Andrew Miller
Il talento del dolore

"Adesso apprende che il tempo bracca gli uomini come un sicario, determinato, cieco, raccogliendo gli indizi degli anni. Nulla va perduto. Era tutto arroganza e ignoranza. Nulla è andato perduto, e il silenzio non era silenzio bensì solo la sua sordità."


Un romanzo che, fin dalle prime pagine, riesce a trasportare il lettore nel Settecento, anzi esattamente nella complessa ed effervescente Inghilterra del Settecento, secolo della Rivoluzione industriale, dell'Illuminismo, della fiducia nelle scienze e nell'intelligenza umana che però non aveva ancora debellato la paura per la stregoneria, per il sortilegio, né lo sgomento davanti al mistero.
Nel settembre del 1739 nasce James Dyer e, fin dai primi istanti di vita, mostra delle strane caratteristiche: non piange come tutti i neonati, il suo sguardo è freddo e assente, tutti pensano che la sua vita sarà breve e la sua intelligenza inferiore alla media. Ma James sopravvive e, dopo anni di silenzio che lo avevano fatto giudicare muto, oltre che mentalmente ritardato, inizia a parlare. Ben presto emerge quale sia la vera anomalia che lo contraddistingue: è totalmente insensibile al dolore, fisico e morale. Questo crea sgomento in chi lo frequenta e suscita una paura istintiva in chi incrocia il suo sguardo di ghiaccio. Una epidemia di vaiolo distrugge la sua famiglia, il dolore uccide il padre e l'unica sopravvissuta, una sorella diventata cieca a causa della malattia, è da James spietatamente abbandonata a se stessa. Inizia così il suo girovagare nel mondo, prima diventa spontaneamente preda di un truffatore che sfrutta la sua anomala insensibilità per vendere una pozione miracolosa, poi passa sotto la protezione di uno strano nobile e ricco signore che fa collezione di "freaks", li protegge, li cura, li educa. La sua insensibilità ad ogni tipo di dolore ed emozione sembra quasi naturalmente spingerlo ad una professione: la chirurgia. Chi, se non lui, può avere la mano ferma nell'amputare, tagliare, suturare? E così la sua fama si allarga, a Londra è ricercatissimo e la sua ricchezza si consolida. Ma tanta aridità, professionalmente preziosa, nella vita privata lo spinge a comportamenti eticamente riprovevoli: il medico che gli aveva aperto le porte del successo viene da lui spinto al suicidio, dopo avergli sottratto moglie e clientela. Così James, stimato come chirurgo, ma disprezzato come uomo, è quasi costretto a lasciare l'Inghilterra. E quale occasione migliore che il concorso tra medici inglesi per vaccinare l'imperatrice di Russia, Caterina! Così dopo un difficile viaggio James raggiunge la Russia, ma qui avviene per lui un incontro straordinario, che gli sconvolgerà per la prima volta la vita. Una strana donna (c'è qualcosa di mite e nello stesso tempo di demoniaco in lei) lo renderà capace di provare la sensazione del dolore (di tutto quel dolore che non aveva mai provato) e nello stesso tempo della gioia, dell'emozione, della passione, del turbamento.
Quando muore James ha stretto tra le mani I Viaggi di Gulliver, e la scelta del libro non mi sembra casuale: la conoscenza si ottiene attraversando i territori, tutti i territori, reali e fantastici, della mente e del mondo.
Questo libro di esordio di Miller ha ottenuto un grande successo ovunque sia stato tradotto, ben diciotto nazioni, e ha trovato concordi critici e pubblico. In effetti sia l'idea sottesa al romanzo, sia la capacità narrativa, così varia nello stile, sia l'abilità descrittiva tanto efficace e quasi fotografica dell'autore, rendono Il talento del dolore un libro da leggere con passione, originale e intrigante, pieno di spunti letterari e di richiami colti, nonostante si possano cogliere alcune ingenuità, che non mettono comunque in discussione il giudizio positivo sull'insieme del romanzo.


Il talento del dolore di Andrew Miller
Titolo originale: Ingenious Pain
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
pag. 341, Lit. 30.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3781-8

le prime pagine
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1772


In un afoso e nuvoloso pomeriggio d'agosto, tre uomini attraversano un cortile di stalla nei pressi del villaggio di Cow, nel Devon. Il drappello è bizzarramente solenne; con sussiego da araldi o da guardiani i due più giovani precedono il loro ospite, o forse, più probabilmente, lo conducono - la sua sagoma nerovestita, la sua faccia rossa - tramite le redini di un invisibile giogo. Uno dei due reca in mano una borsa di pelle da cui, mentre si avvicina alla soglia della stalla, proviene una sorta di soffocato acciottolio.
È l'uomo più anziano, dopo un breve indugio, ad aprire l'uscio e a farsi da parte per lasciar entrare gli altri. Essi lo fanno, lenti contro il buio. La stalla è stata pulita a fondo. Il lezzo di cavalli, di fieno, di cuoio e sterco è mischiato all'odore di lavanda bruciata. Nonostante la stagione, il cadavere non sprigiona alcun sentore sgradevole. Il Reverendo si domanda se Mary conosca i segreti per preservare la carne. Nei tempi antichi gli dèi mantenevano fresche le salme degli eroi sino alla conclusione dei ludi funerari, sino all'accensione delle pire. E non v'è dubbio che tuttora esistano sistemi per farlo. Unguenti, formule, preghiere specifiche. Era seduta per mungere accanto al tavolo, su uno sgabello: al loro ingresso si alza, figura schietta, tozza, ombreggiata di buio. "Bene," dice il Reverendo, "eccoci qua. Questi gentiluomini" - e indica gli altri due - "sono il dottor Ross e il dottor Burke. Dottori, Mary."
Mary guarda alle spalle del Reverendo, attenta non a Burke né a Ross bensì alla valigetta che Ross ha in mano.
"Dottori" ripete lui, con voce soffocata. Vorrebbe chiamarla "fanciulla", eppure, a considerarne lo sguardo, benché sia più giovane di lui, sembra incommensurabilmente più anziana, e non semplicemente più anziana bensì appartenente a una differente epoca, a un differente regno; una parente di pietre, di alberi venerandi.
Mary si allontana, in un silenzio che è totale assenza di suono che sia udibile. Burke guarda Ross, sillaba la parola "strega". Si segnano con discrezione, come sistemando qualche bottone del panciotto. Dice Burke: "Converrà sbrigarci, altrimenti ci toccherà tornare indietro in piena tormenta. Avete una lanterna, Reverendo?"
Ecco la lanterna, portata quando avevano spostato il corpo. Il Reverendo cava di tasca l'astuccio delle esche e, accesa la lanterna - tac, tac; scintilla su acciaio -, la passa a Ross. Ross e Burke si avvicinano al tavolo dov'è disteso James, vestito con una camicia da notte di lana. I suoi capelli, quasi bianchi al suo arrivo nella canonica, da un anno avevano cominciato a scurirsi. Mary li ha lavati, spalmati d'unguento, spazzolati e raccolti indietro con un nastro nero. Non sembra che stia dormendo.
"Un bel cadavere," dice Burke. "Ottime condizioni."
Sotto le mani incrociate di James c'è un libro dalla rilegatura in marocchino, consunta. Burke lo prende, fa una smorfia e lo passa al Reverendo, che l'ha già riconosciuto: I Viaggi di Gulliver. James lo aveva preso in prestito dallo studio solo una o due settimane prima. Chi gliel'ha messo tra le mani? Sam? Mary? Sam potrà averlo, se lo vorrà. Bisogna pur dargli qualcosa, al ragazzo. Ross denuda il cadavere e lascia cadere a terra la camicia da notte. Dalla valigetta estrae un coltello e lo passa a Burke, che ne osserva la lama e annuisce. Burke, posta sul mento di James la mano libera, con l'altra squarcia il tronco dalla cima dello sterno a un punto poco sopra il pelo pubico. Poi taglia orizzontalmente lungo il costato, producendo una sanguinolenta e rorida croce rovesciata. Si interrompe per prendere le lenti dall'astuccio in una tasca del giustacuore, e se le fissa sul naso ammiccando. Bofonchia qualcosa, afferra un lembo di pelle e grasso e lo tira. Per liberarlo dalla materia sottostante usa la punta del coltello. Le sue mani sono muscolose come quelle di un marinaio. Ross regge alta la lanterna. Ha in mano un bastoncino che ha strappato dai rovi lungo il cammino. Lo usa per sondare le viscere di James.
"Vi interessa una vista un po' più intima, Reverendo? Temo che da lì possiate vedere ben poco."
Il Reverendo avanza svogliatamente di qualche passo. Quel Burke lo stomaca.
Il dottor Ross dice: "Più che alla magione in sé, l'interesse del Reverendo è rivolto al suo invisibile ospite. Non è così, Reverendo?"
Il Reverendo Lestrade si limita a un: "Proprio così, signore."
"E adesso dedichiamoci al cuore," dice Burke.
Cominciano a squarciare il costato, lavorando le costole con un seghetto e poi usando il coltello per aprirsi la strada tra i grandi vasi sanguigni. I dottori sono visibilmente eccitati, lustri come biglie. Qui ci scappa la pubblicazione, il saggio, la conferenza davanti agli illuminati: "Alcune Considerazioni, hmm, circa il Caso del fu Jm Dyer. Una Indagine nel... Mondo del Bizzarro e Misterioso... il quale Jm Dyer, sino al suo ventiqualchesimo anno d'età, era insensibile al... ignorava... interamente privo di sensazione... senso... esperienza del... dolore. Con prove, illustrazioni, reperti e quant'altro."
Il Reverendo si volta, guarda fuori nella corte dove due uccelli beccano grani da una toppa di sterco. Più oltre, nel muro ai cui piedi egli coltiva garofani, si apre una porta verde che conduce al giardino. Il Reverendo associa questa porta a James; James che la varca e osserva i peri, o più semplicemente che indugia, corrugando la fronte come non ricordando il da farsi.
Un rumore, come di stivali nel fango, lo disturba. Ross l'ha preso in mano, l'infranto muscolo cardiaco di James Dyer.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

biografia dell'autore
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Andrew Miller è vissuto e ha lavorato in Olanda, Spagna e Giappone. Quest'opera, pubblicata in diciotto Paesi, è il suo primo romanzo.


A cura di Grazia Casagrande


23 ottobre 1998