Björn Larsson
La vera storia del pirata Long John Silver

"Quanto quel personaggio turbasse i miei sogni, non ho quasi bisogno di dirvelo. Nelle notti di burrasca, quando il vento scuoteva la nostra casetta e le onde si frangevano ruggendo contro gli scogli, io me lo vedevo dinanzi in mille aspetti diversi e con mille diverse espressioni diaboliche sul volto. Talora mi appariva con la gamba mozzata all'altezza del ginocchio [...] Il peggio era quando sognavo di fuggire scavalcando siepi e fossi, inseguito da quel mostro."

Robert L. Stevenson, L'isola del Tesoro


Questa è la prima immagine che abbiamo di Long John Silver, il terribile pirata, incubo diurno e notturno del giovane protagonista dell'Isola del Tesoro. Ma la figura di Silver non è del tutto negativa e non è certo priva di fascino. Roberto Mussapi, nell'Introduzione a questo romanzo, sottolinea come "Silver, che si muove con eccessiva agilità per un uomo nelle sue condizioni, ha qualcosa di diabolico, come è tipicamente diabolica la capacità di seduzione, di presentarsi con un volto sorridente e un celato disegno infernale. Ma non è interamente diabolico, e quindi ha la naturalezza dei personaggi immortali, una naturalezza che supera la verosimiglianza e le sopravvive, essendo la verosimiglianza legata indissolubilmente alla forma immanente e mortale." E come non potrebbe, un personaggio così ricco di spunti interessanti non stimolare la creatività, la vena narrativa di un altro scrittore altrettanto appassionato di pirateria come Stevenson? "Accingendosi a scrivere una vita di John Silver, Björn Larsson affronta una scommessa difficile al limite dell'azzardo" - scrive sempre Mussapi - "Non so come (non si sa mai come, quando in letteratura qualcosa riesce bene) ma l'autore è riuscito a superare l'ostacolo e vincere la scommessa. Alla fine del libro John Silver rimane quello che era prima del suo inizio: enigmatico, inafferrabile, in ultima analisi".
Sin dalle prime pagine siamo risucchiati in un vortice di avventura, a bordo di un vascello, con un pirata, Silver appunto, cui è stata appena amputata una gamba, cosa da nulla per lui... Qualcuno gli ha sparato nella gamba, nella parte posteriore, durante un abbordaggio, causandogli una cancrena e la necessità di amputare. Gamba per gamba al presunto colpevole, poche pagine dopo, verrà tagliata una gamba perfettamente sana per pareggiare i conti. Questo è John Silver, il terrore di tutti i mari. Classe 1685 (forse, lui stesso non ricorda bene), nato a Bristol, figlio di un irlandese e di una scozzese. Questo è il pirata che sta scrivendo le sue memorie, in Madagascar, dove si è ritirato con tutta fortuna accumulata in anni e anni di saccheggi. Uomo forte, anche degno d'ammirazione, a volte, per il coraggio estremo, per la forza d'animo, per la capacità di indirizzare la propria vita. Ma anche uomo terribile, imprevedibile, sanguinario, totalmente solo e che solo su se stesso può fare affidamento. Una figura che in questa nuova versione letteraria prende "corpo" giocando sulle relazioni tra realtà e fantasia, tra invenzione e storia.


La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson
Titolo originale dell'opera Long John Silver
Traduzione dallo svedese di Katia De Marco
Introduzione di Roberto Mussapi
492 pag., Lit. 36.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-075-X


Le prime righe

1


Siamo nel 1742. Ho vissuto a lungo. Questo non me lo può togliere nessuno. Tutti quelli che ho conosciuto sono morti. Alcuni li ho mandati io stesso all'altro mondo, se poi esiste. Ma perché dovrebbe? In ogni caso, spero con tutta l'anima che non esista, perché all'inferno ce li ritroverei tutti, Pew il cieco, Israel Hands, Billy Bones, quell'idiota di Morgan che osò passarmi il bollo nero, e gli altri, Flint compreso, che dio l'abbia in gloria, se un dio esiste. Mi accoglierebbero a braccia aperte, con salamelecchi e inchini, sostenendo che è tornato tutto come ai vecchi tempi. Ma intanto il terrore irradierebbe dai loro volti come un sole ardente sul mare in bonaccia. Terrore di cosa? chiedo io. Certo all'inferno non possono avere paura della morte. Che ve ne pare?
No, non hanno mai avuto paura della morte, visto che per loro non ha mai fatto una gran differenza vivere o morire. Eppure, anche all'inferno avrebbero paura di me. Perché? chiedo io. Tutti, compreso quel Flint che era altrimenti l'uomo più coraggioso che avessi mai incontrato, avevano paura di me.
Nonostante tutto ringrazio la mia buona stella che non siamo riusciti a recuperare il tesoro di Flint. So come sarebbe andata a finire. Gli altri in pochi giorni avrebbero scialacquato la loro parte fino all'ultimo scellino. E poi sarebbero venuti a cercare il vecchio Long John Silver, l'unica coscienza di cui abbiano mai potuto far sfoggio, assillandolo con le loro suppliche e lusinghe per averne ancora. È sempre stato così. Non hanno mai imparato.
Ma una cosa almeno l'ho capita. C'è della gente che neanche sa di vivere. È come se non si rendesse neppure conto che esiste. Forse è proprio qui la differenza. Io ho sempre avuto cara la pelle attaccata a quel poco che mi rimaneva del corpo. Meglio condannati a morte che impiccati con le proprie mani, dico io, se proprio si è costretti a scegliere. Niente di peggio dei nodi scorsoi, a mia conoscenza.
È per questo che ero diverso? Perché sapevo di essere vivo? Perché sapevo meglio di chiunque altro che non ci è data che una sola e unica vita da questo lato della fossa? È per questo che facevo così paura, ai peggiori come ai migliori? Perché me ne infischiavo della vita eterna?
Forse. Certo è che non ho reso facile a nessuno essermi amico o compagno. Dal giorno in cui ho perso la gamba mi chiamano Barbecue, e non senza buoni motivi. Sì, se c'è una cosa che non dimenticherò mai finché campo è come ho perso quella gamba e guadagnato quel nome. D'altra parte, come potrei? Ogni volta che mi alzo in piedi sono costretto a ricordarmelo.

© 1998, Iperborea


L'autore
Björn Larsson è nato in Svezia nel 1953, è lettore di Francese all'Università di Lund. Filologo, traduttore dal danese, inglese e francese, critico, ha debuttato come scrittore nel 1980 con una raccolta di racconti per arrivare nel 1992 al riconoscimento internazionale con Il cerchio celtico. Appassionato navigatore, è a bordo del suo Rustica, su cui spesso vive, che ha scritto Long John Silver, con cui ha trovato il successo.




Mazarine Pingeot
Primo Romanzo

"La voce del padre la cullava dolcemente mentre il fuoco l'addormentava; una voce calda, maschile, che al termine delle frasi si perdeva in una specie di silenzio buio che prometteva un universo di segreti, di dolori, di profondità senza fine, un universo nel quale non si avventurava mai nessuno."


L'autrice è al suo primo romanzo, ma la sua notorietà è già grande in quanto figlia di uno degli uomini più importanti della Francia contemporanea: François Mitterand, primo presidente socialista della Francia del dopoguerra, raffinato e acuto intellettuale, morto nel 1996 dopo una malattia lunga e dolorosa, attraversata con grande forza morale.
Mazarine ha ventiquattro anni e questo suo Primo Romanzo mostra da un lato tutte le ingenuità della giovinezza, dall'altro però anche la freschezza e la sincerità di chi non possiede "mestiere".
La trama è esile e vagamente autobiografica, non tanto per le vicende narrate, quanto per l'ambiente che descrive, per l'atmosfera che diffonde. Agathe, la protagonista, ama Victor, suo compagno di studi alla Sorbona, e insieme vivono tutte le sollecitazioni che la stimolante città di Parigi e il suo ceto intellettuale e artistico possono offrire. Sicuramente privilegiata non solo per censo, ma anche per la ricchezza culturale in cui vive, vivace, aperta, intelligente, la protagonista mostra nella prima parte del romanzo anche una ben descritta superficialità di sentimenti. Certo il suo forte è l'intelligenza, ma Agathe appare usare in modo anche un po' spregiudicato i sentimenti, forse per lei troppo romantici, dei suoi amici di sesso maschile. Così il rapporto con Hadrien, quasi fratello, quasi amante, quasi sostituto del fratello gemello di Agathe, morto suicida ancora adolescente, sembra dare in mano alla ragazza tutte le carte del gioco, anche se entrambi hanno bisogno in modo assoluto di tenere viva la loro relazione: in fondo è una questione di vita o di morte. Entrambi sono dominati dai sensi di colpa: Hadrien, in conseguenza all'educazione repressiva e ossessiva ricevuta dalla madre, Agathe che sapeva di essere l'unica causa del suicidio di Antonio, il fragile e possessivo fratello che non aveva sopportato vedere la sorella vivere in un mondo da cui si sentiva rifiutato.
Un evento però riesce a gettare violentemente la ragazza nella realtà dei sentimenti, nell'autenticità delle emozioni e nelle priorità da dare alle proprie scelte: un grave incidente occorsole durante la sua partecipazione ad un concorso ippico ad ostacoli. La morte sfiorata le provoca un nuovo e più maturo attaccamento alla vita. Anche Victor ha un'esperienza travolgente: un amore con una giovane donna appassionata che lo sconvolge e che per qualche tempo gli fa dimenticare Agathe. Il romanzo si chiude con la promessa di un ricongiungimento dei due ragazzi, su diverse e più solide basi.
La fragilità e forse la banalità della trama, paiono però compensate da una grazia e una delicatezza narrativa di certo interessanti. Un primo romanzo che ha il pregio di offrirci uno spaccato autentico della vita di tanta gioventù parigina, diversa e ben più fortunata di quella che la più recente cinematografia francese ci ha mostrato, la gioventù emarginata dei banlieu e dell'emigrazione.


Primo Romanzo di Mazarine Pingeot
Titolo originale: Premier Roman
Traduzione di Marianna Basile
Pag. 269, Lire 25.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-68001-X


Le prime righe
1

Agathe non avrebbe visto Parigi in settembre. Aveva preferito rimanere al Sud, soffermarsi con Victor nella casa di pietra. Soli, senza televisione, senza vicini, senza svaghi; soli in una landa deserta, una Provenza selvaggia, disseminata di cespugli aridi e di pietre bianche, di una vegetazione bassa e violetta, soli sotto un cielo immacolato, cielo del possibile dell'illimitato.
Agathe aveva un po' sognato, camminato, ascoltato musica, e si era nutrita di libri, la sua vera patria. Victor aveva scritto e aveva letto molto, per metà filosofia e per metà letteratura.
Agathe e Victor vivevano insieme da più di due anni. Si erano conosciuti da giovani e gli inizi erano stati difficili. Lei aveva già avuto una serie di esperienze, abbastanza fallimentari, abbastanza numerose. Era la prima donna che Victor avesse amato. Lui era lento, lei spesso troppo precipitosa. Insegnandole la pazienza aveva saputo convertirla all'indugio, al piacere del tempo che passa e durante il quale non accade nulla. Lei era un po' frivola, attratta dal piacere in genere, sensuale e intellettuale nello stesso tempo, lui era sentimentale, illogico, forse romantico. Li accomunava il fatto che ad ambedue piaceva creare dei mondi, inventarsi regole che alleavano la purezza al piacere, la libertà all'eccesso. Si attenevano ad alcuni princìpi: vivere senza tabù ciò che sembra importante. Non far soffrire l'altro ma non vietarsi nulla. Condurre il massimo di esistenze possibili e parallele. Poiché si amavano, avevano il diritto di offrirsi reciprocamente la libertà. Era il loro modo di essere fedeli, una fedeltà profonda, totale e indulgente.
Victor aveva accettato senza riserve. Aveva orrore delle coppie in cui due persone ne formano una sola, un mostro ibrido e noioso, per il quale la separazione è uno spettro e l'alienazione un modo di vivere. Si fidava di Agathe. Tuttavia immaginarla accanto a un altro uomo gli riusciva insopportabile. Era una reazione fisica istintiva, una ripulsa, un sussulto. L'idea che qualcun altro potesse toccarla era un supplizio della carne. Sapeva che una volta rientrati a Parigi sarebbe stata sedotta, ancora e sempre. E gli piaceva che a lei piacesse essere sedotta.
La guardava inquieto.
Come aveva potuto sceglierlo? Quando l'aveva conosciuta era una donna molto corteggiata e lui, eccessivamente modesto, si considerava piuttosto insulso rispetto agli uomini che la desideravano. Agathe aveva colto in Victor una personalità singolare che lui stesso non sospettava.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Mazarine Pingeot ha ventiquattro anni ed è aggrégée di filosofia all'École Normale. Figlia naturale di François Mitterand ha sempre condotto un'esistenza appartata. Sua madre è Anne Pingeot, conservatrice del Museo d'Orsay.




Nuto Revelli
Il prete giusto

"A me piacciono i bastian cuntrari, li capisco, purché si battano per delle cause giuste. Non mi piacciono i conformisti."


Un libro appassionante, coinvolgente, interessantissimo, come sempre sono le "fatiche" di Nuto Revelli. Uso il termine fatica non a caso, perché l'opera di Revelli è frutto di un notevole lavoro "sul campo": di ricerca, di indagine, di paziente attesa. Non è facile parlare con chi vive ancora nelle case della montagna povera del cuneese, anche se molto è cambiato in questi ultimi anni. Come non era facile intervistare i contadini piemontesi della "piana" e della collina, negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, diffidenti, modesti, riservati, restii a mettersi in mostra, a comunicare, a raccontare. Solo Revelli è stato in grado di penetrare l'immenso territorio dei loro ricordi, delle esperienze personali, dando vita a libri memorabili come Il mondo dei vinti o L'anello forte. E qui, ancora una volta, dà voce ai protagonisti "minori" della storia, quelli che vengono dimenticati, che non hanno avuto la possibilità di parlare. Mentre in molti casi i libri di Revelli sono un canto corale, una voce unica ma composta da centinaia, migliaia di singole voci unite, ne Il prete giusto (come già nel Disperso di Marburg) sentiamo una voce solista, un unico canto. È la storia di un prete anticonformista che si batte contro tutte le ingiustizie, da qualsiasi parte provengano, che si schiera contro il fascismo, ma che avversa anche il comunismo e che mette in discussione i vertici della Chiesa che poi lo punirà con la sospensione "a divinis". La voce di don Raimondo Viale incrocia lungo la narrazione quella di centinaia di altri uomini e donne, dando origine a una ricostruzione particolare di alcuni decenni della storia del Novecento.
Viale nasce a Limone Piemonte nel 1907. Un paese di montagna, povero, ma non del tutto isolato (anche grazie alla galleria stradale del Colle di Tenda) in cui la vita è comunque difficile, fatta spesso di stenti. Per uscirne, per avere una possibile salvezza, una via praticabile è quella del seminario, dove Raimondo entra all'età di dieci anni. "Per le famiglie della campagna povera, ma non solo per quelle, avere un figlio prete era un onore." Diventato prete, e vicecurato della parrocchia di Borgo San Dalmazzo, il suo carattere, un po' ribelle, ma votato alla difesa dei deboli e alla lotta contro l'ingiustizia, la prepotenza e la prevaricazione, non si stempera con la nuova responsabilità anzi... Messosi contro i fascisti, viene trasferito ad Agnone, nel Molise, poi torna a Borgo. Qui si dedica alla protezione di centinaia di ebrei in fuga dalla Francia, assiste alla fucilazione di alcuni partigiani, ne aiuta altri a fuggire, concepisce la Resistenza come una filosofia di vita e (dopo gli anni terribili della guerra) ancora si prodiga per la sua gente, la gente della sua parrocchia, sino alla "pugnalata alla schiena: la Sospensione a divinis, a me, a me che nonostante tutto credo nella Chiesa, in Gesù Cristo poi...". Nella primavera del 1980, il "miracolo". Don Viale diventa uno dei "Giusti" di Israele "e questo riconoscimento gli ridona la vita".
Nell'ultima parte del libro, Revelli racconta in prima persona l'incontro, fortemente voluto da Viale stesso, avvenuto nel 1982, due anni prima della morte, analizza tutte le tappe della narrazione, approfondisce infine maggiormente il senso di questa testimonianza. Una testimonianza di vita, quella di un prete illuminato che ha pagato a caro prezzo il coraggio di esprimere sempre le proprie idee. La vita di un uomo libero. La vita di un prete giusto.


Il prete giusto di Nuto Revelli
Traduzione di Idolina Landolfi
109 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Einaudi, (Gli struzzi n.502)
ISBN88-06-15028-6


Le prime righe

Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondo.
Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio papà ha approfittato - era l'unico momento in cui poteva comandare - e mi ha chiamato Raimondo. Quello dei nomi era un argomento che scottava. "Tu hai due vite, - era solito dirmi mio papà. - Tuo fratello ci ha lasciati da piccolo, tu devi vivere perché porti il nume suo e tuo che sono uguali. Il nome dei Raimondo dev'essere ricordato".
Questa la mia famiglia. Mio padre, Battista, del 1876; mia madre, Marianna, del 1882. E tre figli: Margherita, la maestra, del 1902; io del 1907, e Anna del 1910. Margherita ha conseguito il diploma di maestra, mamma l'ha fatta studiare, lavorando e facendoci lavorare. Mamma era una donna meravigliosa, eccezionale come intelligenza e come carattere. Era anche molto bella.
Abitavamo in paese. Avevamo poca terra, quasi tutta "rupestre", a valle di Limone, in una zona piena di vipere. E questa era la terra ereditata da mio papà. In più c'era la terra di mia mamma, un prato buono, irrigabile, che aveva ricevuto non in dote ma in regalo dal padre, malgrado il forte dissenso dei fratelli che si consideravano gli unici eredi legittimi.
La nostra era una vita modesta, stentata. Ci accontentavamo di poco. Avevamo una mucca, una capra, e non sempre un vitellino da far crescere.
Un ricordo della mia prima infanzia? Fino ai tre anni di età indossavamo la solita vestina. Poi, per noi maschietti, arrivava il momento del cambio, dei pantaloncini corti, al ginocchio. Un avvenimento. Ah, quel mio primo paio di pantaloncini con le righe bianche, che successo. Rivedo ancora le facce sorprese dei vicini di casa, dei miei coetanei.

© 1998, Giulio Einaudi editore


L'autore
Nuto Revelli (Cuneo 1919), ufficiale degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel Cuneese, si batte da anni per dare voce ai dimenticati di sempre: i soldati, i reduci, i contadini. Tra i suoi libri, La guerra dei poveri, La strada del davai, Mai tardi, L'ultimo fronte, Il mondo dei vinti, L'anello forte, Il disperso di Marburg.




Theo Richmond
Konin
La città che vive altrove

"Il passato è un paese straniero dove mi sono sempre sentito a casa."

Non si tratta del tradizionale saggio sull'olocausto e nemmeno della classica ricostruzione di un periodo storico determinato. È qualcosa di diverso, di più, di meglio. È un appassionante romanzo e una tragica storia vera, è il modo migliore per capire la storia del nostro secolo, così drammaticamente segnata dall'olocausto, è un viaggio affascinante nel passato.
La storia degli ebrei, d'altronde, è segnata da sempre dalla necessità della memoria, come elemento vitale di sopravvivenza. La memoria dei padri, della religione e della cultura degli antichi è tramandata attraverso la lettura dei testi sacri. Imparare a leggere è stata, da sempre, una priorità vitale per gli ebrei, per tutti, qualsiasi fosse il loro ceto sociale. Così il valore quasi sacro della memoria è sopravvissuto a qualunque forma di isolamento, di ghettizzazione, di sterminio. È sopravvissuto fino a noi, fino a Theo Richmond, e in lui, come in tanti altri, si è risvegliato con il divenire un adulto alla ricerca delle proprie radici. Le radici di Richmond sono a Konin, in un quartiere ebraico completamente cancellato dalla persecuzione razziale e dalla precedente emigrazione forzata. La popolazione ebraica rappresentava circa il quarantacinque per cento del totale, ma dei tremila ebrei di Konin che nel 1939 abitavano lo shtetl ne rimase solo uno: circa duemila vennero deportati e uccisi, altri mille furono dispersi nel mondo.
La narrazione inizia lentamente, quasi in sordina. Le prime testimonianze vengono raccolte in Gran Bretagna, tra i pochissimi sopravvissuti ancora residenti in questo Paese. Poi l'orizzonte si allarga, potremmo dire, a tutto il mondo: da Brooklyn a Israele, alla ricerca di superstiti, di impressioni, di fotografie, le stesse che illustrano il testo. Richmond, nell'Introduzione, asserisce che l'opera è frutto, più che di una ricerca di antiche radici, della sua curiosità. La curiosità di sapere come vivevano queste persone spazzate via dalla storia, come parlavano, che lavori facevano, cosa mangiavano, e così via. Ma la pura e semplice curiosità non avrebbe espresso un libro intenso e commovente, non avrebbe fatto rivivere così profondamente i ricordi, non avrebbe aperto questa miracolosa finestra spazio-temporale in cui gli abitanti riprendono vita e in cui vivranno ancora a lungo.


Konin. La città che vive altrove di Theo Richmond
Titolo originale dell'opera: Konin. A Quest

Traduzione dall'inglese di Elena Loewenthal
734-CXII pag., Lit. 45.000 - Edizioni Instar Libri, (Saggia/Mente n.12)
ISBN 88- 461-0022-0


Le prime righe


Una cosa era sapere che Konin esisteva, un'altra poter dire di conoscerla veramente. La mia non era che una vaga infarinatura di notizie, racimolate qua e là orecchiando i discorsi ripetuti mille volte in famiglia:

Konin è una linda e graziosa cittadina vicina alla frontiera tedesca: si affaccia su un fiume attraversato da un ponte di legno ed è circondata da campi, frutteti e foreste. D'inverno la gente andava a pattinare sul fiume e d'estate a passeggiare nel parco municipale, dove la domenica pomeriggio suonava la banda militare. La città era presidiata da una guarnigione dell'esercito zarista e i suoi azzimati ufficiali di cavalleria facevano la fortuna dei commercianti ebrei. La comunità ebraica contava fedeli devoti ma non fanatici: l'osservanza religiosa coesisteva con un vivace interesse per la cultura secolare. Gli shtetl vicini (la mia famiglia avrebbe usato rigorosamente il plurale, shtetlekh) ammiravano Konin, i suoi ebrei colti, e li invidiavano per la loro eccezionale biblioteca. C'era una sinagoga, una casa di studio e parecchie piccole congregazioni. Il quartiere ebraico aveva una piazza, il cuore della vita degli ebrei di Konin.

Nessuno, invece, mi aveva mai raccontato una storia che avrebbe potuto affascinarmi da bambino: la leggenda della fondazione di Konin.

Un giorno il Principe Leszek andò a caccia nella foresta. Allontanandosi dai suoi uomini, smarrì la strada e decise di fermarsi a riposare sotto un albero. Di lì a poco sopraggiunsero dei banditi che, attratti dal suo ricco armamento, gli si avventarono contro per derubarlo. Ma in quel momento si udì uno scalpiccio di cavalli al galoppo e i briganti, convinti che si trattasse dei soldati del Principe, si diedero alla fuga. Quando i cavalli apparvero finalmente, altro non erano che un branco selvaggio al pascolo, forse disturbato da qualche predatore. Grato a quegli animali che gli avevano salvato la vita, il Principe decise di fondare proprio lì una città e di chiamarla Konin, poiché kon in polacco significa "cavallo". Ancora oggi sullo stemma della città campeggia un cavallo bianco rampante.

Passiamo ai dati più prosaici dei libri di testo: Konin si trova duecento chilometri a ovest di Varsavia nella rigogliosa e verdeggiante valle della Warta, terzo fiume della Polonia per lunghezza.


© 1998, Instar Libri


L' autore
Theo Richmond è nato nel 1931 a Londra da genitori polacchi. Laureato in Relazioni internazionali, approda al mondo del cinema, dapprima come addetto ufficio stampa, poi come autore di documentari e programmi televisivi. Stabilitosi nel frattempo a Richmond (sobborgo londinese che non a caso ha lo stesso nome eletto dal padre per anglicizzare il cognome ebraico di Ryczke) e sposatosi con la scrittrice Lee Langley, ha gradualmente convertito la sua casa in un piccolo museo dedicato alla memoria di Konin.




John Ronald Reuel Tolkien
Il Cacciatore di Draghi
ovvero Giles l'Agricoltore di Ham

"Giles se ne tornò a casa molto inquieto. Stava scoprendo che una reputazione locale richiede d'esser mantenuta, e ciò può rivelarsi difficile. Diede un calcio al cane, e nascose la spada nella credenza della cucina."


Una deliziosa fiaba, ricca di ironia e di humour, piacevolissima da leggere a tutte le età. E per questo mi sembra preziosa questa edizione integrale del lungo racconto, rivolta soprattutto agli adulti. È infatti impossibile distinguere il pubblico di lettori che può restare affascinato da questa narrazione: i ragazzi, che ne apprezzeranno in modo particolare l'aspetto fiabesco e gli adulti che sapranno cogliere il personalissimo stile dell'autore capace di trattare l'argomento più fantastico con il tono della quotidianità e della realtà più spicciola. Pretesto narrativo è il rinvenimento di una antica cronaca in latino contenente il racconto delle origini del Piccolo Regno e sul tema letterario del "manoscritto" ritrovato, Tolkien gioca anche le gustose finali prove etimologiche in cui, partendo da nomi di luoghi e città contemporanei, risale alla loro fantasiosa origine in grado di suffragare la veridicità dell'intera narrazione. La storia è molto semplice. Un contadino, Aegidius de Hammo, che sa di avere grande autorità solo sul suo pavido cane, si ritrova per curiosi motivi a fronteggiare un terribile drago di origini imperiali. Armatura e cavallo sono improvvisati e "casalinghi": tanti anellini di metallo cuciti su di una vecchia giubba e una giumenta anziana e un po' malandata. La fama del coraggio di questo contadino un po' sbruffone era nata da un episodio divertente. Garm, il suo cane non certo coraggioso e intraprendente, lo aveva svegliato, una notte, annunciandogli la presenza di un gigante sui suoi campi. Il cane naturalmente era in grado di parlare e così aveva raccontato a tutto il paese di Piccolo Regno che Giles (questo era il nome comunemente dato a Aegidius) era riuscito a far fuggire il terribile gigante, dopo averlo colpito con il suo fucile. Così, quando si viene a sapere della presenza di un drago in zone non lontane dal paese, è proprio Giles a essere l'unico candidato ad affrontarlo e a impedire che quel mostro continui a distruggere uomini e persone. "Aiutante magico" del contadino si rivela essere la straordinaria spada Mordicoda capace di spaventare anche quel micidiale e terrificante essere. Ormai messo alle strette (anche perché era un drago piuttosto impressionabile) offre un riscatto prezioso, oro e diamanti, per avere salva la vita. Dopo varie vicende, quel tesoro arriva a Piccolo Regno insieme a Giles che è stato in grado di assoggettare Chrysophylax (il drago), e di ridurlo mite come un agnello. Il Re, nella sua avidità, vuole impossessarsi di quel tesoro, ma ottiene come unico risultato la sua deposizione e l'incoronazione del contadino che, salito al trono, non si comporta però molto diversamente da qualsiasi potente di ieri e di oggi.
Fiaba morale (l'avidità è punita, la generosità premiata), ma tutto nel mirabile stile di Tolkien: ironia, divertimento, capacità di costruire un mondo che non è collocabile nel tempo e nello spazio, ma è in un luogo qualunque di un periodo qualunque. La presenza di giganti e di draghi appare sempre piuttosto naturale, non c'è stupore incredulo da parte dei personaggi del racconto, e neppure del loro autore, così anche i dialoghi col cane e col drago sembrano assolutamente credibili, tanta è la naturalezza e così verosimile e quotidiana la psicologia di questi esseri mostruosi. Fantasia e realtà, due mondi che non entrano in collisione, ma sono contigui nelle opere di questo autore e forse anche nostra vita, tanto più considerando il bisogno di mistero oggi così diffuso, che non possiede però l'incantevole ironia di Tolkien.


Il Cacciatore di Draghi di John R. R. Tolkien
Titolo originale: Farmer Giles of Ham
Traduzione di Isabella Murro
Pag. 94, Lire 19.000 - Edizioni Rusconi
ISBN 88-18-12174-X


Le prime righe

PREFAZIONE


DELLA PICCOLA STORIA DEL PICCOLO REGNO sono rimasti pochi frammenti, ma il caso ha voluto che un resoconto delle sue origini sia stato preservato: una leggenda, forse, più che un resoconto, poiché è evidente che si tratta di una compilazione tarda, piena di cose straordinarie, tratte non da cronache fondate ma da ballate popolari alle quali l'autore fa spesso riferimento. Gli avvenimenti che registra appartengono già ad un passato a lui lontano; ciononostante pare che lui stesso abbia vissuto nelle terre del Piccolo Regno. Infatti le conoscenze geografiche che dimostra di avere (e non sono certo il suo forte) si riferiscono proprio a quel paese, mentre delle altre regioni a nord e a est, dimostra una totale ignoranza.
Una giustificazione per presentare la traduzione di questo curioso racconto, dal latino molto insulare in cui è scritto, nella lingua moderna del Regno Unito, si può trovare nella visione che fornisce su uno spaccato di vita di un oscuro periodo della storia della Britannia, per non parlare della luce che getta sull'origine di alcuni difficili toponimi. Ma qualcuno potrà trovare il carattere e le avventure dell'eroe attraenti già di per sé.
Dalle scarse testimonianze, non è facile determinare i confini spaziali e temporali del Piccolo Regno. Dai tempi della venuta di Bruto in Britannia, si sono susseguiti molti re e reami. La spartizione avvenuta sotto Locrin, Camber e Albanac fu la prima di molte instabili divisioni. Per il meschino amore d'indipendenza da un lato, e per la bramosia dei re di più ampi regni dall'altro, gli anni furono caratterizzati da rapide alternanze di guerra e pace, letizia e dolore, come ci raccontano gli storici del regno di Artù: un'epoca di frontiere instabili, quando un uomo poteva ascendere e cadere improvvisamente, e gli autori di poemi avevano a disposizione abbondante materiale e un pubblico bramoso di ascoltare. Gli avvenimenti qui riportati devono essere collocati in qualche momento di quei lunghi anni, dopo l'epoca di Re Coel forse, ma prima di Artù e dei Sette Regni degli Inglesi. La scena è quella della valle del Tamigi, con un intermezzo a nordovest fino alle mura del Galles.
La capitale del Piccolo Regno si trovava evidentemente, come la nostra, nell'angolo sudorientale del reame, ma i suoi confini risultano vaghi. Pare che essi non si siano mai spinti lungo il percorso del Tamigi, a ovest, né che essi siano arrivati oltre a Otmoor a nord; i limiti orientali sono dubbi.

© 1998, Rusconi Libri s.r.l.


L'autore
John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), massimo studioso di letteratura medievale inglese, è l'autore della trilogia Il Signore degli Anelli. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo: Il Silmarillion, Albero e Foglia, Le avventure di Tom Bombadil, Le lettere di Babbo Natale, Mr. Bliss, Racconti incompiuti, Racconti peduti, Racconti ritrovati, Lo Hobbit annotato, Lo Hobbit a fumetti, Immagini, La realtà in trasparenza, I Regni di Tolkien.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




13 novembre 1998