso la quale lei possa realizzare la sua voglia di protagonismo, di eroismo. Una piccola malattia, un'indisposizione, un contrattempo o, caso più fortunato, un incidente, una ferita, un'operazione già le permettono di galvanizzarsi un poco, anche se non ancora a sufficienza. Comunque bastano per accenderle negli occhi la luce del risveglio dall'apatia, dalla normalità senza storia. Per lei la vera storia, la vita anzi, comincia con la disgrazia, eventualmente perfino con la morte.
Se una ingessatura, una febbre a quaranta, un parto difficile, un tamponamento d'auto riescono a darle qualche scossa per la quale torna a sorridere, affabile e animata, con il respiro corto di chi è indaffarato o innamorato, il bello, il meglio viene con i malanni seri: una gamba non solo rotta, ma possibilmente amputata, di un amico o di una vicina di casa; un'automobile veramente fracassata, dalla quale sia uscito qualcuno di sua competenza da ricucire da capo a piedi, magari in coma, con prognosi incerta; una malattia rara, misteriosa, lunga e difficile da curare, che richieda tutto il suo impegno di esperta delle cose di medicina.
Cristina cresce allora in altezza e in bellezza, i capelli lucidi e i muscoli tesi, perfino il vestito più curato e il passo svelto, da ragazza, non da signora quarantenne qual è. Se appena il colpito non ha una famiglia o dei congiunti più che disponibili, più che assidui, si trasferisce all'ospedale, prende il posto delle infermiere, dalle quali in due giorni impara ogni arte per superarle in bravura al terzo, e dopo una settimana sa tutto quello che sa il medico. E, anche se non si permette di sostituirlo completamente, ne parla come di un deficiente che non ha capito la gravità del malato, che non è aggiornato, che è un inetto o che, per lo meno, se ne frega del suo lavoro.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Isabella Bossi Fedrigotti, nata a Rovereto, è giornalista al "Corriere della Sera", per il quale tiene, fra l'altro, la rubrica di corrispondenza con i lettori sul supplemento settimanale "Sette". Ha esordito nella narrativa nel 1980 con il romanzo Amore mio, uccidi Garibaldi. Successivamente sono apparsi Casa di guerra, Di buona famiglia, che ha conquistato il Premio Campiello, e Magazzino Vita.



Roberto De Simone
Il presepe popolare napoletano

"Il presepio si fa solo per devozione; ci sta la nostra vita, dentro."

(don Vincenzo, costruttore di presepi)


Perché nel presepe troviamo un pozzo, una grotta, una fontana, un mulino? Quali significati assumono la lavandaia, il venditore di uova, il barbiere? E perché, oltre ai tre Re Magi in passato era presente anche la figura femminile della Re Màgia?
Proprio mentre a Napoli, a San Gregorio Armeno, si illuminano le botteghe artigiane dedicate interamente al presepe e ai suoi personaggi e da tutta Italia arrivano acquirenti per statuette tradizionali o legate all'attualità (abbiamo visto di tutto, da Di Pietro a Bassolino, da Lady Diana a Prodi e D'Alema), mi pare molto interessante capire qualcosa di più sulla simbologia del presepe napoletano, sulla sua storia, che è la storia del "presepe per eccellenza". Non tanto e non solo la storia di quel presepe ormai conosciuto in tutto il mondo che ha visto il suo massimo splendore nel Settecento (ormai divenuto esclusivamente "pezzo da museo" o smembrato in collezioni private a prezzi esorbitanti: 1-2 milioni di lire come media a personaggio, ma con picchi di 30-40 milioni), ma del presepe che ogni anno compare nelle case "normali", e che porta con sé senza saperlo gran parte dei significati e delle forme tradizionali, tramandate nei secoli e veramente interessanti e curiose da scoprire.
Ricordate la canzone Rinnegato di Edoardo Bennato? Risale al 1973 e già parla di Roberto De Simone come caposaldo della tradizione popolare napoletana colta (Avete letto mai Roberto De Simone / ha fatto un lungo viaggio nella tradizione...). Di pochi anni successiva la messa in scena de La gatta Cenerentola con la Nuova Compagnia di Canto Popolare (ora ritornata in teatro a vent'anni di distanza) che rivoluziona il modo abituale di affrontare il teatro popolare napoletano, riscoprendo cantilene e suoni antichissimi e mediandoli con una fertile modernità vernacolare. Ma gli interessi di De Simone non si sono mai limitati al pur vastissimo mondo del teatro; come del resto gli elementi spettacolari nella tradizione napoletana non si limitano al palcoscenico ma si estendono in varie direzioni. Tra queste il presepe, fonte ricchissima di metafore e di rappresentazioni, di simbologie spesso complesse e di cui, in parte, abbiamo perso memoria. De Simone, con la sua forte carica anticonformista, con la curiosità di uno storico e la meticolosità di una ricerca svolta nell'arco di molti anni, è il miglior disvelatore di simboli e miti legati al presepe. Ed è narratore brillante, spesso spiritoso, ironico. Parte del saggio è formata dalla trascrizione di alcune conversazioni avute dall'autore nel corso degli ultimi decenni con vari artigiani del presepe, "pupari", uomini e donne in qualche modo legati alla raffigurazione della nascita di Gesù. Inoltre è riportata la registrazione, effettuata nei quartieri spagnoli, di una serata di tombola tra un gruppo di donne e alcuni femminielli, uno dei quali, estraendo i numeri, ne spiega il significato cabalistico. Perché il Natale non è tale senza tombola, né il presepe senza i suoi riferimenti arcani. A proposito, Natale, ovviamente, fa 25.
Parafrasando Eduardo De Filippo e la celebre battuta di Natale in casa Cupiello, potrei chiedere "Vi piace il presepe?" a me molto, ora anche di più. O, come scrive De Simone al termine delle Istruzioni, "Ma a me il presepe non mi piace, come vi piace, anche se mi piace".


Il presepe popolare napoletano di Roberto De Simone
Illustrazioni di Gennaro Vallifuoco
XII-136 pag., ill., Lit. 28.000 - Edizioni Einaudi (Saggi n. 822)
ISBN 88-06-15036-7


Le prime righe

Un viaggio nel presepe


Sarebbe impensabile, oggi, pretendere di leggere compiutamente i segnali correlati alla tradizione più autentica del Natale, dal momento che molti di essi appaiono degradati a sbiadito retaggio di una cultura alla quale, nel lento scorrere del tempo, si è sostituito tutto un mondo di segni e valori diversi dal Natale così come era sentito e vissuto una volta.
Ma che cosa rappresenta per noi il presepe, che della tradizione natalizia è, per così dire, il segno più evidente? E a che cosa è dovuta la sua radicata persistenza nella nostra coscienza?
Non è semplice rispondere a tali interrogativi al di fuori della convenzionale rappresentazione della nascita di Cristo e dei soliti luoghi comuni fermi a una visione edulcorata della nostra tradizione natalizia, o a un certo patetismo piccolo-borghese, di cui è infarcita tanta nostra letteratura.
Lo stesso presepe settecentesco, al di là del suo indiscusso valore storico e artistico, ridotto oggi a esibizione di mero collezionismo, di ostentato benessere economico, ha perduto ogni riferimento alla sua originaria espressione devozionale.
In questa sede, pertanto, non ci occuperemo delle celebri collezioni, su cui esiste un'ampia e documentata letteratura, finalizzata a magnificarne i pregi artistici e, quindi, a far lievitare il valore commerciale di pastori divisi tra musei e ricchi collezionisti. Ci riferiremo, invece, esclusivamente al presepe prodotto dagli artigiani napoletani, a quello che, nella sua tradizionale fattura, evidenzia ancora un sentimento di autentica religiosità.
L'intenzione è quella di proporre una lettura del presepe che sia in stretta relazione con tutta la tradizione natalizia, da cui emergeranno elementi che potranno forse suscitare meraviglia e stupore, ma che in realtà sono in perfetta coerenza col tessuto tradizionale della Campania, con le strutture presepiali di Genova, di Grottaglie, di Seminara, della Sicilia e trovano riscontro perfino in alcune manifestazioni natalizie della Russia, dei paesi latino-americani, nonché dell'area provenzale e spagnola.
È necessario, a tale scopo, partire dal presupposto che la festa del Natale è molto più antica del Natale cristiano, essendo comune a diversi popoli il mito solare di un divino Bambino partorito in una grotta da una Madre vergine.
Nel corso di due millenni il nostro Natale ha aggregato significanze e rimandi, accogliendo sincreticamente un tessuto simbolico di notevole complessità storica e religiosa che cercheremo via via di spiegare.

© 1998, Giulio Einaudi editore


L'autore
Roberto De Simone, nato a Napoli nel 1933, è musicista, compositore, regista, autore teatrale ed è attualmente direttore del Conservatorio di musica di San Pietro a Majella in Napoli. Ha pubblicato, tra l'altro, La gatta Cenerentola, La scena della festa. Ha curato inoltre le Fiabe campane. I novantanove racconti delle dieci notti e Il convitato di Pietra di Andrea Perrucci.



Jean-Claude Izzo
Casino Totale

"Si era messo a piovere. Un temporale violento e breve. Rabbioso, come a volte capita a Marsiglia durante l'estate. Non faceva affatto più fresco, ma il cielo si era finalmente aperto. Ritrovò la sua limpidezza. Il sole raccoglieva l'acqua dai marciapiedi. Ne saliva una specie di tepore. Mi piaceva quell'odore."


Un romanzo uscito inizialmente nella Série noire di Gallimard, una collana estremamente famosa e che costituisce di per sé una garanzia di qualità. Un noir che raccoglie lo spirito "caldo" della Francia del sud, l'anima mediterranea di una certa parte della nazione, ben rappresentata nella descrizione di Marsiglia. Un'opera d'esordio di un giornalista e poeta cinquantenne che in patria ha venduto circa 140.000 copie e che si prepara a un analogo successo per i due romanzi successivi, che formano, con questo, una vera e propria trilogia. Tutto ciò è Casino Totale, ora tradotto in Italia. Il titolo originale dell'opera, Total Khéops "è un'espressione usata da un gruppo rap marsigliese, gli Iam, un gruppo fatto di italiani, spagnoli, algerini, africani". Un termine pressoché intraducibile, ma il cui significato è vicino a "caos", "bordel", "casino", appunto. Casino di lingue, di razze, di storie, di culture... Tre amici d'infanzia, Ugo, Manu e Montale, hanno preso nella vita strade diverse. Il primo ha viaggiato per anni in mari lontani, il secondo si è legato alla criminalità marsigliese, il terzo è divenuto un poliziotto. Ma a Manu è andata subito molto male: è stato ucciso e l'omicidio si può immediatamente ricollegare a quello stesso ambiente malavitoso legato alla realtà portuale che aveva frequentato per un certo tempo. Ugo ritorna per indagare sulla morte dell'amico e trovare il modo per vendicarlo, ma anche per lui è in attesa la morte. Rimane solo Montale a svolgere l'inchiesta, tragicamente solo dopo la scomparsa degli amici. E Montale, poliziotto molto attento alla vita della città, molto sensibile ai problemi di una società così in evoluzione, si trova a dover affrontare francesi e immigrati, delinquenza locale e straniera, per risalire la china di un abisso, quello in cui lui stesso è sprofondato dopo quei due omicidi.
A margine della vicenda anche un'avvincente descrizione di Marsiglia, non certo città per turisti, "Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente."


Casino totale di Jean-Claude Izzo
Titolo originale dell'opera: Total Khéops

Traduzione dal francese di Barbara Ferri
252 pag., Lit. 25.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-357-X


Le prime righe

Prologo
Vent'anni dopo, rue des Pistoles



Aveva solo l'indirizzo. Rue des Pistoles, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia. Ora non aveva più scelta.
Era il 2 giugno, pioveva. Nonostante la pioggia, il tassista rifiutò di inoltrarsi nei vicoli. Lo fece scendere davanti a Montée-des-Accoules. Un centinaio e più di scalini da salire e un dedalo di strade fino a rue des Pistoles. Il suolo era cosparso di sacchi di spazzatura sventrati e dalle strade saliva un odore acre, un misto di piscio, umidità e muffa. Unico grande cambiamento, il restauro del quartiere. Alcune case erano state demolite. Le facciate di altre ridipinte, in ocra e rosa, con persiane verdi e blu, all'italiana.
Di rue des Pistoles, probabilmente una delle più strette, rimaneva solo una metà, il lato pari. L'altro era stato raso al suolo, così come le case di rue Rodillat. Al loro posto, un parcheggio. Fu la prima cosa che vide sbucando all'angolo di rue du Refuge. Qui, sembrava che i costruttori avessero fatto una pausa. Le case erano luride, fatiscenti, divorate da una vegetazione merdosa.
Era troppo presto, lo sapeva. Ma non aveva voglia di bere caffè in un bistrot, e aspettare, guardando l'orologio, un'ora decente per svegliare Lole. Sognava di berne uno in un vero appartamento, seduto comodamente. Da mesi non gli era più successo. Appena lei aprì la porta, si diresse verso l'unica poltrona della stanza, come se fosse un'abitudine. Accarezzò il bracciolo e si sedette, lentamente, chiudendo gli occhi. Poi, finalmente, la guardò. Vent'anni dopo.
Stava in piedi. Dritta, come sempre. Le mani infilate nelle tasche di un accappatoio giallo paglierino. Quel colore dava alla sua pelle una luce più intensa e metteva in risalto i capelli neri, che ora portava corti. I fianchi, forse, le si erano allargati, ma non ne era sicuro. Era diventata una donna, ma non era cambiata. Lole, la zingara. Bella, da sempre.

© 1998, Edizioni e/o


L'autore
Jean-Claude Izzo, marsigliese, è autore di una trilogia di romanzi su Montale e di Les Marins perdus, tutti bestseller in Francia che saranno prossimamente pubblicati anche in Italia.



Luigi Pintor
La signora Kirchgessner

"Da quel momento mi convertii al dubbio metodico cessando per sempre di credere che due più due fa quattro, che la ruota della storia gira in avanti, che il progresso si misura sui listini di borsa, che gli ultimi saranno i primi."


Per chi ha già letto Servabo, per chi ha l'abitudine di cercare su il manifesto i suoi editoriali, questo ultimo libro di Luigi Pintor rappresenta il nodo cruciale di una ricerca intellettuale e letteraria da una parte, umana e politica dall'altra.
La bellissima prosa è ricca di citazioni nascoste, di riferimenti letterari e di cronaca politica e chiede al lettore una complicità intima con l'autore, un "comune sentire" che permette di capire anche le pagine più allusive, meno esplicite. Sottintendere i fatti per esprimere le emozioni residuali, le sedimentazioni nella memoria è il tono generale dell'intero libro, così come il doloroso senso di sconfitta, umana e politica. La citazione iniziale (ripresa nelle ultime pagine) in cui un Anonimo pensatore dichiara che "si può essere pessimisti riguardo ai tempi e alle circostanze, riguardo alle sorti di un paese o di una classe, ma non si può essere pessimisti riguardo all'uomo", potrebbe apparire in contraddizione con l'amarezza, talvolta tragica, delle pagine de La signora Kirchgessner. Eppure è forse solo la storia recente, gli uomini dell'oggi che non paiono salvarsi: le pagine relative all'infanzia, le figure del padre e della madre, pur senza assumere mai carattere agiografico, rappresentano il polo positivo della vita dell'autore. Ricorrente è il rimpianto per non aver saputo, o potuto, chiudere lì, in quei luoghi assolati e a quell'età, la propria esistenza, quando ancora tutto era intatto, quando l'armonia tra sé e la natura, il mondo circostante e gli uomini del proprio tempo, non era stato infranto, quando i propri errori o le proprie verità non erano ancora così difficili da sopportare. E proprio questo mi sembra, in questa autobiografia così povera di eventi espliciti, di fatti narrati, ciò che resta maggiormente impresso nella coscienza del lettore: pochi uomini hanno saputo vivere con tanta coerenza le proprie scomode scelte, pochi hanno saputo, con tanta onestà, dichiararsi sconfitti. E questo sul piano pubblico e politico, ma anche nel proprio privato. Pochi accenni in apertura, un paio di capitoli e molte frasi sparse lungo l'intero libro, riguardano il figlio morto appena un anno fa. Un senso di inadeguatezza profonda, di incomprensione colpevole, di incapacità nel saper riempire il dolore esistenziale di quel ragazzo, "uomo non pratico, ostinato idealista, pessimo soggetto in un mondo straniero", e infine il tormento di averlo fatto "crescere in sofferenza e morire in solitudine". Eppure quel figlio era stato tanto amato se, come dice nel capitolo Il tempio, l'evento di certo più importante del 1956 per lui (anno cruciale per chi, comunista, aveva dovuto assistere alla violenza dei carri armati sovietici che invadevano l'Ungheria) era stato la grave malattia che aveva colpito il piccolo Giaime.
Una vita, quella di Pintor, trascorsa ad affermare quelle scomode verità che il ceto politico non ha mai tollerato, che gli sono costate davvero molto, ma che non ha mai voluto tacere per irriducibile onestà intellettuale e coerenza etica. Oggi, dopo tanti anni di militanza, attraverso le pagine di un giornale da lui fondato, ancora continua ad esprimere la sua rabbia e la sua indignazione davanti alla mistificazione, all'ingiustizia, alla meschinità dei tempi. Oggi, colpito ancora una volta da una morte, quella della figlia strappatagli nel giro di un mese da una malattia incurabile, l'unico omaggio che gli possiamo tributare è il dichiararci inadeguati, ma ancora capaci di farci attraversare e ferire dalla sua penna così vera e raffinata, così poetica e dolorosamente ironica.


La signora Kirchgessner di Luigi Pintor
Pag. 148, Lire 18.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)
ISBN 88-339-1124-1


Le prime righe

I

Quando venni al mondo, un giorno di settembre, ci fu un contrattempo premonitore. Era stabilito in famiglia che mi chiamassi Piero, in onore di uno zio paterno militare di carriera. Ma un secondo zio paterno, funzionario in colonia, morì di meningite fulminante e in sua memoria fui battezzato Ludovico. A nessuno venne in mente un imparziale Pierlodovico, che avrebbe accontentato tutti e fugato infausti presagi.
Il reverendo Sterne, gentiluomo di campagna, sostiene con solidi argomenti che i nomi si suddividono in buoni o cattivi o neutri e influenzano i nostri comportamenti assai più di quanto si creda. Alcuni inducono a nobili imprese, altri alla cattiveria o alla mediocrità. I neonati non hanno voce in capitolo e il nome imposto li accompagna dalla culla alla tomba senza remissione. Neppure i parlamenti possono revocarlo.
È una teoria avvincente. Mi tranquillizza pensare che le cose avrebbero preso un'altra piega se fossi stato un Piero o un Pierlodovico e che altri miei congiunti avrebbero avuto una sorte diversa se non avessero ereditato lo strano nome di un loro bisavolo.
Da quel giorno battesimale sono passati più di settanta anni nel corso dei quali non ho fatto nulla. Questa sensazione di vanità è l'essenza della vecchiaia, detta altrimenti senilità. È una condizione che appassiona i romanzieri ma che sconsiglio vivamente.
Le cose lontane si mostrano limpide e quelle vicine appannate come in un cannocchiale rovesciato. Le cose importanti si rivelano futili e viceversa. I ricordi infantili si affollano ma gli anni recenti sono lisci come una lavagna. Un bidello zelante ha cancellato ogni segno.
Il mio mestiere di scrivano mi fa pensare a quei castelli di carte che piacciono ai bambini ma crollano a un tremito della mano. Meglio nascere due secoli prima e imitare la signora Kirchgessner, afflitta da cecità ma virtuosa di glasharmonika, che per tutta la vita dilettò le aristocrazie col suo strumento di cristallo. I suoni sono meno ingannevoli delle parole.
La mia vita privata posso invece paragonarla a quella di un pesce rosso in una vasca. Ma è un paragone improprio. Chi può escludere che un pesce rosso abbia una fervida immaginazione e un'esistenza avventurosa? Io non credo che si limiti a girare in tondo nel suo piccolo mondo com'è stato per me.

© 1998, Bollati Boringhieri editore


L' autore
Luigi Pintor, nato a Roma, ma di origine sarda, ha lavorato all'"Unità" dal 1946 al 1965. Eletto deputato nelle liste del Pci, nel 1969 fu radiato dal partito e diede vita al "manifesto", il quotidiano comunista sul quale scrive dal 1971. È autore di Parole al vento (Kaos) e Servabo (Bollati Boringhieri)



George Steiner
Errata
Una vita sotto esame

"La caratteristica che identifica le opere banali ed effimere, in musica, in letteratura o nelle arti, è proprio il fatto che esse possono essere decodificate e capite una volta per tutte. In un senso perfettamente razionale e pragmatico, un atto significante serio - verbale, visivo o tonale - non può essere esaurito dalla somma delle sue interpretazioni."


Grande è il senso di ammirazione che suscita la lettura di questa autobiografia intellettuale dal titolo falsamente modesto, come osserva ironicamente Guido Almansi in una recensione piuttosto "nervosa", apparsa recentemente su la Repubblica. Personaggio straordinario, intellettuale di rara lucidità e cultura, George Steiner propone non tanto la storia della sua vita o delle sue esperienze ma, prendendo spunto dagli eventi che ha attraversato, offre le sue riflessioni su letteratura, religione, politica, economia e su quant'altro conosce, nel suo sorprendente e vastissimo patrimonio culturale. Sicuramente è difficile trovare un altro intellettuale contemporaneo che abbia la capacità di elaborazione originale e di profondità di analisi di questo cosmopolita e lucidissimo studioso. Ma ancora di più stupisce la vivacità di intervento su questioni di attualità e di costume che mettono in mostra la vocazione morale di Steiner, e che forse derivano dall'abitudine di colloquio con i lettori maturata grazie alla rubrica che settimanalmente ha tenuto per lungo tempo sul New Yorker.
Le radici ebraiche hanno sicuramente pesato moltissimo sulla sua formazione e sulla presa di coscienza politica ed etica nei confronti dei mali del mondo, così come la Bibbia e la sua esegesi rappresentano un riferimento intellettuale sommo e mai del tutto sviscerato. L'Olocausto, il grande sacrificio del secolo, previsto dal padre, ignorato dai più con un senso di fastidio e di irritazione, almeno fino a quando quei milioni di morti non sono stati posti con brutalità sotto gli occhi e davanti alle coscienze di tutti, è la tragedia con cui ogni ebreo contemporaneo è costretto a misurarsi. Steiner è altrove, negli Stati Uniti, quando il nazismo mette in pratica la sua delirante follia genocida, eppure niente di quegli anni può prescindere da questa tragedia. "Così è difficile negare, mi pare, che il Novecento abbia abbassato la soglia di umanità. In ogni aspetto l'uomo è rimasto sminuito": questa affermazione così categorica e generale parte dall'Olocausto ma può, per l'autore, vedere la sua conferma in molti, ben più recenti, eventi. Forse, da questa autobiografia, non è il giudizio storico quello che emerge con più evidenza, ma credo che non si possa prescindere da esso nell'affrontare anche l'aspetto più specificamente culturale del volume. Omero, letto in greco all'età di cinque anni, è tra i suoi primi incontri con l'immaginazione letteraria. Da qui, per lui già trilingue, già guidato dai genitori nella formazione culturale e intellettuale, si apre il mare dello studio e della conoscenza letteraria. Difficilmente si può trovare chi abbia letto più di lui, difficilmente chi abbia saputo, da queste letture, trarre spunti critici e di riflessione così originali. Ma se non è tanto la passione filologica a guidarlo, cosa che il padre avrebbe desiderato, (forte è peraltro la polemica con chi vorrebbe ridurre la letteratura a "scienza esatta") non c'è mai in lui una critica che prescinda, in qualche modo, dal testo, così come in tanta parte avviene, o uno studio che possa venir contraddetto da successivi approfondimenti. È come se avesse la capacità di offrire su ogni argomento e a ogni quesito la più corretta risposta. Leggere perciò questa autobiografia, ironica e divertita in certi momenti, più appassionata e dura in altri, è un po' come conquistare una chiave di lettura preziosa del passato e del presente.


Errata di George Steiner
Traduzione dall'inglese di Claude Béguin
Pag. 214, Lire 32.000 - Edizioni Garzanti (memorie documenti biografie)
ISBN 88-11-73867-9


Le prime righe

1


La pioggia, soprattutto per un bambino, è intrisa di profumi e di colori particolari. Nel Tirolo le piogge estive sono impietose. Ti frustano con un accanimento malinconico e si presentano in sfumature sempre più intense di verde scuro. Di notte sembra lo zampettio dei topi sul tetto, o appena sotto. Persino la luce del giorno può essere inzuppata. Ma è l'odore, dopo sessant'anni, a rimanere in me. Di pellame bagnato e di cacciagione stagionata. Oppure, in certi momenti, di tuberi che fermentano sotto il fango annacquato. Un mondo ridotto a cavolo lesso.
Quell'estate era già minacciosa. Una vacanza in famiglia nel paesaggio tetro eppur magico di una nazione condannata. In Austria, alla metà degli anni Trenta, l'odio per gli ebrei e la brama di riunificazione con la Germania impregnavano l'aria. Mio padre, convinto dell'imminenza della catastrofe, e il marito non ebreo di mia zia, ancora blandamente ottimista, trovavano la conversazione difficile. Mia madre, e anche sua sorella, a volte isterica, cercavano di dare un'impressione di normalità. Ma i passatempi organizzati, il nuoto e le gite in barca sul lago, le passeggiate fra i boschi e le colline, venivano cancellati dai continui diluvi. La mia impazienza, le mie richieste perentorie di divertimenti in una baita cavernosa che si faceva sempre più fredda e - immagino - ammuffita erano probabilmente ammorbanti. Una mattina lo zio Rudi si recò a Salisburgo. Riportò un libriccino dalla copertina cerata azzurra.
Era una guida illustrata degli stemmi della città principesca e dei feudi circostanti. Ogni blasone era riprodotto a colori e seguito da una breve nota storica sul castello, le terre di famiglia, il vescovado o l'abbazia che esso identificava. Il manualetto si concludeva con una cartina dove erano segnati i luoghi rilevanti, comprese le rovine, e con un glossario di termini araldici.

Ancora oggi posso percepire la pressione della meraviglia, lo shock interiore suscitati da questo "tranquillante" scelto a caso.

© 1998, Garzanti Editore s.p.a.


L'autore
George Steiner, saggista e romanziere, nato a Parigi nel 1929 da genitori in fuga dal nazismo, cresciuto in una famiglia dove si parlavano correntemente tedesco, francese e inglese, studente negli Stati Uniti, professore a Cambridge, Oxford e Ginevra, è una delle personalità più autorevoli e discusse della cultura mondiale di questi anni.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




4 dicembre 1998