Gerald Durrell
L'uccello beffardo

"Per la prima volta si rese conto della unitarietà della natura; l'abbattimento di una foresta comportava automaticamente la distruzione delle creature che dentro e attorno a questa vivevano e si nutrivano."

Gerald Durrell è l'autore di opere come La mia famiglia e altri animali, Storie di animali e altre persone di famiglia o Luoghi sotto spirito. Chi ha letto questi libri conoscerà già bene le capacità narrative dell'autore, "incrocio" tra uno scienziato-veterinario-etologo e uno scrittore ironico e brillante. In Italia potremmo paragonarlo a Giorgio Celli, per la sagacia e la competenza con cui entrambi affrontano la descrizione del regno animale senza essere mai didascalici, ma semplicemente ottimi narratori di storie. Il luogo in cui il romanzo è ambientato è del tutto immaginario: un'isola sperduta nell'oceano, immersa in un magnifico clima tropicale, abitata da due tribù indigene pacifiche e divertenti con curiose abitudini, un tranquillo stile di vita e un re, alto quasi due metri per centoquindici chili e educato a Eton. In quest'ambito si sviluppano una flora e una fauna rigogliose, che in passato avevano dato origine ad alcune rarissime specie autoctone, in particolare un uccello, denominato Uccello Beffardo, e l'albero Ombu, entrambi apparentemente estinti. In questo piccolo paradiso terrestre, lontane potenze occidentali decidono di impiantare una base militare. Un giovane e intraprendente funzionario inglese, Peter Foxglove, mandato sull'isola per sovrintendere ad alcuni lavori preparatori, fa invece una scoperta straordinaria: sia l'Uccello Beffardo che l'albero Ombu esistono ancora e vivono in una zona selvaggia destinata, nei progetti, a essere sommersa dalle acque di una diga. Da questo ritrovamento nasce, ovviamente, una disputa tra ecologisti e sostenitori del progetto di "modernizzazione". E solo l'Uccello Beffardo potrà salvare l'isola dalla rovina.


L'uccello beffardo di Gerald Durrell
Titolo originale dell'opera: The Mockery Bird
Traduzione dall'inglese di Maria Azzolini
257 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-017-7


Le prime righe

Al limite estremo del mare, sulla linea immaginaria in cui le acque dell'oceano Indiano confluiscono in quelle dell'oceano Pacifico, sorge Zenkali, isola verde, amena e così remota che sembra non avere alcun contatto con il mondo esterno. Tuttavia una volta, per ben due mesi nella sua storia, Zenkali lasciò col fiato sospeso l'intero mondo civilizzato e buona parte di quello incivile rappresentato nella fattispecie da giornalisti televisivi, inviati speciali e compagnia bella. Naturalmente Zenkali si ritrovò poi a pagare lo scotto per aver occupato così clamorosamente la scena mondiale, e ancora adesso (poiché le cicatrici sono fresche nonostante buona parte delle ferite si sia rimarginata), da Le Pollastrelle di Mamma Chioccia, chiunque osi ritornare sull'argomento corre il rischio di beccarsi un occhio nero - se non qualcosa di peggio - e di sicuro i soci del circolo inglese si allontanerebbero immediatamente dalla loro nuova sede se qualcuno avesse il cattivo gusto di tirare in ballo la storia dell'Uccello Beffardo.
Tutto cominciò in gennaio. Come al solito gli isolani avevano mangiato e bevuto più del dovuto in occasione delle feste natalizie e ora il fegato faceva le spese del gesto patriottico compiuto nel mangiare tacchino arrosto e plum pudding in un paese in cui a dicembre la temperatura è di poco superiore ai cinquanta gradi all'ombra. L'isola si stendeva sognante avvolta nel chiarore solare e sorvegliata dai coni dei suoi due vulcani, il Timbalu e il Matakama. Gli isolani (tutti alle prese con Alka Seltzer e bicarbonato di soda) non potevano certo sospettare, neanche lontanamente, che il destino stava sospingendo verso di loro attraverso la vastità dell'Oceano qualcosa di più letale di un uragano, più disastroso di un'onda di maremoto e più sconvolgente di un terremoto. Era doppiamente letale dato il suo aspetto innocente, come quello di un cucciolo di pechinese affetto da idrofobia. La sua incarnazione era l'affascinante, biondo e aitante signor Peter Foxglove, il nuovo assistente del consigliere politico di sua maestà.

© 1998, Ugo Guanda Editore


L'autore
Gerald Durrell (1925-1995) ha esordito come scrittore con La famiglia e altri animali (1956). Ad esso ha fatto seguito una serie di libri in cui l'autore ha raccontato le sue esperienze di zoologo e naturalista in tutto il mondo.




Nadine Gordimer
Un'arma in casa

"Claudia non è l'unica donna ad avere un figlio in prigione. L'ha capito quel pomeriggio. Non è più quella che davanti alle disgrazie altrui elargisce consolazione o ne dispensa i placebo, sentendosi al sicuro, intoccabile, in un'altra categoria."


Carl Jespersen è morto. È stato ucciso. È stato colpito con un'arma da fuoco alla testa. Duncan Lindgard è stato incriminato per omicidio. Il morto era a letto con la ragazza di Duncan. L'arma usata per commettere il reato era "l'arma di casa", quella che doveva servire solo in caso di legittima difesa. Fin qui tutto nella norma, tutto secondo il copione tradizionale, quasi ovvio, di un evento del genere. Ma questa volta la vicenda non è vista né con gli occhi dell'investigatore, né con quelli del presunto colpevole (o della vittima), bensì dall'ottica di due genitori: i genitori dell'omicida.
Dopo il colpo forte, squassante, che arriva insieme alla notizia sin dal primo capitolo e aggredisce questa coppia tranquilla, normale, assolutamente regolare, segue la necessità di affrontare la realtà. Una realtà rappresentata, "incarnata" innanzitutto dall'avvocato Motsamai, convinto della colpevolezza di Duncan, ma pronto a difenderlo e a cercare ogni modo per rendere incredibile ciò che invece sembra evidente (le prove sono all'apparenza schiaccianti). Una realtà fatta di ricerca in se stessi e negli altri, di riscoperta di un figlio che si conosceva e che ora si trasforma quasi in un estraneo, un estraneo che si ama e che vive i suoi giorni in carcere. I comportamenti cambiano, quando ci si trova ad affrontare un evento di questa natura. Harald, il padre, preso dall'ansia e dalla disperazione, si ritova a leggere il diario del figlio, ritenuto da sempre parte dell'inviolabile privacy personale. Claudia, la madre, rimane fredda, sicura di sé, impassibile, con l'atteggiamento professionale che quotidianamente riveste nel suo lavoro di medico: per lei "una confessione di colpevolezza equivaleva a una diagnosi". Ma entrambi sentono che il sentimento nei confronti del figlio si sta trasformando, lentamente, in modo quasi impercettibile, ma inesorabilmente. Cresce il risentimento, di cui ovviamente si vergognano (e "la vergogna separa"), ma contro cui non possono lottare. Perché è accaduto tutto questo? Che colpe hanno loro in qualità di genitori? C'è bisogno di "ri-concepire, ri-partorire il figlio", di ripercorrere le principali tappe della sua crescita, di cercare l'errore. Ma l'errore c'è stato? Come ha potuto un figlio, allevato con precisi principi morali, violarli in questo modo? Come sarà possibile affrontare un processo senza soccombere allo sconforto? E, infine, quali rapporti tutto ciò può avere con un contesto (la società sudafricana multirazziale e in evoluzione) in cui la vita umana non ha ancora acquistato quel valore che noi, in altri paesi occidentali, le attribuiamo, in cui per decenni si è "ucciso per niente"?
Non si può dire se padre e madre saranno in grado di aiutare un figlio che "tende una mano, la mano di un uomo che sta annegando, che emerge dalle profondità del suo essere". Sicuramente faranno tutto ciò che la morale e il sentimento impone loro di fare e quanto lui stesso richiederà. Affrontando anche, loro, bianchi liberal sudafricani, il fatto che il futuro di Duncan sia nelle mani di un avvocato e un giudice neri.
Il caos morale e intellettuale in cui sprofonda una coppia quando deve confrontarsi con una tale catastrofe è magistralmente descritto da Nadine Gordimer. L'evoluzione dei fatti è narrata con assoluto rigore, quasi come in un succedersi di istantanee che fissino obiettivamente il momento. Leggendo queste pagine si comprende pienamente perché nel 1991 all'autrice sia stato attribuito il Premio Nobel per la Letteratura.


Un'arma in casa di Nadine Gordimer
Titolo originale dell'opera: The House Gun
Traduzione dall'inglese di Grazia Gatti
266 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01544-7


Le prime righe

"Il delitto è il castigo"
FIMA, Amos Oz

È successa una cosa terribile.
Seguono la notizia alla televisione dopo cena, con una tazza di caffè appoggiata lì accanto. Bosnia, Somalia o il terremoto che come un mastino scuote tra fauci apocalittiche un'isola giapponese: uno qualsiasi dei disastri di quel periodo. Quando suona il citofono si guardano con amichevole riluttanza; vai tu, tocca a te. Fa parte del patto che si stringe vivendo insieme. La decisione di lasciare la loro casa e trasferirsi in questo complesso residenziale con giardiniere e ingresso sorvegliato è recente e non sono ancora abituati, o piuttosto tendono momentaneamente a dimenticare che adesso a convocarli non è l'abbaiare di Robbie o l'antiquato squillo del campanello della porta d'ingresso. Nel complesso residenziale non sono ammessi animali domestici, ma loro fortunatamente hanno potuto mandare il cane dal figlio, che abita in un villino.
Lui, lei... il balenio di un sorriso, lui si è alzato con un'espressione pigra ed è andato a sollevare il ricevitori più vicino. Chi? lo ha distrattamente sentito dire lei, ascoltando distrattamente il commento alle immagini. Chi? Poteva essere qualcuno che voleva convertirli a una qualche setta religiosa, o che doveva consegnare un'ingiunzione di pagamento per una multa, c'era chi lo faceva, come secondo lavoro. Lui ha detto qualcos'altro che lei non ha capito, seguito dal ronzio elettronico del tasto che fa scattare la serratura.
Dopo di che lui le ha chiesto: Hai idea di chi sia un certo Julian qualcosa? Amico di Duncan?
Lui, lei... non lo conoscevano, nessuno dei due. Niente di strano in questo: Duncan , ventisettenne, aveva la propria cerchia sociale esattamente come i suoi genitori avevano la loro, e i due mondi si incrociavano solo occasionalmente, quando gli interessi che gli avevano inculcato sin da bambino combaciavano.
Cosa vuole?
Ha detto solo che vuole parlarci.
In quel preciso istante entrambi hanno sentito la scossa di un segnale d'allarme. Cosa c'è da temere, nel contesto specifico di un ventisettenne in quella città: un incidente, uno scippo, l'aggressione di un ladro penetrato in casa. Sulla porta, insieme, affrontano quelle possibilità, affrontano i passi che si avvicinano sul viottolo privato sotto i tralci intrecciati delle sterlitzie, il segnale del secondo citofono, e quel giovane mandato da chi? mandato per chi? Duncan. È entrato con lo sguardo basso, così che loro non hanno potuto leggervi nulla. Si è seduto senza dire una parola.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autrice
Nadine Gordimer, premio Nobel per la letteratura 1991, è nata nel Transvaal nel 1923 e ha dedicato la propria vita alla letteratura e alla lotta contro l'apartheid. È autrice di romanzi, racconti e saggi, tra cui: Un mondo di stranieri, Qualcosa là fuori, Occasione d'amore, Un ospite d'onore, Una forza della natura, Vivere nell'interregno, Luglio, Storia di mio figlio, La figlia di Burger, Il salto, Nessuno al mio fianco, Scrivere ed essere.




Robert Mawson
La bambina Lazarus

"Io posso sondare il livello più profondo, cercare quella minuscola scintilla di coscienza che noi definiamo 'consapevolezza di sé', isolarla e creare un ambiente artificiale che le consenta di esistere in maniera indipendente. E che forse ci permetta addirittura di interagire."


L'intero romanzo è attraversato da un tema: la speranza non deve morire, fino a che esiste qualche possibilità non si deve rinunciare a credere nelle possibilità di recupero dell'essere umano. Altro elemento ricorrente è la fiducia nell'energia morale, nel legame profondo che, unendo gli esseri umani, può rappresentare un fortissimo aggancio alla vita per chi è sulla soglia della morte.
Due fratelli inglesi hanno la vita sconvolta da un incidente. La bambina, Frankie, cade in un coma profondo dopo essere stata investita da un camion mentre attraversa la strada insieme ad una amica che in quell'incidente resta uccisa. Il fratello maggiore Ben, dodicenne, a cui le piccole erano state affidate, sembra soccombere al senso di colpa e, per lungo tempo, sembra avere smarrito ogni desiderio di vivere. I genitori, reduci da una crisi coniugale che li aveva portati alla separazione, in quella tragica occasione ritrovano, uniti dalla disperazione e dall'amore per i figli, il senso del loro amore e della loro unione. Il padre, per assecondare il disperato tentativo della moglie di trasferire la piccola malata negli Stati Uniti dove tentare una cura osteggiata dalla medicina ufficiale, vende la sua azienda e utilizza tutto il denaro perché l'intera famiglia accompagni la bambina e diventi anzi strumento di guarigione per lei. Infine potranno contare sull'aiuto di un medico, una giovane neurologa, una donna che crede con forza ostinata alla superiorità della vita sulla morte e alla possibilità, con tecniche innovative, di restituire alla coscienza esseri che si credevano ormai irrimediabilmente condannati ad una vita unicamente vegetale.
Questi i personaggi di un romanzo triste e doloroso, ma nello stesso tempo denso di messaggi positivi, di energia vitale, di fiducia nell'essere umano e nell'amore come forza vivifica.
La conclusione del libro vede, infatti, la vittoria delle tecniche inconsuete della neurologa americana, che sarà in qualche modo la vera vittima di tutta la vicenda, alla fine della quale potrà trionfare un senso di ritrovata serenità.
Questo romanzo ha un curioso primato: i diritti di traduzione sono stati i più cari nel panorama editoriale italiano del 1997.


La bambina Lazarus di Robert Mawson
Titolo originale: The Lazarus child
Traduzione di Nicoletta Lamberti
Pag. 295, Lire 32.000 - Edizioni Mondadori (Omnibus)
ISBN 88-04-45114-9


Le prime righe

A dodici anni, Ben Heywood pensava non fosse giusto aver dovuto assistere così da vicino alla morte di sua sorella. E tuttavia, nel momento stesso in cui succedeva, aveva capito che l'essere costretto a vedere faceva parte della punizione.
Uscirono di casa alla solita ora. L'aria era fresca e frizzante, il sole del primo mattino faceva risplendere i visi lavati troppo in fretta.
"Giornata di sole" disse Frankie dalla veranda, sollevando la testa mentre i petali bianchi del ciliegio galleggiavano nell'aria. Fu l'ultima cosa che gli disse. Ben non rispose e si limitò a guardarla, cogliendo con un'occhiata la scriminatura a zigzag che le divideva i capelli castani raccolti in due codini, il baffo di pennarello verde sul mento, il colletto della camicia troppo largo e la cravatta della scuola annodata male, assurdamente fuori centro e molto al di sotto dell'attaccatura del collo. Per un attimo gli passò per la testa che avrebbe anche potuto raddrizzargliela. Se ne avesse avuto voglia.
"Forza" le disse scontroso. "Dobbiamo andare."
Si avviarono in silenzio lungo il marciapiede e Ben le permise di rimanergli a fianco fino al cancello della casa di Isabelle.
Come al solito, la migliore amica di Frankie li stava già aspettando, appollaiata in cima al cancello e intenta a gettare in aria una vecchia bambola di pezza le cui gambe e braccia si spalancavano in modo ridicolo ogni volta che veniva lanciata verso il cielo.
"Ciao, Ben" lo salutò Isabelle con aria birichina, come se ci fosse stato un misterioso e importante segreto di cui solo lei e Frankie erano a conoscenza. Ben la ignorò e continuò a camminare senza fermarsi, la testa bassa, le mani in tasca, la tracolla della cartella su una spalla, visibilmente irritato: detestava dover andare a scuola con le bambine, era così umiliante. Le sentì camminare dietro di lui, chiacchierando e ridacchiando come due stupide.
Accadde all'angolo di Newmarket Road, all'incrocio con Goldhanger Crescent, sulla curva proprio davanti al negozio del signor Gupta, il giornalaio. Ben guardò il marciapiede sul lato opposto della strada, poi si voltò verso le bambine, che adesso erano a circa trenta metri dietro di lui. Camminavano senza fretta tenendosi a braccetto e con le teste vicine, assorte nella loro cospirazione. Se si sbrigava, Ben poteva attraversare la strada di corsa, sentire se era arrivato l'ultimo numero di "Road Ranger", comprare un pacchetto di mentine e tornare da loro prima ancora che se ne accorgessero.

© 1998, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
Robert Mawson (Londra 1956) vive tra la Francia e l'Inghilterra. Giornalista, ha lavorato in passato nel settore aeronautico ed è stato pilota civile. La bambina Lazarus, il suo secondo romanzo, è stato conteso dagli editori di tutto il mondo.




John O'Donohue
Anam Cara
Il libro della saggezza celtica

Sono il vento che soffia sul mare,
sono l'onda dell'oceano,
sono il mormorio dei flutti,
sono il bue delle sette battaglie,
sono l'avvoltoio sulle rocce,
sono un raggio del sole,
sono la più leggiadra delle piante,
sono il cinghiale valoroso,
sono il salmone nell'acqua,
sono un lago nella pianura,
sono un mondo di conoscenza,
sono la punta di lancia della battaglia,
sono il Dio che ha creato il fuoco nella testa.
Amorgen


Si è dibattuto fin troppo in questo periodo l'antichissimo tema della ricerca della pace interiore attraverso nuove forme di spiritualità, del riavvicinamento dell'uomo alla dimensione mistica della vita. Fare un discorso originale, affrontando l'argomento da un'ottica nuova, non è certo facile. Al contempo si è parlato molto del popolo celtico, attribuendo ad alcuni aspetti della nostra cultura contemporanea legami con la loro millenaria tradizione e sbandierando radici celtiche non certo definite, non ben dimostrate, o non dimostrate affatto. Ma quanto della spiritualità di questo importante popolo si è realmente tramandato sino a noi, quanto è bene che sia riscoperto e studiato e quale parte del suo pensare religioso e mistico può ancora essere d'aiuto per l'umanità alla ricerca di un significato, uno scopo, una spiegazione o anche di una semplice traccia? L'autore ha analizzato approfonditamente la cultura celtica, in particolare la concezione del divino, ed ha raccolto in questo saggio una serie di considerazioni e spiegazioni che intendono rappresentare un cammino da seguire, un modo differente di affrontare la vita. Molto interessanti i brani poetici riportati nel testo, che denotano quanto sia stretta l'interrelazione tra letteratura, arte, religiosità nella tradizione irlandese anche più recente: un discorso di vasta portata che meriterebbe un ulteriore approfondimento. Altre citazioni letterarie conducono invece in differenti direzioni: da Goethe a Gunn, da Hölderlin a Yeats, alle preghiere tradizionali.
Nel primo capitolo l'autore affronta il nucleo principale del saggio, la concezione dell'anima e dell'amicizia: "Il dualismo che separa il visibile dall'invisibile, il tempo dall'eternità, l'umano dal divino era totalmente estraneo ai celti; il sentimento di un'amicizia ontologica produceva un mondo di esperienza permeato di una ricca trama di differenza, ambivalenza, simbolismo e immaginazione. Per la nostra dolorosa e tormentata separazione, la possibilità di questa amicizia ricca di fantasia e unificante è il dono dei celti. La concezione celtica dell'amicizia trova ispirazione e culmine nella sublime nozione dell'anam cara. Anam è la parola gaelica per anima; cara quella per amico. Anam cara significa perciò anima-amica. L'anam cara era una persona cui si potevano confidare i segreti più intimi della propria vita." Nei capitoli successivi si approfondisce il tema della spiritualità dell'amicizia con il corpo, l'arte dell'amicizia interiore, il lavoro come poetica di crescita, l'amicizia verso la vecchiaia (il "Tempo del raccolto della vita"), l'amicizia verso la morte ("compagno originario e definitivo che, invisibile, fin dalla nascita cammina con noi sul sentiero della vita"). Il saggio segue dunque il ciclo dell'esistenza, il circolo della vita (nascita-morte), richiamando un tema caro all'immaginario celtico: il simbolo del cerchio riconosciuto come ritmo dell'esperienza, della natura e della divinità. "Tutti i capitoli si chiudono in cerchio attorno a un nascosto, silenzioso Settimo capitolo, che descrive il luogo "ove ha sede l'indicibile", il misterioso, ciò che veramente rappresenta la filosofia mistica.


Anam Cara. Il libro della saggezza celtica di John O'Donohue
Titolo originale dell'opera: Anam Cara
Traduzione dall'inglese di Annalisa Agrati
197 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Corbaccio
ISBN 88-7972-266-2


Le prime righe

uno
IL MISTERO DELL'AMICIZIA


LA LUCE È GENEROSA

Se qualche volta ci è capitato di essere svegli la mattina presto, prima del sorgere del sole, avremo notato che il momento più buio della notte è quello che precede l'alba, quando l'oscurità si fa più cupa e più anonima. Se il mondo ci fosse ignoto e non avessimo mai saputo che cosa sia il giorno, non potremmo immaginare che le tenebre si diraderanno per aprirsi al mistero e ai colori di una nuova giornata. La luce è incredibilmente generosa, ma anche delicata; dinnanzi allo spuntare dell'alba apprendiamo come la luce blandisca il buio: le sue dita appaiono all'orizzonte e, con abilità e delicatezza, spogliano il mondo del mantello di tenebre. Quietamente, davanti a noi si apre il mistero di una nuova alba, il nuovo giorno. Emerson disse: "I giorni sono dèi, ma nessuno lo sospetta". Una delle tragedie della cultura moderna è di aver perduto il contatto con queste soglie primordiali della natura; l'urbanizzazione è riuscita a esiliarci dal fecondo legame con la nostra madre terra. Plasmati dalla terra, siamo anime in forma di argilla e abbiamo bisogno di rimanere in armonia con la nostra voce interiore di argilla e desiderio, ma nel nostro mondo questa voce non è più udibile. Non sempre siamo consapevoli della perdita: la sofferenza del nostro esilio spirituale è perciò più intensa perché in gran parte incomprensibile.
Il mondo riposa nella notte, che libera dalla prigione della forma e dal fardello dell'esposizione alberi, monti, campi e volti; protetta dall'oscurità ogni cosa torna a rifugiarsi nella sua vecchia natura. Le tenebre sono l'antico grembo, e la notte è il tempo-grembo in cui le nostre anime escono per giocare. Le tenebre liberano ogni cosa, la lotta per l'identità e per l'impressione si placa; nella notte riposiamo. L'alba è un tempo ristoratore, tempo di possibilità e promessa. Nella sua fresca luce riappaiono all'improvviso tutti gli elementi della natura, pietre, campi, fiumi e animali; come le tenebre portano riposo e liberazione, così l'alba reca risveglio e rinnovamento. Nella nostra mediocrità e distrazione dimentichiamo il privilegio di vivere in un universo meraviglioso: giorno dopo giorno, l'alba ne svela il mistero. Essa è la sorpresa estrema che ci risveglia all'immenso "esserci" della natura quando il sublime, inafferrabile colore dell'universo sorge a rivestire ogni cosa, come colse William Blake: "I colori sono le ferite della luce". I colori fanno emergere la profondità di una segreta presenza nel cuore della natura.

© 1998, Casa Editrice Corbaccio


L'autore
John O'Donohue, prete cattolico, teologo e poeta, grande studioso di misticismo, ha pubblicato numerosi saggi di carattere filosofico. Vive in Irlanda e tiene conferenze e seminari negli Stati Uniti e in Europa.




Ermanno Rea
Fuochi fiammanti
a un'hora di notte

"Noi donne non abbiamo, in via generale, un buon rapporto con la verità: ci siamo abituate ad evitarla perché ci hanno detto che essa è rischiosa, ci espone a ogni sorta di pericolo e, ove cercassimo di affermarla, prima o poi verrebbe usata a nostro danno."

La Piccola Isola su cui sbarca Martino, il protagonista del romanzo, alla ricerca della madre che ha deciso di non dare più notizie di sé è la descrizione di un luogo reale, ma nello stesso tempo di un luogo interiore e letterario. Sentimenti eterni come l'amore, l'amicizia, la nostalgia e il rimpianto vengono messi in discussione da un ripensamento totale sul proprio essere uomini oggi: uomini, ma soprattutto donne. Ed è proprio la madre, la sua difficoltà a viversi come tale, a non sentirsi derubata, in questo ruolo, da una identità di essere umano libero e autonomo, che mostra in modo più drammatico la fatica di vivere oggi, in modo nuovo, i sentimenti più profondi. "Io desidero non dar conto a nessuno di quello che ho fatto nella vita e perché", lascia scritto al figlio questa donna, sparita senza spiegazioni. Non si vuole essere giudicati, nessuno lo vuole: non il terrorista, non la ex militante di Autonomia, non la femminista ormai silenziosa e isolata, e neppure il ragazzo, ingenuamente alla ricerca di quella madre che vuole riuscire a capire, per poterne accettare l'abbandono, il rifiuto. Eppure dentro di sé gli uomini, i maschi almeno, hanno un atavico bisogno di certezze che i sentimenti, le abitudini consolidate possono garantire. Tutti forse hanno bisogno di "Penelope", e la rinuncia costa molto, quasi una morte interiore, senza grandi speranze di resurrezione. Ma anche l'irrequietezza femminile, di tutte le donne descritte in questo romanzo, fa pensare ad una transizione, alla difficoltà di reinventarsi un ruolo, una funzione, di saper ridare senso ad una vita non più concepita "a disposizione di altri", ma per se stessi. L'isola che non c'è, è quindi la ricerca (che viene però abbandonata nel romanzo) di un senso da dare al vivere, fondato su nuove basi, nuovi contratti tra gli uomini, nuove regole ancora però totalmente sconosciute. In un certo senso, tuttavia, l'amore, almeno nell'epilogo del libro, appare ancora come possibilità, come via di scampo, forse di salvezza.


Fuochi fiammanti a un'hora di notte di Ermanno Rea
Pag. 312, Lire 29.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-45039-1


Le prime righe

Un'introduzione, o quasi

L'Isola un tempo era infestata dai pirati, dice Martino. E racconta che sulle sue alture esiste ancora oggi un sentiero che, superata una prominenza rocciosa, "si arrampica fino ai piedi del Timpuni e Fimmini sul quale, proprio per la sua inaccessibilità, erano solite rifugiarsi le donne per sfuggire alle incursioni dei Saraceni" (parole di un blasonato viaggiatore del secolo scorso).
Un giorno in quelle acque ci fu un sanguinosissimo scontro. Costretti dai venti avversi a cercare riparo su un fianco dell'Isola, "quattro brigantini di Tunisi et una galeotta" diedero l'àncora ai piedi di una grande sciara. Anche su quel lato il mare mugghiava con onde alte e prepotenti, e la ciurma aveva il suo bel daffare per impedire che i legni scarrocciassero pericolosamente.
In cima alla montagna, frattanto, senza che i pirati potessero accorgersi di nulla, "con fuochi fiammanti" un "guardiano" prese a comunicare al resto dell'Arcipelago e in particolare all'Isola Capoluogo la presenza nemica. Era "un'hora di notte" quando il cielo cominciò a essere arrossato, ripetendosi "l'aviso" a intervalli regolari fino al giorno dopo, quando detto "aviso" fu ribadito, "a mezz'hora di sole", questa volta con grandi colonne di fumo nero.
E qui comincia la ricostruzione di quel drammatico scontro. Martino dichiara di essere perfettamente consapevole che il suo racconto sarà pieno di abusi, forzature e lacune, ma rivendica l'assoluta innocenza delle proprie manipolazioni. Prendiamo il guardiano, dice, quello dei fuochi fiammanti. A questo personaggio della vicenda, sin dal primo giorno in cui lesse di lui (ne parla un oscuro cronista seicentesco), gli capitò di assegnare le stesse fattezze e lo stesso carattere di un suo amico, Francesco, chiamato Fresco forse per brevità forse perché vi è in lui qualcosa che fa pensare al vento di settembre che sveglia la mente addormentata dall'estate.
È la persona più buona e sincera che io abbia conosciuto sull'Isola, dice, quella alla quale mi sono maggiormente affezionato (nel pronunciare queste parole le voce di Martino è insieme ferma e malinconica; piena di rimpianto).

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Ermanno Rea (Napoli 1927), vive tra Milano e Roma. Giornalista, ha collaborato con numerosi quotidiani e settimanali. Ha pubblicato: Il Po si racconta: uomini, donne, paesi, città di una Padania sconosciuta; L'ultima lezione, sulla vicenda dell'economista Federico Caffè; e Mistero napoletano (Premio Viareggio per la Narrativa 1996), storia di un comunista nella Napoli della guerra fredda.


A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




23 ottobre 1998