Maurizio Maggiani
La Regina disadorna

"Bisogna capire che Paride amava davvero Sascia, voleva amarla per tutto quello che lei aveva da farsi amare, e sapeva farlo questo con tutta la forza del carbunè e l'incoscienza della sua bellezza."


Il bellissimo romanzo di Maggiani è uno dei pochi che possiedono il dono di una narrazione ampia, di una trama complessa e nello stesso tempo il respiro di un unico, sostanziale messaggio che arriva direttamente al cuore e al cervello del lettore. Romanzo circolare, che si apre e si chiude a Genova, che si apre e si chiude con due morti impossibili, due incidenti fiabeschi e irreali ma così credibili nell'economia dell'intero romanzo. Fiaba e poema quasi, il libro si evolve guidato dal filo della bellezza: di Paride, di Sascia, del giovane Giacomo e della regina Lucy. Bellezze purissime ("si può vivere come puri spiriti?" si chiede Giacomo nelle ultime pagine del libro, "... la risposta è sì, ancora una volta sì") che la passione, la sensualità, laddove è esplicitata, non scalfisce, anzi si trasforma in una specie di canto alla vita e all'amore perenne di cui sono capaci questi personaggi. La prima parte del romanzo è ambientata a Genova, nell'ambiente del porto (la Regina per i camalli), dove la vita è dura, ma esiste un orgoglio, una dignità del proprio lavoro che non può non diventare, così semplicemente e istintivamente, ribellione al fascismo, a quel regime che togliendo la libertà crede di poter togliere anche l'anima. E Paride, bello come Valentino, ingenuo e semplice come un ragazzo, va incontro alla morte, diventa un eroe della Resistenza con la semplicità di chi sa di non poter fare diversamente. La sua donna, Sascia, resta sola con il suo bambino e affronta tutte le fatiche, tutte le difficoltà con la gioiosa serenità del sapersi ricca di ricordi e di amore: amore per quel ragazzo morto e per quel bambino che cresce. Intorno a lei tante figure di povera gente, persone vive e intense, che l'autore fa ci fa sentire sempre autentiche, e nello stesso tempo, esempi di quell'umanità operaia, di quel proletariato che di questo secolo è stato protagonista e che poi ha visto il suo declino.
La seconda parte del romanzo si svolge altrove, ed è un "altrove" fiabesco, un'isola sperduta del Pacifico, il cui possesso passa da una nazione all'altra senza che i suoi abitanti se ne accorgano, almeno fino all'ultimo atto della vicenda. Su quest'isola giunge Giacomo, il figlio di Sascia e Paride, giovanissimo prete missionario, portando con sé una fiammante motoretta, sua unica ricchezza. E anche su quest'isola incontaminata vive una bella umanità, pura nel cuore e capace, per dopo qualche perplessità, di accogliere lo straniero. Il giovane re diventa amico del giovane prete e insieme progettano di costruire, in questo luogo incontaminato, una strada. E' un gioco e nelle stesso tempo un legame, un progetto comune e un sogno, inutile come i sogni, funzionale solo all'amicizia tra i due e forse alle corse della motocicletta. Passano gli anni, la piccola figlia del re diventa una ragazza e viene data, attraverso varie vicende, in moglie a Giacomo, nuovo re dell'isola. Una moglie mai posseduta, ma intensamente amata: Lucy, la regina-bambina, è il canto, la poesia di un popolo che è anch'esso destinato a sparire. Genova vedrà l'epilogo di tutta la vicenda e il lettore capirà che forse non ci si è mai allontanati da lì, che in questo luogo, in questo porto dove, come dice lo stesso Maggiani "si affacciano tutti i luoghi, tutti i mondi e le persone" si è compiuta l'epopea dolce e dolorosa di questo secolo.


La Regina disadorna di Maurizio Maggiani
Pag. 399, Lire 30.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01543-9

le prime pagine
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1.


Oltre la Persia dei Re, sui primi contrafforti calcarei delle montagne dell'Oxiana, cresce un piccolo bulbo, il croco sativo.
Per tutta la ventosa primavera e per la secca estate non fa che vivacchiare, vegetando lentamente cinque lunghe e sottilissime foglie colorate di un verde azzurrino striato d'argento. Poi, con le prime piogge d'autunno, apre il suo fiore, a volte turchino, a volte violetto. E' un fiore di cinque petali che si uniscono in un delicato calice; nel calice quattro lunghi stami, sottili come pagliuzze, maturano dal giallo acceso all'arancio.
A questo punto, prima che i venti freddi che rotolano selvaggi giù dalle vette dell'Hindukush inizino a spianare le erbe dei prati, le ragazze dei villaggi di pastori sparsi sull'altopiano intraprendono la raccolta dello zafferano, Zahfran, la chioma degli angeli. E' un lavoro di grande pazienza e virtù, che le giovani donne compiono con grazia e maestria staccando con le unghie gli stami uno a uno. Come impone la legge, nessuna di loro è più vecchia di tredici anni, nessuna ha mai toccato un uomo. Alla fine del raccolto, dalle terre di un'intera tribù si ricavano non più di due once di prodotto essicato, ben custodito in sacchetti di tela di lino appesi ai soffitti delle capanne.
Prima della neve i mercanti fanno il giro delle colline portando sale, pesce secco, fucili e cartucce, da scambiare con i bianchi involti di lino. Negli anni di buon raccolto giungono all'ammasso di Esfahan persino due quintali di spezia, caracollata a dorso di cammello dentro piccole casse di piombo. Lì viene incantata all'asta e smistata negli empori di Samarkand, Cairo e Istanbul, da dove verrà smerciata in tutto il mondo.
A suo tempo i mercanti pensarono di portare con loro dall'Oxiana anche le sementi dei bulbi, e cercarono di diffondere ovunque la coltivazione di una droga così rara. Purtroppo il croco sativo è un piccolo fiore ostinato e difficile a domarsi; ad oggi nel mondo intero non vi sono che undici ben delimitate zone in cui la pianticella ha attecchito e prosperato, e undici distinte qualità di zafferano. O forse dodici. Intorno al Settecento un tale Ibrahim Al Barrani, ricco mediatore e botanico dilettante levantino, scoprì che triturando finemente l'ovario e la corolla del fiore scartati durante la raccolta, si otteneva qualcosa che a prima vista poteva essere scambiato con la preziosa materia degli stami. Ferve da allora una piccola industria di contraffazione che porta nelle pentole di cuochi senza scrupoli o poco esperti uno sbiadito succedaneo del vero zafferano. A parte questo, naturalmente, la qualità del prodotto varia da zona a zona. Lo zafferano di Mancia, ad esempio, non è buono come il persiano, quello di Anatolia ancor meno; più profumato quello di Poitou e assai pungente lo scurissimo di Mendoza. Introvabile e tenuto come sacro il pugnetto o poco più raccolto dalle bambine di Zafferana, e migliore di tutti l'Aquilano, il famoso zafferano d'Abruzzo.
L'uso di questa droga è talmente diffuso in ogni parte del mondo che alla fine del secolo scorso si costituì un comitato internazionale per la tutela e la calmierazione, il cui compito era di tenere sott'occhio il mercato e impedire speculazioni che avrebbero potuto creare tali disordini da giustificare l'intervento di un organismo internazionale. Per quel che se ne sa, quel comitato è tuttora in funzione e il prezzo dello zafferano, come quello delle sue imitazioni, si è dimostrato nel tempo assai più stabile di quello del metallo aureo.
Alla fine degli anni venti di questo secolo, nel porto di Genova, allo sbarco coloniali del porto franco, venivano stoccate dieci diverse qualità di zafferano, compreso, non esattamente alla luce del sole, anche il suo truffaldino surrogato. Oltre a questo, una ditta di spedizionieri con lo scagno al varco di Sottoripa aveva il monopolio dell'esportazione della qualità aquilana. Nelle drogherie della città, almeno in quelle del centro, erano in vendita tutte quante.
Nello stesso periodo, allo scalo merci pregiate del porto di New York, passavano i controlli di dogana due soli tipi di zafferano, uno di provenienza spagnola e uno francese; per il suo fabbisogno la minuscola colonia libanese della città era costretta a contrabbandare in proprio piccole quantità di prodotto persiano che, spesso intercettato dalle autorità tributarie, veniva bruciato negli inceneritori dei servizi di sanità portuale, situati a ridosso del Bronx. Per l'occasione, molta gente del quartiere si radunava nelle vie attorno ai forni per inebriarsi dell'aria intensamente profumata dalla spezia.
New York era già una grande metropoli, ma evidentemente non lo era abbastanza perché potesse contenere più di due miserabili, infime qualità di un raro quanto innocuo prodotto alimentare.
C'è stato dunque un tempo in questo secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo.

Proprio allora, viveva in quella città un uomo bellissimo di nome Paride.
Quel nome era stato scelto dal padre in onore di un famoso baritono che schiamazzava per i teatri e gli odeòn di tutta Italia le amatissime arie di Tosti, e fu applicato in un momento in cui il neonato non lasciava intravvedere alcun segno di particolari propensioni canore, ma solo gracidava beato sul seno della madre. Brutto come tutti i bambini appena nati, se non di più, visto che la levatrice aveva tardato un po' a prestare la sua opera. La levatrice, che era anche prozia del nascituro e una delle non molte esercitanti diplomate del circondario, teneva casa e bottega non distante dalla famiglia in attesa. Nel mentre che alla nipote in doglie si erano rotte le acque, era in compagnia del legittimo consorte e stava festeggiando assieme a lui e a del liquore distillato in proprio la fosca fine del secolo decimonono. Dunque le occorse un poco di tempo e qualche cura per ripristinare l'aspetto e la proprietà di azioni che ci si attendono da una levatrice diplomata. Quando fu in grado di intervenire con la sua solita perizia, il bambino era già mezzo fuori e, intricato nel suo cordone, da paonazzo stava rapidamente facendosi cianotico.
In ogni caso tutto si concluse nel migliore dei modi, così come c'era da attendersi. Era, appunto, la notte dell'ultimo giorno dell'anno 1899; grazie a quel poco di ritardi e di trambusti Paride prese la sua prima, approssimativa visione del mondo, all'alba del secolo nascente.
Tra quanti lo conosceranno da uomo fatto, pochi - e solo quelli che hanno avuto il suo lattone di riconoscimento aperto tra le mani - sapranno che Paride è il legittimo nome di battesimo: è fin troppo logico che sembri un soprannome. È naturale che lo sembri sulle calate e sui ponti del porto, dove tutti ne hanno uno, e chi può, per forza fisica o altra autorità, se lo sceglie come meglio gli piace. Nessuno, comunque, ha pensato in proposito che quel soprannome se lo fosse scelto lui.
Paride non ci pensava a Paride, e forse neppure alla bellezza. Qualche volta pensava certamente a cose grandi e vaste come la bellezza, pensava molto spesso a cose pesanti, e probabilmente anche in quelle sapeva cogliere gli inequivoci segni del bello; ma il suo portamento, i modi suoi, il semplice fatto di com'era e come si porgeva, lasciavano trasparire un'assoluta e incosciente indifferenza all'eventualità di essere egli stesso portatore di una piccola, personale vastità. Sembrava, semplicemente, che a casa sua non avesse uno specchio, o che, avendocelo, vi si riflettessero solo alcuni tratti essenziali e reconditi.
Le ragazze che leggevano Cine Sorriso, e i giovani uomini che lo guardavano di sopra alle spalle delle ragazze, dicevano che era tale e quale Rodolfo Valentino. Lo diceva anche la Combattuta; anzi, lo esclamava: "U l'è ún Valentino", e irrobustiva la sua convinzione con rafforzativi che le impegnano in modo assai espressivo gli occhi, le labbra, la lingua - un bel pezzo della lingua - e, se la circostanza lo imponeva, anche le ricche sinuosità del suo corpo. Si sapeva che lei avrebbe fatto parecchio per mettergli le mani addosso; sarebbe stata la réclame che le mancava, il coronamento di una carriera già luminosa.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
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Maurizio Maggiani è nato a Castelnuovo Magra nel 1951. Nel 1995 ha vinto il Premio Viareggio e il Campiello con il romanzo Il coraggio del pettirosso.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Maggiani Maurizio, Il coraggio del pettirosso, 1995, 320 p., Lit. 28000, "I narratori" n. 485, Feltrinelli (ISBN: 88-07-01485-8)

Maggiani Maurizio, Il coraggio del pettirosso, 1997, 320 p., Lit. 12000, "Universale economica" n. 422, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81422-6)

Maggiani Maurizio, Felice alla guerra, 1992, 160 p., Lit. 23000, "I narratori" n. 427, Feltrinelli (ISBN: 88-07-01427-0)

Maggiani Maurizio, Màri, màri, 1996, 128 p., Lit. 12000, "Universale economica" n. 395, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81395-5)

Maggiani Maurizio, Vi ho già tutti sognato una volta, 1990, 176 p., Lit. 24000, "I narratori" n. 407, Feltrinelli (ISBN: 88-07-01407-6)


A cura di Grazia Casagrande


18 settembre 1998