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Nuto Revelli
Il prete giusto
"A me piacciono i bastian cuntrari, li capisco, purché si battano per delle cause giuste. Non mi piacciono i conformisti."
Un libro appassionante, coinvolgente, interessantissimo, come sempre sono le "fatiche" di Nuto Revelli. Uso il termine fatica non a caso, perché l'opera di Revelli è frutto di un notevole lavoro "sul campo": di ricerca, di indagine, di paziente attesa. Non è facile parlare con chi vive ancora nelle case della montagna povera del cuneese, anche se molto è cambiato in questi ultimi anni. Come non era facile intervistare i contadini piemontesi della "piana" e della collina, negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, diffidenti, modesti, riservati, restii a mettersi in mostra, a comunicare, a raccontare. Solo Revelli è stato in grado di penetrare l'immenso territorio dei loro ricordi, delle esperienze personali, dando vita a libri memorabili come Il mondo dei vinti o L'anello forte. E qui, ancora una volta, dà voce ai protagonisti "minori" della storia, quelli che vengono dimenticati, che non hanno avuto la possibilità di parlare. Mentre in molti casi i libri di Revelli sono un canto corale, una voce unica ma composta da centinaia, migliaia di singole voci unite, ne Il prete giusto (come già nel Disperso di Marburg) sentiamo una voce solista, un unico canto. È la storia di un prete anticonformista che si batte contro tutte le ingiustizie, da qualsiasi parte provengano, che si schiera contro il fascismo, ma che avversa anche il comunismo e che mette in discussione i vertici della Chiesa che poi lo punirà con la sospensione "a divinis". La voce di don Raimondo Viale incrocia lungo la narrazione quella di centinaia di altri uomini e donne, dando origine a una ricostruzione particolare di alcuni decenni della storia del Novecento.
Viale nasce a Limone Piemonte nel 1907. Un paese di montagna, povero, ma non del tutto isolato (anche grazie alla galleria stradale del Colle di Tenda) in cui la vita è comunque difficile, fatta spesso di stenti. Per uscirne, per avere una possibile salvezza, una via praticabile è quella del seminario, dove Raimondo entra all'età di dieci anni. "Per le famiglie della campagna povera, ma non solo per quelle, avere un figlio prete era un onore." Diventato prete, e vicecurato della parrocchia di Borgo San Dalmazzo, il suo carattere, un po' ribelle, ma votato alla difesa dei deboli e alla lotta contro l'ingiustizia, la prepotenza e la prevaricazione, non si stempera con la nuova responsabilità anzi... Messosi contro i fascisti, viene trasferito ad Agnone, nel Molise, poi torna a Borgo. Qui si dedica alla protezione di centinaia di ebrei in fuga dalla Francia, assiste alla fucilazione di alcuni partigiani, ne aiuta altri a fuggire, concepisce la Resistenza come una filosofia di vita e (dopo gli anni terribili della guerra) ancora si prodiga per la sua gente, la gente della sua parrocchia, sino alla "pugnalata alla schiena: la Sospensione a divinis, a me, a me che nonostante tutto credo nella Chiesa, in Gesù Cristo poi...". Nella primavera del 1980, il "miracolo". Don Viale diventa uno dei "Giusti" di Israele "e questo riconoscimento gli ridona la vita".
Nell'ultima parte del libro, Revelli racconta in prima persona l'incontro, fortemente voluto da Viale stesso, avvenuto nel 1982, due anni prima della morte, analizza tutte le tappe della narrazione, approfondisce infine maggiormente il senso di questa testimonianza. Una testimonianza di vita, quella di un prete illuminato che ha pagato a caro prezzo il coraggio di esprimere sempre le proprie idee. La vita di un uomo libero. La vita di un prete giusto.
Il prete giusto di Nuto Revelli
Traduzione di Idolina Landolfi
109 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Einaudi, (Gli struzzi n.502)
ISBN88-06-15028-6
Le prime righe
Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondo.
Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio papà ha approfittato - era l'unico momento in cui poteva comandare - e mi ha chiamato Raimondo. Quello dei nomi era un argomento che scottava. "Tu hai due vite, - era solito dirmi mio papà. - Tuo fratello ci ha lasciati da piccolo, tu devi vivere perché porti il nume suo e tuo che sono uguali. Il nome dei Raimondo dev'essere ricordato".
Questa la mia famiglia. Mio padre, Battista, del 1876; mia madre, Marianna, del 1882. E tre figli: Margherita, la maestra, del 1902; io del 1907, e Anna del 1910. Margherita ha conseguito il diploma di maestra, mamma l'ha fatta studiare, lavorando e facendoci lavorare. Mamma era una donna meravigliosa, eccezionale come intelligenza e come carattere. Era anche molto bella.
Abitavamo in paese. Avevamo poca terra, quasi tutta "rupestre", a valle di Limone, in una zona piena di vipere. E questa era la terra ereditata da mio papà. In più c'era la terra di mia mamma, un prato buono, irrigabile, che aveva ricevuto non in dote ma in regalo dal padre, malgrado il forte dissenso dei fratelli che si consideravano gli unici eredi legittimi.
La nostra era una vita modesta, stentata. Ci accontentavamo di poco. Avevamo una mucca, una capra, e non sempre un vitellino da far crescere.
Un ricordo della mia prima infanzia? Fino ai tre anni di età indossavamo la solita vestina. Poi, per noi maschietti, arrivava il momento del cambio, dei pantaloncini corti, al ginocchio. Un avvenimento. Ah, quel mio primo paio di pantaloncini con le righe bianche, che successo. Rivedo ancora le facce sorprese dei vicini di casa, dei miei coetanei.
© 1998, Giulio Einaudi editore
L'autore
Nuto Revelli (Cuneo 1919), ufficiale degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel Cuneese, si batte da anni per dare voce ai dimenticati di sempre: i soldati, i reduci, i contadini. Tra i suoi libri, La guerra dei poveri, La strada del davai, Mai tardi, L'ultimo fronte, Il mondo dei vinti, L'anello forte, Il disperso di Marburg.
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