Pablo Echaurren
Compagni

"Andrea Pazienza: era convinto che per essere una rock-star non fosse necessarissimo cantare, suonare, stramenarsi in un gruppo super-sonico, scalare le classifiche. Hitpareidarsi, stare nei top-twenty. Siccome non ne era capace decise che sarebbe bastato saper disegnare. E ci riuscì."

Una serie di "biografie della memoria". Compagni in anni lontani, molti persi, molti smarritisi, alcuni perennemente, dolorosamente coerenti. Purezza ideologica e confusione di vita, la gioventù che tutto assolutizza e tutto soffre intensamente, sentimenti ed emozioni di una generazione che ha attraversato gli anni gloriosi del Sessantotto e quelli successivi più cupi e disperati, che poi ha subito, inesorabilmente gli anni Ottanta, la compravendita delle coscienze, delle anime. Vecchi indiani metropolitani che ritroviamo nelle pagine di Echaurren, dipinti dalle sue parole, dai suoi giochi linguistici espressivi ed evocativi. Da Sofri, un dio per i compagni, a chi è oggi "tenuto in ostaggio dal nemico" come Liguori, a chi è sparito, distrutto da se stesso, come Pazienza o a chi è entrato nell'ombra dell'anonimato come molti compagni di allora: tutti si muovevano in un mondo complesso, ma che sembrava passibile di trasformazione.
È una Roma particolare quella che fa da sfondo al libro: case occupate, centri di aggregazione, caffè e ritrovi a buon mercato in cui si affollavano i rivoluzionari, irridenti delle convenzioni sociali, a discutere, parlare, leggere e progettare.
Una delle più belle sensazioni che emergono da questo libro è l'affetto che ancora fa sentire vicini, simili, un po' fratelli, oltre che compagni, i vecchi ragazzi sconfitti. L'autore trasmette questi sentimenti, creando con il lettore una particolare complicità, anche con quel lettore che, per età o cultura, non è mai stato vicino a questa speciale "tipologia umana". Resta in conclusione l'idea di una sostanziale onestà di comportamenti, di una voglia di allegria che neppure la realtà circostante, spesso così poco serena, riusciva a demolire. Ed è possibile avvertire anche il passaggio dal clima liberatorio del Sessantotto a quello più difficile e disperato del Settantasette: la stessa voglia di unire privato e politico, di spezzare catene, di rompere schemi, di creare legami diversi che spesso hanno come elemento unificante una comune scelta di campo.


Compagni di Pablo Echaurren
Pag. 134, Lire 18.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)
ISBN 88-339-1108-X


Le prime righe

Dei rossi trasporti

C'era una volta, cioè non c'è più.
C'erano una volta, cioè non ci sono più? Spazzativia? O, se ancora ci sono, probabilmente sono un'altra cosa, una cosa differente, trasformata, in certi casi irriconoscibile, stravolta, persino avariata, scaduta, da consumarsi preferibilmente entro la data sulla confezione che dice che sono passati più di vent'anni per certi addirittura trenta e c'è il rischio di muffe, di intossicazioni, di gravi complicazioni.
Metamorfosi di un medesimo sbozzolamento: compagni, ex-compagni, compagni di strada, compagni di merende, compagni de che? Compagni un cazzo!
Abbiamo imparato che nella misura in cui, a monte o a valle, la vita va avanti, alcuni restano indietro, altri scantonano, altri ancora fanno gli gnorri e si voltano dall'altra parte, qualcuno puro tiene duro, e non c'è Wells o Zemeckis della madonna che possa portarci indietro, solo la memoria che però, si sa, tende a ingigantire, interpretare col senno del poi, colla nostalghia d'un tempo che fu, che ogni cosa imbelletta, infiocchetta, che è capace di far tornare in tutto il loro compianto splendore perfino le mezze stagioni che proprio non ci sono più da almeno un paio di secoli buoni, visto che lo ripeteva puranco il vecchio zio al giovane bardopardo Giacomo non proprio in vena di ottimismo meteorologico.
Leggende metropolitane, ri/evocazioni di fantasmi, cose passate & defunte, spoon riverenze, mitizzazioni personalistiche: insomma fossili di un'esistenza remota, escrescenze calcaree, gusci di molluschi riportati alla luce dalla risacca del cervello, trapanazioni del cranio e anche devastanti esplosioni pettorali di Alien catarrosi che non vogliono continuare a vivacchiare sottopelle, eruzioni cutanee.
Arrossamenti.

© 1998, Bollati Boringhieri editori


L'autore
Pablo Echaurren, pittore, vive a Roma.



Francesco Piccolo
E se c'ero, dormivo

"Quando Claudia mi diede il primo bacio pensai che finalmente sarei stato felice sempre, per tutta la settimana; e invece cominciai a essere infelice sempre, per tutta la settimana."


Un bel titolo, una bella grafica di copertina (come in questo caso) fanno già, almeno in parte, la fortuna di un romanzo, specie se l'autore, pur non esordiente, è comunque all'inizio della strada, avendo pubblicato, come nel caso di Piccolo, pochi titoli, tra cui, comunque, un libro di successo: Storie di primogeniti e figli unici, vincitore del Premio Berto e del Premio Chiara nel 1997. Ma se, in quello, la forma narrativa del racconto faceva scivolare la lettura allegramente, con leggerezza, qui la narrazione si fa più "densa" trasformandosi in romanzo. Un romanzo sdoppiato su due piani alternati, uno di ricordi adolescenziali in cui vari personaggi intrecciano i propri anni della giovinezza con quelli dell'autore, l'altro di memorie sportive legate alla pallacanestro, in cui invece il protagonista si lascia andare a una sorta di monologo interiore, chiuso. La storia è ambientata nel difficile momento legato alla contestazione della fine degli anni Settanta, cui però il protagonista partecipa come "ultima frangia" per la giovane età. Molto belle (come i ricordi gradevoli possono essere) le pagine che raccontano i primi tentativi di approccio sessual-sentimentale con una ragazzina grassottella e determinata a stabilire limiti (variabili nel tempo) del cercare e toccare sul suo corpo. A questi iniziali "turbamenti" si sommano le prime esperienze politiche, i collettivi degli studenti più grandi, le manifestazioni, la polizia e un compagno da mitizzare, Dario Contini. Il tutto è inframmezzato da piccoli ricordi, sprazzi di memoria personale sull'adolescenza, che sono in realtà memoria collettiva, esperienze comuni, i primi approcci reali di "interconnessione" con il mondo esterno, con gli altri, le prime delusioni, i tradimenti (allora ci sembravano molto grandi), gli affetti familiari (l'importanza di un nonno), le tensioni travolgenti, intense, profonde delle partite di basket (uno sport come valvola di sfogo, come altra forma di rapporto). Ma quel bel titolo, in fondo, non sarà un modo per "tirarsene fuori"?


E se c'ero, dormivo di Francesco Piccolo
169 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70100-6


Le prime righe

Una volta Dario Contini, leader del Collettivo studentesco, aveva attraversato la città sul mio motorino.
Ci pensavo circa due anni più tardi, un giorno che andai a giocare la partita contro la prima in classifica, invece di correre all'ospedale come avrei dovuto - e per questo Claudia mi aveva lasciato, anche se non sapevo se stavamo davvero insieme; ci pensavo quel giorno, quando mi dissero di Dario, e pensavo che l'unico legame con lui era stato quello. E a quello avrei pensato molti anni dopo quando avrei deciso di scrivere un romanzo su Dario, e mi sarebbe tornato in mente prima quel giorno dell'ospedale, della partita e di Claudia, e poi che quel giorno avevo pensato a quell'altro giorno, quando ero stato così stupidamente orgoglioso che Dario Contini avesse percorso le strade della città, di fretta, sul mio motorino, sia pure senza guidarlo.

Ma di tutto quel tempo ora la memoria ha schiacciato uno sopra l'altro gli anni e i ricordi e tutte le parole che usavamo; c'è soltanto una cosa che i miei occhi sanno mettere a fuoco: le mani che si allungano verso terra, all'uscita dagli spogliatoi, per prendere uno dei palloni arancioni, il più lucido. Mi sembra di sentirlo ancora, mentre lo tasto e lo rigiro tra le mani. E poi sento la scarpa che più morbida affonda quasi nel parquet, mettendo con l'ultimo passo il piede entro la linea del campo, sperando, per tutto il tempo che starò qui, di riuscire a non pensare ad altro.

Era un boxer di colore blu, praticamente nuovo, e fino ad allora non l'avevo mai prestato a nessuno - eppure non erano pochi quelli che mi avevano chiesto di farci un giro; ma rispondevo ogni volta che non potevo perché era ancora in rodaggio, e quando è in rodaggio non si può in alcun modo prestare perché se poi uno accelera troppo, il motore si può ingolfare e restare ingolfato per sempre.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964. Vive e lavora a Roma. Ha pubblicato nel 1996 Storie di primogeniti e figli unici (Premio Berto e Premio Chiara 1997) e Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori. Nel 1997 ha redatto l'Introduzione a Tre uomini in barca di J.K. Jerome.



D. J. Taylor
L'accordo inglese

"Voi, certamente, vorrete che io risponda a una domanda prima di andare troppo avanti: che tipo di americano sono io? La risposta è: quel tipo di americano."


Sin dalle prime righe questo romanzo di Taylor mi ha ricordato alcune pagine di quel capolavoro di descrizione d'ambiente che è I Bostoniani di Henry James. Non tanto, certo, nella trama, assolutamente differente, e per l'ambientazione (qui molta parte della storia si svolge in Inghilterra), ma nel modo di affrontare la società americana snob e spietata, settaria e conformista, costantemente alla ricerca delle proprie radici europee, in particolare inglesi, ma ormai incapace di adattarvisi.
La descrizione che l'autore dà del suo protagonista connota il tipo di personaggio: un americano che "se ne sta ostentatamente in piedi, davanti all'uscita del treno della metropolitana, lindo ed elegante nell'alba piovosa, a leggere una copia del Wall Street Journal. Quello che chiama tutti gli uomini cinque anni più vecchi di lui signore e tutte le donne cinque anni più giovani di lui signorina. Quello che si alza spontaneamente per offrire il suo posto alle vecchie signore. Quello che ha tutti i principali prefissi telefonici europei scritti sul retro della sua agenda tascabile." Scott Marshall (questo è il suo nome), conformista e rampante, consulente aziendale in una ditta in realtà dedita a sporchi giochi finanziari, si trasferisce nell'Inghilterra thatcheriana del business e la sua vita prende una piega inaspettata. Problemi lavorativi, sentimentali, familiari (aggravati dall'arrivo inaspettato del padre), fanno sterzare violentemente il suo destino verso direzioni forse fosche, travagliate, o forse solo misteriose.
L'indifferenza, la freddezza inglese, un certo distacco ironico dalla volgarità sono le componenti principali dell'opera (forse a tratti un po' "ridondante" come ha affermato anche Masolino d'Amico nella sua recensione apparsa su Tuttolibri), che, collegate a una scrittura che si può ricondurre ad alcuni scrittori della prima metà del secolo (ormai considerati classici della letteratura di lingua inglese) danno vita a un romanzo di memorie, nel senso tradizionale della definizione.


L'accordo inglese di D. J. Taylor
402 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n. 416)
ISBN 88-389-1419-2


Le prime righe

1
Logica della ciambellina

Siete mai stati sul punto di morire soffocati per colpa di un pezzetto di pesce? Io sì, una volta: l'incidente è impresso nella mia mente con segni profondi e indelebili, qualcosa che si agiterà per sempre laggiù, nella massa informe della memoria. Accadde nel più costoso ristorante di pesce di Manhattan, un luogo con alte finestre imporporate e teste lustre di dirigenti. I testimoni diretti non furono né amici, né parenti, in compagnia dei quali questo imbarazzo sarebbe potuto essere almeno tollerabile - diciamo una singolare nota in calce sulle pergamene della storia di famiglia, una sorta di memento sulla caducità umana lanciato per spronare un conoscente depresso - ma il mio datore di lavoro, un uomo di nome Daniel J. Hassenblad, e due vicepresidenti anziani della Chase Manhattan Bank.
Spesso, pensando a questo inglorioso episodio, mettendo insieme le sensazioni e i dettagli nel silenzio di quella prigione cerebrale che è l'ossessione, ho fantasticato su questi due personaggi, mai incontrati prima, né dopo, e sul motivo della loro presenza all'ora di colazione nella sala al piano di sopra di Balaraj, con i suoi camerieri silenziosi e la sua veduta scintillante sul profilo affollato di Manhattan. Perché questi erano gentiluomini maestosi e venerabili, brizzolati e scaltri, abituati a cenare in stanze private in compagnia di senatori e regolatori fiscali, piuttosto che in pubblico col proprietario di uno Studio di Consulenza sui Software di Contabilità con nove dipendenti e il suo assistente personale. I miei attuali datori di lavoro, una società internazionale davvero considerevole, avrebbero dato volentieri un braccio - forse non il loro, ma di qualcun altro magari - per poter dire di aver avuto a colazione due pezzi grossi della Chase Manhattan. Avrebbero messo in cornice il conto e l'avrebbero appeso al muro nella sala delle riunioni, insieme alle stampe di Rothko.

© 1998, Sellerio editore


L'autore
D.J. Taylor, scrittore inglese, è nato a Norwich nel 1960. Ha scritto, tra l'altro, Great Eastern Land e Real Life.



Enzo Tiezzi
La bellezza e la scienza

"Cosa è mai bellezza? È la Terra con le sue infinite, diverse creature; è questo Pianeta, l'unico che abbiamo, con la storia coevolutiva di 4.500 milioni di anni; è la natura che ci ha insegnato, dai tempi remoti della fotosintesi e della nostra bisnonna 'alga azzurra', a vivere in armonia con la complessità dei suoi cicli, delle sue strutture, dei suoi ritmi."


Nella storia dell'estetica si è visto un graduale allontanamento della scienza dal ragionamento filosofico sul concetto di bellezza, considerato, dopo Bacone, Locke e Newton, come qualcosa di distante, poiché i fenomeni "possono e devono essere studiati e valutati solo in termini quantitativi". Ma questo, per l'autore, non è il cammino giusto, non porta alla vera conoscenza scientifica, che invece deve essere frutto della valutazione di diversi aspetti della realtà, tra cui, non ultimo, anche quello estetico, che nei fenomeni biologici fisici e naturali è importantissimo: "la conoscenza scientifica - scrive Tiezzi - non può essere fredda".
Alla luce di questa premessa si evolve un saggio molto interessante, che brevemente analizza alcuni aspetti, fornendo esempi adeguati, del rapporto tra scienza e arte, tra la pura razionalità e l'estetica. In passato, generalizzando, i canoni estetici entravano a far parte integrante degli studi scientifici sulla natura, l'uomo e l'universo. È necessario riprendere questo indirizzo di pensiero anche per uscire della crisi, per salvare le risorse del Globo dalle forme devianti della tecnologia che portano solo alla catastrofe. In questo senso, ad esempio, può essere affrontato un discorso sul colore, inteso sia come mezzo per la comprensione del cosmo, che come momento di crescita umana, di stupore filosofico. Tiezzi cita la Teoria dei colori di Goethe (secondo cui, tra l'altro, il colore partecipa all'unità dinamica), testo che ha affascinato non solo psicologi della forma ma anche un fisico come Werner Heisenberg. Questi sottolinea che "mentre in Newton elementi soggettivi e oggettivi sono tenuti rigorosamente separati, in Goethe vengono mischiati. Secondo Heisenberg la perdita di questa unità è andata a detrimento della scienza; vi è quindi da augurarsi che questo iato possa essere colmato". Come non cogliere i rapporti intensi tra estetica e scienze naturali osservando la barriera corallina o gli uccelli del Paradiso? E come non valutare l'andamento del cosmo in base all'evoluzione delle sue forme? E, ancora, perché non analizzare lo sviluppo tecnologico della metropoli, in base a canoni estetici (ricordiamo il celebre film Metropolis di Fritz Lang...)?
Tiezzi fornisce alcuni parametri di valutazione, molti spunti di riflessione e di analisi in termini chiari, divulgativi, ma tecnici: l'opinione di un fisico su un tema tradizionalmente affrontato in termini prettamente filosofici.


La bellezza e la scienza di Enzo Tiezzi
Prefazione di Pietro Cascella
150 pag., Lit. 16.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Minima)
ISBN 88-7078-519-X


Le prime righe

1
Cose belle e sottili

Cammino con la bellezza davanti a me.
Cammino con la bellezza alle mie spalle.
Cammino con la bellezza sotto i miei piedi.
Cammino con la bellezza sopra di me.
Cammino con la bellezza intorno a me.
Tutto è tornato alla bellezza.
CANTO DEI NAVAJOS

Archimede

Archimede aveva raggiunto una tale finezza e profondità di pensiero, una così grande ricchezza di conoscenze scientifiche che non volle lasciare alcuno scritto su ciò per cui aveva gran fama e rinomanza di intelligenza non umana ma divina; ritenendo che l'interessamento per la tecnologia e per ogni parte che tiene conto delle necessità pratiche è ignobile e servile, riservava il suo impegno a quelle sole discipline delle quali la superiorità e la bellezza non si mescolano con la necessità quotidiana, discipline non comparabili ad altre, che danno alla dimostrazione la possibilità di contendere con la materia; la materia fornisce argomenti grandi e belli, la dimostrazione consente una precisione e una forza eccezionali.

Così scrive di Archimede, nelle Vite parallele, Plutarco, nel trattare della vita di Marcello.
Archimede, si sa, fece grandi scoperte utili: dal celebre principio basato sul concetto di densità che, a quei tempi, servì a far imprigionare tanti falsari che usavano leghe più pesanti o più leggere dell'oro, all'uso dell'energia solare per bruciare, con gli specchi ustori, le vele delle navi romane. Ma a chi gli chiedeva di mettere per iscritto queste cose utili e di dedicarsi a farne altre, rispondeva che si occupava solo di cose "belle e sottili".
Se si guarda all'intimo significato della scienza, e all'essenza stessa della ricerca, si capisce come quest'ultima non possa essere tale se esiste già uno scopo rigido, un obiettivo minuziosamente specificato. Una ricerca, per essere veramente libera, non può essere irregimentata in un diktat di mercato, o di applicazioni attese. Questa, come ha sostenuto a più riprese Karl Popper, sarebbe al più ingegneria. Se davvero la scienza cresce grazie ad audaci congetture e severe confutazioni, non sappiamo mai dove andiamo a parare. Il lavoro del ricercatore umano non è quello di una macchina, nemmeno di una macchina pensante - qualunque sia l'illusione tecnologica dei sostenitori della cosiddetta Intelligenza Artificiale. Il fatto che noi non possiamo "pianificare" la ricerca pura e che le stesse "applicazioni" vengano scorte nelle maniere più strane e impreviste, non è una disgrazia di cui lamentarsi, ma una garanzia di libertà per i ricercatori stessi.

© 1998, Raffaello Cortina Editore


L'autore
Enzo Tiezzi è professore ordinario di Chimica fisica all'Università di Siena. Ha dato contributi nel campo delle risonanze magnetiche e si è a lungo impegnato nella difesa dell'ambiente. Tra i suoi libri: Tempi storici, tempi biologici, Il capitombolo di Ulisse e Fermare il tempo.



Francesco Vespoli
Incontri cubani
Personaggi e interpreti della Cuba di oggi

Non ho mai confuso Cuba con il paradiso.
Perché dovrei confonderla oggi con l'inferno?
Io sono tra quelli che credono si possa amarla
Senza mentire e senza tacere.
(Eduardo Galeano)

Francesco Vespoli propone un ritratto di Cuba, oggi, dopo anni di "periodo speciale", estremamente equilibrato, senza avere né un tono esaltatorio, privo di capacità critiche, né l'esplicita volontà di demonizzare un'esperienza che si rifiuta ideologicamente.
"Il distacco dal modello sovietico provoca un effetto disastroso nell'economia cubana, il modello di vita della popolazione cambia in negativo a progressione geometrica, la contrazione della domanda e dell'offerta determina una formazione di denaro in eccedenza nelle mani della popolazione, creando una degenerazione nell'attività lavorativa e quindi si iniziano ad addensare ombre sul tessuto sociale". Questa affermazione è in sintesi il quadro preciso della situazione economica dell'isola: la complessità della situazione attuale, i problemi insorti con la doppia circolazione della moneta americana e cubana, le difficili prospettive e le altrettanto difficili soluzioni dei problemi, le differenze sociali create tra la parte di popolazione che può avere dollari e quella a cui sono invece preclusi, una pressione sempre più forte della società dei consumi, prodotta dal turismo, che tende a corrompere moralmente la popolazione.
Ma ai problemi l'autore accosta anche le grandi conquiste di questi quarant'anni (sanità, scuola, assistenza) che rendono così diversa la realtà sociale cubana da quella di tutti gli altri paesi dell'America latina. E poi la vita culturale e artistica è tuttora ricca e stimolante, frutto anche della molteplicità di razze, religioni, culture che così strettamente si intrecciano in questo luogo. Il libro sviluppa la sua analisi partendo da ritratti di singole persone tra loro diverse: docenti universitari, autisti di taxi con tanto di laurea, donne di vita, artisti. Incontri cubani che l'autore ha fatto e che ci propone unitamente a brevi ritratti, indiretti, di tanti turisti italiani che vanno là cercando altro: il sesso, il mito della rivoluzione, la conferma delle proprie tesi.


Incontri cubani. Personaggi e interpreti della Cuba di oggi
Pag. 253, Lire 27.000 - Edizioni Essenziale


Le prime righe

Tra i passeggeri del Dc 10 in arrivo a la Habana

Più che essere all'interno di un aereo, ebbi l'impressione di partecipare ad una gita turistica in pullmann. Certamente non ero alla mia prima esperienza di volo, ma l'eccessiva animosità degli altri passeggeri non si atteneva minimamente alle norme di compostezza in un veicolo che non era certamente un bus.
Il lavoro delle hostess e degli stewards era notevole e la loro pazienza alla soglia della sopportazione. Date le loro responsabilità non doveva essere facile tenere a bada centinaia di persone che non vedevano l'ora di arrivare a destinazione e consideravano i sedili dell'aereo come i tavoli del "bar dello sport".
Il 90% dei passeggeri era formato da uomini dai 30 anni in su. Qualche coppia in viaggio di nozze, cubani che tornavano a casa, pochissimi anziani della "vecchia guardia" che, dopo anni di lavoro, andavano a Cuba per calpestare con dignità, a detta loro, il suolo dell'unica spina nel fianco dell'imperialismo americano, dimenticando il falso perbenismo e il reale dissenso presente nel nostro attuale governo di "sinistra".

La "riscossa" dei sottoproletari

Erano sottoproletari, sì, erano proprio sottoproletari, quella stragrande maggioranza di persone costituite da meccanici, muratori, piccoli imprenditori, operai a cottimo e a nero, cinquantenni che a detta loro avevano scoperto il paradiso.
Queste persone, da me definite non in senso dispregiativo "sottoproletari", costituivano il grande errore della sinistra in Italia, che nella sua evoluzione capitalista aveva cercato appoggio nella media e alta borghesia, abbandonando il decollo del sottoproletariato verso una cosciente classe proletaria.
Queste persone, da sole, avevano raggiunto un discreto benessere economico, senza dubbio meritevole, ma erano prive di quello sviluppo culturale che forma la coscienza comunista. Persone che nella loro evoluzione verso migliori condizioni economiche avevano seguito canali consumistici e i loro sacrifici, in gran parte, erano stati assorbiti da uno stato all'apparenza democratico, ma "padrone e incosciente".
La costruzione di un proprio "status" li aveva portati ad abbandonare quei valori come affetto, amicizia, lealtà, comprensione, amore e molti di loro, ad un certo punto della vita, si son trovati con una bella casa, una macchina fuoriserie, due o tre televisori a colori, la barca, la casa in campagna o al mare e le puttane o i club privé per dare sfogo alle loro voglie represse.
Poi qualcuno è andato a Cuba, ha visto che esisteva un posto dove la comprensione e l'amore si respiravano, che l'amicizia e l'affetto erano appena dietro l'angolo e, senza mai chiedersi il perché, li ha accettati come dono della natura, non come risultato di una rivoluzione (la sinistra in Italia non aveva certamente tempo per spiegare la rivoluzione, l'aveva bypassata da anni).

© 1998, Essenziale

A cura di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




16 ottobre 1998