Carlos Castaneda - Juan Manuel De Prada
Nadio Delai - Ippolito Pizzetti - Georges Simenon



Carlos Castaneda
Il lato attivo dell'infinito

"Siamo soli." disse a quel punto don Juan. "Questa è la nostra condizione, ma morire soli non significa morire in solitudine." 

Carlos Castaneda non c'è più. È morto nell'aprile di quest'anno, in modo misterioso, così come era vissuto. La notizia si è diffusa nel mondo solo a giugno e non esiste un luogo dove sia conservata la sua memoria fisica: le ceneri sono state infatti sparse al vento nel tanto amato deserto messicano. Ma la memoria di Castaneda scrittore è invece presente, ancora vivissima.
Esce ora in Italia il suo ultimo lavoro, un vero e proprio testamento spirituale, ultima tappa di un lavoro di ricerca durato tutta l'esistenza e iniziato negli anni dell'università e della specializzazione in antropologia. Scelto l'ambito di ricerca (la tradizione sciamanica messicana), Castaneda ha raccolto moltissime testimonianze, con il fondamentale aiuto di don Juan, sciamano indiano Yaqui. Queste testimonianze e, soprattutto, la sua personale e diretta esperienza di coinvolgimento in fatti e sensazioni straordinarie, appartenenti a un modo che si potrebbe definire "magico", sono raccolte nei tanti volumi che costituiscono la sua produzione letteraria. Sono testi a cavallo tra il saggio etnografico-antropologico, l'autobiografia e il romanzo. Questo libro, ultimato poche settimane prima di morire, rappresenta una specie di compendio finale di tutte le opere precedenti. Inizia infatti con una rapida ricostruzione delle varie tappe del suo lavoro (una sorta di lunga avventura misteriosa e misterica), per arrivare al tema della fine, della morte, rappresentata dal "lato attivo dell'infinito", regione, reale e concreta, a cui accedono gli sciamani dopo la scomparsa terrena. Castaneda racconta le ultime tappe del viaggio interiore e iniziatico fatto con il suo maestro, fino alla scomparsa di don Juan, al suo "viaggio definitivo". Egli vede lo sciamano mutarsi in un grumo di luminosità, ascendere e fluttuare come una luce spettrale, insieme ai suoi compagni, e svanire. Sa che, come guerriero-viaggiatore, anche a lui accadrà qualcosa di analogo e sembra prepararsi a questo evento nel momento stesso in cui lo narra a noi, con una notevole componente premonitrice. 
 

Il lato attivo dell'infinito di Carlos Castaneda
Titolo originale dell'opera: The active side of infinity
Traduzione di Alessandra De Vizzi e Maria Barbara Piccioli
296 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-85999-0 


Le prime righe

Introduzione
 

Questo libro è una raccolta di eventi memorabili della mia esistenza. Li ho riuniti seguendo le indicazioni di don Juan Matus, uno sciamano indiano Yaqui originario del Messico, un maestro che per tredici anni ha cercato di rendermi accessibile l'universo conoscitivo degli sciamani che vivevano nell'antico Messico. Egli mi suggerì di procedere a tale raccolta come se si fosse trattato di un'idea del tutto casuale, qualcosa che gli era venuto in mente all'improvviso. Il suo stile di insegnamento era proprio questo: don Juan celava l'importanza delle sue manovre dietro un aspetto più terreno, e nascondeva l'importanza del suo obiettivo, presentandola come qualcosa di simile alle faccende della vita quotidiana.
Con il passare del tempo don Juan mi rivelò che gli sciamani dell'antico Messico avevano concepito questa raccolta di fatti memorabili come una sorta di accorgimento bona fide per scuotere le tracce di energia che esistono all'interno del sé. Essi ritenevano che tale energia avesse origine nel corpo e venisse poi spostata, allontanata e spinta fuori dal suo campo d'azione dalle circostanze della vita quotidiana. In questo senso, per don Juan e per gli sciamani del suo lignaggio, la raccolta di eventi memorabili era un mezzo per reimpiegare la loro energia inutilizzata.
Il requisito fondamentale per questa raccolta era il gesto sincero e totale di riunire l'insieme globale delle proprie emozioni e realizzazioni, senza risparmiarsi nulla. Secondo don Juan, gli sciamani del suo lignaggio erano convinti che tale raccolta fosse lo strumento della sistemazione emozionale ed energetica necessaria per avventurarsi nell'ignoto, avendo a disposizione la saggezza della percezione nell'ignoto.
Don Juan definiva l'obiettivo finale della conoscenza sciamanica che egli possedeva come la preparazione necessaria per affrontare il viaggio definitivo, quello cioè che ogni essere umano deve intraprendere al termine della propria esistenza. 

© 1998, RCS Libri


L'autore
Carlos Castaneda, scrittore di culto e maestro spirituale, era nato in Perù nel 1925. Nel 1951 si trasferì a Los Angeles dove si laureò in antropologia all'UCLA. Nel 1968 ottenne il dottorato di ricerca. Con la sua tesi, pubblicata dall'Università (A scuola dallo stregone) arrivò anche il primo besteller. La storia si basava sulla sua esperienza con lo sciamano don Juan Matus, iniziata nel '60 e durata fino al 1973. Ultima opera pubblicata in Italia, Tensegrità 



Juan Manuel De Prada
La tempesta

"Mi ero messo in viaggio per Venezia con la convinzione appena sussurrata che avrei finalmente riscattato la mia gioventù, della quale non rimanevano che le ultime braci. Forse quando si parte lo si fa sempre per inseguire la gioventù, pur sapendo che alla fine del viaggio non raccoglieremo altro che vecchiezza, e scoramento, e più complicazioni del necessario."


Prendiamo La Tempesta di Giorgione, splendido quadro dipinto intorno al 1505, aggiungiamo un appassionato d'arte che ha dedicato anni del suo tempo allo studio di questo dipinto, specie del suo significato allegorico, e che decide di andare, finalmente, a vederlo di persona, a Venezia. A questo quadro iniziale sommiamo la neve e l'acqua alta, un uomo - un trafficante d'arte che muore dissanguato per una ferita da arma da fuoco - l'anello del morto che scompare, la proprietaria di un piccolo albergo, il direttore dell'Accademia Gilberto Gabetti, ovvero colui che comanda ogni cosa nel museo che ospita La Tempesta, un deus ex machina del mondo dell'arte veneziano. A questo punto avremo l'impianto iniziale della storia, un vero e proprio giallo ambientato nel mondo dell'arte. Piano piano con il procedere dell'indagine, si scopre che il morto, Fabio Valenzin, era una "vera canaglia, capace di farla in barba al diavolo in persona", che in passato era riuscito a far addirittura autenticare dall'ignaro Delvaux diversi suoi quadri giovanili in realtà falsi. Compaiono poi nel plot altri "attori", come il portiere del palazzo di fronte al quale è avvenuto l'omicidio, un ubriacone che talvolta aveva collaborato ai furti di opere d'arte organizzati da Valenzin, la figlia di Gabetti, esperta di restauro, l'ex moglie dello stesso Gabetti, Giovanna Zanon...
Il protagonista della storia, Alejandro Ballesteros, è un osservatore attento e preciso, non solo in campo artistico, ma anche nella vita quotidiana. Analizza Venezia, i suoi palazzi, la vita un po' anomala, eccezionale che vivono i suoi abitanti sempre alle prese con l'acqua, e osserva le donne di Venezia, anche negli aspetti più intimi del corpo, quasi spiandone movimenti e fattezze. In tutto il romanzo si intersecano questi due piani di narrazione: il privato di Alejandro e il pubblico delle indagini, ritmati entrambi da una scrittura rapida, fatta di frasi brevi, di molto dialogo serrato e diretto. Il tutto accompagnato da una riflessione sull'arte come modo e motivo di vita, nel bene e nel male.
L'autore ha vinto, con questo romanzo, il Premio Planeta 1997, il maggior riconoscimento letterario di Spagna, ed è stato a lungo in vetta alle classifiche di vendita. 
 

La tempesta di Juan Manuel De Prada
Titolo originale dell'opera: La tempestad
Traduzione dallo spagnolo di Stefania Cherchi
352 pag., Lit. 32.000 - Edizioni e/o
ISBN 88-7641-360-X 


Le prime righe

È difficile e osceno eludere lo sguardo di un uomo che si dissangua a morte; ma è ancor più arduo sostenere quello sguardo, tuffarsi nel gorgo di passioni confuse e di segreti postumi che si addensano sulle sue retine. È difficile e faticoso assistere all'agonia di un uomo sconosciuto (ma presto avrei appreso il suo nome: Fabio Valenzin, falsario e trafficante d'arte) in una città inesplorata, quando la notte, premeditata e proditoria, fa della morte un avvenimento irrevocabile. È difficile e inquietante osservare un uomo che si dissangua sul selciato coperto di neve cercando invano di tradurre le bestemmie straniere, chissà se confuse o rivelatrici, che borbotta un secondo prima di spirare. È difficile e ingrato presenziare allo spargimento di un sangue in fuga dal petto senza disporre di un tampone per stagnarlo, senza parole che possano fungere da balsamo o da viatico, senza nemmeno la presenza di spirito di invocare aiuto o di chiamare la polizia. È difficile e prostrante ascoltare i rantoli d'un uomo che sta per spirare in mezzo a una strada deserta, mentre l'acqua di un canale scorre lì accanto come un feretro dormiente, e non poter svegliare tutto il vicinato in cerca d'aiuto, o riuscire anche a svegliarlo, ma ottenendone per tutta risposta un silenzio ostile che riverbera sul selciato. È difficile e fatale incappare in un omicidio in una città abbandonata da Dio e dagli uomini, e trovarsi coinvolti nelle indagini quando si è viaggiato fin lì per occuparsi di questioni molto più amene. Bisognava che Fabio Valenzin spirasse fra le mie braccia perché io prendessi coscienza del mio destino; destino che si sarebbe accanito contro di me per tutto il tempo in cui le mie veglie avrebbero avuto Venezia come sfondo. Infatti, alla presenza della morte si sarebbe presto aggiunta quella repentina dell'amore, cataclisma forse ancor più definitivo.
Ero giunto a Venezia per vedere un quadro che conoscevo solo attraverso riproduzioni fotografiche e l'esorbitante bibliografia prodotta da quanti specialisti nel corso dei decenni o fors'anche dei secoli hanno cercato di interpretarne il significato. Io stesso avevo dilapidato la gioventù nell'esegesi di quel quadro, sprofondando anno dopo anno nell'enigma delle sue figure e consegnando ai posteri, dopo ardue inchieste e investigazioni, una sorta di zibaldone o tesi di dottorato grazie al quale la mia si era aggiunta alla lunga lista delle interpretazioni esistenti. Il quadro a cui avevo dedicato tante notti insonni è La tempesta, opera realizzata da Giorgione (se mai Giorgione esistette e non fu piuttosto un mero agglomerato di spettri, come Omero) nei suoi ultimi anni di vita, verso il 1505. 

© 1998, Edizioni e/o


L'autore
Juan Manuel de Prada, autore spagnolo, ha pubblicato nel 1995, a soli 25 anni, due libri di racconti: Conos e El silencio del patinador. Nel 1996 è uscito il suo primo romanzo Las máscaras del héroe. 



Nadio Delai
La società dell'inquietudine
Come diventare adulti in un paese che cambia

"Serve perciò un 'sillabario della discontinuità', per reimparare quello che ci siamo dimenticati e per ritrovare le parole che interpretino le nostre inquietudini, ma anche la nostra forza cresciuta da reinvestire."


Globalizzazione, unità europea, trasformazione dei processi produttivi, tutto ciò per l'Italia e per i suoi abitanti significa l'insorgere di tensioni nuove, una sconosciuta sensazione di insicurezza, un'inquietudine estranea alle caratteristiche sociologiche della popolazione italiana. Se alcuni dati sono comuni all'intera Europa, altri paiono specifici della nostra realtà: permanenza nella casa d'origine dei giovani oltre i trent'anni di età; aspettative di un lavoro analogo, se non inferiore a quello paterno; "giudizializzazione" del paese, cioè l'insorgenza di una forte cultura giudiziale in seguito al fenomeno "Mani pulite", cioè un bisogno diffuso di regole di punizione. Si è invece persa una capacità di identificazione legata ad eventi storico-congiunturali che, fino a pochi anni fa, aveva connotazioni molto forti in Italia: si è vista infatti la fine delle logiche ideologiche, dei grandi blocchi contrapposti, dei partiti di massa, della contrapposizione di classe. Privo di logiche di identificazione "improprie", come quelle sopra menzionate, si è giunti ad altre, forse più primitive e povere: quelle del lamento e della scontentezza, quelle della furbizia e dell'aggiustamento e quelle microterritoriali. Se, e concordo pienamente con questa analisi, "incertezza e inquietudine diffusa da un lato e carenza di cultura progettuale dall'altro camminano molto vicine e si alimentano l'una con le altre", quale via d'uscita è ipotizzabile? Quale spinta propulsiva, esterna o interna, può guidare l'Italia ad essere un paese "normale"?
Il reddito familiare oggi è impiegato in modo molto diverso rispetto al passato; una migliore educazione alla ricerca di un positivo rapporto qualità/prezzo ha spinto la famiglia italiana ad una valutazione più attenta circa l'investimento dei propri risparmi. Ormai si è anche diffusa la consapevolezza che il nostro stato sociale è inadeguato rispetto ai nuovi bisogni, dando invece risposte a esigenze ormai socialmente inesistenti: nuove povertà richiedono interventi nuovi da parte dello Stato. Questo fenomeno è strettamente connesso a quella che viene ormai generalmente chiamata globalizzazione dell'economia: è certo più conveniente produrre nell'Est Europa, nel Nord Africa o nel Sud Est asiatico piuttosto che in Italia, dove la manodopera ha maggiori tutele ed è in grado di attuare rivendicazioni sia salariali che di sicurezza nel lavoro. Infine, tali meccanismi sono anche facilitati da una diminuzione straordinaria dei costi dei trasporti.
L'insieme di queste considerazioni crea una sensazione di assedio molto forte e minacciosa perciò, dopo aver ampiamente descritto la situazione attuale, l'autore interviene con proposte precise. Se si vogliono trovare vie d'uscita è necessario che queste siano assolutamente diverse da quelle tradizionali e Delai ne propone alcune sicuramente interessanti. Così ugualmente stimolante è l'invito a considerare questa dimensione di incertezza come una opportunità, un'occasione. 
Secondo l'autore gli italiani possono essere suddivisi in tre categorie di ugual peso, così da poter parlare di Tre Italie, un'Italia dei "protetti", un'Italia degli "esposti", un'Italia dei "sommersi". Necessaria è la riconciliazione tra queste tre parti del Paese, ma questa operazione è appunto molto complessa e richiede nuovi patti, nuovi "contratti sociali". Siamo di fronte a una nuova fase, a una nuova speranza: è necessario, indispensabile per tutti, esserne all'altezza, acquisire quella che l'autore definisce la logica delle "tre R": maggiore senso di Responsabilità, più Restituzione, ovvero una più equa redistribuzione economica, più Rete, cioè una maggior socialità. 


La Società dell'inquietudine. Come diventare adulti in un paese che cambia di Nadio Delai
Pag. 107, Lire 24.000 - Edizioni Franco Angeli
ISBN 88-464-0919-1 


Le prime righe

Premessa
La parola che libera 
 

Spiegare l'Italia costituisce sempre un esercizio difficile, per noi stessi più ancora che per gli altri.
Una lunga serie di domande si muove nella nostra testa, anche (e forse ancora di più) dopo l'ingresso nella moneta unica. Essa infatti finisce, vicino alla soddisfazione, col suscitare dubbi e incertezze sul percorso che dobbiamo ancora compiere.
Siamo entrati in Europa a tutti gli effetti oppure manca ancora, al di là della moneta, tutto il resto (le infrastrutture, la flessibilità dei fattori di produzione, la piena liberalizzazione del mercato)? Basteranno gli sforzi già fatti o dovremo accollarci altri comportamenti non proprio virtuosi degli anni passati per rendere possibile e gradevole la nostra vita futura e quella dei nostri figli? Quanti altri cambiamenti dovremo affrontare nel modo di produrre, di lavorare, di risparmiare, di investire, di pagarci le pensioni? Quanto ci potranno aiutare condizioni favorevoli del ciclo economico per completare il nostro ingresso nella moneta unica, attraverso modifiche "reali" dell'economia, delle infrastrutture, della società?
Insomma, per quanto ancora dovremo restare in mezzo ad un guado obbligato, da dove si scorge ormai lontana la riva che abbiamo lasciato, ma non ancora come immediatamente prossima la sponda che dobbiamo raggiungere? E questo basterà a sostenere gli impegni che ci aspettano per diventare un paese europeo nella sua pienezza, sia pure con nostri modi di vita, di stile, di pensiero? E, in buona sostanza, quanto dovremo ancora perdere (anzi investire) in termini di risorse individuali, familiari, aziendali come pure di occupazione, di sicurezza sociale tradizionale, di abitudini, di comportamenti, di stili di vita per cominciare a vedere risultati concreti, apprezzabili e soprattutto stabili?
Ma soprattutto cos'è questa sensazione di disagio, di inquietudine, di timore, che serpeggia nella realtà sociale e che rende difficile o quanto meno incerto il gestire la propria impresa, il disinvestire e il reinvestire i nostri risparmi, il cambiare lavoro, l'indirizzare i nostri figli negli studi e nell'attività professionale, e così via?
Si ha come l'impressione che tutto ciò che abbiamo e siamo diventati assuma un tono non certo di modesto livello, ma sicuramente di provvisorio e di esposto a pericoli di ogni genere: caratteristiche queste ben diverse rispetto a quelle sperimentate negli anni '80, quando ogni traguardo raggiunto sembrava la premessa per quelli immediatamente successivi, in una sorta di rincorsa senza fine, nei risultati conseguiti e soprattutto nelle aspettative maturate.
Certo abbiamo subito qualche delusione: nell'andamento del reddito disponibile per le famiglie, nella sicurezza del posto di lavoro, nella tenuta del sistema pensionistico, nel modo e nella quantità del consumo e persino nel "nuovo" in politica. Eppure in parallelo siamo riusciti a sostenere lo sforzo per entrare nella moneta unica, anche se avvertiamo - con sottile inquietudine - che il cammino è appena iniziato: perché i cambiamenti che abbiamo affrontato costituiscono l'inizio di un percorso che non è di per sé né minaccioso né pericoloso, ma sicuramente impegnativo e di lunga durata.
Anche se il paese ha oggi spalle robuste per sopportare le trasformazioni che ci attendono e la modernizzazione ulteriore del nostro stare insieme. 

© 1998, Franco Angeli s.r.l.


L'autore
Nadio Delai, laureato in sociologia a Trento, ha avuto diverse esperienze lavorative: in banca, nell'insegnamento, nella ricerca socioeconomica (ha svolto per lungo tempo la sua attività al Censis, di cui è stato anche direttore generale per 10 anni). Ha assunto successivamente l'incarico di direttore della Rete 1 nel periodo della "Rai dei Professori", mentre attualmente è responsabile presso il Gruppo Fs della Direzione Politiche Economiche e Sociali ed è amministratore delegato di Isfort (Istituto superiore di formazione e ricerca per i trasporti).



Ippolito Pizzetti
Robinson in città
Vita privata di un giardiniere matto

"Rivedendo così la città a primavera sempre più mi rendo conto che ho imparato gli alberi a Milano. Senza conoscerli, solo vedendoli spogliarsi della fronda e rivestirsi - gli alberi e l'erba nei prati - dentro la città. Tutto il resto è venuto dopo, ma è cominciato di lì." 

Chi ama il verde, i giardini, la natura e si interessa di architettura del paesaggio conosce senza dubbio Ippolito Pizzetti, autore di saggi e articoli specialistici. Celeberrima la rubrica che per anni ha tenuto sulle pagine de l'Espresso, dove, con sagacia e ironia, ha descritto il mondo del giardinaggio e gli appassionati di questo "nobile passatempo". Nei suoi scritti giornalistici (dove, com'è naturale, si trovano piccoli suggerimenti estetici e consigli pratici basati sull'esperienza personale) sono "fotografati" gli aspetti più grotteschi, addirittura ridicoli (o patetici) di quei megalomani assolutamente privi di gusto che spesso sono i possessori di un terreno (piccolo o grande è indifferente). Si tratta di esseri maniaci, spinti da un'unica forza verso un unico fine: quello di trasformare il proprio pezzetto di terra nel parco della reggia di Versailles o, viceversa, in uno spazio multifunzionale con cuccia per cane, posto macchina, dondolo, scivolo, piscina gonfiabile, nanetti e, ovviamente, dieci conifere gigantesche a crescita rapidissima piantumate in uno spazio sufficiente per alcuni cespi d'insalata e quattro carote...
Chi conosce Pizzetti sa, dunque, quanta capacità di analisi critica e quanto sarcasmo lo caratterizzino come saggista e avrà la piacevole sorpresa di ritrovare questa stessa brillante intelligenza nelle pagine, più strettamente letterarie, di un diario personale. Brevi impressioni, rapidi pensieri che ruotano quasi sempre attorno ad eventi naturali, osservati all'interno di una città: il ritorno delle rondini, i merli, le cornacchie, i grilli, il vento e i temporali, la luna, il sole, la nebbia, le lucertole, i cani, la pioggia, i pini. Tanti piccoli momenti che scandiscono il succedersi dei giorni, dei mesi, delle stagioni anche nel ristretto ambito delle mura cittadine. Perché la natura non ha confini, non viene respinta da nulla, ma si insinua persino attraverso il cemento, ed è sempre vincente sull'uomo.
Un brano per tutti: leggete "Le correnti". In una magistrale descrizione del perché piante, animali e uomini rifuggano dalla corrente, con rapidi accenni filosofico-etologici, Pizzetti parla di se stesso come parte di un'istintività allo stesso tempo individuale e universale. 


Robinson in città. Vita privata di un giardiniere matto di Ippolito Pizzetti
148 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Archinto (Gli aquiloni)
ISBN 88-7768-241-8 


Le prime righe

I pini
 

Senza contare gli alberi all'interno dei giardini condominiali, a Via Ronciglione ci sono cinquantatré pini (Pinus pinea), ritengo piantati anche questi dal nonno di Rossetta.
Dovevano essere cinquantaquattro, ma uno proprio di fronte a casa nostra è morto, in seguito a quell'inverno in cui nevicò così forte a Roma (io potrei raccogliere legna per il camino che mi bastò per due inverni) e invano il Colonnello per ben due volte ha tentato di sostituirlo con uno nuovo: il nuovo non ha voluto saperne di occupare il posto del vecchio: s'è stecchito anche lui.
Forse saranno anche stati cinquantasei o cinquantotto, ma in tal caso sono morti due paralleli, da entrambi i lati dei marciapiedi, le buche sono state coperte dall'asfalto, come è successo di fronte a casa nostra, e come fossero le cose un tempo non si riesce a sapere più.

I cedri
 

Dalla mia finestra, dalla finestra della mia veranda, il mio quartiere d'inverno, i cedri sono lontani. Io non usavo un tempo star qui a lavorare leggere o scrivere e non so come fosse prima; ma oggi si sono certo avvicinati. Sono cresciuti, sono saliti. Ma non entrano in casa come da Rossetta. Non si possono toccare. Sono due davanti a me, due Cedri deodara. Uno ha più il portamento di un abete, verticale (ma non è un atlantica), l'altro si apre di più a ombrello (ma non è un cedro del Libano). Se voglio vedere bene gli uccelli che si posano sui rami devo usare il binocolo. Certo i vicini mi crederanno un voyeur. In genere si tratta di merli e passeri. Gli allocchi del quartiere non li frequentano, non li sento mai.
Tra la casa di Stefania, la casa di Rossetta e la mia da un lato, ce n'è solo un'altra abitata da sconosciuti (che è stata anche la casa al pianterreno di Barbara). E lo spazio tra me e quest'ultima è tutto occupato dalle fronde così spesso immobili dei cedri. 

© 1998, Rosellina Archinto


L'autore
Ippolito Pizzetti è nato a Milano e da sempre si occupa di letteratura e giardinaggio. Per anni ha curato per l'Espresso la rubrica sui giardini. Ha diretto per Rizzoli la collana L'ornitorinco e ha curato una Garzantina sui giardini, le piante e il verde.



Georges Simenon
Maigret

"Fino a due anni prima, una professionista non si sarebbe mai sbagliata sul suo conto. Ma a trarla in inganno non erano stati il cappotto dal collo di velluto, l'abito nero in tessuto indistruttibile o la cravatta accuratamente annodata: se lo aveva preso per un provinciale in vena di bagordi, è perché lui era cambiato."

Il commissario Maigret è in pensione, vive tranquillamente in campagna, la pesca è il suo passatempo, la moglie la sua compagnia, tutto ispira serenità e pace: nessun rimpianto del passato, nessuna particolare nostalgia.
Quando all'improvviso arriva, come un temporale imprevisto in una fredda notte d'inverno, il nipote Philippe, a chiedere aiuto. Giovane poliziotto inesperto con una voglia eccessiva di essere zelante, si è fatto "incastrare" in modo terribilmente ingenuo. È accusato dell'assassinio di un pregiudicato che doveva sorvegliare e che è stato ucciso quasi sotto ai suoi occhi, senza che però il giovane Philippe abbia potuto vederne l'assassino. Anzi, la paura improvvisa, il senso di smarrimento davanti a quel delitto inaspettato, lo spingono a compiere gesti del tutto sconvenienti e tali da far ricadere su di lui tutti i sospetti. C'è addirittura un "testimone" che è stato mandato nei pressi del luogo del delitto, proprio a incontrare Philippe che, in preda al panico, fuggiva da quel posto maledetto. Solo una persona può salvare quel ragazzo poco scaltro: lo zio Maigret. E infatti è proprio da lui che corre, in piena notte, a cercare soccorso. Così i due, il giovane poliziotto alle prime armi e il vecchio poliziotto in pensione, raggiungono Parigi, dove ha inizio questa inchiesta del tutto particolare dello straordinario personaggio creato da Georges Simenon. Un'inchiesta che si svolge senza la collaborazione della struttura ufficiale della polizia (chi è in pensione non può né richiederla, né sperarla), che punta tutto sull'intuizione, sulla conoscenza degli uomini, degli ambienti malavitosi, dei protagonisti della vita notturna parigina, sulla determinazione a tirar fuori dai guai quel ragazzo un po' sprovveduto e imbranato a cui però Maigret vuole molto bene. E così l'anziano commissario si trova a sfidare, completamente solo, un avversario pericoloso, il capo "rispettabile" di una malavita sempre più spietata e intelligente. La vera difficoltà che incontra non è però legata al fatto di sangue di cui vuole trovare il vero colpevole, quanto al senso di estraneità, di distanza con cui si deve misurare nel parlare con ex colleghi ed amici, nel frequentare posti poco prima familiari e consueti e improvvisamente trasformatisi in luoghi altrui, quasi sconosciuti. La capacità narrativa di Simenon si esprime in questo romanzo non solo nella efficace descrizione di ambienti, persone e situazioni, quanto nell'espressione del disagio, della lontananza un po' malinconica del suo protagonista. Maigret non è mai stato proposto dal suo autore come un eroe forte e vittorioso, ma in questo romanzo viene ancora più umanizzato: è un anziano che desidera godersi un meritato riposo, fuori dal caos cittadino e che, per un legame affettivo, ripiomba, per il periodo strettamente necessario a svolgere il suo compito, in quella metropoli che conosce perfettamente, che per tanti anni ha amato, come si conosce e si ama una donna, e che però, proprio come avviene quando un amore finisce, ha esaurito per lui ogni interesse. 


Maigret di Georges Simenon
Traduzione di Elena Callegari
Pag. 134, Lire 12.000 - Edizioni Adelphi (gli Adelphi)
ISBN 88-459-1398-8 


Le prime righe

Prima di socchiudere gli occhi, Maigret aggrottò la fronte, non sapendo se credere a quella voce che veniva a strapparlo da una sonno profondo:
"Zio!...".
Senza sollevare le palpebre, con un sospiro tastò il lenzuolo, e allora capì che non sognava, ma che stava succedendo qualcosa di insolito, perché la sua mano non aveva trovato al posto consueto il tiepido corpo della signora Maigret.
Alla fine aprì gli occhi e nel chiarore della notte vide la moglie in piedi che scostava la tenda della finestra a riquadri, mentre di sotto qualcuno batteva alla porta facendo un fracasso che rimbombava per tutta la casa. 
"Zio! Sono Philippe...".
La signora Maigret continuava a guardare fuori, e i suoi capelli avvolti sui bigodini le formavano una strana aureola attorno al capo.
"È Philippe" disse poi, sapendo che Maigret, ormai sveglio e girato verso di lei, aspettava che dicesse qualcosa. "Ti alzi?".
Il primo a scendere fu Maigret, che, infilati i piedi nudi nelle pantofole di feltro, aveva indossato alla svelta un paio di pantaloni e si metteva la giacca mentre era già sulla scala. All'altezza dell'ottavo gradino avrebbe dovuto abbassare la testa per non urtare contro la trave, un gesto che di solito faceva senza nemmeno pensarci. Adesso, invece, se ne dimenticò e ci andò a sbattere con la fronte. Brontolando e imprecando, si lasciò alle spalle il vano gelido della scala per entrare in cucina, dove la stufa emanava ancora un po' di calore. 
La porta d'ingresso era sprangata con sbarre di ferro. Dall'altra parte Philippe stava dicendo a qualcuno: 
"Non ne ho per molto. Saremo a Parigi prima dell'alba".
Al piano di sopra, si udivano i movimenti della signora Maigret che si stava vestendo. Ancora di malumore per la testata, il commissario aprì la porta.
"Sei tu!" borbottò, vedendo il nipote sulla soglia.
Una luna enorme galleggiava al di sopra dei pioppi senza foglie e rendeva il cielo così chiaro che si poteva distinguere ogni ramo, persino i più piccoli. Oltre la curva, la Loira era tutta un brulichio di pagliuzze argentate. 

© 1998, Adelphi Edizioni S.p.A.


L'autore
Georges Simenon, scrittore belga di lingua francese, è nato a Liegi nel 1903 ed è morto a Losanna nel 1989. Si trasferì a Parigi nel 1922. Del 1931 è il suo primo romanzo che ha come protagonista il famoso ispettore Maigret. Ma Simenon è stato anche un raffinato romanziere, e dei romanzi polizieschi ha ripreso soprattutto il tema della solitudine, ma in una dimensione narrativa più ampia.
 

A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato 



30 ottobre 1998