Jovanotti
Il Grande Boh!

"La vita scorre, la vita esplode comunque anche nei luoghi dove tu probabilmente non andrai mai, anche nelle città dal nome difficile da dire, nelle province, nelle capanne, la vita esplode e l'emozione è l'emozione e ci sono certe cose che si fanno come per esempio andare a ballare il walzer il venerdì sera."


Credo che quasi tutti conoscano Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Da almeno un decennio è protagonista della scena musicale italiana, in particolare del genere "rap". In questi anni, mentre la sua musica è lentamente "maturata", affinando tecniche, arrangiamenti, melodie e testi, il personaggio pubblico si è trasformato da semplice ragazzino con look americaneggiante (con un unico slogan in testa: "è qui la festa?") a giovane uomo alla ricerca di se stesso, con tentativi sempre più mirati di impegno nel sociale ("da Che Guevara a Madre Teresa"...). Il suo pubblico si è allargato a fasce di ragazzi che precedentemente lo ignoravano per l'evidente disimpegno. I critici, che prima lo dileggiavano considerandolo "il più stupido di tutti", hanno apprezzato gli ultimi lavori e ne hanno scritto in modo lusinghiero, talvolta addirittura esaltandone le capacità creative. Un ragazzo di successo, potremmo proprio dire! Per di più ora Il Grande Boh!, suo primo vero libro, ha immediatamente trovato una casa editrice prestigiosa come la Feltrinelli disposta a pubblicarlo. E altrettanto immediato è stato il riscontro della critica letteraria. Innanzitutto la terza di copertina scritta da Fernanda Pivano ("Le pagine che narrano la sua vita da solo sotto la tenda nel Sahara sono pagine bellissime, da grande scrittore di viaggio, con qualche reminiscenza di Jack Kerouac"), poi le recensioni di Giovanni Pacchiano e Aldo Nove, tempestive, entusiaste. Il primo sul Corriere della Sera lo paragona a Chatwin "Come Chatwin, e magari meglio di Chatwin. Anche noi abbiamo un eccellente scrittore-viaggiatore, ed è - incredibile - il rapper Jovanotti"; il secondo, su La Stampa, a Lou Reed "Reed definì il suo lavoro una serie di lettere autobiografiche rivolte a tutti. Lo stesso si può dire degli album (dei libri) di Lorenzo Cherubini, mediatico diapason nostrano capace di registrare, con una sincerità quasi imbarazzante, i sentimenti collettivi".
Che dire di più? Che il libro si compone di brevi racconti, impressioni di viaggio (principalmente relativi all'Africa e alla Patagonia), ricordi autobiografici in forma di diario, poesie, disegni e fotografie dell'autore ed è uno sguardo attento e stupito sul mondo, alla continua scoperta dell'altro, del pensiero, della realtà. Un approccio adolescenziale, forse, spesso un po' superficiale, ancora ricco di certezze come accade a chi ancora non si è confrontato del tutto con la vita, ma ottimista, allegro, aperto, curioso... E un uso della parola legato al ritmo, incalzante, del "rap", non lontano dai testi delle sue canzoni. "Un libro bellissimo - scrive Fernanda Pivano - per giovani e anziani, per chiunque ami il mondo, la frontiera e la loro scoperta".


Il Grande Boh! di Jovanotti
251 pag., ill., Lit. 25.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70102-2

le prime pagine
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Sono sicuro che questa strada è senza uscita e a un certo punto mi troverò a fare i conti con il mio modo di scrivere le canzoni e quindi con il mio modo stesso di pensare e dovrò cominciare a fare le cose come se veramente nessuno le ascoltasse per uscire definitivamente dallo schema del genere musicale che è come un caldo fuoco protettivo che mi invita a non partire, a non mettermi in viaggio, perché decidere di viaggiare vuol dire comunque non potersi mai legare a niente e a nessuno. Ma io sono un viaggiatore. Non si può essere viaggiatori preoccupandosi ogni volta di costruire una casa nei posti dove ci si ferma, perché quella casa sarà sempre una catapecchia neanche paragonabile ai castelli di chi i posti li abita da sempre e per sempre, il viaggiatore trova la sua casa nel muoversi, la mobilità è il suo equilibrio, il muoversi è il suo modo di essere radicato. La mia è sempre di più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere e non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali, strimpello strumenti e parlo male diverse lingue e di volta in volta ho bisogno di musicisti e di interpreti per piantare le tende nel luogo e restarci finché non mi riprende il senso di irrequietezza che mi porta a fare di nuovo i bagagli e partire.
Sono arrivato al punto che il mio bagaglio è un po' troppo pesante, faccio di nuovo fatica a muovermi con agilità portandomi dietro tutta questa roba accumulata, è arrivato il momento di lasciare un po' di bagaglio, di alleggerirmi e prendere una strada nuova magari solo con le scarpe ai piedi e il necessario per sopravvivere.

giorni deserti


fine settembre 1997

Il deserto ti svuota la testa, non è un posto di pensiero, è un posto che annulla il pensiero. Il tempo si adegua allo spazio e lo spazio è senza fine, senza punti di riferimento, è aria e luce (ora ho capito cosa intendeva Ferretti quando diceva che il confine è d'aria e luce).
Sono venuto da solo nel deserto (non è importante che sia il Sahara o qualcos'altro, è un deserto e basta), un uomo che si chiama Abdu e che ho conosciuto a Erfoud mi ha portato in macchina fin qui e poi se n'è andato dicendo che sarebbe venuto a prendermi tra qualche giorno. Io ho una piccola tenda, tre pagnotte, dieci litri d'acqua, questo quaderno, due penne, due libri, uno di Kerouac e uno di Dio, o per lo meno di gente che sostiene di conoscerlo bene.
Ho piantato la mia tenda a igloo vicino alla tenda di una famiglia di nomadi che allevano capre e ci sono quattro figli tre cammelli quattro asini e un cane. Loro mi permettono di stare qui, il tipo che mi ha accompagnato in questa parte di Sahara seguendo una pista invisibile sulla sabbia ma che lui riusciva a distinguere abbastanza bene ha spiegato al capofamiglia che sono un musicista e sono qui per sentire il suono del deserto e questo gli è piaciuto molto. Ho dovuto chiedergli il permesso per piantare la tenda perché il deserto è dei nomadi, e mi sembra sacrosanto.
Loro parlano solo berbero e un po' arabo e si comunica a gesti ma non c'è problema, non c'è un gran bisogno di dirsi chissacché, quello che serve si riesce a dire.
C'è molto vento e ho fatto fatica a piantare la tenda, sono riuscito a tenerla a terra appoggiandoci sopra lo zaino e le bottiglie di plastica con l'acqua e poi piano piano l'ho tirata su e ho fissato i picchetti con delle pietre che sono riuscito a trovare qui vicino, le uniche a una distanza ragionevole.
Intorno a me la sabbia e il vento.
Sono contento di essere qui, sono entusiasta, direi, e ho tutte le cellule felici perché sto facendo questa esperienza. Adesso è già buio e io quasi non ci vedo più niente e allora smetterò di scrivere e me ne starò un po' così fino a quando non mi prende sonno.

Mi ha preso sonno verso le dieci, fino ad allora sono stato con la mia famiglia di nomadi berberi. Mi ero portato da mangiare ma loro mi hanno tenuto a cena. Abbiamo bevuto tè e mangiato un uovo sodo a testa, un pezzo di pane da intingere in un unico piatto di verdure galleggianti in una brodaglia piccante, una buona cena. Sono gente simpatica, una bella famiglia con delle belle facce, vorrei chiedergli molte cose ma per fortuna la lingua non lo permette a allora vada per il silenzio, che comunque non è affatto vuoto e nemmeno un silenzio di imbarazzo come a quelle cene dove se per qualche secondo c'è silenzio si sente subito il rumore delle posate e delle mascelle che nella nostra società è insopportabile e allora qualcuno subito rompe il vuoto con un "be'" o con un "mmmh, buono..." o con un "comunque" o qualche altra chiave per togliersi dall'imbarazzo di un silenzio che invece è un silenzio vuoto. Qui a fine cena il capofamiglia ha cacciato un grosso rutto che era meglio di un complimento.
Ragazzi, voi non vi potete immaginare che cos'è il cielo visto da una tenda nel deserto, vi giuro che non ve lo potete immaginare. Prendi un bel cielo d'agosto con tanto di stelle cadenti visto da una spiaggia di Riccione e moltiplicalo per un milione, ecco forse così ci si avvicina. È una cosa che si tocca, è un abbraccio vero e proprio, è un tetto, un tetto che ti dà il senso di tetto, ti dà questo senso di essere al sicuro, di essere a casa.
Tanto le cose stanno così, per conoscere veramente qualcosa bisogna sapere cosa c'è dall'altra parte, è come se la conoscenza fosse un fatto di equilibri tra cose opposte. Non si più avere un'idea di cosa è una grande città senza aver dormito da soli nel deserto e forse chi vive nel deserto non sa molto di sé fino a che non conosce una grande città.
Comunque questi nomadi mi sembrano felici, un po' disgraziati ma felici.
La notte fa molto freddo tipo zero gradi e bisogna coprirsi bene e al mattino ti sveglia il caldo ed è una bella sensazione.
Ho fatto un sogno poliziesco che ora non ricordo bene.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
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Dal suo esordio Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha pubblicato sette album.


A cura di Giulia Mozzato


9 ottobre 1998