Iosif Brodskij
Dolore e ragione

"In primo luogo, la poesia, per chi la scrive come per chi la legge, è un'arte che comporta un'atomizzazione; è assai meno sociale della musica o della pittura. E poi la poesia ha una certa inclinazione per il vuoto, a cominciare, diciamo, da quello dell'infinito."

Un libro che raccoglie saggi prevalentemente di critica letteraria di un autore che ha conseguito il Premio Nobel per la letteratura, può facilmente intimorire il lettore. E sicuramente la conoscenza di alcuni strumenti interpretativi facilita la fruizione di molte pagine, così come l'aver letto qualche opera di Frost, di Hardy o di Rilke, consente una più consapevole ammirazione per le capacità di analisi, per l'acutezza geniale di alcune deduzioni, per la profondità interpretativa di Brodskij. Eppure credo che un volume come questo debba, e possa, avere uno spazio di lettura anche tra un pubblico non specialistico. La vivacità narrativa, ad esempio, di "Lettera a Orazio" e l'ironia sottile e leggera che sottende tutto questo saggio, non possono non essere colte e apprezzate da qualsiasi lettore. Così la breve autobiografia che apre il volume riporta aneddoti e situazioni così "generazionali" e applicabili alla vita di tante altre persone: questo per l'esplicita volontà dell'autore di non proporsi come individuo eccezionale, straordinario, "poeta laureato" e sublime.
"La poesia dovrebbe essere disponibile in una quantità di gran lunga superiore a quella attuale. Dovrebbe essere onnipresente come la natura che ci circonda e da cui la poesia deriva molte delle sue similitudini." Da questa affermazione, e da quelle comprese nel saggio Un'immodesta proposta, si sente l'esigenza di una diffusione maggiore e più penetrante dei libri di poesia, anzi dei libri in generale. Queste affermazioni mostrano la modernità eccezionale di Brodskij che invita a diffondere nei supermercati, a prezzi molto bassi, i libri dei classici della letteratura antica e moderna. La seconda parte del libro consiste in tre ampi saggi di critica, puntuali e tecnicamente ineccepibili, su Frost, Hardy e Rilke: illuminanti le notazioni sull'intensità semantica delle scelte linguistiche di Frost, o sulla tensione al futuro della poetica di Hardy o sui cromatismi intensi e significanti delle poesie di Rilke.
Questo volume è stato pubblicato negli Stati Uniti pochi mesi prima della morte dell'autore e ne rappresenta quasi un testamento spirituale, e in ogni caso è la testimonianza della ricchezza intellettuale che ci è stata da lui lasciata in eredità.


Dolore e ragione di Iosif Brodskij
Titolo originale: On Grief and Reason
Traduzione di Gilberto Forti
Pag. 267, Lire 32.000 - Edizioni Adelphi (Biblioteca Adelphi n. 363)
ISBN 88-459-1401-1


Le prime righe

TROFEI DI GUERRA


In principio era il manzo in scatola. Più esattamente, in principio c'era una guerra, la seconda guerra mondiale, l'assedio della mia città, Leningrado, la Grande Fame che fece più vittime di tutte le bombe, le cannonate e le pallottole messe insieme. E verso la fine dell'assedio c'era la carne in scatola arrivata dall'America. La marca, credo, era "Swift", anche se potrei sbagliarmi: avevo solo quattro anni quando la assaggiai la prima volta.
Era forse la prima carne che vedessimo da un bel po'. Ma il sapore era meno memorabile delle scatole in sé. Grandi, quadrate, con la loro chiavetta fissata su un lato, erano portatrici di princìpi meccanici diversi, di una sensibilità totalmente diversa. Quella chiave che apriva la scatola sbucciando un'esile striscia di metallo era una rivelazione per un bambino russo: come apriscatole noi conoscevamo soltanto i coltelli. La Russia andava ancora a chiodi, martelli, bulloni e dadi: era questo che la teneva insieme, e tutto sarebbe rimasto così per la maggior parte della nostra vita. Ecco perché, allora e lì, nessuno sapeva spiegarmi come facessero quei fabbricanti a sigillare quelle scatole. Neanche adesso ci vedo molto chiaro. In quei mesi tenevo gli occhi addosso a mia madre mentre staccava la chiave, raddrizzava la linguetta, la infilava nel foro della chiave e poi faceva girare la chiave sul proprio asse, una volta, un'altra, un'altra ancora; e io seguivo stupefatto tutta l'operazione.
Quando ormai il loro contenuto era scomparso da un pezzo nelle fogne, quelle grandi scatole dagli spigoli un po' arrotondati (come negli schermi del cinema), di un colore rosso scuro o marrone, con le scritte in caratteri esotici sui lati, sopravvivevano ancora in molte famiglie, sugli scaffali e sui davanzali: vuoi come oggetti estetici, vuoi quali comodi recipienti per matite, cacciaviti, rotolini di pellicola, chiodi, eccetera. Spesso erano usate anche come vasi da fiori.
Non le avremmo viste mai più - né il loro contenuto in gelatina, né le loro sagome. Col passare degli anni il loro valore aumentò: quanto meno a scuola, nei baratti tra i bambini, erano cimeli ricercati sempre più bramosamente. In cambio di una di quelle scatole si poteva portare a casa una baionetta tedesca, la fibbia di un cinturone della Marina, una lente d'ingrandimento. I loro bordi taglienti (dove la scatola era aperta) ci hanno procurato più di una ferita alle mani. In terza elementare, comunque, ero l'orgoglioso proprietario di due esemplari di quei recipienti.

© 1998, Adelphi Edizioni S.p.A.


L'autore
Iosif Brodskij è nato a Leningrado nel 1940 e morto a New York nel 1996. Ha ottenuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1987. In Italia sono stati tradotti e pubblicati i seguenti volumi: Il canto del pendolo, Capolavori in Russia, Dall'esilio, Fermata nel deserto, Fondamenta degli incurabili, Fuga da Bisanzio, Marmi, Poesie 1972-1985, Poesie e prose, Poesie italiane, e infine questo volume del quale nel 1999 uscirà la seconda parte.




Santiago Gamboa
Perdere è una questione di metodo

"Che faccenda complicata, dannazione, chi glielo aveva fatto fare di cacciarsi in una rogna simile?"


Immediato l'impatto con la storia. Sin dalle prime pagine ci troviamo di fronte al cadavere di un uomo orrendamente torturato e misteriosamente ucciso. Altrettanto rapido l'incontro con il protagonista, Víctor Silanpa, giornalista pieno di iniziativa e deciso a seguire il caso con tutte le sue forze. Silanpa non è un santo, anche lui ha qualcosa da nascondere. Per arrotondare lo stipendio segue coppie adultere, come un investigatore, fotografandole nei momenti più intimi e rivendendo poi i negativi alle stesse vittime. Ma è un peccato da poco in una città come Bogotá, dove la delinquenza organizzata agisce senza limiti e indisturbata, dove corruzione e speculazione "la fanno da padrone" e la gente cerca di arrabattarsi come può per sopravvivere. Silanpa rischia, si butta nella mischia cercando di fare luce sul terribile omicidio che ha l'incarico di seguire per il giornale. Gioca tutto e perde. Perché Silanpa è un perdente nato, ma un perdente con metodo!
Il numero 1125 di Tuttolibri si è aperto con una prima pagina interamente dedicata a questo romanzo di Gamboa: un evento, trattandosi di uno scrittore pressoché sconosciuto in Italia. Ma un rilievo giustificato dal valore del libro. Simile da un lato alla narrativa tradizionale sudamericana, da García Márquez a Sepúlveda, ha anche aspetti tipici dei romanzi di genere poliziesco, in una commistione interessante perché apre una nuova prospettiva per due mondi a sé stanti fino a ieri. Vi è anche una forte componente di quello humour grottesco che contraddistingue i popoli latino-americani, magistralmente reso dalla traduzione di Pino Cacucci.
Non si può prescindere, parlando di questo romanzo, dalla lettura dell'Introduzione di Luis Sepúlveda: "Perdere è una questione di metodo è il romanzo di una Bogotà marginale, percorsa, studiata e compresa da personaggi marginali, perché la genialità sarà sempre marginale nelle società governate dalla stupidità e dalla corruzione. Con questo romanzo Santiago Gamboa si presenta come una delle voci più poderose della nostra letteratura. È un romanzo dai dialoghi magistrali, di grande immediatezza, con una profonda conoscenza del mestiere di scrivere."


Perdere è una questione di metodo di Santiago Gamboa
Titolo originale dell'opera: Perder es cuestión de método
Prefazione di Luis Sepúlveda
Traduzione di Pino Cacucci
285 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Guanda, (La frontiera scomparsa, Collana diretta da Luis Sepúlveda
ISBN 88-8246-047-9


Le prime righe

"Tutto quello che accade ha un senso", pensò Víctor Silanpa nel notare che era una mattinata diversa. Aveva finito i due volumi del romanzo Shanghai Hotel, di Vicki Baum, rimanendo a leggere fino all'alba con gli occhi irritati, e ancora non capiva se gli era piaciuto. Non sapeva neppure perché lo avesse letto. Durante la notte aveva infranto ancora una volta la promessa di non fumare e, per giunta, doveva ricorrere alla pomata per le emorroidi, che lo aspettava al varco sulla mensola del bagno. Guardò con odio il tubetto rosso, avvitò l'applicatore di plastica e, con la sensazione che nella sua psiche fosse crollata una galleria, lo avvicinò al corpo facendo uscire un liquido freddo.
Lo squillo del telefono rimbombò dall'ingresso.
"Pronto?" Silanpa sosteneva la cornetta con il pollice e il mignolo.
"So che è domenica, ma la faccenda è grossa", riconobbe la voce del capitano Moya. "Sui cinquantacinque anni, impalato sulla riva del Sisga e nudo come un Mercurio in posa. Nessun documento, né alcuna traccia dei vestiti. Niente."
"Quando è stato ritrovato?"
"Stamattina, ma sembra fosse lì da vari giorni. È in un punto della chiusa lontano dalla strada. L'hanno visto dei giovani che praticavano canottaggio. Si sbrighi, ho dato ordine di non rimuoverlo finché lei non arriva. Buona la dritta, no?"
"Sì, capitano. Ci vado immediatamente."
S'infilò un vecchio paio di pantaloni di fustagno, si accomiatò con un cenno dal manichino di donna che il sole baciava sulla fronte, così bella sul suo piedistallo di fianco alla biblioteca, e un attimo dopo stava già scendendo per l'avenida Chile in direzione dell'autostrada.
"Silanpa. Stampa", mostrò il tesserino.
"Vada pure, è là."
Da lontano gli sembrò un Cristo obeso. Un elefante pallido disegnato da un bambino.
"Si metta questo sul naso." L'agente gli porse un batuffolo di cotone con dell'ammoniaca. "Laggiù c'è una puzza che non si resiste."
Si premette il cotone sulla bocca; con gli occhi che lacrimavano prese a scavalcare cespugli e giunchi fino a raggiungere il posto. Il corpo era violaceo, gonfio e sporco di fango secco. I pali lo attraversavano come una croce. I muscoli di Silanpa si contrassero istintivamente e avvertì una fitta dolorosa.

© 1998, Ugo Guanda Editore


L'autore
Santiago Gamboa, nato a Bogotá nel 1965, si è trasferito in Europa nel 1990. È giornalista. Dopo un periodo di alcuni anni a Parigi, ora vive tra Roma e il paese natale. Il suo primo romanzo, Páginas de vuelta, è uscito nel 1995.




Jean-Claude Lavie
L'amore è il delitto perfetto

"Aggredire, soffrire, tormentare, soddisfare, sforzarsi, contrariare, sottomettere. Sparire, deperire, seminare la discordia, tacere, subire, essere gentili, rinunciare... L'amore si estorce, si merita, si mendica, si attende. Ciò che in suo nome ognuno affligge agli altri o a se stesso gli sembra sempre pienamente legittimo. L'amore è il delitto perfetto!"


Che cos'è l'amore? Come lo avverte, come lo si conquista? Può lo sguardo sereno di una bambina per mano alla mamma, in mezzo ad una situazione caotica e tragica, darci una risposta? La mamma è appunto sempre la mamma. Questa considerazione così banale e scontata in realtà è il punto di partenza per capire le nostre modalità di ricerca d'amore: se riuscivamo ad attirare la sua attenzione solo quando ci facevamo un po' male, forse concepiremo la dimostrazione del dolore come mezzo per conquistarci un po' d'amore e ciò sarà piuttosto condizionante. Tutti, negli anni, cerchiamo dei supplenti di quella mamma che, diventati adulti, sentiamo non poter più avere come unico oggetto d'amore. Un oggetto, un ideale, una religione, un'altra persona possono svolgere questa funzione di supplenza. Anche il rapporto psicoanalitico innesca dinamiche filiali, dipendenza, aggressività, cieca fiducia. E Lavie si sofferma, con la competenza che nasce dalla professione che svolge e con la vivacità dell'affabulatore, ad analizzare questa particolare relazione d'amore. Elemento dominante del rapporto è la parola ma, come dice l'autore, "per i due protagonisti [lo psicoanalista e il paziente, ndr.] il parlare e l'ascoltare non seguono più la legge comune". Il dire, per entrambi, svolge una funzione specifica: dal discorso "scompare ogni intenzionalità, ogni proposito deliberato", sgorga spontaneo dall'inconscio, né deve essere filtrato da forme di censura. Così nessuna parola che giunge all'orecchio dell'analista è banale e nessuna perde il particolare carattere di terapia per il paziente.
L'autore attraverso testimonianze, fatterelli, aneddoti ci conduce attraverso il dedalo della psiche umana, tenendo come tema d'indagine, appunto, l'amore e la parola che lo esprime o la reticenza e il panico che spesso accompagnano sia la seduta analitica che la nostra vita. Così emerge quale è per tutti gli individui il momento critico che, secondo una visione di chiara derivazione freudiana, accompagna ogni nevrosi, ogni difficoltà. È quello che l'autore chiama il "momento primario", cioè il momento del concepimento, rimosso in quanto punto centrale del conflitto edipico e presa d'atto del nostro essere della stessa sostanza dei genitori. Questa negazione, questo rifiuto profondo della nostra origine è il "delitto perfetto che ha bollato il nostro destino". La vivacità del saggio permette ai lettori di entrare nello studio dell'analista e riconoscere se stessi e i meccanismi psicologici che muovono gesti, impulsi, sentimenti. Viene messo "in scena" un paziente/tipo, c'è la drammatizzazione di una relazione analitica e questo toglie al volume il carattere di saggio specialistico senza però ridurlo a divulgazione semplicistica e semplificatoria di temi così cruciali e coinvolgenti.


L'amore è il delitto perfetto di Jean-Claude Lavie
Titolo originale: L'amour est un crime parfait
Traduzione di Idolina Landolfi
Pag. 190, Lire 24.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi 120)
ISBN 88-8089-516-8


Le prime righe

Sguardi


Risolvermi alla più funesta delle decisioni non fu troppo difficile. Lo specialista era stato categorico. Il progredire della malattia non mi lasciava speranza alcuna. Davanti all'ineluttabile, perché perdermi in inutili riflessioni! Eppure esitai un istante, prima di cedere.
Passammo nella stanza accanto. Il medico riempì allora una siringa con gesto familiare e senza alcun brusco movimento si strinse il gatto contro il grembiule. Poi, placido, gli fece l'iniezione letale. Ero turbato ma calmo. Non era forse l'unico ragionevole partito? Nessuna speranza. Il male e lo strascico delle sofferenze non potevano che peggiorare. Anche il gatto era calmo. Languido come al solito, mi offriva il bello sguardo sereno per ciò che accoglieva come cure e tenerezza. Ne provai un'intensa vergogna, accresciuta dallo stupore nel vedere che l'effetto dell'iniezione non era immediato. Nel silenzio e nel tepore dell'ambulatorio eravamo tutti e tre così tranquilli che finii col dimenticare ciò che stavamo aspettando, in una strana pace. Vedendo lo sguardo del gatto contrarsi mi tornò in mente il penoso esito di tutta l'operazione. Il liquido fatale cominciava a fare effetto. Lentamente vidi apparire in quello sguardo il segno di una sorpresa via via più grande, fino a divenire una specie di brivido che denunciava il mio tradimento. A ragione! Mosso dall'amore che nutrivo per lui, avevo portato il gatto per farlo curare, forse guarire, e poi tornare a casa. E qui, quasi senza tergiversare, l'avevo abbandonato e condannato. I nostri occhi, irresistibilmente avvinti, si scontrarono per un lungo minuto, forse due; poi il suo sguardo prese a spandere nel mio un odio così concentrato che la sua estrema veemenza mi trapanò il cuore. Poco a poco quell'espressione si cancellò, lasciando luogo a uno smarrimento senza eguali, che a sua volta mi pietrificò totalmente. Infine gli occhi del gatto si velarono, l'irrimediabile si compì, liberando la mia attesa e il mio respiro.

Mi porto dentro da molto le immagini di questa scena. Di rado presenti, restano per me accessibili nonostante la loro terribile durezza. Evocate in un lampo, mi rammentano quanto abbiamo vissuto là dentro, il gatto e io, e anche... il veterinario.

© 1998, Baldini & Castoldi s.r.l.


L'autore
Jean-Claude Lavie, psicoanalista, membro dell'Associazione Psicoanalitica Francese, autore di numerosi saggi in gran parte pubblicati sulla celebre "Nouvelle Revue de Psychanalyse", si è affermato nel tempo come uno dei maestri più amati e seguiti dallo stile letterario e dalla tonalità libertina, ha conquistato in Francia anche il pubblico più eterogeneo e distante dalla teoria psicoanalitica e dalla sua terminologia.




A cura di Andrea Cortellessa
Le notti chiare erano tutte un'alba
Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale

"I maggiori poeti di questa generazione avvertono oscuramente la violenza della propria parola. Non a caso con singolare frequenza si trovano a paragonarla a un'arma: riscrivendo così l'antico paradosso di Eraclito sull'arco e la lira."

Una importante raccolta antologica di poeti, più o meno illustri, che hanno come tema centrale la Prima guerra mondiale. "Le poesie di guerra, umili e dimenticate o prestigiose e magniloquenti, fanno parte integrante di questo giacimento verbale sepolto nella memoria individuale e collettiva." E se si può concordare con questa frase tratta dall'introduzione di Cortellessa, si deve anche sottolineare come la struttura da lui data al volume aiuti il lettore ad individuare nelle singole sezioni tematiche, quei motivi più vicini alla propria sensibilità e al proprio gusto. Così è particolarmente interessante notare come germi di nazionalismo, quasi di fascismo, siano già presenti in alcune voci, e non solo nelle già note personalità del futurismo, ma in più poeti meno conosciuti come ad esempio Vittorio Locchi nella poesia La sveglia, o Giulio Barni in La Buffa, riportate in questa antologia. Così è stimolante osservare come l'esperienza della guerra sia stata interpretata da poeti noti per la loro mitezza: ad esempio Umberto Saba ne I Versi militari collega l'esperienza bellica alla sensazione della "clausura" e considera questa situazione come una specie di "intermezzo", una pausa, un momento di riflessione. All'inizio della guerra o subito prima, Saba vedrà anche in questa esperienza del ritrovamento di una nuova comunione entro la comunità maschile, una solidarietà semplice e immediata che si rivela non appena il giovane poeta entra in caserma. Scorrendo le sezioni del volume, si può osservare ad esempio come in Vita di guarnigione di Saba si veda lo smarrimento del giovane soldato entrato in caserma, impreparato alla nuova esperienza che sta per affrontare, con mani non "ancora rosse di sangue", con la vergogna di provare freddo e nostalgia, lui di guarnigione, privilegiato rispetto a chi, al fronte, è costretto alla visione e alla pratica della morte.
La guerra come tragedia può essere poi ben rappresentata da Caporetto 1917, poesia di un autore ingiustamente troppo poco conosciuto, Claudio Tessa, penalizzato forse dall'uso del dialetto milanese e oscurato dal più famoso concittadino Carlo Porta. Così la guerra-lutto, per citare un poeta invece già più volte nominato, è, con l'abituale semplicità di linguaggio e intensità di emozioni, ben rappresentata in Addio ai compagni di Umberto Saba.
Il ricordo indelebile di quell'esperienza resta nell'opera di tanti poeti, tragica compagna della creatività, nera amica dirà Solmi, capace di rendere l'esperienza del "dopo", di quella pace così poco soddisfacente, insulsa e vuota a paragone del tempo in cui ogni attimo era fondamentale, ragione di vita o di morte per sé e per gli altri.


Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale, a cura di Andrea Cortellessa, prefazione di Mario Isnenghi
Pag. 528 - Lire 28.000 - Edizioni Bruno Mondadori (Testi e pretesti)
ISBN 88-424-9473-9


Le prime righe

Fra le parentesi della storia
di Andrea Cortellessa


La verità della poesia

Umberto Saba, 1950: "Quello che di più importante ci ha lasciato, nel campo della poesia, l'altra guerra, oscilla fra due poli. Uno di questi è tenuto da Ungaretti, che in alcune brevi poesie sparse in Allegria (di naufragi) ha reso il sentimento di dedizione, di rinuncia, di sacrificio di se stessi, di coscientemente (direi quasi voluttuosamente) accettata fatalità interna ed esterna [...]. Ungaretti era un poeta che fece la guerra. Barni - che tiene il polo opposto - era un soldato che la guerra fece per poco tempo - e si direbbe per caso - poeta".
La dicotomia tra uomini di poesia che fecero la guerra e uomini di guerra che fecero la poesia è in qualche misura riproposta anche da Paul Celan: quando distingue la poesia-Arte, "come alcunché di dato e d'incondizionatamente presupponibile", da una poesia che rechi inscritte le proprie "date" - il proprio essere nel tempo. La poesia di Celan porta inesorabilmente "inscritto il suo 20 gennaio".
Il responsabile di questa scelta è tutt'altro che convinto che nel mondo ci sia spazio solo per una di queste due forme di poesia. Non c'è alcun dubbio, tuttavia, che le poesie qui raccolte "portino inscritta la propria data". È vero letteralmente, intanto: come è facile constatare censendo i brevissimi paratesti che figurano in calce a tanti componimenti. Ma è vero soprattutto (come in Celan) in senso metaforico. Il criterio selettivo che ha guidato la scelta, infatti, è stato la considerazione dei testi dentro la storia: la storia della Grande Guerra. Certo, questa condizione storica varia da un autore a un altro, e persino da un testo all'altro dello stesso autore. E tale condizione storica non può essere certo intesa "specularmente": la negazione assoluta della guerra e dei suoi valori - come la troveremo per esempio in Sbarbaro - rappresentando infatti, a sua volta, una condizione radicalmente storica (nel senso adorniano per cui "nella sua differenza dall'esistente l'opera d'arte si costituisce necessariamente in relazione a ciò che essa non è e che solo la rende opera d'arte"). Del resto questa storicità è un connotato ribadito da quasi tutti i nostri poeti. Il lavorìo variantistico di Ungaretti - il "poeta che fece la guerra" -, per esempio, arriva sino a riscrivere i testi del Porto Sepolto, senza lasciare nulla dei testi originali. Ma lascia intatte proprio le loro date. La data della prima registrazione, entro quel "diario", resta fissata per sempre: segno discreto ma a ben vedere incombente di un'occasione originaria senza la quale quel testo infinitamente variabile non avrebbe mai potuto iniziare il suo percorso.

© 1998, Bruno Mondadori


Il curatore
Andrea Cortellessa è autore di saggi e interventi su classici del Novecento italiano e sulla letteratura contemporanea usciti su riviste come Allegoria, Inchiesta, Paragone, La rassegna della letteratura italiana, Studi novecenteschi, Il Verri, nonché nell'ambito di pubblicazioni collettive. È redattore del mensile, Poesia. Collabora al Diario della settimana e al Manifesto.




Philip Roth
Pastorale americana

"La vita di Ivan Il'ic, scrive Tolstoj, era stata molto semplice e molto comune, e perciò terribile. Forse. Forse nella Russia del 1866 [...] La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente in linea con i valori dell'America."


Philip Roth è uno scrittore entrato ormai "nella leggenda", i cui romanzi hanno in qualche modo influenzato più di una generazione e fatto scoprire una certa mentalità americana a chi, specialmente negli anni Settanta, sognava gli Stati Uniti, mitizzando una società che poi così ideale non era e non sarebbe mai stata. Il fatto che appartenga a quella fascia di popolazione americana di origine ebraica non è marginale, è infatti un fattore tutt'altro che secondario nelle sue opere. Anche in Pastorale americana i protagonisti sono ebrei e vivono in un quartiere popolato prevalentemente da ebrei. È l'affresco di un ambiente borghese, metropolitano. Quel mondo che abbiamo imparato a conoscere negli anni: con ironia, grazie ai film di Woody Allen, a Lenny; con drammaticità con altri come l'Uomo del banco dei pegni, e così via. Pervade l'opera quella difficoltà che caratterizza ormai i rapporti tra le persone, se si esclude una forma di relazione formale e menzoniera in cui tutto è narrato come si vorrebbe che fosse, oppure è taciuto. Ma il romanzo è anche lo spaccato di un momento storico che toccò tutta la società americana, coinvolgendo ogni strato sociale e ogni gruppo etnico: gli anni che impegnarono lo Stato nella guerra in Vietnam. Queste le componenti che incidono maggiormente sulla vita del protagonista, Seymour Levov, di origine ebraica, ma detto lo Svedese per il suo aspetto fisico. E "ordigno dirompente" nella sua vita sarà la figlia Merry che, proprio negli anni del Vietnam, diventerà militante e terrorista, sbalzando fuori lo Svedese dalla "tanto desiderata pastorale americana" e catapultandolo "nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell'innata rabbia cieca dell'America". Tutta la storia è narrata dal tradizionale alter ego dell'autore, Nathan Zuckerman, attraverso una analisi complessa dei fatti e dei comportamenti che devia il romanzo verso una sorta di psicoanalisi della società americana contemporanea.
Roth è un uomo complicato, che afferma di scrivere con difficoltà, con fatica. "Adesso vivo completamente isolato nel Connecticut" racconta in un'intervista a Fiamma Arditi per La Stampa "Ogni tre settimane vengo qui a New York per vedere delle facce. D'altra parte il mio lavoro richiede isolamento. Non c'è dubbio che mi manca qualcosa. Ma se ti concedi alla tua vocazione, inevitabilmente devi fare delle rinunce." Rinunce che "fruttano" un capolavoro ogni due anni circa.


Pastorale americana di Philip Roth
Titolo originale: American Pastoral
Traduzione di Vincenzo Mantovani
423 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-14738-2


Le prime righe

Capitolo primo


Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inerte maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori - in gran parte poco istruiti, ma molto carichi di preoccupazioni - veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L'aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell'intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i buoni voti sì. Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.
L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di un rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.

© 1998, Giulio Einaudi editore


L'autore
Philip Roth è nato a Newmark, New Jersey, nel 1933. Il suo romanzo più famoso è Lamento di Portnoy. Con i suoi ultimi quattro libri ha vinto i più prestigiosi premi letterari americani: il National Book Critics Award nel 1991 per Patrimony; il PEN/Faulkner Award per Operazione Shylock nel 1993; il National Book Award per Il teatro di Sabbath e il Pulitzer per Pastorale americana nel 1998.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




6 novembre 1998