Martha Cooley
L'archivista

Ciò che credevo fosse amore
in me, scopro da migliaia di esempi
che è paura.
Dovunque vada a reclamare
la mia carne, là sono accessi
di spirito. E anche le sue consolazioni
sono usanze odiose che mi sforzo
di capire.

LeRoi Jones


Un archivista con una storia familiare tormentata, una giovane studiosa che ha alle spalle una vita, altrettanto complessa: questi i personaggi di un romanzo che ha come luogo dell'azione una biblioteca universitaria e come tempo l'intera storia del Novecento e i suoi drammi.
La memoria rigetta e dissecca / Un ammasso di cose distorte, questi due versi di T. S. Eliot possono essere la chiave di lettura dell'intera vicenda: ognuno di noi espia, vivendo, le grandi colpe che l'umanità, in modo particolare in questo tormentato secolo, ha sulla propria coscienza. Ognuno espia anche le colpe dei padri. Ma se i padri sono le vittime? Se è contro di loro che la Storia ha agito? Se i figli, impotenti, solo troppo tardi hanno preso coscienza di un passato dal quale li si è voluti tutelare? Allora, tutto è più difficile: l'arma spuntata che la generazione successiva all'Olocausto ha in mano è, forse, la ricerca e la memoria, oppure la pazzia e la solitudine. Ma nel bel romanzo di questa straordinaria esordiente anche altri temi, ancora più evidenti ed espliciti, attraversano le vite dei personaggi. Il primo, e più dichiarato, è il parallelismo tra la vicenda personale di T. S. Eliot e quella del protagonista, Matthias Lane. Entrambi non sono stati capaci di amare le loro compagne, donne difficili e tormentate; la pazzia e poi la morte sono state per queste infelici prima una via di fuga e infine il rifugio. Ma anche la solitudine, l'impotenza, l'inadeguatezza hanno costellato le loro vite. Per il primo c'è stata la grande catarsi della poesia, per il secondo la passione per un lavoro che gli consentisse di "conservare ordinatamente" quello che la genialità e l'arte di un passato più lontano o immediatamente trascorso avevano prodotto. In queste vicende, schiacciate dal silenzio di lettere che non possono essere lette, per legge, se non dopo decenni, o dal silenzio di una coscienza messa a tacere con tenace caparbietà entra un'altra figura: Roberta, una ragazza, una giovane studiosa che vuole ostinatamente leggere quelle lettere, la corrispondenza tra Eliot e Emily Hale, e per poterlo fare deve avere l'autorizzazione di Matthias. Tra Roberta e l'archivista nasce una amicizia, un legame profondo e sincero, finalmente sincero, che consentirà a tutti e due di parlare di sé, delle proprie paure, dei propri debiti affettivi, delle proprie solitudini. È dai loro colloqui che il lettore viene a conoscenza delle loro vicende, così come è dalla trascrizione del diario della moglie di Matthias, morta suicida dopo anni di ospedale psichiatrico, che si potrà vedere anche il suo punto di vista, il suo modo di leggere e interpretare i lunghi anni di matrimonio, la separazione, la malattia mentale e, infine, la scelta disperata della morte.
Altro tema, non secondario, del romanzo è il peso della religione, se questa è una forma, forse l'unica, di identità per chi la pratica. Il cristianesimo consolatorio della madre dell'archivista, che tanto disgusto aveva creato in lui ragazzo, ma ancor di più l'ebraismo di Judith, sua moglie, quasi maniacale, tutto ricerca e studio, o quello della giovane Roberta, recuperato come omaggio alla propria storia, alla tragedia del proprio popolo.
Questo romanzo appare davvero una straordinaria "opera prima", per ricchezza, complessità, forza di contenuti. E la poesia come fonte di ispirazione della narrativa, come sintesi che la prosa può solo elaborare e spiegare, mi sembra davvero un efficace spunto di riflessione per chi ami la letteratura e la veda una buona maestra di vita.


L'archivista di Martha Cooley
Titolo originale: The Archivist
Traduzione di Barbara Lombatti
Pag. 323, Lire 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-027-4

le prime pagine
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Con un piccolo sforzo è possibile dimostrare che ogni cosa si ricollega a ogni altra: l'esistenza è un infinito rimando. E ogni cosa ha più di una definizione. Un gatto è un mammifero, un narcisista, una compagnia, un enigma.
Ho riletto T. S. Eliot, nella bella edizione rilegata che Roberta mi ha regalato prima di partire. Avevo quasi dimenticato com'è esaltante Eliot, quante riflessioni riesce ad affollare nei Quattro quartetti:

La conoscenza impone una trama, e falsifica
Perché la trama ogni momento è nuova.

Non riesco a immaginare cos'abbia potuto pensare Vivienne Eliot leggendo quei versi. Rinchiusa a Northumberland House, mentre ascoltava le bombe dei tedeschi piovere su Londra, aspettando invano che suo marito la riportasse a casa.
Sentendosi risuonare in testa le sue poesie. Sola, in ascolto, costretta a riconsiderare ogni cosa.

Cos'è quel suono alto nell'aria?

London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo.

Anche Roberta dovrà riconsiderare ogni cosa. Resterà allibita, naturalmente, sentendo le notizie sul lascito Hale. Ma dopo che ci avrà ben riflettuto sopra, non le sembrerà poi tanto sorprendente. Credo che riuscirà a capire, se non a giustificare, le mie motivazioni.
Me la figuro nella sua cucina, le nuove poesie sparse sul tavolo. A quest'ora probabilmente le saprà tutte a memoria - o almeno le parti più belle. Mi chiedo che cosa le suggeriranno. Qualcosa di più su lei stessa, ne sono sicuro; altrimenti, perché leggere Eliot - o chiunque altro?
Staremo a vedere.


Mi hanno sempre chiamato Matt, ma il mio nome non è Matthew, bensì Matthias: come l'apostolo Mattia, quello che rimpiazzò Giuda Iscariota. Già a quattro anni sapevo molte cose sul mio omonimo. Mia madre mi lesse più di una volta la storia di Mattia nel Nuovo Testamento, scelto dalla sorte per prendere il posto del terribile Giuda. Mentre ascoltavo, provavo una grande e timorosa simpatia per il mio predecessore. Senza dubbio sul posto occupato da Giuda stava sospesa un'aura oscura - qualcosa che assomigliava all'odore penetrante e amaro delle Pall Mall nell'angolo del divano occupato da mio padre.
Secondo la spiegazione di mia madre, la sorte di Mattia era il risultato incontestabile di un'azione che a me sembrava frutto del capriccio: il lancio di una pietra da parte degli apostoli. Cercavo con molta difficoltà di immaginarmi una dozzina di uomini, con vesti color della polvere e i sandali, che giocavano un gioco di bambini. Uno dei Dodici doveva subentrare, spiegava mia madre, dopo che Giuda aveva perpetrato il suo misfatto. Il posto non poteva essere lasciato vuoto. Ed ecco Mattia: i servitori del Signore avevano lanciato la loro pietra, e la sua era andata più lontano delle altre.
Questo per quanto riguarda il nome. Per gli studenti del primo anno all'università dove lavoro, io sono solo il signor Lane, il baffuto e grigio guardiano dell'oscura Mason Room. Ma per i laureati sono simile a un dio, indispensabile e inevitabile, custode di innumerevoli oggetti del desiderio. E nella realtà? Nella realtà sono l'archivista di una delle più prestigiose istituzioni americane per l'istruzione superiore, dove sovrintendo a una collezione di libri rari e manoscritti, i taccuini e le lettere di scrittori morti e altri personaggi illustri, e scatole di materiale eterogeneo donato da laureati eccentrici. Questo archivio, ospitato in un'ala tranquilla della biblioteca, è fra i più ricchi del mondo; e io sono il suo guardiano.
Ho assunto questo incarico nel 1965, l'anno in cui morirono T. S. Eliot e mia moglie Judith, e da allora ho abitato un territorio sicuro. Naturalmente c'è stata la prevedibile invasione di microfiche, computer, fax... ne faccio uso, anzi, li trovo divertenti; ma non hanno niente a che fare con la vita della mente. Gli autentici studiosi, quelli per i quali i libri sono quasi tutto, prestano scarsa attenzione ai giovani bibliotecari fissati con la tastiera del computer. I veri studiosi è da me che vengono. In questa parte della biblioteca, sono l'unico a conoscere il posto di ogni cosa. Ho memorizzato le scaffalature, le librerie e i cassetti; riuscirei a trovare i libri al buio: dal dorso rotto, dalla tessitura della copertina, soppesandoli nella mano.
Sono sempre stato soddisfatto del mio lavoro. Quando gli studiosi mi chiedono notizie di un libro insolito, che non ho mai visto prima, provo un piacere quasi fisico. Come se fossi ancora un ragazzo impegnato in una caccia al tesoro. Quando seguo una pista da solo, sicuro che con la mia perizia troverò quel che cerco, ricevo le mie gratificazioni.
Non mancano le frustrazioni, è ovvio: cose fuori posto, inutili perdite di tempo. Sono duro con gli pseudostudiosi, ma mi piace fornire assistenza a chi fa sul serio - anche ai novellini che sanno a malapena consultare il catalogo. Cerco un segnale di interesse genuino, di quella fame che traspare dal viso di chi ha davvero bisogno di trovare un certo testo. Permetto a tutti coloro che superano il mio esame di leggere e usare la mia collezione eccetto i manoscritti più antichi e fragili. Non sono un accaparratore di tesori.


© 1998, Ugo Guanda Editore S.p.A.

biografia dell'autrice
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Martha Cooley vive a Brooklyn, dopo aver lavorato come editor a Boston e Washington. Ha studiato a Hartford nel Connecticut e all'Università di Warwick in Gran Bretagna. L'archivista è il suo primo romanzo.


A cura di Grazia Casagrande


20 novembre 1998