Giorgio Cosmacini
Ciarlataneria e medicina
Cure, maschere, ciarle

L'or d'ogni terra che circonda il mare
il gran segreto potrà mai pagare?
Il mio rimedio salva, senza inganno,
da tutti i mali che può dare un anno:
la scabbia
la rogna,
la tigna,
la febbre,
la peste,
la gotta,
la lue,
ernierìe,
rosolìe.
Farmaco sovrano
è l'orvietano!

da L'amour médecin, Molière, 1665


Cosmacini parte dalle origini del termine ciarlatano per tracciare una storia avvincente di questa figura importante nella storia della medicina in Italia. E si apre così una finestra su un mondo pieno di personaggi curiosi, le cui origini si perdono nel tempo, ma che nel Medioevo hanno creato le fondamenta per una "professione" destinata ad arrivare fino ai nostri giorni. Unendo le figure dei Cerretani, abitanti della cittadina umbra di Cerreto specializzati in questue, dei Norcini (macellatori di maiali di Norcia, esperti di anatomia e ferrati nell'arte del taglio) destinati a diventare in qualche modo chirurghi, e dei Montimbanchi orvietani che salendo sui palchi imbonivano l'uditorio sulle qualità miracolose di unguenti e medicamenti (tra cui proprio l'orvietano, un composto di cui non si conoscono le reali componenti ma si sa che era dolce, denso e aromatico), nasceva il ciarlatano. Quanto questa figura sia stata confusa nel tempo con quella del medico e quanto sia stata considerata degna di fiducia la sua parola, è ben narrato nel saggio.
Il ciarlatano risponde a numerose esigenze: supplire a una categoria di medici ufficiali incapace di rendersi davvero credibile, vestire i panni del consolatore, promettere un futuro garantito esente da ogni male. Tutte questioni, del resto, ancora oggi irrisolte, che creano terreno fertile per gli eredi, i continuatori della stirpe dei ciarlatani. Come afferma Cosmacini stesso nell'Introduzione: "L'insoddisfazione degli utenti in termini di benessere, dovuta a una tecnomedicina spesso più efficiente che efficace, è [...] terreno di coltura dove cresce la pianta dei guaritori, degli esorcisti, degli stregoni, dei maghi". Se prendessimo le caratteristiche, le stigmate del ciarlatano-tipo indicate dall'autore (bizzarria, segretezza, persecuzione, miracolismo, episodicità, guadagno, litigiosità, ingenuità, ambiguità, opportunismo) e le applicassimo a figure più o meno note dell'attualità, potremmo avere delle sorprese...
"In definitiva" scrive il medico poeta Alessandro Bajini "l'uomo è spesso deluso dalla medicina, che è molto terra terra, e dalla fede, che è molto cielo cielo. Egli seleziona nel proprio ambito l'archetipo delle proprie illusioni: crea il ciarlatano".


Ciarlataneria e medicina. Cure, maschere, ciarle di Giorgio Cosmacini
VIII-251 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello)
ISBN 88-7078-512-2


Le prime righe

CERRETANI


Partiamo dalla parola. La parola ciarlatano è originaria dell'Italia: la sua prima menzione sembra essere quella del libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci (1422-1498). Essa deriva verosimilmente dall'incrocio lessicale tra ciarla e cerretano e rimanda quindi, per metà, all'etimologia di quest'ultimo nome: "cerretano" da Cerreto, città-castello nel cuore dell'Umbria, a meno di venti miglia da Spoleto. Nel Trecento agli abitanti di Cerreto era stata data facoltà di questuare elemosine a favore di certi ospedali "dell'Ordine del Beato Antonio"; ne fanno menzione gli Statuti di Cerreto del 1380. La questua di sussidi nasceva dalla pressante esigenza di ricostruire nella regione l'ospitaliero "sistema della carità" sconvolto dalla Peste Nera (1348-1349) e dalle successive rescrudescenze pestilenziali. L'esercizio della questua si effettuava attraverso la gestione di concessioni dette "baye" o "baglie", onde i cerretani questuanti erano detti anche "bayuli" o "baglivi". Si trattava di un'attività tanto meritoria quanto provvida, che drenava consistenti risorse. Erano in gioco non solo oboli di poco conto, dati dalla minuta gente, ma anche largizioni cospicue, date da potenti e abbienti di nuova formazione. Dopo la grande crisi di metà Trecento, dovuta alla peste, niente era più come prima. Anche l'etica della misericordia era cambiata: ai nuovi signori veniva data la possibilità di scontare, benefacendo, i peccati che fossero alla base delle loro fortune. I cerretani "circolanti", "cercanti", offrivano alle coscienze dei nuovi ricchi il riscatto dai rimorsi in cambio di denaro.
La loro funzione era quella di mediatori sociali tra ricchi e poveri, tra i ricchi elargitori e i poveri fruitori, tra i possidenti e mercanti, da un lato, e i tanti pauperes infirmi, dall'altro, che senza troppa distinzione tra indigenza economica ed emergenza sanitaria affollavano gli hospitalia del Basso Medioevo. Quella funzione lasciava spazio a molte deviazioni e distorsioni. Numerosi cerretani facevano, con la cerca, la cresta sugli introiti; altri addirittura elemosinavano in proprio, rubacchiando e truffando. Nella diciottesima delle cinquanta novelle raccolte nel Novellino (Firenze, 1476) di Masuccio Guardati detto il Salernitano è scritto che "gli Spoletani e Cerretani come fratocci de Santo Antonio vanno de continuo attorno per Italia cercando, e radunando gli voti e promesse al loro Santo Antonio fatte; e sotto tal colore vanno predicando e fingono far miracoli". E nel Confessionale di Sant'Antonio o Specchio di coscienza (Firenze, 1477) si parla senza reticenze dei "cerretani, i quali piuttosto si potrebbe dire che vanno rubando e ingannando, che limosinando".

© 1998, Raffaello Cortina


L'autore
Giorgio Cosmacini è medico, laureato in filosofia. Primario nell'Istituto Scientifico Ospedale Maggiore di Milano, insegna Storia della sanità nella facoltà di Lettere e filosofia dell'Università degli Studi di Milano. E' autore di numerosi libri, tra cui i tre volumi di Storia della medicina e della sanità in Italia, La qualità del tuo medico, Medici nella storia d'Italia, L'arte lunga. Storia della medicina, Il medico ciarlatano. Vita inimitabile di un europeo del Seicento.



Cesare De Simone
Donne senza nome

"Non ho mai saputo nulla di quanto ha detto l'avvocato, sulla fucilazione di donne. Non rientrava nelle mie competenze. Non ne ho mai neppure sentito parlare. In ogni caso non mi risulta che vennero mai fucilate delle donne, a Roma, nel periodo dell'occupazione germanica. Non c'erano donne alle Fosse Ardeatine."
"Nemmeno il suo superiore diretto, Kappler, gliene ha mai parlato?" insistette Nicola L.
"No, lo escludo" disse ancora Priebke. In cuor suo l'ex SS se la rideva.



Sono dieci le donne senza nome del romanzo. Sono i personaggi "fantastici" della storia, ma sono state anche le protagoniste di un avvenimento drammatico che ebbe luogo, negli anni della seconda guerra mondiale, a Roma: l'assalto a un forno e la conseguente fucilazione di alcune delle autrici del fatto da parte dei tedeschi. Un episodio come tanti, purtroppo, in quegli anni di occupazione, di terrore, di fame. Un episodio dimenticato. Ma l'autore si imbatte casualmente nel breve resoconto dell'evento, in cui non viene riportato alcun dato anagrafico delle vittime, e immediatamente scatta in lui il desiderio di conoscere, di comprendere, di sapere di più. Chi erano quelle donne, cosa facevano nella vita quotidiana, quanti anni avevano... e chi è sopravvissuto tra coloro che le conoscevano, chi può ricordarle?
Non mancano in queste pagine il fascino e la grande tristezza delle ricerche storiche fatte sulle schede del cimitero del Verano, sui registri dell'obitorio (dove "con la grafia tonda ed elegante di un anonimo impiegato, nel linguaggio impietosamente burocratico dei manoscritti della morte nella violenza, Roma catalogava le sue piaghe e le sue urla, i terrori e gli eroismi, le miserie del sottosuolo"), nei circoli per anziani, attraverso annunci apparsi sui quotidiani romani. Sino al momento in cui, quasi miracolosamente, ricompaiono tre istantanee di una giovane donna, conservate da tanti anni proprio da uno degli uomini obbligati dai tedeschi a raccogliere le dieci salme. E fino all'occasione di seguire come giornalista il secondo processo all'ex capitano nazista delle SS Priebke, accusato per la strage delle Fosse Ardeatine, colta al volo nella speranza di aggiungere qualche tassello alla propria storia attraverso la ricostruzione di quei giorni fatta dai testimoni chiamati dall'accusa.
Da tutto questo non emergono nomi, ma nasce una storia immaginaria, una ricostruzione romanzata, ma non per ciò così lontana dalla realtà, delle ore precedenti la fine di dieci donne (simboli di tante altre come loro) alle prese con figli, mariti, genitori o sole, ma sempre e comunque in lotta contro la miseria, la disillusione, la paura, la fame.
De Simone elenca le identità delle protagoniste solo nella Postfazione, dove segnala che ora a Roma esiste una lapide in ricordo di quelle dieci donne, sul ponte di ferro dell'Industria, dove sono state trucidate nell'aprile 1944. Si chiamavano Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo. E questo è tutto ciò che si conosce della loro vita.


Donne senza nome di Cesare De Simone
214 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Mursia
ISBN 88-425-2384-4


Le prime righe

1

Piovigginava, sul ponte di ferro. Dal Tevere salivano i fumi lenti di una nebbiolina rada, piccole volute biancastre che fluttuavano addensandosi a pelo d'acqua. Uno dei tratti peggiori del fiume attraverso la città, inquinato e giallastro, con sponde fangose scoscese e la muraglia di palazzoni e magazzini tipo periferia industriale dove un sole malato arriva attraverso la caligine delle ciminiere. Una grande chiatta ancorata alla riva destra era lì da tempi dimenticati, incrostata di ruggine a dare un senso totale di abbandono e disgregazione. E proprio in quel tratto il vecchio ponte metallico grigio cenere, con le due arcate superiori imbullonate a semicerchio ognuna coi grossi tiranti a raggiera, univa i quartieri Ostiense e Portuense formando, per chi veniva dal centro, un valico verso il sud-ovest della città, le zone della Magliana e dell'Eur.
Sull'Ostiense in quel momento si addensavano nubi nere e oltrepassato il fiume, verso il piazzale della Radio, s'apriva alto uno squarcio chiaro. Parallelo alla struttura di ferro, cento metri sulla destra, scavalcava il fiume anche il ponte della ferrovia, la linea che dalla stazione Ostiense puntava all'Aurelia e alla costa tirrenica con destinazione Genova.
Sandro s'era fermato all'imboccatura del ponte, dove l'asfalto di via del Porto Fluviale, sul lato Ostiense, si restringeva a imbuto. C'era arrivato a piedi da via del Gazometro. Indossava un impermeabile beige con relativa scoppoletta da cui ogni tanto gli colava qualche goccia sul collo, doveva tergerla col palmo della destra. Appoggiato alla sponda di ferro color cenere guardava il Tevere scorrere verso il mare lambendo sull'altra sponda gli edifici sull'asse del viale Marconi, i muraglioni dell'alveo, la chiatta immobile abbandonata alla morte rugginosa. Dalla sua parte, invece, si levava a monte l'enorme edificio dell'ex mattatoio comunale di Testaccio ora occupato da alcuni centri sociali giovanili, mentre a valle il fiume, sulla riva Ostiense, incrociava i capannoni e i depositi dei Magazzini Generali. Più avanti il Tevere si immetteva nella grande curva che lambiva la basilica di San Paolo e s'infilava sotto Ponte Marconi. Era la porta verso la foce di Fiumicino e il mare.

© 1998, Gruppo Ugo Mursia Editore


L'autore
Cesare De Simone, giornalista, inviato speciale del "Corriere della Sera", è anche scrittore e storico della Resistenza romana. Dirige la collana Testimonianze fra cronaca e storia per la casa editrice Mursia. Ha pubblicato Storia fotografica della seconda guerra mondiale, La pista nera, Soldati e generali a Caporetto, Dopo il terremoto, Venti angeli sopra Roma, Roma città prigioniera, l'Isonzo mormorava, Gli anni di Bulow, Operazione via Rasella, quest'ultimo con Rosario Bentivegna.



Peggy Guggenheim
Una vita per l'arte

"Si è sempre dato per scontato che Venezia è la città ideale per una luna di miele, ma è un grave errore. Vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro."


Nel centenario della nascita viene ripubblicata l'autobiografia, ormai fuori catalogo e introvabile, di uno dei personaggi più importanti dell'universo artistico del Novecento. Una vita "leggendaria", da favola, in cui elementi come soldi, libertà, entusiasmo, matrimoni, amicizie nell'élite culturale, politica, finanziaria mondiale si intrecciano formando un composto esplosivo, dirompente: la personalità di Margherita Guggenheim, da tutti detta Peggy.
Tra New York, Parigi, Londra, Saint-Moritz e il lago di Carezza, Capri e l'Egitto, la Costa Azzurra, i Pirenei e le Ramblas di Barcellona, la Tunisia, le Alpi francesi si svolge la prima parte della vita di Peggy, dall'infanzia e l'adolescenza, segnate dalla morte prematura del padre e dal legame strettissimo con la sorella Benita, e la giovinezza, contrassegnata dagli anni di matrimonio con Laurence Vail. La maturità inizia con il nuovo compagno, John Holms. "Ripensandoci adesso ho la sensazione che John Holms ed io non facessimo altro che viaggiare per due anni di fila" racconta Peggy. Holms è l'uomo che la introduce all'arte e alla cultura. Dopo la sua tragica e improvvisa morte Peggy si consola tra le braccia di Douglas Garman, un editore d'avanguardia e anche scrittore con il quale, malgrado un certo periodo di felicità, non vi fu una lunga passione. "Quando capii che la vita con Garman era finita, non sapevo cosa fare" racconta l'autrice "Era necessario che trovassi un lavoro, ma negli ultimi quindici anni non ero stata nient'altro che una moglie. Il problema venne risolto dalla mia amica Peggy Waldman, che mi suggerì di fondare una casa editrice o di aprire una galleria d'arte a Londra. Rinunciai immediatamente all'idea della casa editrice, perché calcolai che la spesa sarebbe stata troppo forte. Non avevo la più pallida idea del patrimonio di dollari che stavo per investire in opere d'arte." Con l'aiuto iniziale di Humphrey Jennings, giovane pittore surrealista, e il fondamentale apporto delle conoscenze personali di Marcel Duchamp e Cocteau si avvia la nuova esistenza di Peggy, quella che l'ha portata alla celebrità, che ha unito il suo nome a quelli di Samuel Beckett, da lei molto amato, James Joyce, Kandinsky, Calder, Henry Moore, Breton, Piet Mondrian, Yves Tanguy, Brancusi, Sonia e Robert Delaunay, Leonor Fini e Marx Ernst, altro amore della sua vita.
La galleria d'arte in Cork Street Guggenheim Jeune, sempre in perdita, chiude e nasce la Fondazione d'arte contemporanea Art of This Century, che organizza esposizioni di artisti celebri o meno, tra cui la prima mostra individuale di Pollock. E poi l'adorata Venezia, con la Biennale, Bernard Berenson, gli autori italiani, l'amore a prima vista per Palazzo Venier dei Leoni, Truman Capote, Giacometti...
Superando alcune parti di eccessivo autocompiacimento, con descrizioni troppo dettagliate di avvenimenti secondari legati esclusivamente a piccoli, insignificanti fatti personali quotidiani, questa autobiografia rappresenta uno squarcio ampio sul mondo elitario della prima metà (e oltre, Peggy muore nel 1979) del Novecento. D'altro canto, proprio perché così improntata al "personale" l'autobiografia di Peggy è una testimonianza originale e unica di molte figure di artisti ormai divenute mitiche ai nostri occhi, e qui un po' "smitizzate" nel privato.


Una vita per l'arte di Peggy Guggenheim
Titolo originale dell'opera: Out of this century

Traduzione di Giovanni Piccioni
Prefazione di Gore Vidal. Introduzione di Alfred H. Barr Jr.
404 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Rizzoli (Saggi Rizzoli)
ISBN 88-17-53110-3


Le prime righe

CAPITOLO PRIMO

L'infanzia dorata

Ho la memoria corta e per questo raccomando sempre agli amici di non raccontarmi le cose che preferiscono mantenere segrete, perché tanto prima o poi mi dimentico della promessa di tacere e racconto tutto. Cominciai a scrivere le mie memorie nel 1923, iniziando così: "Provengo da due delle famiglie ebree più in vista. Uno dei miei nonni era nato in una stalla come Gesù Cristo, o meglio, sopra una stalla, in Baviera, e l'altro era un venditore ambulante". Ma con quel libro non sono andata molto avanti: probabilmente non avevo niente da dire, o può darsi che fossi troppo giovane per il compito che mi ero prefissa. Adesso mi sento matura, e poi aspettare troppo potrebbe voler dire dimenticarsi di tutto ciò che sono riuscita in qualche modo a ricordare. Se i miei nonni cominciarono la loro vita modestamente, la conclusero nella ricchezza più sontuosa. Il nonno nato in una stalla, Seligman, giunse in America in terza classe, con quaranta dollari in tasca e a bordo della nave restò vittima del vaiolo. Iniziò a costruirsi la sua fortuna come addetto alla manutenzione dei tetti e successivamente come sarto: cuciva le uniformi dell'esercito dell'Unione nella Guerra civile. Poi divenne un famoso banchiere e fu presidente del Tempio Emanu-El. Tutto sommato, riuscì ad acquisire una posizione sociale più prestigiosa di quella dell'altro nonno, Guggenheim, venditore ambulante, nato a Legnau, nella Svizzera tedesca. Da parte sua, Guggenheim superò di gran lunga Seligman per l'enorme fortuna che riuscì ad accumulare con l'acquisto della maggior parte delle miniere di rame del mondo, ma i traguardi sociali che conseguì furono di un gradino inferiori a quelli di Seligman. Così, quando mia madre sposò Benjamin Guggenheim, i Seligman giudicarono il matrimonio una mésalliance. Per informare i parenti che vivevano in Europa che la figlia stava per sposare un membro della ben nota famiglia proprietaria delle miniere di rame, inviarono un telegramma che diceva: "Florette si è fidanzata con Guggenheim il fonditore". Quel telegramma suscitò grandi risate in famiglia poiché via cavo il testo si trasformò in "Guggenheim la fonde".


© 1998, RCS Libri







Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo

"Janie era il solco lasciato da un carro: tanta vita sotto, ma schiacciata dalle ruote."


E' la storia della vita di una donna. Prima bambina nera cresciuta con i bianchi, ignara del colore della sua pelle, che però è troppo presto costretta a scoprire attraverso le sofferenze, le esclusioni, le frustrazioni che la società le impone. Ancora ragazzina viene data dalla nonna in moglie a un uomo che non ama e da cui fugge, ma questa violenza viene fatta dalla vecchia per amore, per garantire alla nipote quella rispettabilità che la madre, vittima di una violenza e poi allontata e emarginata, non aveva mai avuto. L'uomo che poi lei, spontaneamente, segue e sposa le dà la ricchezza, il rispetto della gente e, essendo lui sindaco e massima autorità dentro il villaggio, un certo indiretto potere: non l'amore di certo. Gli anni passano e Janie, diventata donna, inizia ad avvertire di non essersi mai saputa esprimere davvero: il marito in realtà aveva sempre pensato a se stesso e preteso che lei fosse per lui solo uno specchio. Un giorno però Janie si ribella e distrugge, con l'ironia, l'immagine pubblica del marito che si divertiva costantemente a farle notare i segni del tempo sul suo viso e sul suo corpo. Da quel momento Joe, il marito, inizia ad odiarla e a denunciare in modo sempre più evidente i segni di una malattia che rifiuta di curare così che, in breve tempo, arriva a morirne. Forse solo da quel momento per Janie inizia la vita, la libertà e, con l'arrivo di Tea Cake, anche l'amore.
Tea Cake è giovane, allegro, la ama, sa darle quello che nessun uomo mai le aveva dato: la coscienza di essere bella, giovane e desiderata. E' un giocatore e riesce a perdere tutto il denaro che ha in tasca o a vincerlo con la stessa allegra spensieratezza. Si sposano e il legame che li unisce è così forte e appassionato da suscitare l'invidia di tutti, da vincere anche l'uragano che sconvolge e uccide uomini e animali. Durante l'uragano però Tea è morso da un cane e dopo qualche tempo inizia ad avvertire in modo sempre più drammatico i sintomi dell'idrofobia: sarà solo la malattia a condurre all'epilogo tragico del romanzo.
Il libro di Zora Neale Hurston ha venduto negli Stati Uniti milioni di copie anche perché è stata la prima scrittrice di colore (è morta nel 1960) a rivendicare con orgoglio le proprie origini culturali ed etniche e ad aprire la strada a tutta una produzione culturale, letteraria e cinematografica, di testimonianza di un'America nera, orgogliosa delle proprie radici africane.


Con gli occhi rivolti al cielo di Zora Neale Hurston
Titolo originale: Their eyes were watching God

Traduzione di Adriana Bottini
Pag. 191, Lire 25.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3630-7


Le prime righe

1


I desideri degli uomini viaggiano a bordo di navi lontane. Per alcuni arrivano in porto con la marea. Per altri navigano in eterno all'orizzonte, mai fuori vista, mai in porto, finché chi sta di vedetta non distoglie gli occhi rassegnato, i suoi sogni sbeffeggiati a morte dal tempo. Tale è la vita degli uomini.
Le donne... Be', le donne dimenticano tutto quello che non vogliono ricordare, e ricordano tutto quello che non vogliono dimenticare. Il sogno è la verità. E si comportano di conseguenza.
Dunque, il principio di questa storia fu una donna, e questa donna era tornata dall'aver seppellito i morti. Non i morti tipo malati e infermi con gli amici al capezzale e ai piedi del letto. Era tornata dalla carne gonfia e flaccida dei morti all'improvviso, con gli occhi sbarrati a giudicare.
Tutti la videro arrivare perché era il tramonto. Il sole se n'era andato, ma aveva lasciato le sue orme nel cielo. Era il tempo di star seduti nel portico rivolto verso la strada. Era il tempo per ascoltare e per parlare. Quelli che sedevano lì erano stati merce senza lingua, senza orecchie, senza occhi per tutti il giorno. Muli e altre bestie avevano riempito la loro pelle. Ma adesso il sole e il padrone non c'erano più, e la pelle era potente e umana. Diventavano signori dei suoni e delle piccole cose. Passavano in rassegna l'umanità con la bocca. Erano assisi in giudizio.
Vedere la donna com'era fece loro ricordare l'invidia che avevano accumulato da altri tempi. Perciò rimasticarono la parte oscura della mente e inghiottirono di gusto. Espressero giudizi arroventati con le domande, e fecero delle risate strumenti di morte. Crudeltà di massa. Personificazione di un umore. Parole a spasso senza il padrone; parole in armonia in una canzone.
"Che cosa crede di fare, tornare qui con quegli stracci addosso? Non ce l'ha un vestito? Che fine ha fatto quello di seta azzurra che aveva quando è partita? E tutti quei soldi che suo marito aveva guadagnato? Quando è morto glieli ha lasciati. Che cosa ci fa una donna di quarant'anni con i capelli sulle spalle come una ragazzina? Dove ha lasciato quel ragazzo con cui è andata via? Non doveva sposarla? E' stato lui a lasciarla? Che cosa ne avrà fatto di tutti i suoi soldi? Scommetto che se la sta spassando con una ragazzina ancora senza peli. Perché non se ne sta al suo posto?"
Quando arrivò vicino a loro, la donna volse il viso verso il branco di scimmie e parlò.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autrice
Zora Neale Hurston è nata a Notalsuga (Alabama) nel 1891 ed è morta a Ford Pierce (Florida) nel 1960. Ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas e, per le sue opere, ha tratto ispirazione dalla letteratura orale degli stati del Sud.



Gianni Minà
Il Papa e Fidel
Con una intervista introduttiva a Manuel Vázquez Montalbán

"Il viaggio di Wojtyla a Cuba è stato come un uragano sull'isola e ha lasciato tracce profonde. Per la prima volta in quarant'anni il popolo cubano è sceso in strada massicciamente per partecipare a una manifestazione religiosa, per partecipare a liturgie cattoliche. Io direi che, per la prima volta, il popolo di Cuba ha trovato uno spazio di identificazione simbolica al di fuori degli schemi del socialismo, del marxismo, del Partito comunista."

Frei Betto


Un libro di testimonianze sul viaggio compiuto da Giovanni Paolo II a Cuba lo scorso gennaio che si apre con due interventi sicuramente interessanti: una riflessione di Manuel Vázquez Montalbán e una del teologo della Liberazione Frei Betto.
Montalbán, rispondendo alle domande di Minà sul perché i media europei abbiano proposto, durante la visita papale, un'immagine di Cuba solo negativa, dichiara che il perché va ricercato nel fatto che quest'isola rappresenta "la differenza, ovvero è ciò che manca per realizzare il discorso unico, il pensiero unico, l'esercito mondiale-unico, il gendarme mondiale-unico; è insomma l'eccezione che dà fastidio". E tutte le risposte dello scrittore catalano in fondo tendono ad affermare questo: Cuba rappresenta un elemento che pone in contraddizione. E proprio da qui l'autorità più alta del cattolicesimo ha mandato un messaggio importantissimo: no ad ogni forma di embargo, no ad ogni forma di capitalismo sfrenato, no al predominio dei Paesi ricchi su quelli poveri. Un messaggio che è stato in straordinaria sintonia con quanto aveva detto Fidel Castro alla FAO.
Dal colloquio con Frei Betto, il più autorevole esponente della teologia della Liberazione, emerge tutta la positività dell'evento, definito peraltro "storico" da tutti i media mondiali, sia perché ha dato visibilità alla realtà cubana, alle conquiste e alle sofferenze di un popolo, sia perché ha permesso alla Chiesa cattolica di esprimere in modo più chiaro il proprio giudizio sul sistema economico dominante nel pianeta, anche se ancora, secondo Betto, la Chiesa non ha saputo compiere il passo decisivo per schierarsi al fianco dei diseredati.
Il volume poi si apre ad altre voci che provengono o dall'interno della struttura ecclesiastica, anche cubana, o dagli Stati Uniti come Wayne Smith, diplomatico nordamericano, Assata Shakur, leader in esilio delle Pantere Nere o Charles Rangel, deputato nero di Harlem. Si possono poi leggere le opinioni di alcuni cubani come ad esempio l'intellettuale Miguel Barnet.
A chiusura del volume vengono riportate le "Conclusioni di Fidel", cioè l'analisi compiuta da Castro con alcuni teologi della Liberazione sul significato e l'importanza del viaggio di Giovanni Paolo II.
Il volume è un interessante contributo al dibattito suscitato da questo viaggio papale, forse troppo amplificato dai media quando è avvenuto, mai poi, finita l'emozione del momento, non sufficientemente analizzato e approfondito. Siamo in un'epoca in cui troppo facilmente i mezzi di comunicazione di massa creano e distruggono interessi, siamo però poco abituati all'approfondimento, alla riflessione: ben venga un testo che invece va in questa direzione.


Il Papa e Fidel di Gianni Minà, con un'intervista introduttiva a Manuel Vázquez Montalbán
Pag. 280, Lire 26.500 - Edizioni Sperling & Kupfer (Continente desaparecido)
ISBN 88-200-2696-1


Le prime righe

Prologo

Questo è quasi un libro di controinformazione basato sulle interviste più esplicite e significative contenute in due documenti televisivi che ho girato come produttore indipendente in occasione della visita del Papa a Cuba. I due reportage faranno il giro del mondo, ma in Italia ho trovato molte difficoltà a commercializzarli. Eppure pensavo di aver fatto il normale lavoro di un reporter che vive un evento significativo "da dentro" e cerca di interpretarlo, spiegarlo, renderlo accessibile al pubblico attraverso le testimonianze dei protagonisti. Non c'è dubbio che l'incontro fra due uomini maturi e di grande spessore intellettuale come Giovanni Paolo II e Fidel Castro, reduci da un lungo e opposto cammino, amati e avversati per ragioni diverse di passione o integralismo, è stato certamente un avvenimento speciale, il segno del tramonto di un'epoca e della nascita di un'altra, a due anni dalla fine del secondo millennio. Sono finite le ideologie, ma anche gli integralismi religiosi, almeno in Occidente, e si sta affermando nel mondo la convinzione che siano tante le verità degne di rispetto, anche quelle che sembrano minacciose per le nostre personali certezze. Si percepisce, insomma, che la convivenza si deve esprimere nella sintesi dei valori più diversi, anche di quelli che sembrano lontani dal nostro sentire.
Così per raccontare e cercare di capire l'inatteso dialogo fra il papa che ha contribuito ad abbattere il comunismo e il leader rivoluzionario comunista che è sopravvissuto a questa fine, ho pensato che fosse indispensabile ascoltare alcune delle persone che hanno giocato questa partita assieme a Karol Wojtyla e Fidel. I pensatori del Vaticano, per esempio, come il cardinale Roger Etchegaray, ministro degli Affari Sociali della Chiesa, e fine tessitore del dialogo che ha portato Giovanni Paolo II nella terra della Revolución, o un intellettuale della Chiesa cattolica cubana, per tanti anni rimasta silenziosa, come Carlos Manuel de Céspedes, erede delle famiglie che hanno fatto la storia dell'isola.

© 1998, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.


L'autore
Gianni Minà, giornalista e conduttore televisivo, è nato a Torino nel 1938. Ha collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri e ha realizzato con la Rai centinaia di reportage e interviste. Ha girato film documentari su Cassius Clay, Fidel Castro, Che Guevara, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini e il subcomandante Marcos. E' autore e conduttore del programma di Rai Due Storie, dal quale è stato tratto un volume con lo stesso titolo.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




18 settembre 1998