Chaim Potok
Novembre alle porte
Cronache della famiglia Slepak

"Per Solomon Slepak, il partito comunista aveva il potere di una chiesa, l'autorità di un ordine, la forza di una comunione di fede. Gli aveva dato il rispetto di sé, un sogno per cui lottare, un leader forte e amato. Si immagini la sua reazione: il tuo partito! Che mancanza di rispetto, che ingratitudine! E che discorsi pericolosi. Il tuo partito. Arrossì in volto e gridò a suo figlio: 'Tu non capisci niente!'."


La storia della Russia di questo secolo, osservata attraverso le vicende di una famiglia ebrea. Generazione dopo generazione, la rivoluzione, la guerra, lo stalinismo, i crimini di quest'epoca, la successiva destalinizzazione, e infine la dissidenza di intellettuali e scienziati: tutto è narrato con la precisione dello storico e la passione del romanziere. Filo conduttore è una continua diffidenza, talvolta dissimulata, altre volte più esplicita, nei confronti di chi è di razza ebrea. Solomon Slepak, padre di Volodja, che è la persona che Chaim Potok incontra quando arriva a Mosca, ha la sua formazione politica negli Stati Uniti. Tutto ciò è piuttosto curioso: un russo che, faticosamente e attraverso mille stratagemmi, raggiunge l'America farà ritorno in Russia da rivoluzionario, da bolscevico. La sua fede nella rivoluzione e nel comunismo non sarà mai incrinata, neppure dalle più tragiche morti determinate dalle purghe staliniste. Verranno arrestati e uccisi suoi amici, suoi collaboratori, eppure la fede non avrà mai tentennamenti. Secondo Solomon è preferibile che vengano condannati cento innocenti, ma che si riesca ad individuare la spia, il nemico della rivoluzione che si nasconde tra i più ingenui cittadini.
Un po' alla volta il terrore si sparge anche tra i più fedeli comunisti, la paura, il senso di precarietà è diffuso anche tra chi non ha mai detto nemmeno una parola contro il potere costituito.
Passano gli anni e il figlio di Solomon, Volodja, diventato adulto inizia a sentire in sé la ribellione ad un regime così spietato ed ingiusto. Si sposa e la giovane moglie gli dà subito un figlio, la continuità della famiglia è assicurata, il vecchio nonno ne gioisce. Ma nemmeno lei sfugge al carcere, anche se per poco tempo, e questo grazie al fatto di essere stata sempre attenta a tenersi fuori da ogni tipo di organizzazione. Infatti era proprio tra le associazioni che la polizia e i servizi segreti cercavano le loro vittime, in quanto ogni forma di tipo collettivo era fortemente controllata. Sembra sempre più chiaro che l'essere ebrei è un elemento di pericolo in più: ogni forma di nazionalismo e di diversità era veramente rischiosa. Anche quando l'età di Stalin è finita, e gli orribili crimini commessi dal dittatore sono rivelati, la vita per chi non si allinea e non rinuncia a testimoniare il suo dissenso è davvero difficile. E così Potok ci descrive l'intellettualità scientifica moscovita, Sacharov, la sua grandezza morale, i suoi contatti con Volodja Slepak, ormai entrato a far parte di questa élite di dissidenti. Così, con l'accusa di voler abbandonare l'Urss, e il fatto è considerato un crimine, viene esiliato per cinque anni in Siberia. I coniugi Slepak vogliano abbandonare l'Unione Sovietica semplicemente per raggiungere i figli che erano riusciti ad emigrare negli Stati Uniti. Si pensa infatti che fuori dall'Urss la libertà di espressione possa essere garantita, ma soprattutto che non si rischi la libertà individuale.
Finalmente, quando già la situazione interna sta incrinandosi, vengono concessi i visti per l'espatrio e Volodja raggiunge Israele con la moglie.
L'ultimo capitolo del libro vede l'ultimo incontro di Chaim Potok con l'anziano amico russo, in Israele, incontro avvenuto nel 1995. Così come il libro si era aperto con la conoscenza tra i due avvenuta a Mosca dieci anni prima. Una pena "sotterranea" però sembra continuare a persistere in loro: la lontananza dai figli è ancora fonte di sofferenza e di irrequietezza, ma non rimpiangono di certo di aver lasciato la Russia, nemmeno caduto il regime.
Il volume è estremamente interessante, ricco di informazioni assolutamente inedite, senza nessuna acrimonia, ma con grande passione di conoscenza. Il dissenso russo è stato spesso trattato in modo strumentale, in Potok invece si avverte una profondità e una onestà intellettuale che rende ancora più forte la consapevolezza di tanta violenza e crudeltà.


Novembre alle porte. Cronache della famiglia Slepak di Chaim Potok
Titolo originale: The Gates of November

Traduzione di Alberto Cristofori
Pag. 323, Lire 32.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66174-9

le prime pagine
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PROLOGO
UN INCONTRO A MOSCA


Un giovedì sera, nella prima settimana di gennaio del 1985, Adena ed io atterrammo in mezzo a una tormenta di neve all'aeroporto Seremetevo di Mosca. La mattina dopo lasciammo di buon'ora il calore del nostro albergo, Adena si infilò in una cabina telefonica lungo la strada e fece un numero, mentre io aspettavo fuori nel freddo pungente. Dopo un secondo o due la sentii dire: "Pronto, mio marito e io veniamo da Filadelfia. Siamo a Mosca e vorremmo incontrarla".
Non disse il nostro nome. Disse solo "Mio marito e io...".
L'uomo all'altro capo della linea le spiegò brevemente quale metrò prendere, quanto sarebbe durato il viaggio e dove ci avrebbe incontrato.
Adena e io non viaggiamo senza motivo durante il sabato ebraico, che incomincia al tramonto del venerdì. Ma prima di programmare il nostro viaggio a Mosca avevamo deciso che ci saremmo comportati come se fossimo entrati in una zona d'emergenza, un luogo di battaglia; tutte le volte che fosse necessario, avremmo trasgredito le leggi religiose.
D'inverno a Mosca, la luce del sole arriva verso le nove della mattina ed è completamente scomparsa alle tre del pomeriggio. Volodja Spella lavorava, e non avrebbe potuto incontrarci prima delle sei. E quel venerdì sera era l'unico momento in cui avremmo potuto incontrare lui e sua moglie, perché dovevamo vedere molte altre persone e le altre serate che avremmo passato a Mosca erano tutte impegnate. L'alternativa era rispettare il sabato e perdere gli Spella o infrangere il sabato e incontrare gli Spella.
Quella sera lasciammo l'albergo e camminammo sulla neve e sul ghiaccio oltre la cattedrale di san Basilio e il passaggio del Cremlino. Un paio di strade oltre il mausoleo di Lenin, entrammo nella stazione della metropolitana Marx Propspekt. Il treno era silenzioso, pulito, affollato. I nostri lunghi cappotti grigi, gli stivali isolanti e le sciarpe colorate di rivelavano chiaramente per americani. Era l'epoca di Reagan; il selvaggio presidente-cowboy minacciava il mondo con la guerra nucleare. I passeggeri ci guardavano con aperta ostilità.
Viaggiammo per circa mezz'ora.
Il treno entrò nella nostra stazione. Camminammo con gli altri lungo la banchina e incominciammo a restare indietro, lasciando che la folla ci superasse. Ben presto restammo soli.
La stazione ben illuminata aveva pareti di piastrelle color crema. Lucida e pulita. L'aria, che aveva odore di terra fredda e umida, echeggiava di suoni vaghi e distanti: un inquietante tintinnio di metallo, lo svolazzare di creature invisibili.
Davanti a noi, Volodja Slepak uscì improvvisamente da dietro una colonna e avanzò lentamente. Il suo viso ci era familiare grazie alle molte foto che avevamo visto. Le forti luci del metrò rivelavano i suoi occhi acuti, il suo naso largo, il suo ampio sorriso e la barba grigia, di taglio americano. Indossava un cappotto scuro e un berretto di pelliccia con i paraorecchie. Barbuto, robusto, di altezza media. Con voce bassa e profonda disse: "Shalom aleichem", il tradizionale saluto ebraico che significa "La pace sia con voi". Sorprendente, sentire parole ebraiche nel metrò di Mosca.
Adena e io demmo la tradizionale risposta: "Aleichem Shalom".
Ci stringemmo la mano.
"Seguitemi, per favore".
Lo seguimmo attraverso la stazione e su per una scalinata, nella notte fredda.
La neve soffiava a ondate lungo le strade. Sulla barba mi si formavano gocce di rugiada gelata. Riuscivo a malapena a vedere attraverso gli occhiali.
Volodja camminava in mezzo a noi lungo i marciapiedi e le strade liberate dalla neve.
"Probabilmente il nostro clima russo non vi piace", disse.
"È sempre così d'inverno?", chiese Adena.
"Non sempre, forse", rispose lui. "Ma a Mosca non è così male. In altri posti è terribile".
Io osservai che l'unica volta che avevo sentito un freddo simile era stato durante sedici mesi passati con l'esercito americano in Corea.
"Ah, ha fatto il soldato in Corea?".
"Sentivamo i venti della Siberia".
"Sì. Li conosco bene, quei venti".
Continuammo in silenzio, aggirando cautamente i mucchi di neve. Ci stava portando all'appartamento del fratello di sua moglie. Non si vedeva un'anima da nessuna parte nella notte bianca e ventosa. Enormi condomini da entrambi i lati della strada. Deboli luci giallastre alle finestre. Il suono secco e scricchiolante dei nostri stivali sulla neve mossa dal vento. Vaghe luci si avvicinarono lentamente, poi una macchina ci passò di fianco, senza fari, con le sole luci di posizione - l'unica macchina che avevamo visto dopo aver lasciato la metropolitana.
"Perché guidano senza fari?", chiesi io.
"Per risparmiare la batteria".
"Ma non è pericoloso?".
"Certo".
Chiesi qual era il tasso di incidenti automobilistici in Russia.
"Lo stesso che in America, circa 50.000 morti all'anno - ma noi abbiamo un decimo delle vostre macchine. Adesso da questa parte, per favore".
Svoltammo in un sentiero pulito, un corridoio biancastro tra mucchi di neve spalata. Di fronte a noi c'era un palazzo altissimo.
"Adesso devo pregarvi di non parlare più", disse, "finché non siamo all'interno dell'appartamento".
Aprì il portone d'ingresso. Entrammo in un androne scuro e incominciammo a salire scale appena visibili.


© 1998, Garzanti Editore s.p.a.

biografia dell'autore
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Chaim Potok è nato a New York nel 1929 e si è laureato allo Jewish Theological Seminary. Dopo essere stato ordinato rabbino, ha servito come cappellano militare durante la guerra di Corea e per molti anni è stato redattore capo della Jewish Publication Society of America. Vive in Pennsylvania con la moglie e tre figli.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Potok Chaim, L'arpa di Davita, tr. di Villa D., 1994, 368 p., Lit. 19000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66776-3)

Potok Chaim, Danny l'eletto, tr. di Bonsanti M., 1991, 244 p., Lit. 18500, "Letture per la scuola media", Garzanti (ISBN: 88-11-02630-X)

Potok Chaim, Danny l'eletto, tr. di Bonsanti M., 1990, 360 p., Lit. 20000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66788-7)

Potok Chaim, Il dono di Asher Lev, tr. di Muzzarelli M., 1992, 376 p., Lit. 35000, "Narratori moderni", Garzanti (ISBN: 88-11-66280-X)

Potok Chaim, Il dono di Asher Lev, tr. di Muzzarelli M., 1997, 378 p., Lit. 19000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66817-4)

Potok Chaim, Io sono l'argilla, tr. di Bassi M., 1993, 208 p., Lit. 32000, "Narratori moderni", Garzanti (ISBN: 88-11-66294-X)

Potok Chaim, Il maestro della guerra, tr. di Bassi M., 1996, 104 p., Lit. 16000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66768-2)

Potok Chaim, Il mio nome èAsher Lev, tr. di Saroli D., 1996, 320 p., Lit. 22000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66758-5)

Potok Chaim, La scelta di Reuven, tr. di Bonsanti M., 1992, 368 p., Lit. 20000, "Gli elefanti", Garzanti (ISBN: 88-11-66783-6)


A cura di Grazia Casagrande


2 ottobre 1998