Pietro Citati
L'armonia del mondo
Miti d'oggi

"Una mattina ci sveglieremo cambiati, come se nella notte qualcosa fosse improvvisamente accaduto dentro di noi. In quel momento sapremo che la massa, macerata e compressa, dei nostri ricordi avrà generato un simbolo, da portare con noi per tutta la vita."

Un libro che ripercorre in soggettiva la quotidianità. La vita di un gatto, l'arte del conversare, una passeggiata: tutto è filtrato dalla sensibilità e dallo stile raffinato dell'autore. Questa società così freneticamente veloce, nell'uccidere la vecchia cultura contadina, nel riempirci di notizie falsamente importanti, nel consumare con la sua frenesia la nostra memoria, non viene da Citati demonizzata, anzi attraverso la capacità di elaborazione che il suo acume consente, riesce a trovare dei fili conduttori nel suo cammino di uomo di questo mondo e di questo tempo, che gli consentono di ritrovare in sé unità e armonia. Una nuova armonia, che poggiando su di una solida cultura, sa ritrovare o scoprire equilibri interiori e adeguati all'attuale situazione del mondo.
Ancora oggi, come avveniva a metà del diciannovesimo secolo e come cantava Baudelaire, ci aggiriamo in una realtà difficile da decifrare, "à travers des forêts de symboles", e l'immaginazione può continuare a svolgere la sua azione trasformatrice. Ma oltre a questa potenzialità sempre viva dell'irrazionale Citati sente che oggi ha acquisito, lui e i suoi contemporanei, una maggiore capacità di "capire", di "fisicamente sentire" ciò che prova chi ci è vicino e in questo avverte l'attualità della poesia e in generale della letteratura di tutto l'ultimo secolo. Il benessere diffuso che caratterizza l'Europa degli ultimi quarant'anni ha però, curiosamente, prodotto un malumore altrettanto diffuso: ansia e preoccupazione ci divorano, piccoli e grandi rancori si accumulano in noi. Ma Citati, e in questo concordo pienamente, non ama il malumore: "Mi piace chi, condannato a vivere dentro il tempo, vi costruisce il proprio mondo, vi inserisce la propria fantasia e immaginazione, la propria felicità incomprensibile; e così una piccola luce illumina quella che sembrava soltanto una distesa di tenebre".
Esaminando più in particolare la realtà italiana, attraverso la sua esperienza personale, Citati descrive poi quella strana razza emersa alla fine degli anni Quaranta: i "democristiani". Occuparono il potere, ma ne detestarono sempre i simboli espliciti e nel loro tramonto "hanno avuto una specie di grandezza. Si sono suicidati pubblicamente, accettando una legge elettorale che li condannava all'estinzione". Oggi li si può ritrovare da ogni parte pronti a contagiare tutti "con la loro grazia grigia, con il loro ambiguo veleno". Passando poi ai comunisti, soprattutto attraverso la figura di Togliatti, Citati osserva che essere "seri" era il motto dominante, una serietà un po' grigia e uniforme, così come l'idea di trovarsi nella storia, nel presente. Oggi, i loro eredi italiani si sono aperti a nuove letture, a nuove esperienze che danno una ben diversa sensazione di ricchezza e vitalità: si è compiuta come una evoluzione genetica che comprende anche una trasformazione nei visi degli ex-comunisti. Alcune cose però gli appaiono immutate: la sicurezza di essere i migliori, di essere sempre nel giusto.
Da questa Italia pubblica, si passa poi a quella più intima, personale, dell'infanzia e della giovinezza: la Toscana e la comunità di Bose, in particolare.
La quarta parte del libro è posta sotto il titolo "Piccoli viaggi". Sono infatti note di viaggio, riflessioni, sensazioni ed emozioni che nascono da brevi soggiorni soprattutto all'estero.
L'ultima sezione è dedicata alla lingua, alla letteratura, alla sua esperienza di critico e di scrittore e prima di tutto di lettore, di "uomo che capisce", categoria quest'ultima la cui durata corrisponde a quella dell'umanità.


L'armonia del mondo. Miti d'oggi di Pietro Citati
Pag. 280, Lire 29.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86006-9


Le prime righe

PROFILO DI UN GATTO


Il gatto s'annoia. Non voglio dire il gatto che vive all'aperto, e ha un'esistenza movimentata e interessantissima: caccia topi e farfalle, emigra, viaggia, lotta con gli altri gatti, combatte con i cani, e conserva nel corpo tarchiato e robusto, nell'aria spavalda e determinata, qualcosa del vigore degli antichi felini. Ma il gatto domestico, l'amabile genio che protegge le nostre case, si nasconde sotto i nostri mobili e carezza le nostre mani, si annoia profondissimamente. La sua vita si è ristretta in poche stanze, dove sta confinato, come un prigioniero elegante. Mai nessuno, credo, nemmeno i grandi splenetici e romantici della letteratura, consumati dalla noia fino all'intimo dell'organismo, si è annoiato tanto. Basta guardarlo, in certi istanti in cui non si difende dietro la discrezione: quando lo sguardo è percorso da acutissimi lampi di noia - noia allo stato puro, noia attraversata da angoscia; ascoltare certi suoi miagolii, pieni di melanconia e di disperazione. Cosa pensa? Cosa sogna? Cosa desidera? Non so quanto sia lunga la sua memoria genetica. Come non immaginare che, in quegli istanti, egli sia divorato dal Rimpianto? Come Adamo, ha peccato: ha lasciato il suo Eden colorato e selvaggio; in cambio della malsicura e talvolta crudele protezione degli uomini.
Se il gatto si annoia, non si lamenta. Se leggesse, detesterebbe tutto ciò che lo splen e l'ennui hanno ispirato ai suoi signori. Ingegnoso com'è, il gatto si è proposto di non cedere alla noia: o di trasformarla in un'arte, simile a quella di cacciare o di pescare o di tessere. Fin dai tempi più antichi ha compreso che il modo migliore per vincere la noia è quello di dormire. Guardatelo dopo il sonno. Capite subito che nel sonno egli ha attraversato campi estesissimi e compattissimi di noia: che ha vissuto, abitato, penetrato la noia; e si è lasciato penetrare da lei, come si abita l'oceano durante la circumnavigazione del mondo.
Malgrado tante scoperte della psicologia, non apprezziamo abbastanza il sonno: lo giudichiamo soltanto un'indispensabile condizione di passaggio, dalla quale risvegliarci. Non comprendiamo quei mari di freschezza: quelle discese nella vita vegetale: quella passeggiata rassicurante nell'oscuro che ci avvolge e ci protegge; né il riemergere, con gli occhi e la pelle distesi. Solo Shakespeare, Goethe, Proust e il gatto hanno capito cosa sia il sonno. Il gatto sa trarne una ricchezza di piaceri e di forze che noi ignoriamo; e raccomando agli insonni di osservarlo con attenzione.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Pietro Citati è nato a Firenze nel 1930. Conoscitore raffinato di letterature classiche e moderne, ha raccolto gran parte dei suoi scritti nei volumi Il tè del cappellaio matto, Il migliore dei mondi possibili, Il sogno della camera rossa. Il corpo centrale della sua produzione di saggista-narratore è costituito da alcune fortunate monografie: Goethe, Immagini di Alessandro Manzoni, Tolstoj, Kafka, La colomba pugnalata. Nel singolare intreccio di romanzo, biografia e saggio l'autore dispiega la sua passione per il gioco letterario.



David Leavitt
La nuova generazione perduta

"Mi sembrava facile, di questi tempi, per cinque studenti di Yale intonare lo slogan: 'Il popolo - unito - non sarà mai asservito!'. Quello che mi sconcertava era che fosse veramente esistita un'epoca in cui qualcuno ci credeva."


Il volume raccoglie una serie di scritti di questo giovane autore americano, vero rappresentante di una generazione formatasi negli anni Ottanta. Il primo è un lungo articolo che traccia le caratteristiche psicologiche e sociali di quella generazione, definita giornalisticamente la generazione degli "yuppies". Disincanto e ironia sono le caratteristiche fondamentali di questi giovani degli anni Ottanta, eredi della disillusione storica di chi li ha preceduti. La inaffidabilità di questi giovani nasce da una scelta ben precisa: "l'assenza di carattere richiede lavoro", dice Leavitt e spiega la necessità di tale caratterizzazione collettiva come una necessità di "sfida" e di "difesa" da parte di questa umanità giovanile.
Il desiderio di non concedere nulla alla banalità, all'ovvio e alla maschera che la società ci impone conduce all'accettazione del "travestimento" da una parte e al rifiuto delle etichette dall'altra. Ad esempio che cosa significa essere uno scrittore gay? non si parla mai di uno scrittore definendolo "eterosessuale", e allora perché c'è bisogno di farlo per chi è omosessuale? Partendo da questo presupposto, Leavitt introduce un'analisi della letteratura gay di grande interesse e acutezza.
Il volume poi comprende un'intervista (un'autointervista) all'autore su di un processo subito per la pubblicazione del suo libro Mentre l'Inghilterra dorme. Il penultimo scritto della raccolta è il testo di una conferenza tenuta alla New York Public Library e il senso dell'intero discorso può essere racchiuso in questa frase: "Se essere giovani significa immaginare, per un tempo brevissimo, che si vivrà per sempre, allora crescere nell'età dell'Aids significa essere derubati della propria gioventù".
L'ultimo brano ha come tema la morte di Aids di due scrittori, Scott McPherson e Allan Barnett e questa malattia appare come un filo conduttore delle angosce e degli incubi dell'umanità di fine millennio.


La nuova generazione perduta di David Leavitt
Traduzione di Delfina Vezzoli
Pag. 140, Lire 12.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori del Novecento)
ISBN 88-04-44876-8


Le prime righe

La nuova generazione perduta
(da "Esquire", maggio 1985)


Il sabato sera, nel 1971, quando avevo dieci anni, andavo con mio fratello e mia sorella ai balli folk che si tenevano all'Università di Stanford in Tresidder Plaza. Loro erano entrambi studenti universitari e mio padre insegnava all'università. Io ero quel che si dice un moccioso viziato. Ho un ricordo vivido di quelle notti calde, con il pavimento lastricato della piazza illuminato come un campo di pattinaggio e il piccolo giradischi che strepitava "Hava nagila". Man mano che ci avvicinavamo io cominciavo a correre. L'aria odorava di marijuana. Poi eccoci lì, e nel centro magico roteava follemente un cerchio che teneva perfettamente il passo - gli uomini coi capelli lunghi, sporchi, scalzi; le donne avvolte in balze di vivaci tessuti gitani, con le sciarpe che ondeggiavano e i capelli trattenuti da fermagli di turchese. Tutti puzzavano; il deodorante, immagino, era politicamente scorretto, come pure depilarsi le gambe. Inevitabilmente, nel corso della serata qualcuno mi offriva uno spinello. Io rifiutavo sempre. Volevo soltanto osservare i ballerini e imparare la serie intricata di passi - il particolare incrocio di caviglie e braccia, il modo per cambiare compagno. Le poche volte che mi unii effettivamente al ballo, ricordo di essere rimasto sgomento dall'improvvisa intimità in cui ero lanciato mano dopo mano, alcune ossute e fragili, altre pesanti e legnose e sudate. Talvolta, nelle danze più sfrenate avevo l'impressione che i piedi si sollevassero letteralmente da terra per conto loro.
Di solito non ballavo, perché non conoscevo i passi. Restavo invece alla periferia insieme a qualche altra anima solitaria, dietro a uno dei ballerini più bravi, e goffamente saltellavo, cercando di imitarlo. Appena cominciavo a capire, il ballo finiva. La settimana dopo, aspettavo che suonassero di nuovo lo stesso ballo, ma non succedeva mai - almeno non prima delle ventitré, quando sentivo un clacson nel parcheggio e vedevo lampeggiare i fari della macchina di mia madre che era venuta a prendermi per portarmi a casa.
"Ti sei divertito?" mi chiedeva mia madre aprendo la portiera.
"Sì" dicevo, sedendomi accanto a lei. Per tutta la notte la musica mi rimbombava in testa. Sapevo che il ballo continuava anche dopo che io ero andato a letto, forse tutta la notte, forse fino all'alba, e mentre mi addormentavo cercavo di immaginare in quali altre danze, in quali strane figure erotiche si sarebbero lanciati gli altri a quelle tarde ore di notte, le ore in cui io venivo tagliato fuori perché ero ancora troppo piccolo.

© 1998, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
David Leavitt è nato nel 1961 a Pittsburgh, e all'età di tre anni si è trasferito a Palo Alto, in California. Si è rivelato nel 1984, a soli ventitré anni, con i racconti di Ballo di famiglia, ormai diventato un classico della nuova narrativa americana. Altre sue opere pubblicate in italiano: La lingua perduta delle gru, Un luogo dove non sono mai stato, Mentre l'Inghilterra dorme.



Giuseppe O. Longo
La gerarchia di Ackermann

"Ma Guido cammina assorto, non pensa né al Carso né alle lagune, pensa al plico giallo di Budapest che giace sul suo letto, accanto al tavolino degli scacchi. Che cosa contiene quel plico. Un vago malessere, un'ombra che prima mi era sfuggita. Inafferrabile."


Un plico arriva da Budapest e dà origine a uno snodarsi e intrecciarsi di ricordi, impressioni, emozioni che nell'arco di una giornata riportano Guido Marenzi a vent'anni prima, ad una storia d'amore e al ricordo di una donna, Eva, come la prima donna, come la femminilità per eccellenza.
La pazzia, autentica o inventata dal marito di lei, è continuamente sottesa alla storia. La paura del vuoto (vuoto d'amore, vuoto di sentimenti, di passione, di rapporto) è l'ossessione attraverso la quale ci viene presentata per la prima volta questa donna; poi le odiose visite dal neurologo a cui Guido la accompagna, spinto proprio dal marito di lei. È proprio lì, che la nudità indifesa di Eva profanata dalle mani del medico (perché? con quali scopi?) si offre a Guido e lo turba, lo inebria, lo fa infine naufragare in un piacere totale e sconvolgente. Ma è Guido a scegliere la sua amante, o tutto era stato già studiato, voluto, deciso per lui da Farkas, il marito, il musicologo, l'intellettuale, forse il raffinato carnefice di quella donna? Forse quel plico che giace sul letto, e che forse porta la notizia della morte di Eva, morta di pazzia e di solitudine, può farglielo capire meglio. Ma di sicuro è più utile e naturale non leggere quello che la busta che arriva da Budapest contiene: meglio è tornare, camminando per Trieste, in quei luoghi e a quelle situazioni oscure. E Trieste, la città della bora, la meno italiana delle città d'Italia, si va sovrapponendo nella narrazione a Budapest, città dalle alte case, dalle ripide scale e dai fatiscenti splendori mitteleuropei. La pazzia segue la donna, la porta all'autodistruzione: quando Guido la lascia, Eva inizia a morire. L'ennesimo aborto (ma questa volta il figlio rifiutato non era del marito, perciò non era odiato) la fa sanguinare fino allo sfinimento, le medicine prese senza criterio la intossicano, il marito le impone sempre più frequenti ricoveri in ospedali psichiatrici, e lei vedrà sempre falliti i suoi ingenui tentativi di avvelenarlo. Alla vicenda principale, nei complessi gorghi della scrittura, si intrecciano altre storie: un parricida, l'ambiente universitario, le madri.
Il libro termina con il mare che si chiude sopra tutta la storia: non importa sapere che cosa contenga quel plico: tutto è già per sempre fissato nella mente.
La gerarchia di Ackermann, attraverso una scrittura complessa e un gioco quasi matematico di incastri e rimandi, afferma la supremazia della memoria sulla realtà, il potere dell'irrazionalità nelle dinamiche della vita, e forse il ruolo della pazzia come valvola di sicurezza per chi non accetta il grigiore della banalità.


La gerarchia di Ackermann di Giuseppe O. Longo
Pag. 363, Lire 24.000 - Edizioni Mobydick (Il libri dello Zelig)
ISBN 88-8178-068-2


Le prime righe

CAPITOLO I

ME NE STO QUI, NELLA NOTTE ESTIVA

Me ne sto qui, nella notte estiva, davanti alla finestra spalancata, e faccio gli esercizi di respirazione, che sono l'unico rimedio e antidoto agli accessi di tosse che mi assalgono al tramonto e si protraggono spesso per buona parte della notte. Questi esercizi me li insegnò una ventina d'anni fa, a Budapest, con meticolosità tutta germanica, Heinz-Otto Kühlmorgen. Inspiro lentamente, facendo affluire l'aria nella parte inferiore dei polmoni, poi riempio pian piano la parte mediana, infine quella superiore: è molto importante che i polmoni si riempiano in questo modo, proprio come si colmerebbe di liquido un recipiente. Pensare a un recipiente che si riempie gradualmente dal basso verso l'alto mi aiuta a far bene l'esercizio. Espirando si deve procedere all'inverso, svuotando prima la parte superiore dei polmoni, poi quella mediana e infine quella inferiore, come appunto si farebbe con un recipiente.
Nell'eseguire gli esercizi sto proprio di fronte alla finestra spalancata sui tetti per captare anche la più piccola corrente d'aria che aliti nella notte, ma il calore del mio corpo e in particolare dei miei polmoni sembra arroventarmi il respiro, che rimbalza sugli strati d'aria circostanti e mi torna subito dentro, tanto che io respiro aria già respirata e invece di provare il sollievo di una corroborante frescura o almeno di un'aria nuova e per così dire vergine, sento un calore malsano, un cociore che m'infiamma la gola e la trachea e i bronchi giù giù fino ai minuscoli alveoli polmonari. Il mio respiro è sempre sul punto di bruciarmi, e quando quest'arsura diventa intollerabile mi costringo a pensare ad altro, anche se non sempre questi pensieri mi dánno sollievo. Tanto più che il plico è sul tavolino degli scacchi, proprio qui dietro, e anche se non lo guardo so che è lì, di questo non posso assolutamente dubitare.


© 1998, Mobydick/Cooperativa Tratti


L'autore
Giuseppe O. Longo è nato a Forlì e vive a Trieste. Ha pubblicato Il fuoco completo, Di alcune orme sopra la neve, L'acrobata, le raccolte di racconti Congetture sull'inferno, Lezioni di lingua tedesca, I giorni del vento (finalista Premio "Penne" 1997).



Clara Sereni
Taccuino di un'ultimista

"Quello che posso raccontare è un percorso spurio e zigzagante, all'inizio del quale ci sono due privilegi: che ho poi pagato a usura, ma che restano privilegi. Il primo è quello di essere nata e cresciuta in una famiglia di donne [...] L'altro privilegio è quello della scrittura."


Può essere banale descrivere questo piccolo ma concentratissimo libro un capolavoro di narrativa immerso nel nostro sociale. Ma tant'è. Il materiale raccolto proviene da diverse fonti differenti: sono articoli di giornali, interventi, trascrizioni di discorsi, che rappresentano l'autrice meglio forse di un testo interamente scritto per l'occasione, di un saggio organico strutturato in funzione della pubblicazione. Come lei stessa afferma nell'Introduzione, è un libro che svela molto di più sulla personalità, i sentimenti, le impressioni "vere" dell'autrice, proprio per la rapidità con la quale i testi sono stati scritti all'origine, per la mancanza di "mediazioni", per l'immediatezza delle considerazioni. Non è importante, o lo è solo parzialmente, l'argomento che ha offerto lo spunto per ogni singola riflessione; l'aspetto cruciale del libro sta nel "leggere" il punto di vista dell'autrice, donna impegnata sia politicamente che socialmente da molti anni, e capire il suo stile narrativo diretto, estremamente comunicativo. E leggere le sue parole è capire il punto di vista di molti cinquantenni di oggi, "ultimisti", come lei si autodefinisce, un termine che "rischia di sottolineare al di là di quel che vorrei quell'aspetto di ultimi in quanto epigoni che connota la mia generazione, forse davvero residuale nel concepire la lotta politica come felicità". Felicità espressa, ad esempio, nella lettera aperta scritta alle ministre Bindi, Finocchiaro e Turco in occasione della loro nomina, o nell'entusiastico commento alla notizia che Graciela Fernandez Meijide in Argentina e Mary Mc Aleese in Irlanda hanno raggiunto i vertici del potere. Ma sono solo due esempi fra i mille possibili. E tra le finestre che Clara Sereni apre sul mondo contemporaneo c'è anche quella triste dell'handicap, affrontato non nei termini utopici di un "bisognerebbe" o "sarebbe bello fare", ma in quelli drammatici e quotidiani di una madre, che è stata anche vicesindaco a Perugia, che combatte e vince battaglie difficilissime.


Taccuino di un'ultimista di Clara Sereni
165 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n. 1510)
ISBN 88-07-81510-9


Le prime righe
Prima sezione
Shalom

15 dicembre 1994

Esistono luoghi, nel mondo, in cui basta sbagliare strada, o confondersi a un crocevia, o smarrirsi in un intreccio di vicoli, per incontrare un coltello - o una pallottola, o un bastone, o una bomba - e perdersi per sempre, perdere la vita.
Come il soldato israeliano che a Ramallah si è smarrito, Pollicino del Duemila armato di mitra ma non di fortuna, dentro una manifestazione di integralisti: perduto per sempre, preda di una violenza senza appello ma anche senza più ragioni che dalla ragione possano farsi comprendere.
Tutti contro tutti, dovunque, e nessuno che possa ritenersi in salvo e al sicuro: il messaggio arriva da ogni parte del mondo, dal Nord come dal Sud e dall'Est e dall'Ovest. Nessuna regola seppur minima di civile convivenza appare più garantita o scontata. L'incubo peggiore, la paura più atavica non possono più dirsi impossibili.
Come fare, per non arrendersi all'orrore? Che fare per coltivare la speranza? Le risposte sono sfumate, contraddittorie, difficili. Perché quei luoghi in cui basta poco per perdersi sono in tutto il mondo ma sono anche qui, nella strada che dal portone di casa porta a un luogo che pensiamo di conoscere bene e le cui coordinate, invece, possono improvvisamente sfaldarcisi fra le mani.

1991

Agguati, fughe a perdifiato. Filo spinato, torrette, riflettori puntati. Controlli occhiuti, i miei documenti sono falsi e comunque insufficienti. Rastrellamenti, torture: benché io abbia un figlio, è ancora la mia sorella minore - congelata negli incubi in una condizione di bambina - l'oggetto di torture vicarie (e non possiedo neanche notizie da confessare, dunque nemmeno la mia viltà può salvarla).

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano


L'autrice
Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. Tra le sue opere: Sigma Epsilon, Casalinghitudine, Manicomio primavera, Il gioco dei regni, Eppure, Da un grigio all'altro, oltre ai volumi collettivi Mi riguarda e Si può!



Maria Varano
Guarire con le fiabe
Come trasformare la propria vita in un racconto

"Inventare traducendo in fiaba la propria vita ha il vantaggio di conoscere bene il protagonista del racconto che si vuol creare: basta immaginarlo agire, pensare, vivere in un'altra epoca o in un altro luogo e lasciarlo attorniare da chi nella nostra mente o tra le righe appare."


È possibile narrare tutta una vita in una fiaba e guarire con essa, guarire dalle ferite dell'esistenza, superare i traumi e le paure, sentirsi "meglio"? La fiaba, il racconto, la narrazione possono essere una forma di medicina miracolosa, che cura attraverso la catarsi? Secondo l'autrice, che si occupa di psicologia e organizza incontri in vari ambiti anche comunitari, la fiaba può avere queste funzioni, può rivestire un ruolo terapeutico. E altrettanto utile ai fini della "liberazione" da antichi retaggi personali, può essere la narrazione pubblica della storia, la sua condivisione con altri. È quello che è accaduto in molte occasioni proprio ai partecipanti di seminari organizzati da Maria Varano: "spesso chiedo ai miei pazienti in quale fiaba vorrebbero abitare o quale personaggio vorrebbero interpretare."
La creazione di una storia immaginaria che rispecchi paure, speranze, esperienze dell'autore non è difficile. È sufficiente seguire un "canovaccio" tradizionale (legato a quel percorso semiologico tracciato così bene da Vladimir Propp nel suo Morfologia della fiaba e da Bruno Bettelheim nel saggio Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe) che contenga gli elementi antitetici del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, la sofferenza e il riscatto, la malvagità e la punizione. E per chi voglia meglio capire, per meglio inventare, molti spunti possono esser presi dalle numerose raccolte di fiabe classiche, occidentali e non, affini alla nostra cultura ma anche lontane nel tempo e nello spazio: "questo patrimonio offre materiale valido per immedesimarsi: chi non ricorda una fiaba che si è integrata con qualche aspetto della nostra vita? È un tesoro da cui attingere per inventare: si può copiare e modificare a piene mani!"
Il saggio raccoglie alcuni di questi spunti narrativi, riproduce svariate storie emerse durante gli incontri organizzati dall'autrice, fornisce consigli sull'interpretazione terapeutica dei racconti, suggerisce un percorso di ricerca interiore: "Dentro ognuno di noi c'è un narratore - afferma Maria Varano all'inizio del capitolo intitolato Trasformazione e narrazione - occorre trovarlo ed invitarlo ad uscire allo scoperto."


Guarire con le fiabe. Come trasformare la propria vita in un racconto di Maria Varano
111 pag., Lit. 19.000 - Edizioni Meltemi (Cura di sé. Collana diretta da Duccio Demetrio)
ISBN 88-86479-62-X


Le prime righe

Al lettore

Se..., allora...


Se siete adulti e non avete esaurito la voglia di leggere, ma anche di pensare e di inventare, allora vi può interessare questo libro.
Se vi sentite sommersi da problemi, influssi, interazioni e stimoli di vario genere, se sentite che è importante prendervi uno spazio e dedicarvi un tempo per rivolgere l'attenzione a voi, a ciò che provate e desiderate, allora questo lavoro potrà farvi trovare la concentrazione e la spinta necessarie affinché ognuno possa prendersi "cura di sé" per continuare a crescere.
Se pensate che la memoria non sia solo ciò che permette ai ragazzi di imparare tabelline e poesie, ma riguarda la storia dell'individuo come recupero del passato ed elaborazione dell'esperienza, allora potete continuare a leggere questo libro. Così pure se ritenete che verbi come rievocare, rielaborare e trasformare non vi possano spaventare, ma incuriosire e stimolare.
Se siete insegnanti e desiderate che nella scuola non sia solo insegnata la "Storia", ma pensate si possano intessere "Storie", e che la classe possa diventare il luogo di costruzione di un racconto collettivo durante il corso dell'anno scolastico, allora questo lavoro vi può essere di aiuto.
Se siete educatori e non vi percepite come persone che riempiono vasi vuoti, ma come individui che suggeriscono percorsi, dipanano trame e con altri individui creano reti, connessioni, collegamenti e relazioni, allora ogni tanto può essere utile fermarsi per recuperare scintille di storie della vostra vita e di quella delle persone con cui siete in contatto.
Se siete genitori ed avete voglia di recuperare le fiabe che vi portate dentro e desiderate raccontarle ai vostri figli, magari non solo la sera frettolosamente, ma anche in momenti speciali dedicati alla narrazione e avete intenzione di "sentire" dai vostri figli non solo i bisogni, ma anche i sogni, allora siete sulla strada giusta: qui potete trovare qualche suggerimento.
Se siete persone curiose che desiderano scoprire qualcos'altro su di voi e sul mondo che vi circonda, se avete voglia di affrontare narrativamente la realtà, di "leggervi" in modo profondo o presentarvi in modo diverso dai dati anagrafici o dagli elementi di un curriculum allora... proseguite... non ve ne pentirete.

© 1998, Meltemi


L'autrice
Maria Varano è psicologa e psicoterapeuta e si occupa di formazione degli adulti soprattutto in ambito socio-educativo. Ha recentemente pubblicato Come si inventano le fiabe e alcune storie per bambini; ha curato la raccolta di racconti Le tre pietre.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




25 settembre 1998