Tiziana Agnati e Francesca Torres
Artemisia Gentileschi
La pittura della passione

"È qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. Una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: la rivendicazione femminile."

Roland Barthes


La storia dell'arte ci ha insegnato (come la storia della letteratura, della filosofia, della musica...) che poche, pochissime donne hanno avuto il cosiddetto "genio" artistico, il "sacro fuoco", l'ispirazione e le capacità di realizzare opere degne di essere ammirate, tramandate, amate. Ma questa versione della storia dimentica sempre di ricordare che poche, pochissime donne hanno potuto e saputo superare i limiti che la società imponeva loro: limiti culturali (alle donne non veniva offerta generalmente una preparazione scolastica degna di nota), limiti familiari (accudire figli e marito non lascia molto spazio alla creatività), limiti sociali (una donna non può e non deve dilettarsi con arti che non siano a lei destinate, come il ricamo, ad esempio...). Tutti questi limiti hanno contribuito a "tarpare le ali" a migliaia di ottime, eccelse artiste "in potenza" che hanno dovuto abbandonare le velleità creative a favore della materialità del quotidiano. Quindi non è vero affatto che la storia dell'arte conti pochissime donne perché queste non posseggono il talento di cui viceversa sono dotati gli uomini. E se il Novecento ha ampiamente dimostrato la falsità di questa tesi, alcune testimonianze precedenti già facevano intuire quanto essa fosse costruita. Artemisia Gentileschi è l'esempio forse più noto del livello cui possono giungere le potenzialità femminili se espresse, ma è anche l'esempio più ambiguo. Negli anni Settanta la sua popolarità ha raggiunto il vertice, ma soprattutto grazie alla riscoperta dei documenti del celebre processo che la vide coraggiosa accusatrice del suo violentatore (al punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solo un dolore fisico). Artemisia è divenuta così il simbolo del femminismo, dell'anticonformismo e del desiderio di ribellarsi al potere maschile. E, ancora una volta, ci si è dimenticati della sua eccezionale bravura, del suo talento di pittrice. Questo volumetto, che comunque riporta in appendice gli estratti degli Atti del processo, tenta di presentare Artemisia solo sotto questa veste, la veste di un'artista che la critica (a partire da Roberto Longhi e dal suo pionieristico articolo del 1916 Gentileschi padre e figlia) può paragonare a Caravaggio, Lorenzo Lotto, Rubens, Van Dyck e la cui mano con pennello Pierre Dumonstier le Neveu ritrae in un disegno in onore della sua arte. Un cenno doveroso, infine, al padre, Orazio Gentileschi, anch'egli grande pittore, che le permise di formarsi, che la introdusse ai committenti e la sostenne professionalmente e umanamente in tutti i momenti difficili della vita.


Artemisia Gentileschi. La pittura della passione di Tiziana Agnati e Francesca Torres
101 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Selene (l'Altra Metà dell'Arte n. 3)
ISBN 88-86267-18-5


Le prime righe


Dovete sapere quante donne
sono per le Fiandre
e per la Francia e ancora in Italia,
le quali dipingano
in modo che i loro quadri
di pittura sono tenuti
in buon pregio...


Francesco da Sangallo, 1546

1. ARTEMISIA E IL SUO TEMPO

Artemisia Gentileschi donna o artista? Due modi di affrontare un'unica, affascinante realtà che raramente in passato sono stato oggetto di una sintesi logica ed efficace, così da analizzare senza pregiudizi una vicenda biografica che, per la sua unicità, inevitabilmente compenetra e informa di sé un prodotto artistico tutto al femminile, altissimo e sicuramente senza precedenti.
È certamente impossibile ignorare quel marzo del 1612 e il processo - da tempo tra le causes célèbres - intentato da Orazio Gentileschi contro l'amico e collega Agostino Tassi, che, nel maggio dell'anno precedente, aveva violentato la figlia Artemisia: è stato infatti questo episodio biografico, spesso, a prevalere sull'attività di pittrice della Gentileschi, ricordata e rivalutata piuttosto come emblema e modello storico da citare, o meglio, come suggerisce Camille Paglia, da utilizzare anacronisticamente per avanzare rivendicazioni infarcite di retorica femminista.
Negli anni Settanta la Gentileschi divenne un vero e proprio simbolo del femminismo internazionale: associazioni e cooperative le si intitolarono - a Berlino l'albergo "Artemisia" accoglieva esclusivamente la clientela femminile - riconoscendo in essa una figura culto, sia come rappresentante del diritto all'identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma della sofferenza, dell'affermazione e dell'indipendenza della donna.
Per la nota polemista e leader del movimento femminista internazionale Germaine Greer Artemisia Gentileschi fu la grande pittrice della guerra tra i sessi, affermazione, di fatto, estremamente riduttiva: un pittore con tanto talento come la Gentileschi non può limitarsi a un messaggio ideologico.
Ma torniamo a quel 1612: Orazio Gentileschi, che desidera far conoscere e trovare un mercato per le opere della figlia, scrive a Cristina di Lorena, a Firenze, e afferma con orgoglio:
questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata
nelle professione della pittura in tre anni si è talmente
appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia
pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i
prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.


© 1998, Selene Edizioni


Le autrici
Tiziana Agnati si occupa di arte e letteratura femminile. Fa parte del Cultural Research Institute della De Monfort University di Leicester, dove lavora a un progetto di ricerca su alcune artiste dell'avanguardia inglese e francese.

Francesca Torres si occupa di ricerche sul mecenatismo artistico del XVII secolo per la cattedra di Storia Moderna della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano.



Raul Montanari
Un bacio al mondo

"Non avrei pianto, se avessi pensato che qualcuno sorrideva, in quel momento. Ma non vedevo nessuno. Non vedevo niente, niente. Il mondo piangeva con me. In me."


Una raccolta di racconti che ci propongono figure di carnefici e di vittime, di solitudini disperate e di fughe, attraverso le immagini oniriche, dalla propria dolorosa quotidianità. Il senso di morte incombe su ogni personaggio creato da Raul Montanari, un senso di morte ossessivo e tragico, spesso legato alla sessualità e alla giovinezza. Tutti, in fondo, siamo un po' carnefici e un po' vittime, tutti sentiamo la disperante insensatezza della sofferenza e della passione in questa assurda partita a scacchi che è la vita. Anche la malattia è spesso un elemento di sottofondo alle vicende presentate, malattia come metafora del disagio, della incapacità alla comunicazione, della solitudine. Il narratore può essere indifferentemente un uomo, una donna, un piccolo animale (il ragno per esempio), tutti esseri incapaci di comunicare se non attraverso la violenza, che è poi violenza su se stessi, suicidi indiretti: "forse il paradosso stava in questo: che l'omicidio in fondo era solo un tentativo, consapevolmente fallito, di provare su di sé la morte e di sopravvivere per poterla raccontare". Oppure uccidere è il tentativo di fissare per sempre un attimo, una emozione, un sentimento di cui si conosce comunque la fragilità e la fugacità: "come fotografare un uomo proprio nel suo momento migliore, nella stagione della vita in cui dà il meglio di sé".
Il racconto che dà il titolo alla raccolta è la narrazione di un'altra forma di morte: la morte del figlio e del padre nell'acqua (e come non pensare alla nascita e al liquido amniotico?) perché il figlio ha dimenticato gli insegnamenti fondamentali su come essere immortali, su come vincere la morte, che il padre gli aveva impartito, quando era bambino. Così il racconto si chiude con una metamorfosi nel grido del figlio morente: "Ti amo, prendi il mio respiro. Stringimi, padre. Io ti amo, sono tuo, sono tuo, sono te..."


Un bacio al mondo di Raul Montanari
Pag. 204, Lire 24.000 - Edizioni Rizzoli (L'iguana)
ISBN 88-17-66982-2


Le prime righe

AZZURRO

a Tiziano Scarpa

Io mi sono macchiato, a detta di molti, di colpe irrimediabili. Penso che non siano più atroci delle infinite altre che questo sole torrido ha contemplato.
È vero, appartengo alla polizia di uno stato oppressore della libertà. Sono stimato, dai miei corrotti superiori, per la mia incorruttibile fedeltà al mio compito. La faccia del commissario che mi porge un bicchiere di brandy non è diversa da quella dell'uomo che ha smesso da poco di urlare. Nella mia mente scorrono immagini odiose ai più. Ma se guardo all'intreccio di vie che mi ha condotto a questo porto, non trovo di essere stato più crudele o più codardo di mio fratello, che occupa una posizione rispettabile nell'ordine civile.
Ho ventitré anni, ma conosco già abbastanza del corpo umano da saperne trarre il massimo spasimo o il massimo piacere. (Ricordo un ragazzo, dal nome francese. Con aria di sfida, mi disse che l'impulso che genera piacere o dolore è il medesimo, solo il segno cambia. Sono stato, con lui, non meno spietato che con altri.)
Non trovo differenze fra le contorsioni dell'orgasmo e quelle della tortura; ma forse sono indotto a questo dal fatto che molte delle donne che ho avuto - spesso di ottima famiglia - amavano immaginare che le stessi torturando, e sussurravano confessioni non richieste.
In verità, non gioisco del potere, che ho sui miei prigionieri. Nessuno qui ne gioisce, benché non ci si faccia mancare l'alcool per renderci più zelanti. Solo i nuovi arrivati mostrano (non so quanto fingano) di godere dell'opportunità di essere crudeli, e si fanno assegnare le donne.
Io mi sento il grado intermedio fra il potere esercitato su di me dallo stato che difendo e quello che io esercito sui prigionieri.
Senza avere ancora metà della loro vita, ho provato disprezzo e pietà per uomini di cinquant'anni, che gridavano possedendo una ragazza legata.
Tutto mi è indifferente.
Forse perché nessuna donna mi ha amato (io ispiro eccitamento, non amore), neppure io mi sono mai innamorato.
Faccio quel che devo fare, provando un'ombra di piacere nello svolgere le operazioni necessarie in modo efficiente e rapido. Per questo sono già ispettore. E per questo vengo impiegato in interrogatori veri e propri, e non collaboro con le Squadre della Morte. Non credo che Dio, se esiste, abbia tempo per premiarmi o punirmi.
Non c'è niente al mondo che mi piaccia davvero, niente che mi tocchi nel profondo, tranne un colore.
Sono stato fortunato in questo, perché il desiderio avrebbe potuto tormentarmi per una donna irraggiungibile, o per un tesoro inafferrabile, o per un colore strano, misterioso e inusuale. Invece, se solo il cielo è terso e sgombro da nubi, e il sole non troppo intenso né troppo blando, io posso immergere i miei occhi nell'azzurro.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Raul Montanari è nato a Bergamo nel 1959, ha pubblicato i romanzi Il buio divora la strada, La perfezione, Sei tu l'assassino e Dio ti sta sognando; ha curato l'antologia di racconti Il '68 di chi non c'era (ancora). Da anni lavora anche per il teatro e il cinema. Considerato tra i migliori traduttori italiani, ha firmato versioni dall'inglese e dalle lingue classiche. Vive a Milano.



José Saramago
Tutti i nomi

"Ha buona memoria, È una condizione fondamentale se si vuole fare l'impiegato della Conservatoria Generale dell'Anagrafe; il mio capo, per esempio, solo perché lei se ne faccia un'idea, sa a memoria tutti i nomi che esistono e sono esistiti, tutti i nomi e tutti i cognomi, E questo a che serve, Il cervello di un conservatore è come un duplicato della Conservatoria."


Il signor José è scritturale alla Conservatoria Generale dell'Anagrafe. È un uomo abitudinario e grigio, una figura apparentemente senza storia, senza misteri. Ma in realtà il signor José coltiva un hobby assolutamente speciale: copia diligentemente e di nascosto le documentazioni conservate presso l'Anagrafe e riguardanti personaggi famosi, dove si riportano i nomi dei genitori, gli indirizzi, le date importanti della vita... José colleziona queste informazioni e le aggiunge a ritagli di giornale, fotografie, materiale vario sulle celebrità. Questa è la sua passione. Ha la fortuna di abitare in un piccolo appartamento adiacente alla Conservatoria, alla quale può accedere ogni notte, aprendo una vecchia porta, per "rubare" le informazioni private delle "star". È tuttavia sempre un po' rischiosa questa sua attività, qualcuno già sospetta... Dunque una sera José, vittima di timori e incertezze, tormentato dalla paura di essere scoperto, raccoglie affrettatamente e per sbaglio (insieme ad altri moduli da portare a casa, copiare e riportare a posto) qualcosa che nulla ha a che vedere con il resto: l'incartamento riguardante una donna sconosciuta di trentasei anni. Da quel momento José non ha più pace: deve andare a cercarla, vederla, parlarle, sapere di più su di lei. Questa indagine diventa un'ossessione per lui, e per raggiungere il suo scopo falsifica documenti ufficiali, interroga alcune persone ingannandole sullo scopo delle domande, ruba, mente, si trasforma...
Tra gli scaffali scuri, polverosi traboccanti di carte ingiallite, nei corridoi bui in cui aleggia il particolare odore della burocrazia, l'umanità si divide in due grandi gruppi: i vivi e i morti, coloro che non hanno ancora un certificato di morte e quelli per i quali invece il certificato è stato redatto. Solo questo li identifica come appartenenti a uno dei due ingenti blocchi. Se il documento non c'è, l'uomo (o la donna) non è morto. E questa è la chiave per comprendere la storia e, forse, anche l'intera esistenza umana, al cui termine, per ricordarla, restano (ma noi non ce ne rendiamo conto finché siamo vivi) solo carte ingiallite e fotografie scolorite.
Sin troppo facile il raffronto con il Joseph K. creato da Kafka, anch'egli piccolo uomo soggiogato e spaventato dalla burocrazia, altrettanto immediato il raffronto con il labirinto di Borges e le stanze folli, confuse, intricate dei disegni di Piranesi. È l'anima fantastica, metafisica della narrativa iberica, ma è anche il Pereira di Tabucchi, e il tentativo, difficile, faticoso, quasi utopico di dare un senso alla propria esistenza.


Tutti i nomi di José Saramago
Titolo originale dell'opera: Todos os Nomes

Traduzione dal portoghese di Rita Desi
252 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-14847-8


Le prime righe

Sopra la cornice della porta c'è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. Su sfondo bianco, le lettere nere annunciano Conservatoria Generale dell'Anagrafe. Lo smalto è crepato e sbrecciato in alcuni punti. La porta è antica, l'ultimo strato di vernice marrone si sta scrostando, le venature del legno, visibili, ricordano una pelle striata. Ci sono cinque finestre sulla facciata. Appena si varca la soglia, si sente l'odore della carta vecchia. Certo è che non passa giorno senza che in Conservatoria entrino incartamenti nuovi, degli individui di sesso maschile e di sesso femminile che fuori continuano a nascere, ma l'odore non cambia mai, in primo luogo perché il destino di ogni foglio nuovo, subito dopo l'uscita dalla fabbrica, è quello di cominciare a invecchiare, in secondo luogo perché, di solito più spesso sui fogli vecchi, ma tante volte su quelli nuovi, non passa giorno che non si scrivano cause di decessi e relativi luoghi e date, ciascuno apportando i propri particolari odori, non sempre offensivi per le mucose olfattive, come dimostrano certi effluvi aromatici che di tanto in tanto, impercettibilmente, attraversano l'atmosfera della Conservatoria Generale e che i nasi più fini identificano come un profumo composto metà di rosa e metà di crisantemo.
Subito dopo la porta compare un alto paravento a vetri con due battenti da cui si accede all'enorme sala rettangolare dove lavorano gli impiegati, separati dal pubblico da un lungo bancone che unisce le due pareti laterali, a eccezione, a una delle estremità, del ripiano mobile che permette il passaggio all'interno. La disposizione dei posti nella sala rispetta naturalmente le priorità gerarchiche, ma essendo, come ci si aspetterebbe, armoniosa da questo punto di vista, lo è anche dal punto di vista geometrico, il che serve a dimostrare che non esiste alcuna insanabile contraddizione fra estetica e autorità. La prima fila di tavoli, parallela al bancone, è occupata dagli otto scritturali ausiliari a cui compete ricevere il pubblico. Dietro questa, altrettanto centrata rispetto all'asse mediano che, partendo dalla porta, si perde giù in fondo, negli oscuri confini dell'edificio, c'è una fila di quattro tavoli. Questi appartengono ai funzionari. Dopo di loro si vedono i vice, che sono due. Infine, isolato, da solo, come doveva essere, il conservatore, a cui quotidianamente si rivolgono chiamandolo capo.

© 1998, Giulio Einaudi


L'autore
José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi L'anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Cecità, la raccolta di racconti Oggetto quasi e un volume che comprende tutto il suo Teatro.



Roger Scruton
La filosofia moderna
Un compendio per temi

La filosofia coinvolge il tentativo di formulare certe domande, e anche di dar loro delle risposte. Queste domande si distinguono per loro carattere astratto e fondativo.


Il volume è rivolto a un lettore "privo di cultura filosofica" ma interessato alle tematiche filosofiche e di discreta cultura generale. La suddivisione per temi della trattazione, originale rispetto alla consueta analisi di tipo storicistico, permette anche una lettura antologica del testo, senza sottrarre nulla alle possibilità di comprensione. I capitoli rispecchiano le fondamentali problematiche della disciplina, ad esempio "Significato", "Moralità", "Vita, morte e identità", "Conoscenza"; conclude la trattazione una preziosa "Guida allo studio" che ripercorre i temi trattati nel volume dando indicazioni bibliografiche, facendo riferimenti ad altri argomenti collegati a quelli discussi, suggerendo letture introduttive, quindi conducendo il lettore ad un ulteriore approfondimento e ad una conoscenza più completa di quelle tematiche che lo hanno maggiormente coinvolto.
L'autore ha anche tentato di ridare alla disciplina la naturalezza e la semplicità che fino a pochi anni fa la contraddistingueva e che invece le più recenti scuole filosofiche sono andate smarrendo per un eccesso di tecnicismi e di oscurità quasi sacerdotale.
Se, come dice l'autore, la filosofia studia tutto e cerca di offrire una teoria della totalità delle cose, non può essere riservata a pochi eletti, ma deve essere in grado di essere letta e conosciuta da tutti coloro che abbiano interesse a capire i perché di se stessi e della vita.
La filosofia contemporanea non appare poi lontana da altre discipline, soprattutto dalla matematica e dalla fisica, anzi oggi ne è sempre più connessa e per questo alcuni capitoli sono appunto dedicati alle risposte filosofiche ai quesiti che la scienza oggi pone.
Così i problemi etici, il male, quello che viene chiamato "diavolo" e che è in realtà la decostruzione dell'io e della sua sovranità, possono trovare risposte di ordine generale che permettono una diversa e più serena comprensione di sé e degli altri, di una esistenza calata nella società, di un individuo che sa dare senso a se stesso in relazione e in rapporto con gli altri.


La filosofia moderna. Un compendio per temi di Roger Scruton
Titolo originale: Modern Philosophy: An Introduction and Survey

Traduzione di Federico Laudisa
Pag. 635, Lire 59.000 - Edizioni La Nuova Italia (Biblioteca di cultura n. 237/Storie di idee n. 1)
ISBN 88-221-3033-2


Le prime righe

I
LA NATURA DELLA FILOSOFIA


Lo scopo di questo libro è quello di familiarizzare il lettore con i principali argomenti, concetti e problemi della filosofia moderna, per come questa disciplina viene insegnata nelle università di lingua inglese. Per descrivere questo tipo di filosofia si usano talvolta espressioni come "filosofia analitica", sebbene quest'ultima implichi un'unità di metodo ben maggiore di quella che esiste in realtà. Diciamo semplicemente che la filosofia inglese contemporanea è moderna nel vero senso della parola - il senso in cui la scienza, la matematica e il diritto sono moderni. Essa tenta di costruire sulla base dei risultati del passato, sostituendoli laddove essi sono inadeguati. La filosofia inglese presta perciò un'attenzione scrupolosa agli argomenti, e ne valuta costantemente la validità; essa, come la scienza, è un'impresa collettiva, che riconosce e assorbe i contributi di molti differenti studiosi del settore; anche i suoi problemi e le sue soluzioni sono collettivi ed emergono "guidati da una mano invisibile" dal processo del dibattito e della ricerca.
La parola "moderno" è usata in altri modi, due dei quali sono importanti:
(1) Per denotare l'era moderna della nostra civiltà, in contrapposizione a quella antica o medievale. L'era moderna è considerata contemporanea al sorgere della scienza naturale e al declino della tendenza centralizzatrice del cristianesimo. Per questo Cartesio è descritto come un filosofo moderno a differenza di Tommaso d'Aquino. Nel periodo moderno certi episodi culturali e intellettuali spiccano come particolarmente importanti - in particolare l'Illuminismo, che viene inteso come quella irresistibile corrente di secolarizzazione, scetticismo e aspirazione politica che ebbe inizio nel XVII secolo (forse ai tempi di Cartesio) e che culminò nelle follie profondamente non illuminate della Rivoluzione francese.
(2) Per significare "modernista", come nell'"arte moderna". Un modernista è votato all'epoca moderna, e crede che per rendere giustizia alle nuove forme di esperienza le tradizioni debbano essere rovesciate o ridefinite. Per un modernista è intellettualmente, moralmente o culturalmente necessario manifestare la propria modernità, "sfidare" ciò che resiste ad essa e gettare discredito su coloro che si rifugiano nei valori e nelle abitudini di un'epoca sorpassata. (Poiché la quantità di persone di questo tipo è scarsa, un'estesa industria modernista si applica ad inventarle. Si tratta dei "bourgeois", bersaglio degli scritti di Sartre, Foucault, Habermas e Adorno).

© 1998, La Nuova Italia Editrice


L'autore
Roger Scruton ha insegnato per molti anni al Dipartimento di Filosofia del Birkbeck College di Londra e insegna attualmente all'Università di Boston. All'attività accademica unisce quella di romanziere polemista sui principali temi della politica e della vita pubblica. Recentemente è stata tradotta in italiano la sua Guida filosofica per tipi intelligenti.



Ettore Tibaldi
Uomini e bestie
Il mondo salvato dagli animali

"Mentre si scrive o si legge, si parla o si telefona, gli animali vengono descritti (e denominati), addomesticati, accarezzati, mangiati e, se è il caso, protetti e mostrati. Perfino immaginati. Sono queste le parole-chiave utilizzabili per meglio comprendere la nostra relazione con loro."


Parliamo abbastanza di animali? Parliamo nel modo giusto di etologia e comportamento animale? Siamo consapevoli degli errori che commettiamo nel rapportarci con loro? Li conosciamo veramente? Sappiamo ascoltare le loro ragioni?
Tibaldi affronta l'antichissimo tema del rapporto uomo-animale con un nuovo approccio, parallelamente scientifico, narrativo e storico, tentando diverse risposte, pungenti, divertenti, originali. Il primo capitolo verte sul tema dell'addomesticamento, facendone una breve storia che ne descrive i criteri flessibili, i forti adattamenti reciproci (ricordando che molti animali restano selvatici per sempre), le difficoltà e i successi e gli insuccessi di questa forma di convivenza. Il discorso prosegue e si approfondisce con il saggio Accarezzati, dove si "racconta come, con il pretesto di accarezzarli, molte persone abbiano trattenuto presso di sé gli animali e abbiano finito per possederli. Ed esserne posseduti." Re incontrastato di questa grande famiglia: il gatto. E se non possiamo accarezzarli, se non possiamo possederli né addomesticarli, possiamo proteggerli (soprattutto se appartengono a una specie in via di estinzione) possiamo metterli in mostra, facendoli divenire comparse nelle esposizioni, negli zoo e adesso nelle fotografie e nei film, possiamo immaginarli, come mostri o come esseri virtuali, come amici o nemici. E possiamo mangiarli... Tilbaldi non dimentica nemmeno questo aspetto del rapporto uomo-natura, analizzandolo in un capitolo "dove si racconta degli animali sacrificati per servir da cibo, e di come essi non si vendichino. Direttamente".
"Gli animali hanno una storia che sovente si intreccia a quella dell'uomo fino a divenire causa di profondi mutamenti, sia per quanto riguarda la storia sociale degli uomini, sia per quanto riguarda la storia (naturale?) degli animali". Indubbiamente l'"epopea" del rapporto uomo-natura dovrebbe entrare a tutti gli effetti nei testi scolastici di storia.


Uomini e bestie. Il mondo salvato dagli animali di Ettore Tibaldi
116 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n. 1509)
ISBN 88-07-81509-5


Le prime righe

S'avanza uno strano animale

Un branco di gorilla, costituito da una
sessantina di esemplari, ha seminato il
panico per due notti consecutive a
Olamzè, un villaggio del Camerun, vi-
cino alla frontiera con la Guinea equa-
toriale, nel tentativo, riuscito, di libe-
rare un compagno catturato. I gorilla,
in fila indiana, hanno invaso notte-
tempo il villaggio la settimana scorsa.
Dopo una prima, infruttuosa ricerca, i
primati si sono ritirati nella foresta per
ritornare il giorno dopo più aggressivi
e violenti. Vista la determinazione dei
gorilla, il capo del villaggio, informato
del motivo dell'invasione, ha ordinato
al cacciatore che aveva catturato il gio-
vane esemplare di liberarlo.

(ANSA, Yaounde, ottobre 1997)

Dove si propone il tenue sospetto che gli animali stiano cambiando, e noi con essi, e si enuncia una chiave di lettura di questo fenomeno.

L'oceano sembrava tutt'altro che pacifico, quella mattina a Monterey, California. Il vento soffiava verso terra e gonfiava onde gigantesche che si abbattevano sui piccoli uccelli dal lungo becco sulla spiaggia, costretti a correre avanti e indietro, inseguendo la risacca. Ero là, insieme a una troupe televisiva, per riprendere alcuni importanti esperimenti sui processi cognitivi delle otarie. Questi pinnipedi sono molto diffusi lungo la costa, occupano un molo intero vicino al porto, si stendono al sole anche sui motoscafi, e non sono facili da sopportare perché puzzano, fanno chiasso, sporcano le barche e mangiano il pesce.
Le otarie sono amatissime, invece, nella vicina Stazione di biologia marina di Santa Cruz, dove sono oggetto di alcuni importanti esperimenti sulle modalità di costruzione delle conoscenze. Le otarie hanno un'elevata capacità di adattamento al rapporto con gli uomini, e in questo caso anche con quella particolarissima categoria di umani che sono i ricercatori. Si prestano volentieri, in cambio di modeste retribuzioni in pesce fresco, a eseguire esercizi anche molto complicati. Non va dimenticato, infatti, che le cosiddette "foche ammaestrate", un tempo piuttosto comuni nei circhi, sono in realtà otarie.
Quando giungemmo alla grande vasca circolare che era il teatro della sperimentazione, il lavoro era già iniziato. Una giovane, lucida e flessuosa otaria nuotava rapidamente in una gran varietà di oggetti galleggianti: un cubo bianco e uno nero, una sfera bianca e una nera, un anello chiaro e uno scuro, un birillo scuro e uno chiaro. Gli oggetti variavano non solo per il colore, ma anche per la dimensione ed erano proposti e riproposti in combinazioni sempre nuove, con improvvise aggiunte e sottrazioni.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Ettore Tibaldi, nato a Bergamo nel 1943, è docente di Zoologia presso la Facoltà di scienze dell'Università di Milano. È stato responsabile scientifico di molti programmi di ricerca ecologica e si è occupato di educazione ambientale. Ha collaborato con riviste, radio e televisione, ha svolto studi e missioni nell'ambito della cooperazione internazionale in Kenia, Senegal, Burkina Faso e Mauritania. Si occupa di strategie di intervento nei paesi in via di sviluppo per la divulgazione scientifica e l'educazione allo sviluppo.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




2 ottobre 1998